Una male intesa attuazione della Riforma liturgica

Lettera Pastorale per l’inizio del nuovo millennio, di mons. Carlo“Caffarra – Arcivescovo di Ferrara
[Tratto da: http://www.caffarra.it/ ]

CON CRISTO NEL TERZO MILLENNIO


Lettera Pastorale per l’inizio del nuovo millennio


di mons. Carlo Caffarra – Vescovo di Ferrara


 


Carissimi fratelli e sorelle,


“un fiume e i suoi ruscelli ha allietato la città di Dio, la santa dimora dell’Altissimo” [cfr. Sal 46(45),5]. Riflettendo sul Grande Giubileo che abbiamo concluso alcuni mesi orsono, non possiamo non dire col salmista che un fiume di grazia ha allietato la nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio. E’ “un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturisce dal trono di Dio” [cfr. Ap 22,1]. E’ il fiume che scaturisce dal costato di Cristo [cfr. Gv 7,38]: il dono dello Spirito Santo effuso con tanta abbondanza nel cuore di tutti noi. E’ giusto dunque che ricordiamo le meraviglie compiute in mezzo a noi dal Signore. Ma è ugualmente urgente che noi ci poniamo in un ascolto attento di quanto lo Spirito ha voluto dire alla nostra Chiesa con l’Anno Santo [cfr. Ap 2,7.11.17]. Lo scopo della presente Lettera pastorale è aiutarvi a vivere in quest’ascolto.


I – LA CELEBRAZIONE DELL’AVVENIMENTO


“canterò in eterno le misericordie del Signore” [Sal 89(88),2]


1. Durante il Grande Giubileo abbiamo celebrato l’avvenimento che è al centro di tutta la storia e del mondo: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” [Gv 1,14]. E’ stato un incontro straordinario con Cristo vivente oggi nella Sua Chiesa, nella nostra Chiesa. Egli non è un ricordo, è una presenza. Di questa presenza abbiamo goduto durante il Grande Giubileo, secondo alcune caratteristiche che giova ora brevemente richiamare.


2. La prima è stata la gioia di una ritrovata appartenenza ad una Chiesa, ad un popolo. Di questa gioia ho avuto testimonianze dirette, sia orali, sia scritte, e che [il particolare non è insignificante] si riferivano soprattutto all’esperienza del pellegrinaggio a Lourdes, della celebrazione della S. Cresima in Cattedrale, della celebrazione del Corpus Domini, della celebrazione mariana del 15 ottobre, e del pellegrinaggio ad Assisi-Roma-Loreto. Ho parlato di “gioia di un’appartenenza”. Queste parole richiamano la più grande tragedia dell’uomo contemporaneo: quella terribile menzogna in cui l’uomo ha creduto, secondo la quale solo quando egli afferma come unica autorità se stesso o ciò che è creato da lui [la legge e lo Stato], può realizzarsi. E’ l’uomo sradicato dall’appartenenza [ed obbedienza conseguente] ad una Realtà più grande di lui. Poiché questo sradicamento è un vero e proprio tradimento della verità della sua persona e dei suoi desideri più profondi, ogni volta che è concesso ad un uomo, ad un popolo di liberarsene, quell’uomo e quel popolo vive un attimo di gioia nella verità: il “gaudium de veritate” di cui parla Agostino.


3. La seconda linea emergente dalla nostra esperienza giubilare è stata il tentativo fatto dalla nostra Chiesa di fare sempre più propria la “logica dell’Incarnazione”, anzi “il movimento stesso dell’Incarnazione” [cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Novo Millennio Ineunte 3,2; d’ora in poi NMI]; il tentativo di radicarsi sempre più intensamente ed estensivamente dentro alla vita della nostra gente. “Ciò che non è assunto non è salvato”, amavano ripetere i Padri della Chiesa riferendosi al mistero dell’incarnazione del Verbo. Con questo fondamentale assioma della logica cristiana essi esprimevano due certezze di fede: fuori di Cristo non c’è salvezza; nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo. Ho insistito molto su questa prospettiva che è inscindibilmente cristologica-soteriologica-ecclesiologica, come voi sapete, sia nella mia Lettera pastorale Niente sia anteposto a Cristo sia nella mia predicazione durante l’Anno Santo. E’ stata essa che ha generato la modalità propria della nostra celebrazione giubilare: incontrare l’uomo di ogni età [bambini, ragazzi, giovani, adulti, anziani], ed incontrarlo nelle fondamentali esperienze che tessono la trama della sua vita [matrimonio-famiglia, lavoro, malattia, divertimento …]. Il convegno missionario è stato da questo punto di vista un momento fondamentale del nostro Anno Santo.


4. La terza linea emergente dalla nostra esperienza giubilare è stata, anche se meno evidenziata, la consapevolezza di essere radicati dentro una storia ricca di santità, di fede che ha amato – secondo il genio proprio del nostro popolo – esprimersi nella bellezza dell’arte, e soprattutto che ora deve ringraziare il Signore per il dono di essere rappresentati nella “candida schiera dei martiri” da S. Maria Chiara Nanetti. Ho detto che è una linea che non emerge con la stessa evidenza delle altre in quanto è stata la modalità propria colla quale abbiamo cercato di realizzare quella purificazione della memoria che il S. Padre aveva posto come uno degli obiettivi del Giubileo. Un avvenimento che per sua natura stessa non può emergere in esteriorità. La nostra Guida del pellegrino così universalmente apprezzata esprimeva bene questa logica, conducendo il pellegrino dentro una “geografia della memoria” della nostra Chiesa. Ho parlato di purificazione della memoria. Vorrei fare al riguardo ancora un’osservazione. Abbiamo iniziato la Grande Missione diocesana celebrando la Ss. Eucarestia per ottenere il perdono dei peccati commessi dai fedeli della nostra Chiesa, ieri e oggi. La purificazione della memoria abbiamo cercato di viverla ravvivando in ciascuno di noi i doni fattici da Dio.


5. La quarta linea emergente dalla nostra esperienza giubilare è costituita dalla forza con cui ci è stata riproposta la domanda educativa da parte dei bambini, ragazzi e giovani. Il fatto che l’incontro dei bambini organizzato dalla FISM, dei ragazzi il primo maggio, ed i due momenti fondamentali dei giovani, la “statio Crucis” e la GMG, siano stati di una forza ed intensità anche visiva davvero inaspettate, è stato un messaggio, un grande messaggio che chiede di essere attentamente decifrato ed intercettato. Per ora ed in questa sede mi limito a due constatazioni. La prima: questi avvenimenti stanno ad indicare quanto attento, continuo e prezioso sia stato il lavoro svolto nelle parrocchie, nelle scuole cattoliche di ogni ordine e grado, nelle associazioni e nei movimenti. La seconda: questi avvenimenti ci hanno ancora una volta detto che niente e nessuno può spegnere nel cuore umano quel desiderio, quella invocazione di felicità vera, che nei bambini, ragazzi e giovani si traduce in domanda di essere educati. Non è stato per caso che abbiamo voluto celebrare il giubileo degli educatori; che dei cinque messaggi conclusivi dati il 5 gennaio l’uno riguardava i giovani e l’altro gli educatori.


6. E’ possibile ricondurre queste quattro linee emergenti dalla nostra esperienza giubilare ad un centro in cui si incontrino tutte e quante? Esiste un centro che definisca la nostra esperienza giubilare? non esito un momento a rispondere a questa domanda nel modo seguente: l’INCONTRO CON CRISTO VIVENTE NELLA CHIESA. E’ la categoria dell’incontro la chiave di volta della nostra esperienza giubilare: incontro dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo, con la persona di Cristo crocefisso risorto. Un incontro celebrato nella gioia di appartenere al “corpo” in cui solamente esso è possibile, alla S. Chiesa; un incontro in cui si manifesta la verità intera e quindi il senso ultimo di ogni esperienza umana; un incontro che richiede alla misericordia divina il perdono dell’uomo; un incontro invocato da chi entra nella vita e nell’universo dell’essere, come unica ipotesi ragionevole interpretativa della realtà. Un incontro celebrato, cercato, immeritato, invocato.


II – NELLA COMPAGNIA DI CRISTO


“rimanete in me ed io in voi” [Gv 15,4a]


7. Mi sembra che le dimensioni principali che hanno caratterizzato la nostra celebrazione dell’Anno Santo come incontro con Cristo siano quelle appena evocate. Ora dobbiamo fare in modo che portino frutto. In che modo? Come impedire che il Grande Giubileo sia solamente un ricordo?


Non ho dubbi nel rispondere: rimanendo in Cristo e Cristo in noi. E’ questa reciproca immanenza il fondamento assoluto di tutto il nostro operare, di tutto l’operare della Chiesa. E’ il nostro “essere” che precede ed assicura il nostro “operare”: di quello dobbiamo preoccuparci prima che di questo. Se a qualcuno le riflessioni seguenti sembreranno poco pastorali o, Dio non lo voglia, astratte dalla realtà, questi faccia attenzione al rimprovero rivolto da Gesù a Marta: “tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno” [Lc 10,41-42].


8. Vogliamo condurre la riflessione seguente meditando la pagina evangelica nella quale si racconta l’incontro dei primi discepoli col Signore [cfr. Gv 1,35-42a]. Essa è una pagina esemplificativa; ha cioè un significato universale poiché esemplifica il cammino di ogni discepolo di Cristo. L’incontro dei due discepoli è l’archetipo e il modello di ogni incontro con Cristo. Assieme alla pagina di S. Luca, sulla quale il S. Padre Giovanni Paolo II ha richiamato la nostra attenzione in questi mesi [cfr. NMI 1], questo racconto giovanneo deve ispirare il nostro ingresso nel nuovo millennio perché l’Anno Santo fruttifichi nella nostra Chiesa.


L’incontro dell’uomo con Cristo ha il suo inizio nell’ascolto di un testimone: “i due discepoli sentendo parlare così” [37a]. E’ la testimonianza di Giovanni il Battista, il modello di ogni testimone, venuto “come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui” [Gv 1,7]. Senza questo ascolto l’incontro con Cristo è semplicemente impossibile. Anche S. Paolo ci richiama a quest’originaria esigenza: “e come potranno credere, senza averne sentito parlare?” [Rom 10,14b]. I samaritani vivono la stessa esperienza dei due discepoli ascoltando la testimonianza della loro concittadina: “noi stessi abbiamo udito…” [Gv 4,41-42].


E’ da notare con somma attenzione che il contenuto della testimonianza, ascoltando la quale l’uomo incontra Cristo, è molto preciso: “e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: ecco l’agnello di Dio!” [36]. Il testimone svela l’identità di Gesù di Nazareth come colui che è l’unico salvatore di ogni uomo. E lo può fare perché “fissa lo sguardo su Gesù”: è come riempito di stupore e di amore per la sua persona [cfr. S. Tommaso d’A., Catena aurea II, ed. Marietti, pag. 351: respiciens inquit, quasi oculis innuens gratiam et admirationem quam habebat in Christo]. La testimonianza ha un contenuto preciso poiché il Vangelo di Dio, che Egli promise per mezzo dei suoi santi profeti nelle Sacre Scritture, riguarda il Figlio suo, Gesù Cristo nostro Signore [cfr. Rom 1,1-3].


La nostra celebrazione dell’Anno Santo è stata in sostanza un “fissare lo sguardo su Gesù”, “completamente rapiti” come vi scrivevo introducendovi al Giubileo “nella visione di Cristo crocefisso risorto”, perché si realizzasse in ciascuno di noi la profezia: “volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” [cfr. Lett. past. Niente sia anteposto a Cristo, intr.; d’ora in poi NAC]. Ora dobbiamo mettere a frutto questa contemplazione, rendendo testimonianza alla persona di Cristo perché “sentendoci parlare così”, chi ci ascolta segua il Signore.


9. All’ascolto infatti del testimone “i due discepoli … seguirono Gesù” [37b]. Quale profondità hanno queste semplici parole: “seguirono Gesù”! “Per la prima volta creature umane si liberarono di un legame umano per stringerne uno cristiano. Si tratta della prima conversione. Finora esse erano legate a un maestro terreno, e tale legame era buono e voluto da Dio. Ma esse lo abbandonano per stringere un legame più grande. Tale passaggio è un salto, non un semplice sviluppo. Non è passaggio da un maestro, dall’insegnante dell’elementari al professore della media. E’ la scelta dell’assoluto, attuato in un amore che è la totalità” [A. von Speyr, S. Giovanni. Esposizione contemplativa del suo Vangelo, vol. primo, Jaca Book ed., Milano 1982, pag. 142]. E’ la stessa esperienza vissuta da S. Paolo sulla quale abbiamo meditato durante l’Anno Santo [cfr. NAC pag. 7-10].


Il Grande Giubileo è stata la grazia della conversione a Cristo, l’inizio di una sequela più fedele di Cristo. E “una volta fatto il primo passo, una volta che ci si è messi in moto non è più possibile tornare indietro. Bisogna compiere tutti gli altri passi” [A. von Speyr, op. cit.., ibid. pag. 143]. Celebrato l’Anno Santo, “ora dobbiamo guardare avanti, dobbiamo “prendere il largo”, fiduciosi nella parola di Cristo: duc in altum … le esperienze vissute devono suscitare in noi un dinamismo nuovo … Gesù stesso ci ammonisce: “nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si svolge indietro, è adatto per il Regno di Dio (Lc 9,62)” [NMI 15,2].


La sequela di Cristo conduce fino al punto di vedere dove abita il Signore per fermarsi presso di Lui: “andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di Lui” [39]. Andare dietro Gesù, seguirlo nel senso profondo del termine porta a vedere con gli occhi della fede dove abita ed alla fine dimorare anche noi, rimanere anche noi dove Egli dimora.


Dobbiamo dunque capire che cosa significa dimorare dove Cristo dimora, e sapere come è possibile per noi suoi discepoli rimanere nella dimora di Cristo. Anzi rimanere in Cristo e Cristo in noi.


10. Fin dai primi versetti del suo Vangelo, Giovanni ci rivela dove Cristo dimora: Egli è “nel senso del Padre” [Gv 1,18b]. Nella sua vita terrena, Gesù parla spesso del luogo dove Egli è [cfr. per es. Gv 7,34.36; 12,26: il servo del Signore sarà là dove è il Signore stesso; 14,3: Gesù fa la grande promessa di prenderci con sé, perché anche noi siamo dove è Lui].


Ma fermiamoci a riflettere soprattutto sulla misteriosa espressione del prologo. Essa suggerisce il mistero della relazione intratrinitaria fra il Padre e l’Unigenito. Scrive stupendamente S. Giovanni Crisostomo: “dimorare nel seno è molto più che semplicemente vedere: infatti chi vede semplicemente, non ha una conoscenza perfetta di colui che è veduto; ma chi dimora nel seno, non ne ignora nulla. Quando dunque senti [il Vangelo] dire che nessuno conosce il Padre se non il Figlio, non intendere nel senso che conosce il Padre più di tutti, ma non così come il Padre è. L’evangelista dice che è nel seno del Padre per indicarci niente altro se non la famigliarità dell’Unigenito e la sua coeternità col Padre” [cit. da Catena aurea, op cit. pag. 343].


Il testo evangelico suggerisce per così dire che la dimora dell’Unigenito nel seno del Padre non è statica. Esso connota come un movimento eterno dell’Unigenito verso il Padre, dal quale Egli riceve tutto: il Vangelo in questo mirabile testo ci descrive l’Unigenito nell’atto eterno di ricevere dal Padre Se stesso, la vita divina.


Alla fine della sua vita terrena, Gesù ha pregato il Padre nel modo seguente: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io” [Gv 17,23a]. Notiamo come, secondo i testi evangelici, nel corso della sua vita terrena mai Gesù si era rivolto al Padre con questa parola: “voglio”. Egli lo ringraziava, lo benediceva, lo supplicava. Ma alla fine della sua vita, nel momento di compiere il supremo sacrificio, Gesù esprime con la massima forza possibile il suo desiderio supremo: che i discepoli siano con Lui, nel luogo stesso dove Egli dimora. Che siano così nel seno del Padre: “è questo infatti lo scopo dei doni divini: che ci uniamo in quell’unità che è conforme all’unità del Padre e del Figlio” [S. Tommaso d’A., Commento al Vangelo di San Giovanni/3, CN ed., Roma 1992, pag. 279].


Anche per noi, per ciascuno di noi Cristo ha pregato così; anche per questa santa Chiesa di Ferrara-Comacchio: perché essa, la sua Sposa, fosse dove Egli è, nel seno del Padre.


11. Come è possibile che l’uomo possa raggiungere questo luogo a cui è destinato? “A quelli che tendono verso di te, a quelli che anelano a te rispondi, ti prego: Rabbi, dove abiti? Tu rispondi subito, e dici: Io nel Padre, e il Padre in me. … Il tuo luogo quindi è il Padre, e tu sei il luogo del Padre; ma non è tutto perché anche noi siamo il tuo luogo, e tu sei il nostro” [Guglielmo di St. Thierry, Opere/3, CN ed., Roma 1998, pag. 189-190].


Tutta l’economia della salvezza è la risposta a quella domanda sul destino dell’uomo. Ed è questo l’Avvenimento che abbiamo celebrato in modo straordinario durante l’Anno Santo: il compimento del destino dell’uomo. Non è inutile richiamare brevemente la storia di questo compimento nei suoi momenti fondamentali. Lo possiamo fare attraverso la parabola evangelica della pecora smarrita [cfr. Lc 15,4-7].


In quell’”una” che si perde è rappresentato ciascuno di noi. L’uomo si perde quando lascia colui che “ha cento pecore”: quando rompe la sua appartenenza al pastore ed abbandona la sua santa città. Quando afferma se stesso negando ogni appartenenza. Ed il pastore che cosa fa? “va dietro a quella perduta, finché non la ritrova”. Viene suggerito con queste parole il mistero dell’incarnazione del Verbo. Egli “va dietro” all’uomo: ne percorre la stessa via. E poiché gli uomini “hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe” [Eb 2,14]. “Finché non la ritrova”: dove? Nella morte, poiché questa è la dimora definitiva di coloro che a ragione sono chiamati “mortali”. E infatti il Verbo fatto carne è giunto fino alla morte, “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” [ib.]. Ritrovata la persona umana nella sua dimora di morte, “se la mette in spalla tutto contento, va a casa”. Viene suggerito con queste parole il mistero della Risurrezione-Ascensione del Signore: la persona umana è in Cristo Risorto ed Asceso al cielo riportata a casa. “Dio” infatti “ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere in Cristo … con Lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù” [Ef 2,4-6].


Leggendo la commovente parabola riportataci dal Vangelo secondo Luca alla luce del Vangelo secondo Giovanni, possiamo capire il significato profondo delle parole: “se la mette in spalla e va a casa”. In queste è suggerita tutta la storia della nostra salvezza. “Egli … assume una forma che non gli appartiene [= va dietro a quella perduta], portando in se stesso tutto quanto me stesso con quello che mi appartiene [= se la mette in spalla], per consumare in se stesso il peggio … perché io partecipi a ciò che appartiene a Lui, tramite questa unione [= e va a casa]” [S. Gregorio Nazianzeno, Orazione 30,6; in Tutte le orazioni, ed. Bompiani, Milano 2000, pag. 725].


12. Vogliamo ora riflettere su come è possibile per noi oggi rimanere in Cristo ed essere con Lui ed in Lui “nel seno del Padre”. Solo così noi renderemo profondamente operante in noi la grazia dell’Anno Santo.


“Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori” scrive S. Paolo nella Lettera agli Efesini [3,17]: la dimora in Cristo e di Cristo in noi è posta in essere in primo luogo dalla fede. Carissimi fratelli e sorelle, vi prego di riflettere lungamente, profondamente, pacatamente su questo punto: è la fede che stabilisce originariamente la reciproca immanenza fra Gesù e i suoi discepoli.


Scrivendo ai cristiani di Corinto, l’apostolo afferma: “ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo” [1Cor 2,16b]. La fede è l’attitudine che consente al pensiero di Cristo di prendere possesso della mente dell’uomo: che introduce in questi il pensiero di Cristo. E’ la Verità stessa di Dio che diventa luce che illumina l’uomo.


La fede è in noi la luce divina che ci consente di capire noi stessi, gli altri, l’intero universo dell’essere creato e Dio stesso nella stessa luce divina, con uno sguardo divino. E’ precisamente a causa di questo che l’abitazione del discepolo in Cristo e di Cristo nel discepolo ha il suo inizio nella fede. Anche nella relazione fra le persone umane l’inizio della relazione medesima consiste nella reciproca conoscenza. L’uomo si apre alla presenza dell’altro in primo luogo attraverso la conoscenza reciproca in quanto è la conoscenza che fa essere in me l’altro come altro. Non solo, ma la priorità della fede per la nostra dimora in Cristo è comprensibile anche alla luce del modo con cui funziona, per così dire, il nostro spirito. Non è possibile decidere se non nella luce dell’intelligenza.


Leggendo attentamente la parola evangelica, comprendiamo meglio perché Cristo abita in noi e noi in Cristo mediante la fede.


In primo luogo Gesù ci dice che la conoscenza propria della fede deriva dall’accoglienza delle sue parole: “se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” [Gv 8,31]. Gesù dunque presuppone che colui che accoglie nella fede la sua parola, persevera in essa – dimora in essa – per lasciarsene impossessare pienamente.


In secondo luogo, ciò che è conosciuto dall’ascolto della parola di Gesù dimorando in essa, non è un oggetto distante da colui che conosce, che non lo riguarda; non è neppure qualcosa di cui possa disporre. Al contrario: Colui che attraverso la sua parola si rivela, dispone sempre più profondamente di chi lo conosce. Ascoltando la sua voce, l’uomo entra in un rapporto di reciproca conoscenza con Cristo: un rapporto che ancora una volta si modella sulla conoscenza reciproca fra Cristo e il Padre [cfr. Gv 10,14-16]. La persona conosciuta, Cristo, trasforma il conoscente, conformandolo a se.


In terzo luogo e di conseguenza, la conoscenza che è la fede ci radica in Dio stesso perché ce ne rivela il Mistero: “Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna” [1Gv 5,20].


Carissimi fratelli e sorelle, per rimanere in Cristo è necessario dunque in primo luogo nutrire continuamente la nostra fede. Ed il cibo che la nutre e la fa crescere è la Parola di Dio. Non solo la Parola di Dio scritta, ma anche la Parola di Dio trasmessa, la grande Tradizione della Chiesa, ed il Magistero interprete autentico della Parola di Dio. Immergiamoci in questa corrente di vita; non abbandoniamo mai questo pascolo di vita eterna.


13. La dimora in Cristo e di Cristo in noi mediante la fede raggiunge la sua pienezza attraverso l’Eucarestia. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me ed io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me” [Gv 6,56-57].


La parola di Gesù ci ha capire fino a che punto si è spinto il fatto che “ci ha preso sulle spalle e ci ha portato a casa”: come l’Eucarestia esprime e realizza il significato intero dell’Incarnazione del Verbo. Il fatto che il termine “carne” nel quarto Vangelo sia usato in riferimento a Cristo solo parlando dell’Incarnazione del Verbo e dell’Eucarestia dimostra lo stretto legame fra questi due misteri.


I Padri della Chiesa hanno costantemente insegnato che il Figlio di Dio diventa figlio dell’uomo perché il figlio dell’uomo diventi Figlio di Dio [cfr. per es. S. Gregorio Nazianzeno in Orazione 1,5 “diveniamo dei a causa sua, dal momento che egli è diventato uomo a causa nostra” vedi op. cit. pag. 5]. E la liturgia natalizia parla di un “mirabile scambio”. Questo scambio si compie per ciascuno di noi attraverso l’Eucarestia: è attraverso questo sacramento che la vita divina viene donata all’uomo. Il Figlio riceve la vita del Padre, così chi comunica al corpo e al sangue di Cristo riceve la vita dal Cristo. E come il Figlio è nel Padre, così il discepolo dimora in Cristo e Cristo nel discepolo e dunque nel seno del Padre. “Ricevere la vita da …” e “dimorare in …” si corrispondono perfettamente e si congiungono nell’Eucarestia.


Non posso esimermi dal sottoporre alla vostra lettura e meditazione una pagina di S. Ilario: “E’ indubitabile che “il Verbo si è fatto carne” e che noi con il cibo eucaristico riceviamo il Verbo fatto carne. Perciò come non si dovrebbe pensare che dimori in noi con la sua natura colui che, fatto uomo, assume la natura della nostra carne ormai inseparabile da lui, e unì la natura della propria carne con la natura divina nel sacramento che ci comunica la sua carne? In questo modo tutti siamo una cosa sola, perché il Padre è in Cristo, e Cristo è in noi. Dunque egli stesso è in noi per la sua carne e noi siamo in Lui, dal momento che ciò che noi siamo si trova in Dio” [Sulla Trinità VIII, 13; SCh 448, pag. 396-398].


L’insistenza con cui Gesù ci invita a ricevere il suo corpo ed il suo sangue sta però ad indicare che la reciproca dimora non di realizza una volta per sempre, ma deve essere continuamente custodita e nutrita. Di qui si comprende l’insistenza della Chiesa a ricevere nel modo dovuto con frequenza l’Eucarestia.


14. Ritornando ora al racconto della chiamata dei primi discepoli, dal quale ha avuto inizio la nostra riflessione, è necessario vedere come esso si conclude. Andrea, uno dei due, non poté tenere per sé quanto aveva sperimentato vivendo e dimorando con Cristo: “egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo) e lo condusse da Gesù”. In queste semplici parole è racchiuso tutto il mistero della missione del cristiano.


Andrea e l’altro discepolo hanno cercato [che cosa cercate?] ed hanno trovato. Chi? Il Salvatore dell’uomo; colui cioè che è la risposta piena a tutte le domande, a tutti i desideri del cuore e della mente. E non può tacere. Subito, la prima persona che incontra viene resa partecipe di quella scoperta, Andrea dice a Simone molto semplicemente: ho trovato il Cristo! Egli semplicemente narra quanto gli è capitato: “e lo condusse da Gesù”. Andrea è stato così preso [Paolo dirà “afferrato”: cfr. Fil 3,12] da non poter più tacere.


Ancora una volta il racconto diventa paradigmatico. Esso descrive interamente la missione cristiana. Per capire la quale è però necessario tener presente anche un’altra pagina del Vangelo.


L’ultima sera della sua vita Gesù per descrivere la reciproca immanenza fra Lui e i discepoli usa l’immagine della vite e dei tralci [cfr. Gv 15,1-16]. E’ la stessa vita che giunge ai tralci dalla vite, e i frutti sono della vite attraverso i tralci. Mediante il discepolo, mediante la missione cristiana, Cristo continua oggi la sua opera: far abitare l’uomo in Lui [“e lo condusse da Gesù”], nel seno del Padre. Poiché questa è la dimora cui ogni uomo è destinato; alla quale ogni uomo deve essere condotto.


III – CON CRISTO VERSO L’UOMO


“ci ha resi ministri di una Nuova Alleanza” [2Cor 3,6]


15. Carissimi fratelli e sorelle, alla luce della grande esperienza che abbiamo vissuto durante l’Anno Santo; alla luce della richiesta che il Signore ci rivolge di dimorare in Lui, vorrei ora dare alcuni orientamenti fondamentali per il nostro cammino post-giubilare, per un rinnovato slancio missionario della nostra Chiesa. La pericope evangelica che abbiamo meditato nel capitolo precedente offre per così dire il quadro fondamentale, paradigmatico del nostro programma. Non si tratta di un programma nuovo. “Il programma c’è già; è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere con Lui la vita trinitaria e trasformare con Lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste” [NMI 29,3]. Dimorare in Cristo per portare frutti di redenzione dell’uomo.


16. Andrea parlò subito alla prima persona che incontrò, perché era rimasto conquistato e trasformato dall’esperienza vissuta. Carissimi fratelli e sorelle, questo è il vero punto di partenza, fondamento e radice di tutto il cammino post-giubilare: l’esperienza vera, personale di una comunione con Cristo vivente oggi nella sua Chiesa. E’ la sua presenza nella nostra vita che ci salva, non il suo ricordo. E’ la sua presenza che invade tutta la nostra esistenza, la sostanza della nostra fede cristiana; la sua presenza: non in primo luogo un insegnamento da imparare e/o una morale da osservare. “Tutta la dottrina dogmatica della Chiesa, anche quando si esprime attraverso i suoi concetti e proposizioni le più astratte, non è altra cosa che l’esplicitazione della conoscenza concreta e personale che gli Apostoli hanno avuto dell’uomo Gesù e che hanno trasmesso come hanno potuto ai loro discepoli” [P. Rousselot, Petite théorie de dévoloppement du dogme, in RSR 53 (1965), pag. 364-365]. Le parole che S. Bernardo mette sulla bocca di Maria al momento dell’Annunciazione esprimono alla perfezione questa esigenza, questo desiderio originario di “essere – con – il Signore”, di “incontrare il Signore”, di “dimorare col Signore”, che ci definisce come cristiani: “il Verbo, che in principio era presso Dio, si faccia carne della mia carne secondo la tua parola; io invoco che in me si faccia non la parola parlata che passa, perché fatta di aria, ma sia concepito il Verbo che rimane, il Verbo rivestito di carne, non di aria; il Verbo che io possa non solo udire con l’orecchio, ma vedere con gli occhi, toccare con le mani, portare sulle spalle. Non la parola scritta e muta, ma la Parola incarnata e viva, stampata non in mute figure e tracciata su una pergamena senz’anima, ma impressa vivente … per opera dello Spirito Santo” [Super missus est homilia 4,11; in Sermoni per le feste della Madonna, ed. Paoline, Milano 1990, pag. 114].


A tutti i responsabili dell’educazione cristiana, in primo luogo sacerdoti, genitori e catechisti raccomando di non perdere mai di vista questo che è il centro della proposta cristiana. “Lo condusse a Gesù”: si educa a vivere con una Realtà che è la presenza di una Persona. Educare alla fede è educare ad un incontro, alla luce del quale interpretare e vivere ogni momento della vita.


17. Quest’esperienza non è facile oggi, anche se di essa l’uomo sente soprattutto bisogno; né è facile l’educazione ad essa. A causa anche di una cultura della menzogna sull’uomo, secondo la quale l’uomo è un individuo condannato alla prigione di una solitudine, dalla quale esce solo per il fortuito miracolo del convergere di egoismi opposti. E così al bisogno di un incontro si è creduto di poter sostituire delle regole. Che è come voler indicare la via senza conoscere la meta.


Anche per questa situazione culturale in cui viviamo è bene che richiamiamo brevemente alcune fondamentali indicazioni con cui la Chiesa da sempre ci ha “condotti a Gesù”, come Andrea ha fatto con Pietro. Esse costituiscono quindi delle vere e proprie priorità pastorali per la nostra Chiesa nel suo cammino post-giubilare.


18. Andrea ha condotto Simone a Gesù parlandogli di Lui. L’apostolo Paolo insegna che Dio rende gli apostoli partecipi del suo trionfo in quanto per mezzo loro si diffonde nel mondo il profumo della conoscenza di Cristo [cfr. 2Cor 2,14]. La comunicazione delle fede, il narrare quanto è accaduto, narrare cioè Gesù Cristo è la prima ed imprescindibile via per condurre l’uomo a dimorare con Cristo. “Io vi ho trasmesso…” scrive S. Paolo parlando del suo ministero apostolico “quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i mostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” [1Cor 15,3-4].


Due sono i ministri della parola che salva: chi ha ricevuto il sacramento dell’Ordine [vescovo-sacerdoti-diaconi] e chi ha ricevuto il sacramento del Matrimonio, per i propri figli [cfr. Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium 35,3]. Mi si consenta di rivolgermi in primo luogo a questi ministri della parola.


Noi amministratori dei misteri di Dio dobbiamo chiederci seriamente se Cristo e la sua opera di salvezza è veramente il tema centrale e costante della nostra predicazione; se “con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo” [2Cor 2,17]. E’ necessario che il Kerigma risuoni chiaramente ed esplicitamente nella nostra predicazione. Non possiamo dare per scontato nulla in un popolo che sta perdendo la conoscenza anche dell’alfabeto cristiano.


La prima testimonianza cristiana, la prima narrazione dell’Avvenimento si compie nella famiglia cristiana. Ho affrontato varie volte questo tema. Posso in questo contesto farlo assai brevemente, rivolgendomi agli sposi che vivono cristianamente il loro matrimonio.


La Chiesa genera la nuova persona umana in Cristo attraverso di voi, carissimi sposi cristiani. Voi la introducete all’incontro col Signore; certamente attraverso gesti semplici ed espliciti, quali la preghiera fatta assieme, ma anche e soprattutto cercando di permeare la vostra giornata, la vostra casa della presenza concreta del Mistero, della presenza di Cristo. Oh quanto è sacra la casa degli sposi cristiani, vera dimora di Cristo! In essa la nuova persona umana generata dal vostro amore impara veramente Gesù Cristo.


E’ assai opportuno che, anche a causa delle difficoltà che oggi i genitori cristiani incontrano nell’esercizio del loro ministero educativo, si uniscano in associazioni, abbiano momenti di incontro. E’ per questo che nella nostra Chiesa è nata da poco l’Associazione dei genitori “Luigi e Zelia Martin”, di cui raccomando la diffusione. E a partire dal prossimo anno 2002 nella domenica della SS. Trinità si terrà sempre l’incontro diocesano delle famiglie. Ogni parrocchia, ogni associazione e movimento deve fare propria questa iniziativa, evitando qualsiasi coincidenza.


19. Sia i sacerdoti, sia i genitori sono aiutati nel loro grande compito dai catechisti e dalla scuola cattolica.


Voglio ancora una volta esprimete la mia immensa gratitudine e stima per tutti i mostri catechisti e per l’Ufficio catechistico Diocesano che li orienta e li sostiene. E’ necessario che la catechesi trasmetta in primo luogo la fede della Chiesa nella persona e nell’opera di Gesù Cristo, insegnando fin dai primi anni di catechesi quello che sopra ho chiamato l’alfabeto del cristianesimo. I temi centrali della catechesi cristiana non sono la pace, la solidarietà, il rispetto per il creato. Sono Gesù Cristo, la sua morte e risurrezione per la nostra salvezza. Quando S. Paolo vuole contrapporre l’esistenza cristiana a quella pagana, richiama i fedeli al fatto che avevano imparato a conoscere Cristo, che in Lui erano stato istruiti, secondo la verità che è in Gesù [cfr. Ef 4,20].


L’altro grande aiuto viene ai genitori cristiani dalla scuola cattolica. La nostra Chiesa deve ringraziare il Signore per il dono fattale di una vasta rete di suole materne, e di alcune scuole di grado elementare e medio. E ringraziare le congregazioni religiose femminili e tutte le persone che con grande passione e sacrifici notevoli vi lavorano a vario titolo. La scuola della Chiesa mira all’educazione cristiana della persona: ad introdurre cioè la persona umana nella realtà dando della stessa realtà, presa nella sua interezza, l’interpretazione nella luce di Cristo. Non si tratta di un’interpretazione avventizia od opzionale: una fra le tante opinabili. E’ l’unica interamente vera, dal momento che, come insegna la S. Scrittura, tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo e tutta la realtà in Lui sussiste [cfr. Col 1,16.17]. Poiché l’educatore cristiano possiede la chiave di volta dell’interpretazione di tutta la realtà, egli non ne lascia cadere nessun frammento: è aperto a tutto. E’ cattolico.


Raccomando quindi ai genitori cristiani quando si tratta di scegliere la scuole per i propri figli, di considerare molto attentamente la scelta della scuola cattolica.


20. Ma ciò che ci conduce a Cristo, che ci fa stare con Lui e dimorare con Lui è soprattutto la preghiera. “Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: rimanete in me e io in voi [Gv 15,4]. Questa reciprocità è la sostanza stessa, l’anima della vita cristiana ed è condizione di ogni autentica vita pastorale. Realizzata in noi dallo Spirito Santo, essa ci apre, attraverso Cristo in Cristo, alla contemplazione del volto del Padre” [NMI 32].


Carissimi fratelli e sorelle, le nostre comunità cristiane devono essere in primo luogo scuole di preghiera, luoghi dove Cristo risponde alla nostra domanda di imparare a pregare. Dobbiamo chiederci seriamente se nelle nostre comunità si insegna ancora e si impara a pregare. Sto parlando dello stare con Cristo, ed in Lui e con Lui col Padre guidati dallo Spirito Santo. Dimorare con Cristo come fecero Andrea e Giovanni vuol dire in primo luogo rimanere nella preghiera. Una male intesa attuazione della Riforma liturgica sapientemente voluta dal Concilio Vaticano II, ha indotto molti a pensare stoltamente che la preghiera personale è inutile. In realtà senza di essa, anche la preghiera liturgica viene svuotata del suo significato vero e diventa inesorabilmente chiasso inconcludente e noioso.


Considero uno dei doni più grandi fatti dal Signore alla nostra Chiesa la presenza nella nostra città di tre monasteri di claustrali. A queste sorelle chiedo nel Signore, nel rispetto assoluto del loro carisma e quindi della loro Regola, di essere disponibili a chi chiede loro di essere educato alla preghiera. E’ questo il servizio più prezioso che possono farci.


L’iniziativa della “scuola di preghiera” che il nostro Seminario organizza in Avvento e Quaresima, soprattutto per i giovani, deve proseguire. So quanto è apprezzata da chi vi partecipa e quanti frutti sta portando.


21. Ma voglio soprattutto richiamare la vostra attenzione sulla celebrazione dell’Eucarestia, specialmente quella festiva. Essa è il principio e il fondamento di tutta la nostra vita. Infatti quando Cristo conduce il suo discepolo “alla mensa e gli dà in cibo il proprio corpo, lo trasforma interamente e lo muta nella propria sostanza. Il fango non è più fango: avendo ricevuto la forma regale, diventa il corpo stesso del re; e di questo nulla si può pensare di più beato… Infatti alla mensa è legata la promessa di far abitare noi nel Cristo e il Cristo in noi” [N. Cabasilas, La vita in Cristo, CN ed. Roma 1994, pag. 185].


E’ necessario che ci interroghiamo molto seriamente sulla qualità delle nostre celebrazioni eucaristiche: i frutti dell’Anno Santo dipendono in larga misura da essa. L’Ufficio Liturgico Diocesano e la Commissione Liturgica saranno nei prossimi mesi incaricati ad aiutarci in questo serio e grave esame di coscienza. Sono convinto sempre più che la principale causa della crisi di fede in cui versa il popolo cristiano sia il modo con cui è stata applicata la riforma liturgica voluta dal Vaticano secondo. Uomini prudenti, santi e dotti convergono sempre più in questa diagnosi, ponendo così un problema centrale per la comunità del dopo Giubileo.


Anche noi dobbiamo chiederci: la nostra celebrtazione dell’Eucarestia è teologicamente corretta, umanamente bella, spiritualmente edificante? Ma prima di aiutarvi a rispondere alle tre domande fondamentali del nostro esame di coscienza, dobbiamo premettere una riflessione semplice ma di notevole importanza.


Esiste una disciplina sacramentale. “Il soggetto che compie l’azione liturgica della preghiera, non è il semplice totale di tutti i singoli partecipanti della stessa fede. E’ l’insieme dei fedeli, ma in quanto la loro unità ha un valore autonomo, prescindendo dalla quantità dei fedeli che la formano: la Chiesa” [R. Guardini, Uno sguardo cristiano sul mondo, ed. Messaggero, Padova 1988, pag. 233-234]. L’osservanza della disciplina sacramentale è una essenziale espressione della dimensione ecclesiale della liturgia. Nella preghiera privata possiamo dare liberamente spazio alla soggettiva esperienza di fede; nella preghiera liturgica, no.


Ma in particolare vorrei attirare la vostra attenzione sul modo con cui molti fedeli ricevono l’Eucarestia sulle mani: esso denota non raramente un’assenza totale di rispetto. Chiedo ai sacerdoti di fare almeno due volte all’anno una spiegazione ai riguardo, perché non sia costretto a proibire di ricevere l’Eucarestia nelle mani.


Ai sacerdoti poi chiedo di attenersi fedelmente al Can. 905 per il numero delle celebrazioni eucaristiche quotidiane. E’ assolutamente proibito, senza una facoltà speciale, celebrare quattro volte nello stesso giorno di precetto: non ci sono mai ragioni per farlo di propria iniziativa.


Ma ritorniamo ora all’esame di coscienza sulla nostra celebrazione dell’Eucarestia.


E’ teologicamente corretta? Esiste una dottrina della Chiesa sull’Eucarestia che ogni nostra celebrazione deve chiaramente esprimere. La chiave di volta di quella dottrina è costituita dall’affermazione di fede che l’Eucarestia è il sacramento del sacrificio di Cristo offerto al Padre e dona Se stesso in cibo sotto le speci del pane e del vino. “Dobbiamo dunque considerare l’Eucarestia come azione di grazie e lode al Padre, come memoriale del sacrificio di Cristo e del suo Corpo, come presenza di Cristo in virtù della potenza della sua Parola e del suo Spirito” [Catechismo della Chiesa Cattolica 1358]. Nelle nostre celebrazione risulta chiaro, evidente che il centro è il sacrificio di Cristo, atto supremo di tutta la creazione? Risulta chiaro ed evidente dalla grande atmosfera di adorazione, di pace e raccoglimento?


E’ umanamente bella? La bellezza delle nostre celebrazioni non è un dettaglio secondario. E’ la qualità intrinseca di ogni celebrazione: questa infatti esprime lo splendore di un atto cui “e cielo e terra han posto mano”. Sono belle le nostre celebrazioni per la gravita e dignità dei nostri gesti? Per la bellezza dei canti e della musica? per la proprietà dei mezzi [paramenti, vasi sacri] usati? Essendo l’atto più grande che sia dato all’uomo di compiere tutto in esso deve essere perfetto.


E’ spiritualmente edificante? L’edificazione spirituale è opera della carità che viene infusa dallo Spirito Santo nei cuori dei partecipanti all’Eucarestia. Ma questa edificazione, che è la grazia propria e specifica del sacramento, deve essere favorita. Una celebrazione è spiritualmente edificante quando non è “volgare” nei linguaggi usati: esiste una lingua liturgica che non è, non deve essere la nostra lingua quotidiana; quando chi vi partecipa si sente come “elevato” dentro alla Realtà di un Mistero spesso appannato ai nostri occhi, ipnotizzati come sono dalla realtà sensibile. Né si dica che questo aliena l’uomo. E’ vero esattamente il contrario. La persona che ha celebrato bene l’Eucarestia ne esce con un nuovo gusto di vivere perché della vita ha percepito l’intima verità e bontà.


Non posso esimermi per concludere questo punto dal sottoporre alla vostra lettura e meditazione un testo che mostra l’intima bellezza della celebrazione eucaristica e la sua forza edificante: “In tutti questi riti [il sacerdote] descrive sensibilmente, portando sotto i nostri occhi, Gesù il Cristo, la nostra vita intelligibile nascosta in una immagine, che si è fatto uomo come uno di noi per amore degli uomini, prendendo una perfetta ed inconfusa natura umana come la nostra, e uscendo dal mistero della sua divinità … Con questa benefica operazione in favore dell’uomo ha chiamato il genere umano a partecipare a lui e ai suoi beni personali” [Dionigi Areopagita, Tutte le opere, ed. Rusconi, Milano 1981, pag. 191-192].


Carissimi fratelli e sorelle, la nostra celebrazione soprattutto festiva dell’Eucarestia deve diventare sempre più il centro della nostra Chiesa, della nostra vita.


IV – L’UOMO CHE TROVIAMO


“Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse “dove sei?”” [Gen 3,9]


22. La nostra celebrazione del Giubileo ha voluto avere una dimensione essenzialmente missionaria [cfr. NAC 20]. Il nostro cammino post-giubilare è precisamente definito da questa dimensione. In che cosa essa consiste?


La persona umana, ogni persona umana è stata pensata e voluta, creata in Cristo (cfr. Ef 1,3-5). Cristo è il luogo originario dell’uomo, la patria della sua identità.


La prima parola che il Creatore rivolge all’uomo subito dopo il peccato è quindi la domanda sul luogo dove si era posto: “dove sei?”. L’uomo col peccato abbandona la patria della sua identità, nega la verità della sua origine e va in un paese straniero: nella regione della dissomiglianza da Cristo [cfr. S. Agostino, Confessioni XII, VII 7; ed. Mondadori, Milano 1997, vol. V, pag. 13].


Ed Andrea, l’archetipo del vero discepolo, che cosa fa? “lo condusse a Gesù” perché abitasse con Lui, dimorasse in Lui.


Alla luce della parola di Dio, questi dunque sono i tre momenti costitutivi del cammino missionario post-giubilare della nostra Chiesa. Di questo cammino voglio ora solo indicare alcune priorità, chiedendo soprattutto ai Movimenti ecclesiali di approfondire questa dimensione post-giubilare. Essi infatti hanno nella Chiesa questo carisma in modo singolare [cfr. la mia relazione tenuta al Seminario internazionale di studio organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici a Roma 17-06-99; in Bollettino Ecclesiastico . nuova serie, XIII – N. 1/2, pag. 261-264].


23. L’uscita dell’uomo dalla patria della sua identità ha assunto oggi una configurazione precisa, che la nostra Chiesa deve conoscere se, come Andrea, vuole condurre l’uomo a Gesù. Lasciamoci guidare dalla parola di Dio.


Nella S. Scrittura si parla almeno tre volte del “principio”. All’inizio del sacro Libro: “In principio Dio creò il cielo e la terra” [Gen 1,1]. Esiste poi una pagina stupenda del Libro dei Proverbi, dove si dice [è la Sapienza che parla]: “Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora. Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli inizi della terra” [8,22-23]. Il quarto vangelo inizia poi nel modo seguente: “In principio era il Verbo”.


Dal confronto di questi tre testi noi giungiamo ad una conclusione: tutto ciò che esiste possiede una sua intrinseca intelligibilità essendo stato misurato sul Verbo che è la Sapienza. Ora ciò che costituisce l’originalità dell’uomo è che di questa Sapienza egli è partecipe. La partecipazione alla luce divina del Verbo si chiama ragione. L’uomo è radicato nella sua dimora, nella patria della sua identità attraverso la sua ragione. Non c’è nell’uomo qualcosa di più prezioso della sua ragione.


L’uomo che esce da Cristo è l’uomo che abdica alla sua ragione: all’uso della sua ragione. L’alienazione dell’uomo da se stesso oggi si rivela in primo luogo nella crisi di ragionevolezza e quindi di verità: la rassegnazione a vivere giudicando la passione per l’uso della propria ragione e per la verità una passione inutile. Quanti di voi, sacerdoti, catechisti, insegnanti mi avete detto che i nostri ragazzi e giovani non sanno più far uso della ragione!


La prima esigenza missionaria è condurre l’uomo a Gesù attraverso il recupero della ragionevolezza: la fede non è emozione! In ordine al culto che dobbiamo a Dio non è indifferente ciò che pensiamo di Lui; non tutto è questione di opinione. La grande evangelizzazione del mondo pagano occidentale fatta ad iniziare dagli Apologisti, dopo l’età apostolica, è nata tutta da questa certezza: la religione cristiana poteva/doveva essere accolta perché semplicemente è la religione vera. Su un grande quotidiano italiano, un credente scriveva recentemente: “Quando San Paolo, obbedendo a un avvertimento ricevuto in sogno, s’imbarcò a Troade, nell’anno 49 dell’era cristiana e arrivò a Filippi, rivoluzionò il corso della storia e segnò l’inizio di una nuova era nella storia del mondo e, soprattutto, dell’Occidente. In un mondo statico, introdusse un fenomeno storico totalmente nuovo, mai visto prima e assolutamente sconosciuto: la missione, ovvero l’idea che una proposta, una risposta fosse adeguata ai destini di ogni uomo sotto qualsiasi cielo, condizione e latitudine si trovassero” Questa proposta è universalmente proponibile, perché è vera. Se si toglie alla proposta cristiana questa dimensione veritativa, essa diventa inevitabilmente un’opinione accolta emotivamente.


Mi rivolgo in primo luogo agli insegnanti di religione. Conosco le difficoltà del vostro lavoro; so con quanta competenza e passione lo fate. Il vostro lavoro non è catechesi. A voi è chiesto, in modo particolare, di mostrare la ragionevolezza della fede cristiana.


Ed anche a chi ha responsabilità educative nei confronti dei giovani chiedo di aiutarli molto accuratamente non a sentire la fede, non solo a praticarla, ma prima di tutto a pensarla.


24. Partendo ancora una volta dalle insondabili pagine della Genesi, noi vediamo che la persona umana è “nel suo principio” uomo-donna. Quest’unità duale [la stessa natura in due forme diverse] pensata in Cristo trova in Cristo la sua definitiva realizzazione [cfr. Ef 5,30-31].


L’uomo che esce da Cristo è l’uomo che distrugge quest’unità duale o nel senso della negazione della dualità [= nobilitazione della omosessualità] o nel senso della negazione dell’unità [= nobilitazione dell’individualismo]. La crisi del matrimonio e della famiglia, una crisi senza precedenti nella sua gravità, è l’altro fondamentale segno che l’uomo sta abbandonando la verità del suo principio.


L’altra grande esigenza missionaria della nostra Chiesa post-giubilare deve quindi essere l’evangelizzazione del matrimonio e della famiglia. Grazie a Dio, già molto si sta facendo: ringrazio sacerdoti, laici, sposati e non che stanno lavorando in questo campo. Ringrazio per il lavoro svolto la Commissione diocesana e l’Ufficio della famiglia. Non è questo il luogo per prolungarmi ulteriormente. Ho già parlato di questo molte volte e in vari luoghi. E’ sufficiente in questa Lettera dire ancora una volta che questa è una priorità pastorale.


25. L’unità duale di cui ho parlato è il simbolo reale della vocazione della persona umana alla comunione interpersonale. E’ una grande sfida che viene lanciata alla nostra comunità cristiana: la ricostruzione di un sociale umano vero, capace di vincere l’individualismo sempre più invasivo. E’ in questo contesto che si pone la testimonianza e l’impegno del discepolo, che dimora in Cristo, nell’ambito sociale e politico nel senso alto del termine. E’ la terza grande esigenza missionaria della nostra Chiesa post-giubilare: evangelizzare la socialità umana per reintegrarla nella sua verità.


Ciò esige in primo luogo un grande impegno culturale e di seria preparazione nei fedeli laici. Uno strumento dovrà essere la scuola di formazione sociale che ha ripreso a funzionare.


26. Non vorrei che quanto detto sopra facesse dimenticare anche per un solo momento l’importanza primordiale della parrocchia. Essa rimane il luogo fondamentale in cui Cristo chiama l’uomo a vivere nel suo Corpo che è la Chiesa; il punto di tangenza e di ingresso del Mistero che ci salva dentro la vita umana nei suoi momenti fondamentali.. Una Chiesa particolare che dimenticasse questo posto centrale della parrocchia sarebbe continuamente insidiata dal rischio di evadere dalla storia degli uomini, di collocarsi fuori della logica dell’Incarnazione.


Mi rivolgo in questo momento ai nostri parroci, pensando con profonda ammirazione al loro impegno quotidiano, spesso nascosto e noto solo al Signore: siate benedetti nella vostra preziosa fatica discreta, tenace e spesso irrorata da lacrime e sofferenze che vi uniscono in modo speciale al Redentore. Le Visita pastorali che sto facendo mi hanno fatto conoscere ancor più il ministero di questi veri eroi che lavorano ogni giorno esposti al rischio della stanchezza e dello scoraggiamento. Consentitemi che io ponga questa Lettera in primo luogo nelle vostre mani.


27. A tutti, ai sacerdoti e ai diaconi, ai religiosi e alla religiose, agli sposi e ai genitori, ai nostri giovani soprattutto, dico con le parole di un grande poeta cristiano della Chiesa dei Padri, Romano il Melode [490 ca-555/562]: “Affermate alla presenza dell’intero popolo ciò che avete visto e udito. O discepoli, non nascondete la lucerna sotto il moggio. Ciò che dite nelle tenebre, proclamatelo all’aperto. Uscite dunque con coraggio. Non vi tenete al riparo e ostentate coraggio. Parlate ad alta voce, mentre le porte sono chiuse. Gridate: “abbiamo veduto il Creatore”. L’evento sia chiaro a tutti e lo apprenda il creato, i mortali sappiamo gridare al Risorto: “Signore sei tu, e nostro Dio” [Inno “Il dubbio di Tommaso” 5, in Inni, ed. Paoline, Roma 1981, pag. 453].


Conclusione


Carissimi fratelli e sorelle, la celebrazione del Grande Giubileo ci ha fatto vivere un incontro straordinario con Cristo. Ora siamo entrati con Lui nel nuovo millennio: seguiamo la sua via con coraggio per giungere in Lui ad ogni uomo, a tutto l’uomo. “Questa strada, lungo la quale Egli stesso si mostra a noi, Lui che è la salvezza di Dio, non è priva di bellezza e dignità, anzi è così splendente che la sua luce riempie tutto il mondo” [S. Bernardo, Discorso per il primo di Novembre 2, Opera Omnia V, Edd. Cistercienses, Romae 1968, pag. 305].


Abbiamo affidato a Maria la nostra Chiesa perché l’accompagnasse nel nuovo millennio: sia essa la stella che ci orienti continuamente.


Ferrara, dal Palazzo Arcivescovile
3 luglio 2001
Festa di S. Tommaso Apostolo