La dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale (3)

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Documento In questi ultimi decenni. Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale, 30 dicembre 1988: OR 28.6.1989, inserto tabloid.
1. DIMENSIONE SOCIALE DEL MESSAGGIO CRISTIANO PRIMITIVO Storia della salvezza. Missione di Gesù. Missione della chiesa. 2. LA FORMAZIONE DEL PATRIMONIO STORICO. Ambiente socio-culturale. Cambiamenti del secolo XIX e contributi del pensiero cattolico. Leone XIII. Pio XI. Pio XII. Giovanni XXIII. Concilio Vaticano II. Paolo VI. Giovanni Paolo II. Documenti più recenti. III. PRINCIPI E VALORI PERMANENTI.

1. DIMENSIONE SOCIALE DEL MESSAGGIO CRISTIANO PRIMITIVO
 
Storia della salvezza
15. La dottrina sociale affonda le sue radici nella storia della salvezza e trova la sua origine nella stessa missione salvifica e liberatrice di Gesù Cristo e della chiesa. Essa si riallaccia all’esperienza di fede nella salvezza e nella liberazione integrale del popolo di Dio, descritte dapprima nella Genesi, nell’Esodo, nei Profeti e nei Salmi, e poi nella vita di Gesù e nelle lettere apostoliche. (40)

Missione di Gesù
16. La missione di Gesù e la sua testimonianza di vita hanno evidenziato che la vera dignità dell’uomo si trova in uno spirito liberato dal male e rinnovato dalla grazia redentrice di Cristo . Tuttavia il Vangelo mostra con abbondanza di testi che Gesù non è stato indifferente né estraneo al problema della dignità e dei diritti della persona umana, né alle necessità dei più deboli , dei più bisognosi e delle vittime dell’ingiustizia. In ogni momento egli ha rivelato una solidarietà reale con i più poveri e miseri; (41) ha lottato contro l’ingiustizia, l’ipocrisia, gli abusi del potere, l’avidità di guadagno dei ricchi, indifferenti alle sofferenze dei poveri, facendo un forte richiamo al rendiconto finale, quando tornerà nella gloria per giudicare i vivi e i morti.
Nel Vangelo sono contenute chiaramente alcune verità fondamentali, che hanno profondamente plasmato il pensiero sociale della chiesa nel suo cammino attraverso i secoli. Così, per es., Gesù afferma e proclama un’essenziale uguaglianza in dignità fra tutti gli esseri umani, uomini e donne, qualunque sia la loro etnia, la nazione o la razza, la cultura, l’appartenenza politica o la condizione sociale. Nel suo messaggio è contenuta, inoltre, una concezione dell’uomo inteso come un essere sociale in virtù della sua stessa natura, in quanto viene affermata la dignità del matrimonio che costituisce la prima forma di comunicazione tra persone. Dalla fondamentale uguaglianza in dignità fra tutti gli uomini e dalla loro intrinseca naturale socialità scaturisce necessariamente l’esigenza che i rapporti nella vita sociale vengano composti secondo criteri di una operante ed umana solidarietà, e cioè secondo criteri di giustizia, vivificata ed integrata dall’amore.
Oltre a questi valori contenuti nel Vangelo ce ne sono ancora molti altri di non minore importanza e non meno incidenti sull’ordinamento sociale, come per es.: i valori attinenti all’istituto della famiglia unitaria e indissolubile, sorgente della vita; i valori concernenti l’origine e la natura dell’autorità, che va concepita ed esercitata come un servizio per il bene comune del gruppo sociale da cui viene direttamente espressa e su cui opera, in armonia con i! bene universale dell’intera famiglia umana.

Missione della chiesa
17. La chiesa si mitre dello stesso mistero di Cristo, Vangelo incarnato, per annunciare, come lui, la buona novella del regno di Dio e chiamare gli uomini alla conversione e alla salvezza. (42) Questa vocazione evangelizzatrice della chiesa, ricevuta da Cristo, costituisce la sua identità più profonda. Eppure proprio da essa scaturiscono dei compiti, delle indicazioni e delle forze che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina. (43)
Nell’insegnamento e nella prassi sociale, la chiesa dei primi secoli e del medioevo non fa che applicare e sviluppare i princìpi e gli orientamenti contenuti nel Vangelo. Muovendosi dentro le strutture della società civile, essa cerca di umanizzarle in spirito di giustizia e di carità abbinando l’opera di evangelizzazione con opportuni interventi caritativo-sociali. I padri della chiesa sono noti non soltanto come intrepidi difensori dei poveri e degli oppressi, ma anche come promotori di istituzioni assistenziali (nosocomi, orfanotrofi, ospizi per pellegrini e forestieri) e di concezioni socio-culturali che hanno inaugurato l’era di un nuovo umanesimo radicato in Cristo. Si tratta il più delle volte di opere suppletive, determinate dalle insufficienze e dalle lacune nell’organizzazione delta società civile, che dimostrano di quanti sacrifici e di quanta creatività siano capaci le anime permeate dagli ideali del Vangelo. Grazie agli sforzi della chiesa, è stata riconosciuta l’inviolabilità della vita umana, la santità e l’indissolubilità del matrimonio, la dignità della donna, il valore del lavoro umano e di ogni persona, contribuendo così all’abolizione della schiavitù che faceva parte normale del sistema economico e sociale del mondo antico. Il progressivo sviluppo dell’attività teologica, prima nei monasteri e poi nelle università, ha reso possibile l’elaborazione scientifica dei basilari princìpi che regolano l’ordinata convivenza umana. A tale riguardo rimane di valore perenne il pensiero di san Tommaso d’Aquino, di Francesco Suarez, Francesco de Vitoria e di tanti altri. Essi, insieme con vari insigni filosofi e canonisti, hanno preparato i presupposti e gli strumenti necessari per l’elaborazione di una vera e propria dottrina sociale, come è stata inaugurata sotto il sommo pontefice Leone XIII e continuata dai suoi successori.
L’affermazione di questa dimensione sociale del cristianesimo diventa ogni giorno più urgente per i cambiamenti sempre più vasti e profondi che avvengono nella società. (44) Di fronte ai problemi sociali, sempre presenti nelle diverse epoche della storia, ma diventati ai nostri tempi molto più complessi ed estesi su scala mondiale, la chiesa non può tralasciare la sua riflessione etica e pastorale – nel campo che le è proprio – per illuminare e orientare con il suo insegnamento sociale gli sforzi e le speranze dei popoli, facendo sì che i cambiamenti anche radicali richiesti dalle situazioni di miseria e di ingiustizia vengano realizzati in maniera tale da favorire il vero bene degli uomini. (45)                                            

2. LA FORMAZIONE DEL PATRIMONIO STORICO
 
Ambiente socio-culturale
18. In ogni epoca la dottrina sociale, con i suoi princìpi di riflessione, i suoi criteri di giudizio e le sue norme di azione non ha avuto, né avrebbe potuto avere altro orientamento, che quello di illuminare in modo particolare, partendo dalla fede e dalla tradizione della chiesa, la situazione reale della società, soprattutto quando in essa veniva offesa la dignità umana.
In questa prospettiva, dinamica e storica, risulta che il vero carattere della dottrina sociale è dato dalla rispondenza delle sue indicazioni, relative ai problemi di una determinata situazione storica, con le esigenze etiche del messaggio evangelico, che richiede una trasformazione in profondità della persona e dei gruppi per ottenere una liberazione autentica e integrale. (46)
Tuttavia, per la comprensione dello sviluppo storico della dottrina sociale, occorre penetrare nel contesto socio-culturale di ogni documento e comprendere le condizioni economiche, sociali, politiche e culturali in cui è stato emanato. Nei vari pronunciamenti si può, allora, scoprire meglio l’intenzione pastorale della chiesa di fronte alla situazione della società presa in esame e all’ampiezza del problema sociale.
Tanto i princìpi-base, provenienti direttamente dalla concezione cristiana della persona e della società umana, quanto i giudizi morali su determinate situazioni, istituzioni e strutture sociali, permettono di cogliere il senso della presenza storica della chiesa nel mondo. Si può dire che ogni documento sociale ne è un esempio e una prova.

Cambiamenti del secolo XIX e contributi del pensiero cattolico
19. In particolare, si deve ricordare la nuova situazione creatasi nell’ottocento in Europa e in parte nelle Americhe in seguito alla rivoluzione industriale, al liberalismo, al capitalismo e al socialismo. In quella situazione, non pochi cattolici dei vari paesi europei, in linea con le esigenze etiche e sociali della parola di Dio e con il costante insegnamento dei padri della chiesa, dei grandi teologi del medio evo e, in modo particolare, di san Tommaso d’Aquino, promossero il risveglio della coscienza cristiana di fronte alle gravi ingiustizie sorte in quell’epoca. Cominciò cosi a delinearsi una concezione più moderna e dinamica della forma in cui la chiesa deve essere presente ed esercitare il suo influsso nella società. Si capì meglio l’importanza della sua presenza nel mondo e il tipo di funzione richiestole dai tempi nuovi. Su questi presupposti poggia tutta la dottrina sociale della chiesa da allora fino ai nostri giorni. È dunque in questa prospettiva che vanno letti e compresi i documenti del magistero sociale.

Leone XIII
Leone XIII, preoccupato della “questione operaia” e cioè dei problemi derivanti dalla deplorevole situazione in cui si trovava il proletariato industriale, intervenne con l’enciclica Rerum novarum (1891), un testo coraggioso e lungimirante, che preparò gli sviluppi della dottrina sociale operati dal magistero nei documenti successivi. Nell’enciclica, il pontefice espone i princìpi dottrinali che possono servire per guarire il “male sociale” latente nella “condizione degli operai”. (47).
Dopo aver elencato gli errori che hanno portato alla “immeritata miseria” del proletariato e dopo aver in particolare escluso, quale rimedio alla “questione operaia”, il socialismo, la Rerum novarum precisa e attualizza la dottrina cattolica sul lavoro, sul diritto di proprietà, sul principio di collaborazione contrapposto alla lotta di classe come mezzo fondamentale per il cambiamento sociale, sul diritto dei deboli, sulla dignità dei poveri e sugli obblighi dei ricchi, sul perfezionamento della giustizia mediante la carità, sul diritto ad avere associazioni professionali.

Pio XI
Quarant’anni dopo, quando gli sviluppi della società industriale avevano ormai portato ad una enorme e sempre più crescente concentrazione di forze e di poteri nel mondo economico-sociale e acceso una crudele lotta di classe, Pio XI sentì il dovere e la responsabilità di promuovere una maggiore conoscenza, una più esatta interpretazione e una urgente applicazione della legge morale (48) regolativa dei rapporti umani in quel campo, allo scopo di superare il conflitto delle classi e di arrivare a un nuovo ordine sociale basato sulla giustizia e sulla carità. Data questa attenzione al nuovo contesto storico, la sua enciclica Quadragesimo anno apporta delle novità: offre una panoramica d’insieme della società industriale e della produzione; sottolinea la necessità che sia il capitale come il lavoro contribuiscano alla produzione e all’organizzazione economica; stabilisce le condizioni per il ripristino dell’ordine sociale; cerca una nuova messa a fuoco dei problemi emergenti, per affrontare i “grandi cambiamenti” apportati dal nuovo sviluppo dell’economia e del socialismo;(49) non esita a prendere posizione sui tentativi, fatti in quegli anni, di superare con il sistema corporativo le antinomie sociali, mostrandosi favorevole ai princìpi di solidarietà e di collaborazione che lo ispiravano, ma ammonendo che il mancato rispetto della libertà di associazione e di azione poteva compromettere l’esito desiderato.

Pio XII
Nel suo lungo pontificato Pio XII non ha scritto nessuna enciclica sociale. Ma in piena continuità con la dottrina dei suoi predecessori egli intervenne autorevolmente sui problemi sociali del suo tempo con un’ampia serie di discorsi. Tra questi, sono particolarmente importanti i radiomessaggi con i quali ha precisato, formulato e rivendicato i princìpi etico-sociali miranti a promuovere la ricostruzione dopo le rovine della seconda guerra mondiale, Per la sua sensibilità e intelligenza nel cogliere i “segni dei tempi”, Pio XII può considerarsi il precursore immediato del concilio Vaticano II e dell’insegnamento sociale dei papi che gli sono succeduti. I punti sui quali la dottrina sociale è stata da lui meglio concretizzata e applicata ai problemi del suo tempo sono principalmente i seguenti: la destinazione universale e l’uso dei beni; i diritti e i doveri dei lavoratori e dei datori del lavoro; la funzione dello stato nelle attività economiche; la necessità della collaborazione internazionale per attuare una maggiore giustizia e assicurare la pace; la restaurazione del diritto come regola dei rapporti tra le classi e tra i popoli; il salario fondamentale della famiglia. (50)
Negli anni della guerra e del dopoguerra, il magistero sociale di Pio XII rappresentò per molti popoli di tutti i continenti e per milioni di credenti e di non credenti la voce della coscienza universale, interpretata e proclamata in intima connessione con la parola di Dio. Con la sua autorità morale e il suo prestigio, Pio XII portò la luce della sapienza cristiana a innumerevoli uomini di ogni categoria e livello sociale, a governanti, uomini di cultura, professionisti, imprenditori, dirigenti, tecnici, lavoratori.
Desideroso di valorizzare la tradizione della Rerum novarum, (51) egli mirò alla formazione di una coscienza etica e sociale che ispirasse le azioni dei popoli e degli stati. Attraverso di lui passò nella chiesa quel soffio dello Spirito rigeneratore che, come egli diceva a proposito della Rerum novarum, non ha mancato di spandersi beneficamente sull’intera umanità.(52)

Giovanni XXIII
23. Dopo la seconda guerra mondiale la chiesa si trovò in una situazione nuova sotto molti aspetti: la “questione sociale ”, ristretta inizialmente alla classe operaia, subì un processo di universalizzazione, che coinvolse tutte le classi, tutti i paesi e la stessa società internazionale, in cui emergeva sempre più il dramma del terzo mondo. Il “problema dell’epoca moderna” diventa oggetto della riflessione e dell’azione pastorale della chiesa e del suo magistero sociale. Infatti, la nuova enciclica Mater et magistra (1961) di papa Giovanni XXIII mira ad aggiornare i documenti già conosciuti e a fare un ulteriore passo in avanti nel processo di coinvolgimento di tutta la comunità cristiana. (53) Il nuovo documento, nell’affrontare gli aspetti più attuali ed importanti della “questione sociale”, (54) fa risaltare le disuguaglianze esistenti sia tra i vari settori economici che tra i diversi paesi e regioni e denuncia i fenomeni della sovrappopolazione e del sottosviluppo, che a causa della mancanza d’intesa e di solidarietà tra le nazioni, determinano situazioni insopportabili specialmente nel terzo mondo.
Lo stesso Giovanni XXIII, dinanzi ai pericoli di una nuova guerra nucleare, dopo essere intervenuto con un memorabile messaggio ai popoli e ai capi di stato, nel momento più acuto della crisi emanò l’enciclica Pucem in terris (1963), che è un’esortazione urgente a costruire la pace, fondata sul rispetto delle esigenze etiche che devono presiedere alle relazioni tra gli uomini e tra gli stati.
Lo stile e il linguaggio delle encicliche di papa Giovanni XXIII conferiscono alla dottrina sociale nuova capacità di approccio e di incidenza nelle nuove situazioni, senza con questo venir meno alla legge della continuità con la tradizione precedente. Non si può dunque parlare di “svolta epistemologica”. È certo che affiora la tendenza a valorizzare l’empirico e il sociologico, però nello stesso tempo si accentua la motivazione teologica nella dottrina sociale. Ciò è tanto più evidente se si fa un confronto con i documenti precedenti, in cui predomina la riflessione filosofica e l’argomentazione basata sui princìpi
del diritto naturale. A dare origine alle encicliche sociali di Giovanni XXIII sono state senz’altro le trasformazioni radicali tanto all’interno degli stati come nelle loro relazioni reciproche, sia “nel campo scientifico, tecnico ed economico”, sia in quello “sociale e politico”. (55)
In questo periodo poi altri grandi fenomeni cominciano ad incalzare in modo preoccupante. Ci sono innanzitutto gli effetti dello sviluppo economico seguito alla ricostruzione postbellica. L’ottimismo che esso genera impedisce che ci si accorga subito delle contraddizioni di un sistema basato sullo sviluppo disuguale dei differenti paesi del mondo. Inoltre, già alla fine di quel decennio, mentre si afferma sempre più il processo della decolonizzazione di molti paesi del terzo mondo, si nota che al colonialismo politico vigente fino allora subentra un altro tipo di dominio coloniale, di carattere economico. Questo fatto è determinante per una presa di coscienza e per un movimento di riscossa specialmente nell’America Latina, dove per combattere gli squilibri dello sviluppo e lo stato di nuova dipendenza, si scatena in vari modi e in varie forme un fermento di liberazione. Esso in seguito genererà le diverse correnti della “teologia della liberazione”, circa le quali la Santa Sede ha reso nota la sua posizione. (56)

Concilio Vaticano II
24. Quattro anni dopo la pubblicazione della Mater et magistra, vide la luce la costituzione pastorale Gaudium et spes  del concilio Vaticano II, sulla chiesa nel mondo contemporaneo. Se tra i due documenti è intercorso un periodo di tempo troppo breve per avere cambiamenti significativi nella realtà storica, tuttavia, con il nuovo documento, il cammino percorso dalla dottrina sociale è stato considerevole. Il concilio, infatti, si rese conto che il mondo aspettava dalla chiesa un messaggio nuovo e stimolante. A questa attesa esso rispose con la citata costituzione, nella quale, in sintonia con il rinnovamento ecclesiologico, si riflette una nuova concezione di essere comunità dei credenti e popolo di Dio. Essa ha suscitato quindi nuovo interesse per la dottrina contenuta nei documenti precedenti circa la testimonianza e la vita dei cristiani, come vie autentiche per rendere visibile la presenza di Dio nel mondo.
Sul piano sociale, la risposta della chiesa riunita in concilio si concretò nell’esposizione di una concezione più dinamica dell’uomo e della società, e in particolare della vita socio-economica, elaborata in base alle esigenze e alla retta interpretazione dello sviluppo economico.
Secondo il capitolo della Gaudium et spes dedicato a questo problema, l’eliminazione delle disuguaglianze sociali ed economiche si può basare infatti solo sulla retta comprensione dello sviluppo. Questa interpretazione della realtà sociale a raggio mondiale ha prodotto una svolta fondamentale nel processo evolutivo della dottrina sociale: essa non si lascia assorbire dalle implicazioni socio-economiche dei due principali sistemi, capitalismo e socialismo, ma si apre ad una nuova concezione, quella della doppia dimensione o portata dello sviluppo. Tale concezione mira infatti a promuovere il bene dell’uomo completo, “integralmente considerato, tenendo cioè conto delle sue necessità di ordine materiale e delle sue esigenze per la vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa”, superando così le tradizionali contrapposizioni tra produttore e consumatore e le discriminazioni che offendono la dignità della grande famiglia umana.”
In questa prospettiva si scopre come alla base di quanto la costituzione dice sulla vita economico-sociale ci sia una concezione autenticamente umanistica dello sviluppo. Nella Gaudium et spes la chiesa mostra quanto profonda sia la sua sensibilità per la crescente coscienza delle disuguaglianze e delle ingiustizie presenti nell’umanità, e in particolare per i problemi del terzo mondo.
Nella dottrina sociale si rafforza così, contro ogni discriminazione sociale ed economica, un orientamento personalistico e comunitario dell’economia, in cui chi presiede e l’uomo, considerato come fine, soggetto e protagonista dello sviluppo.
È la prima volta che un documento del magistero solenne della chiesa si è espresso così ampiamente sugli aspetti direttamente temporali della vita cristiana. Si deve riconoscere che l’attenzione data dalla costituzione ai cambiamenti sociali, psicologici, politici, economici, morali e religiosi ha stimolato sempre più, nell’ultimo ventennio, la preoccupazione pastorale della chiesa per i problemi degli uomini e il dialogo con il mondo.

Paolo VI
25. Qualche anno dopo il concilio, la chiesa offrì all’umanità una nuova importante riflessione in materia sociale con l’enciclica Populorum progressio (1967) di Paolo VI. Essa può considerarsi come un ampliamento del capitolo sulla vita economico-sociale della Gaudium et spes, pur introducendo alcune novità significative.
In poco tempo infatti era andata ulteriormente crescendo la presa di coscienza delle disuguaglianze che discriminavano e sottomettevano a situazioni di ingiustizia e di emarginazione molti paesi del terzo mondo. Questo problema era aggravato da particolari circostanze, quali l’accelerazione dello squilibrio esistente tra i paesi poveri e quelli ricchi, e la crescita demografica del terzo mondo. Nelle regioni e nei popoli più poveri ed emarginati, l’analisi del sottosviluppo e delle sue cause suscitò scandalo e fece divampare la lotta contro l’ingiustizia.
In questo nuovo contesto storico, nel quale i conflitti sociali hanno assunto dimensioni mondiali, (58) si proietta la luce della Populorum progressio, che offre l’aiuto per cogliere tutte le dimensioni di uno sviluppo integrale dell’uomo e di uno sviluppo solidale dell’umanità: due tematiche queste che sono da considerarsi come gli assi intorno ai quali si struttura il tessuto dell’enciclica. Volendo convincere i destinatari dell’urgenza di un’azione solidale, (39) il papa presenta lo sviluppo come “il passaggio da condizioni di vita meno umane a condizioni più umane”, e ne specifica le caratteristiche. Le condizioni meno umane si verificano quando ci sono carenze materiali e morali e strutture oppressive. Le condizioni umane richiedono il possesso del necessario, l’acquisizione delle conoscenze e della cultura, il rispetto della dignità degli altri, il riconoscimento dei valori supremi e di Dio, e, infine, la vita cristiana di fede, speranza e carità. (60) Il “passaggio” dalle condizioni meno umane a quelle più umane, che secondo il papa non è circoscritto alle dimensioni puramente temporali, deve ispirare la riflessione teologica sulla liberazione dall’ingiustizia e sugli autentici valori, senza i quali non è possibile un vero sviluppo della società. La dottrina sociale trova qui aperta una porta per una approfondita e rinnovata riflessione etica.
Dopo soli quattro anni dall’enciclica Populorum progressio, Paolo VI emanò la lettera apostolica Octogesima adveniens (1971). Era l’ottantesimo anniversario della Rerum novarum, ma il papa più che al passato guardava al presente e all’avvenire. Nel mondo occidentale industrializzato erano sorti nuovi problemi, quelli della cosiddetta “società postindustriale”, e bisognava adeguare ad essi l’insegnamento sociale della chiesa. L’Octogesima adveniens inizia così una nuova riflessione per la comprensione della dimensione politica dell’esistenza e dell’impegno cristiano, stimolando a sua volta il senso critico nei confronti delle ideologie e delle utopie soggiacenti ai sistemi socio-economici vigenti.

Giovanni Paolo II
26. Dieci anni più tardi (1981) Giovanni Paolo II intervenne con la grande enciclica Laborem exercens. Il decennio trascorso aveva lasciato un’impronta nella storia del mondo e della chiesa. Nel pensiero del papa non è difficile scorgere il flusso dei nuovi cambiamenti che si erano prodotti. Se gli anni settanta erano cominciati con l’acuirsi della coscienza del sottosviluppo e delle ingiustizie che ne derivavano, verso la metà dello stesso decennio si erano manifestati i primi sintomi di una crisi più profonda, prodotta dalle contraddizioni che celava il sistema monetario ed economico internazionale, e caratterizzata soprattutto dall’enorme rincaro dei prezzi del petrolio. In questa situazione, il terzo mondo, di fronte all’insieme dei paesi sviluppati dell’occidente e a quelli del blocco orientale collettivistico, reclamava nuove strutture monetarie e commerciali, in cui venissero rispettati i diritti dei popoli poveri nonché la giustizia nelle relazioni economiche. Mentre cresceva il malessere del terzo mondo, alcuni paesi, fattisi eco di questa sofferenza, rivendicavano una maggiore giustizia nella distribuzione del reddito mondiale. Tutto il sistema della divisione internazionale del lavoro e della strutturazione dell’economia mondiale entrava in una crisi profonda; di conseguenza si esigeva una revisione radicale delle stesse strutture che avevano portato ad uno sviluppo economico così disuguale.
Di fronte a questi numerosi e nuovi problemi, Giovanni Paolo II scrive l’enciclica Laborem exercens, nel novantesimo anniversario della Rerum novarum, in continuità con il magistero precedente, ma con una originalità sua propria, (61) sia per il metodo e lo stile, sia per non pochi aspetti dell’insegnamento, trattati in relazione alle condizioni del tempo, ma seguendo le principali intuizioni di Paolo VI. Il documento si snoda in forma di esortazione diretta a tutti i cristiani, al fine di impegnarli per la trasformazione dei sistemi socio-economici vigenti, ed imparte orientamenti precisi in base alla preoccupazione fondamentale per il bene integrale dell’uomo. Con ciò, si amplia il “patrimonio tradizionale” della dottrina sociale della chiesa, mettendo in luce che la “chiave centrale” di tutta la “questione sociale” si trova nel “lavoro umano”, (62) punto di riferimento più adeguato per analizzare tutti i problemi sociali.
Partendo dal lavoro come dimensione fondamentale dell’esistenza umana, vengono trattati nell’enciclica tutti gli altri aspetti della vita socio-economica, senza tralasciare l’aspetto culturale e tecnologico. (63)
La Laborem exercens propone pertanto la revisione profonda del senso del lavoro, che implica una più equa ridistribuzione non solo del reddito e della ricchezza, ma anche del lavoro stesso, per far sì che vi sia occupazione per tutti. A questo scopo la società dovrebbe essere aiutata a riscoprire la necessità della moderazione nei consumi, a riacquistare le virtù della sobrietà e della solidarietà e a fare anche veri sacrifici per uscire dalla crisi attuale. E una grande proposta; ribadita recentemente dalla Congregazione per la dottrina della fede. (64) Ed essa vale non solo per ciascuno dei singoli popoli, ma anche per i rapporti tra le nazioni.
La situazione mondiale esige il rispetto dei princìpi e dei valori fondamentali che sono da considerarsi insostituibili: infatti senza una riaffermazione della dignità dell’uomo e dei suoi diritti, come pure senza la solidarietà tra i popoli, la giustizia sociale e un nuovo senso del lavoro, non ci sarà né un vero sviluppo umano, né un nuovo ordine di convivenza sociale.
Il 30 dicembre 1987, nel ventennio della Populorum progressio, Giovanni Paolo II ha pubblicato l’enciclica Sollicitudo Rei socialis, il cui asse portante è la nozione di sviluppo come è stata affrontata nel summenzionato documento di Paolo VI. È alla luce dell’insegnamento sempre valido di questa enciclica che il sommo pontefice ha voluto esaminare, a vent’anni di distanza, la situazione del mondo sotto questo aspetto, allo scopo di aggiornare e di approfondire ancora la nozione di sviluppo, affinché esso risponda alle necessità urgenti del presente momento storico e sia veramente a misura dell’uomo.
Due sono gli argomenti fondamentali della Sollicitudo rei socialis: da una parte, la situazione drammatica del mondo contemporaneo, sotto il profilo dello sviluppo mancato nel terzo mondo, e dall’altra, il senso, le condizioni e le esigenze di uno sviluppo degno dell’uomo.
Tra le cause del mancato sviluppo viene menzionato il divario persistente, e spesso anche accresciuto, tra nord e sud, la contrapposizione tra il blocco orientale ed occidentale con la conseguente corsa agli armamenti, il commercio di armi, e vari intralci di carattere politico frapposti alle decisioni di cooperazione e di solidarietà tra le nazioni. Né si manca di accennare, in questo contesto, alla questione demografica. D’altra parte vengono però riconosciuti alcuni progressi realizzati nel campo dello sviluppo, per quanto incerti, limitati ed inadeguati essi siano rispetto alle necessità reali.
Per quanto concerne il secondo argomento principale dell’enciclica, e cioè la natura di un vero sviluppo, vengono offerti innanzitutto chiarimenti relativi alla differenza tra “progresso indefinito” e sviluppo. A tale proposito si insiste che il vero sviluppo non può limitarsi alla moltiplicazione dei beni e dei servizi, cioè a ciò che si possiede, ma deve contribuire alla pienezza dell’“essere” dell’uomo. In questo modo, s’intende delineare con chiarezza la natura morale del vero sviluppo. Questo importante aspetto viene approfondito anche alla luce delle fonti scritturistiche e della tradizione della chiesa. Prova di questa dimensione morale dello sviluppo è l’insistenza del documento sulla connessione tra osservanza fedele di tutti i diritti umani (compreso il diritto alla libertà religiosa), ed il vero sviluppo dell’uomo e dei popoli.
Nell’enciclica vengono analizzati pure vari ostacoli di ordine morale allo sviluppo (“strutture del peccato”, bramosia esclusiva del profitto, sete del potere) e le vie per un loro auspicabile superamento. A tale proposito si raccomanda il riconoscimento dell’interdipendenza tra uomini e popoli e la conseguente ammissione dell’obbligo della solidarietà, nel cui carattere di virtù si insiste; il dovere della carità per i cristiani. Tutto ciò presuppone però una radicale conversione dei cuori.
Alla fine del documento vengono indicate anche altre vie specifiche per far fronte alla presente situazione, sottolineando soprattutto l’importanza della dottrina sociale della chiesa, del suo insegnamento e della sua diffusione nel momento presente.
27. Questa breve panoramica storica della dottrina sociale della chiesa aiuta a comprenderne la complessità, la ricchezza, il dinamismo, come anche i limiti. Ogni documento segna un nuovo passo avanti nello sforzo della chiesa di rispondere ai problemi della società nei vari momenti della storia: in ognuno di essi bisogna leggere soprattutto la preoccupazione pastorale di proporre alla comunità cristiana e a tutti gli uomini di buona volontà i princìpi fondamentali, i criteri universali e gli orientamenti idonei a suggerire le scelte di fondo e la prassi coerente per ogni situazione concreta. Detto insegnamento quindi “non è una “terza via” tra il capitalismo liberista e il collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni radicalmente opposte”, (65) ma un servizio disinteressato che la chiesa offre secondo le necessità dei luoghi e dei tempi. Il rilevamento di questa dimensione storica mostra che la dottrina sociale della chiesa, espressa con chiarezza e coerenza nei suoi princìpi essenziali, non è un sistema astratto, chiuso e definito una volta per tutte, ma concreto, dinamico e aperto. Infatti l’attenzione alla realtà e l’ispirazione evangelica mettono la chiesa in condizione di rispondere ai continui cambiamenti cui sono sottoposti i processi economici, sociali, politici, tecnologici e culturali. SÌ tratta di un’opera sempre in costruzione, aperta alle interpellanze delle nuove realtà e dei nuovi problemi emergenti in questi settori.

Documenti più recenti
28. I cambiamenti accennati richiedono una visione etica dei nuovi problemi e una risposta sempre più differenziata, aggiornata ed approfondita. Così è successo, per esempio, nelle questioni della proprietà privata, della socializzazione, della cogestione, del sottosviluppo del terzo mondo, del crescente divario tra i paesi poveri e quelli ricchi, dello sviluppo socio-economico, del senso del lavoro, del debito internazionale, del problema dei scnza-tetto, della situazione odierna della famiglia, della dignità della donna, del rispetto della vita umana nascente e della procreazione. I documenti più recenti della chiesa fanno risaltare questa sua profonda sensibilità evangelica di fronte ai nuovi problemi sociali. (66).
Nello spirito del concilio Vaticano II (67) la dottrina sociale della chiesa, composta di “elementi permanenti” e di “elementi contingenti”, (68) continuerà il suo cammino storico, ampliandosi ed arricchendosi con l’apporto di tutte le componenti della chiesa. In tale cammino il magistero raccoglierà le varie voci nei suoi insegnamenti ufficiali, conciliando l’attenzione alla dimensione storica con il dovere sacro di non indebolire la stabilità e la certezza dei princìpi e delle norme fondamentali, e invitando all’azione coerente.
In questo lungo cammino, la chiesa continuerà a rendere concreti gli insegnamenti e i valori della sua dottrina sociale, proponendo principi di riflessione e valori permanenti, criteri di giudizio e direttive di azione. (69)

III. PRINCIPI E VALORI PERMANENTI
29. In questo capitolo, si accenna brevemente ai “princìpi permanenti” ed ai valori fondamentali che non devono mai mancare nell’insegnamento della dottrina sociale della chiesa. In appendice, poi, si offre una traccia del programma dei corsi, suscettibile di essere adattata alle necessità concrete delle singole chiese particolari.

41  Mt 11.28-30.
42  Mc 1,15.
43  GS 42-44: EV l/]449ss; EN 31; EV 5/1623; J.C 63-65: EV 10/279-282.
44   EN 14: EV 5/1601,
45   LC 72: EV 10/295.
46         LC c. V: EV 10/292-335
47  RN: Acta Leonis XIII 11(1891), 98.
48  QA: AAS 23(1931), 191.
49  QA: ibid., pp, 209ss.
50   Pio XII, Discorso La solennità della pentecoste per il 50° anniversario dell’enciclica Rerum novarum (1.6.1941): AAS 33(1941), 195ss; Radiomessaggi natalizi: sulla pace e l’ordine internazionale, degli anni 1939, 1940, 1950, 1951, 1954; sulla democrazia del 1944; Discorsi sui pericoli della concezione tecnologica della vita sociale e sull’impresa e l’ordine economico, del 3,6.1950 e del 9.9,1956.
51   Pio XII, Per il 50° della “Rerum novarum”: AAS 33(1941), 204.
52   Ibid., p. 197.
53  MM: AAS 53(1961). 412-413.
54  Ibid., pp. 431-451,
55 Ibid., pp. 412-413,
56  CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione Libertatis nuntius (LN) su alcuni aspetti della “teologia della liberazione” (6-8.1984): EV 9/866ss; LC: EV 10/196-344.
57       GS 64-65: EV l/1538ss
58  PP 9: EV 2/1054,
59   PP 1: EV 2/1046.
60   PP 20-21: EV 2/1065s.
61  LE 3: EV 7/1398.
62  LE 3: EV 7/1398.
63 LE 4: EV 7/1399.
64 LC 81-91: EV 10/311-326.
65 SRS 41; EV 10/2669.
66  LC: EV 10/196ss; PONT. COMMISSIONE “JUSTITIA ET PAX”, Documento AL servizio della comunità umana: un approccio etico al debito internazionale (27.12.1986): EV 10/1045-1128. Documento Que has hecho de tu hermano sin techo? La iglesia ante la carencia de vivienda (“Che cosa hai fatto del tuo fratello senza tetto? La chiesa e il problema dell’alloggio”) (27.12.1987): EV 10/2435- 2502; GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Famitiaris consortio (22.11.1981): EV 7/1522ss; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione Donum vitae sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione (22.2.1987): EV 10/1150-1253; GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Mulieris dignitatem (15.8.1988): EV 11/1206-1345.
67  GS 91: EV 1/1637
68 GS, proemio, nota 1: EV 1/1319.
69  Cf. MM: AAS 53(1961), 454; OA 4: EV 4/717; GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione a Puebla, parte III, n. 7: AAS 71(1979). p. 203; LC. 72: EV 10/295.