San Giovanni Battista della Concezione mistico e riformatore esemplare.

Il IV Centenario della Riforma dei Trinitari (1599-1999)

di JUAN PUJANA



In quest’anno 1999 ricorre il IV Centenario del breve Ad militantis Ecclesiae regimen (20 agosto 1599) con cui il Papa Clemente VIII eresse la «Congregazione dei frati riformati e scalzi dell’Ordine della SS. Trinità». Il promotore della riforma fu san Giovanni Battista della Concezione, noto perciò come il Riformatore dei Trinitari. La sua feconda esistenza si svolge nel contesto della Chiesa postridentina e della Spagna dei re Filippo II e Filippo III.

Nasce in seno ad una numerosa famiglia di Almodóvar del Campo (Ciudad Real) il 10 luglio 1561. L’esempio di pietà religiosa e di solidarietà verso i meno abbienti offertogli dai genitori, Marco e Isabella, fu determinante per l’orientamento del suo cuore fin dai primi anni di vita.
Il clima religioso, che dominava nella società, rese ancora più naturale la sua apertura al senso cristiano dell’esistenza. Fin dal periodo dell’adolescenza frequentò il convento dei carmelitani scalzi di Almodóvar, desiderando persino indossare il loro stesso abito religioso. Ma, nonostante avesse l’autorizzazione dei genitori per farlo, non si compirono tali desideri. Nemmeno lui saprà spiegare il perché, limitandosi ad invocare i sovrani e segreti disegni di Dio. Nel paese, anzi nella propria casa, conobbe, nel giugno 1576, santa Teresa di Gesù, ai cui libri ed esempi si rifarà nell’avvenire sempre più spesso e con crescente devozione. A 19 anni di età indossa l’abito trinitario a Toledo, dove successivamente fa il suo noviziato, accompagnato nella vita comunitaria da vari religiosi di santa vita e di ardente amore all’Ordine, come, ad esempio, san Simone de Rojas e i futuri martiri Bernardo Monroy e Juan Palacios. Il maestro di novizi, P. Alonso de Rieros, impresse in lui un grande amore alla Regola primitiva dell’Ordine e a Cristo crocifisso. La sua consacrazione alla SS. Trinità con la professione religiosa perpetua (29 giugno 1581) fu l’opzione esistenziale di un giovane innamorato della persona di Gesù di Nazaret. Poi visse la sua vocazione, durante 16 anni nell’antica osservanza dell’Ordine, dedito soprattutto al ministero della predicazione, per il quale tutti lo consideravano particolarmente dotato. Tra l’altro, possedeva un’ottima formazione filosofico-teologica, acquisita nelle università di Baeza, Toledo e, soprattutto, Alcalá de Henares, nonché invidiabili talenti morali (integrità di vita e zelo sacerdotale) e umani (vivacità intellettuale, padronanza della lingua, capacità di persuasione), che lo resero meritevole di essere riconosciuto come «il teologo» ed uno dei migliori predicatori dell’Ordine. Se si aggiunge la sua salute malaticcia, si capisce che si sentisse con la coscienza a posto e perfettamente realizzato nel contesto di vita dei trinitari calzati, senza pensare ad una possibile riforma personale e con scarso interesse per quella istituzionale richiesta dal Concilio di Trento e dai pontefici successivi, in modo particolare da Clemente VIII, felicemente regnante. Solo più tardi, nell’ottica di frate riformato (1604), scoprirà delle ombre nel suo periodo di calzato, con cedimenti personali a ciò che chiama la «tirannide dello spirito del mondo». Quando nel 1594 furono finalmente introdotte nelle provincie trinitarie di Spagna le cosiddette case di «recollezione» ove poter abbracciare un’osservanza più compiuta della Regola primitiva, Giovanni Battista approvò l’iniziativa, ma senza sentirsene coinvolto e senza sperimentare un impulso interiore a cambiare stile di vita. Nel gennaio 1596, mentre a Siviglia trascinava il popolo con le sue infiammate prediche, sentì all’improvviso il primo desiderio di passare alla riforma, «ma – confessa – chiaramente lo rigettai».
La sua opzione per la riforma fu dovuta ad una chiamata straordinaria di Dio, in netto contrasto con le sue inclinazioni, come egli stesso racconta nei suoi scritti autobiografici. Un giorno del febbraio 1596, nelle vicinanze della cittadina di Ecija (Andalusia), suonò per lui l’ora intrasferibile di Cristo sotto il segno di un improvviso temporale scatenatosi per lui (così lo percepisce). Ed è proprio allora che, così accerchiato, quale un altro Saulo sulla strada di Damasco, disse il suo fiat a Cristo e si consegnò alla guida dello Spirito: «Mio Signore, sarò riformato a Valdepeñas, come vuoi tu». Fu una decisione presa con tutto il suo essere, in modo che – ricorda – «passò il temporale ed io rimasi frate riformato con voto e obbligo e con desiderio e ferma volontà». Fin da quel momento la sua vita segna una traiettoria di incrollabile fedeltà a Cristo. Arriva al convento recolletto di Valdepeñas (26 febbraio 1596), senza pensare ad una possibile riforma né personale né istituzionale, «ad essere – come scrive – scalzo per davvero». E quindi, si spoglia di tutto ciò che riteneva suo (fama, amicizie, titoli) e si incatena al Cristo nudo della croce. Abbraccia in tutto il suo radicalismo evangelico la Regola primitiva di san Giovanni de Matha. Quando viene nominato ministro della casa, le sue premure puntano all’impiantazione di solide basi spirituali nella comunità: preghiera, povertà, umiltà, penitenza, spirito fraterno. Non si sposa con l’ipocrisia dei riformati che chiama emprestados (solo di nome). «Apparire poveri e riformati e non esserlo nella realtà, è prova di cattiva coscienza», dice. Prega così: «Signore, che io ami te e che sia povero, tanto povero da non possedere che un breviario!». Si stringe al cuore materno di Maria Vergine, nella consapevolezza che unicamente con il suo aiuto gli sarà possibile il percorrere il sentiero della fedeltà alla chiamata dietro al suo Figlio. «Scelgo questa Signora per porre nelle sue mani la mia anima», dichiara.

A Roma, in attesa dell’approvazione pontificia della riforma (tra il 1598 e il 1599), dovette superare indicibili prove e tentazioni ad opera dei trinitari calzati, di agenti della Santa Sede, dei carmelitani scalzi del convento di Santa Maria della Scala, dove risiedeva, ma quelle più intime e dolorose riguardarono le cosiddette notti dello spirito, comprese inaudite vessazioni diaboliche. Ebbe a che fare con la notte purgativa dell’anima, sommerso in un mare di scrupoli, aridità e angosciose solitudini, con fortissime tentazioni contro la fede, con terrificanti rappresentazioni dei propri peccati passati. Abbandonato dai propri collaboratori e perseguitato spietatamente dai confratelli calzati, ebbe momenti di vacillazione vocazionale. L’ancora di salvezza fu la sua piena sottomissione alla volontà di Dio, di cui è espressione questa preghiera: «Tu, Signore, sai che desidero fare soltanto la tua volontà, anche se ciò mi costasse mille vite? Dammi, Signore, la tua luce. Sappia io compiere la tua santa volontà! Per farla, non mi preoccupano tutti i travagli del mondo. Soltanto voglio piacerti e non deviarmi minimamente dal tuo volere».

Supera la crisi con una nuova e definitiva opzione radicale. In visione intellettuale istantanea gli vengono mostrati i due possibili percorsi che partono dal bivio in cui si trova: se decide di rimanere a Roma con i carmelitani scalzi, «avrà una vita piena di riposo, onore e gloria, con delle vistose manifestazioni di virtù e santità»; se, invece, si mantiene nell’idea di continuare con il progetto della riforma, lo aspetta «una vita lunga colma di travagli e patimenti». Ma la sua elezione è, ancora una volta, pronta e decisa: «In quel preciso istante mi innamorai della vita di travagli, l’accettai, la desiderai, la scelsi, l’abbracciai, l’amai e la riverii in nome di Gesù Cristo». Non esita ad abbandonare il «Dio molto zuccherato e molto sensibile» della vita ritirata in convento per «la croce così nuda» del servizio doloroso ai fratelli. E non per questo si sente un eroe: «È chiaro, Signore, che se io ti amo, non devo desiderare in questa vita onore e gloria, ma patire per il tuo amore». È il «o soffrire o morire» di santa Teresa, è la strada seguita da tutti santi.

Gli anni successivi, spesi per il consolidamento e l’estensione della riforma trinitaria, svelano fino a che punto la croce è il segno distintivo della sua vocazione-missione. La sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa gli attirano innumerevoli critiche e umiliazioni, fino ad essere malmenato dai trinitari calzati in Valladolid e, addirittura, tradito e ingiuriato dai propri figli riformati. Quando nel 1608 alcuni dei trinitari scalzi tramano il disfacimento della riforma servendosi di una visita apostolica d’ispezione, l’amarezza tocca il fondo del suo cuore, ma la sua reazione si risolve in un atto di abbandono filiale nelle mani di Dio e di eroico amore ai propri figli-avversari: «Orsù, Padre mio e Dio mio, ti offro d’oggi in poi con grande sincerità di amare i miei nemici, e non qualsivoglia nemico ma coloro che da amici e benefattori, per i quali mi sono sviscerato, si sono fatti nemici». Una volta raggiunto il numero di otto conventi con un minimo di dodici frati per ciascuno, come prevedeva il breve Ad militantis Ecclesiae regimen, nel novembre 1605 fu celebrato il primo capitolo provinciale, che elesse il nostro santo primo ministro provinciale degli trinitari scalzi. In tal modo, con la costituzione di una provincia autonoma, si raggiunse un’indipendenza quasi totale dai trinitari calzati, nonostante che gli scalzi continuassero sottomessi formalmente all’unico superiore generale esistente. Nel momento della sua morte, avvenuta il 14 febbraio 1613 nella casa da lui fondata a Córdoba, san Giovanni Battista della Concezione lasciò 19 conventi di trinitari scalzi e un monastero di trinitarie contemplative (quello di Madrid).

La formulazione definitiva della Regola dell’Ordine per gli scalzi fu offerta dal papa Urbano VIII con la bolla Salutaribus apostoli monitis (25 settembre 1631). Lo stesso pontefice, con il breve Ex quo regimen del 29 febbraio 1636, concesse ai trinitari riformati la loro piena autonomia dal ramo dei calzati, con facoltà per eleggere il primo superiore generale. Di conseguenza, nei secoli successivi, sono esistiti, quali due ordini religiosi autonomi, i trinitari calzati e i trinitari scalzi. I calzati, tuttavia, si estinsero un secolo fa (1894), per cui attualmente rimangono soltanto i trinitari provenienti dalla riforma promossa da san Giovanni Battista della Concezione. Sono loro i depositari del carisma di san Giovanni de Matha, sorto nella Chiesa ottocento anni or sono.

 

 

L’opera letteraria riflette la sua esaltante esperienza di Dio


ARSENIO LLAMAZARES

 

S. Giovanni Battista della Concezione, oltre che riformatore dell’Ordine Trinitario, è stato anche uno scrittore prolifico. I suoi manoscritti occupano 8 grossi volumi, per un totale di 2.636 pagine di 30×21 cm. (più un nono volume apografo), che si conservano, in buono stato, nel convento di san Carlino a Roma. Queste opere, dal punto di vista letterario, si collocano nell’epoca di transizione tra il Rinascimento e il Barocco, un’epoca che vide nascere, fiorire ed estinguersi il meglio della lingua spagnola, e che regalò alla letteratura universale alcuni tra i più grandi scrittori. Ad una tale fioritura letteraria, però, non corrispose una produzione di opere ascetico-mistiche di pari valore a cavallo tra il ‘500 e il ‘600. La Spagna che nel ‘500 aveva dominato anche spiritualmente la scena europea, sembrava aver esaurito, con la fine del secolo, quella vena che aveva prodotto autori del calibro di Bernardino de Laredo, Tomás de Villanueva, Juan de Avila, fray Luis de Granada, fray Luis de León, Teresa de Jesús, Juan de la Cruz e tanti altri.

Un genere letterario che era in declino

Non che mancasse nel Seicento spagnolo la prosa ascetica; ma questo genere letterario nel corso dei secoli XVII e XVIII, divenne sempre meno genuino attingendo, come faceva, largamente al linguaggio speculativo dei trattati in latino e alle sottigliezze teologiche, o limitandosi allo sfoggio di una grande erudizione fine a se stessa. Mentre non scarseggiano polemiche di carattere teologico e morale, si fa sempre più povera la lista di titoli e di nomi della letteratura mistica in lingua volgare, che sembra avviarsi al declino.

Sebbene tardivamente, le opere del Riformatore trinitario vengono a risollevare le sorti della letteratura in lingua volgare e della mistica, mentre stavano scomparendo gli ultimi fulgori della grande stagione letteraria e dell’ardore mistico che avevano caratterizzato l’epoca di Filippo II. Soprattutto in seguito alla canonizzazione del Riformatore trinitario nel 1975 è sorto, dentro e fuori dell’Ordine, un ampio movimento di interesse per i suoi scritti, parimenti alla richiesta di una loro nuova edizione con criteri moderni ed affidabili. A questo interesse risponde la prima edizione completamente critica delle opere di s. Giovanni Battista della Concezione curata dai religiosi trinitari spagnoli Juan Pujana e Arsenio Llamazares.

 

Contenuto dei volumi


Primo volume

Il primo volume, apparso nel 1995, si apre con un’ampia introduzione generale contenente una cronologia della vita del santo, ed una presentazione dei suoi scritti, con studi accurati riguardo all’autenticità e alle vicende dei manoscritti e al loro profilo interno: i motivi e scopi della loro stesura, la loro base esperienziale, le fonti letterarie, lo stile. Vengono indicati poi alcuni criteri adottati per la trascrizione dell’ortografia originale e viene presentato il riordinamento dei vari trattati rispetto all’unica edizione finora esistente, quella non critica del 1830-31.

Nella seconda parte del volume vengono pubblicati quelli che gli editori chiamano «scritti spirituali»: 1) La ferita d’amore; 2) La conoscenza interiore soprannaturale; 3) Dialogo tra Dio e un’anima afflitta; 4) Il raccoglimento interiore; 5) Alcune sofferenze del giusto nel cammino della perfezione; 6) Trattato dell’umiltà; 7) Notte dello spirito nello stato estatico; 8) La preghiera di richiesta; 9) Errori nel governo e nella direzione delle anime.

Ogni trattato è preceduto da una breve introduzione nella quale, dopo aver situato l’opera all’interno del complesso degli scritti del Santo e dopo aver presentato lo schema delle materie trattate, si indicano, quando è possibile, il luogo e la data della sua composizione, poiché, in genere, l’Autore non dice né dove né quando scrisse i suoi trattati e tali informazioni devono, pertanto, essere dedotte da indicazioni implicite nel testo. Nei casi in cui l’Autore ha tralasciato di apporre un titolo al trattato, vengono chiariti i motivi per cui gli editori ne hanno scelto uno, sempre basandosi sull’analisi interna dell’opera.

L’esperienza vissuta base di tutta l’opera

Lo stesso sistema viene utilizzato anche per fornire, quando è il caso, la base esperienziale dello scritto, citando avvenimenti della vita dell’Autore. Il santo Riformatore, infatti, quando scriveva, non lo faceva in base a schemi intellettuali studiati in precedenza e strutturati criticamente, bensì, senza pretese letterarie ma con grande capacità espressiva, cercava, fondandosi sulla propria esperienza personale, di esortare i suoi religiosi a vivere in comunione con Dio, scrivendo in forma colloquiale, diretta, senza cautele, con libertà, spontaneità, e talvolta in modo pittoresco. I trattati sono corredati di un apparato critico e di riferimenti alle fonti: citazioni di altri autori (religiosi e profani), della Sacra Scrittura, ecc.

Secondo volume

Pubblicato nel maggio del 1997 con il titolo globale La riforma trinitaria, esso raccoglie, in 1206 pagine, i seguenti scritti: 1) Necessità della riforma per tutti gli Ordini; 2) Memoria delle origini della riforma trinitaria; 3) Le mortificazioni pubbliche; 4) La continua presenza di Dio; 5) Aiuto di Dio alla riforma trinitaria; 6) Cinque questioni sulla riforma; 7) Risposta a sei difficoltà sulla riforma; 8) Due frammenti.

Nel complesso, i trattati qui presentati riflettono l’esperienza dell’Autore, tanto nel suo vissuto personale quanto nei suoi rapporti con altre persone, per cui lo svolgimento delle idee che vengono via via esposte non si attiene ad un piano prestabilito.

Testimonianze personali

La maggior parte delle pagine sono autobiografiche, con particolare evidenza nella Memoria, ma anche negli altri trattati pubblicati in questo volume. Si tratta certamente di testimonianze personali soprattutto nei casi, che non sono pochi, in cui l’Autore parla di cose relative alla propria anima. Ma molte delle allusioni che fa, sebbene velate, appaiono con sufficiente chiarezza come riferite alla sua persona, alla scalzatura trinitaria, a ciò che stava accadendo intorno a lui.

Le origini della riforma dell’Ordine

Ne consegue, senza alcun dubbio, che per l’Ordine trinitario e per gli studiosi della storia e dello spirito della sua riforma, in questo volume si trovano i testi più interessanti. Un particolare interesse riveste in tal senso la Memoria delle origini della riforma trinitaria (pp. 23-538), nella quale il Riformatore racconta la nascita della scalzatura con una vividezza veramente degna dei migliori autori della letteratura spagnola, con l’unzione di un uomo di fede che sa di essere strumento chiamato a portare avanti un’«opera di Dio», in lotta permanente con resistenze umane ed assalti del maligno.

Non meno preziosi risultano i trattati che portano come titolo La continua presenza di Dio (pp. 591-733) e Aiuto di Dio alla riforma trinitaria (pp. 738-826), nei quali il Santo parla della cura con cui la SS. Trinità ha voluto rinnovare la sua famiglia nella Chiesa. Pagine piene di sapienza evangelica nate dall’esperienza dell’Autore per fortificare i suoi figli nell’impegno della sequela del Redentore.

Terzo volume

Apparso nel 1999 con il titolo globale Spirito della riforma trinitaria, esso raccoglie in 1292 pagine, i seguenti scritti: 1) La Regola dell’Ordine della Santissima Trinità; 2) Un breve trattato per i fratelli donati; 3) Per i prelati; 4) Riguardo ai frati studenti; 5) Sui predicatori; 6) Sugli uffici più comuni dei religiosi scalzi della Santissima Trinità; 7) Appunti sciolti sulla riforma; 8) Governo dell’Ordine secondo la prudenza umana; 9) Stima della vita; 10) La vita del giusto come martirio; 11) Martirio che alcuni prelati provocano ai loro sudditi; 12) La correzione di alcuni errori.

Scritti didattici e spirituali


Si tratta di scritti spirituali e didattici sullo spirito e sulle osservanze che caratterizzano il tenore di vita dei Trinitari scalzi. Lo sguardo dell’Autore, sempre illuminato dalla Sacra Scrittura e vivificato dalla sua stessa esperienza, non si limita alle pratiche esteriori, ma si spinge a considerare le esigenze di un’adesione totale e definitiva a Cristo. Si trovano in queste pagine interessanti ed attualissime riflessioni su aspetti centrali della vita religiosa: la comunione con le tre Persone della Santissima Trinità, la sequela di Cristo, la solidarietà con i poveri, la preghiera e la penitenza, i digiuni, l’uso dei beni terreni, ecc.

Nel corso dell’anno 2000 vedrà la luce il quarto ed ultimo volume, che raccoglierà varie esortazioni, alcune lettere e l’inedito tomo IX. Fornirà, a completamento dell’opera, gli indici biblico, onomastico e per materie relativi ai quattro volumi.

Il breve «Ad militantis Ecclesiae regimen»

Il breve Ad militantis Ecclesiae regimen, del 20 agosto 1599, con il quale Clemente VIII eresse la Congregazione dei frati scali dell’Ordine della SS. Trinità, fissa nell’osservanza della Regola primitiva dell’Ordine (approvata da Innocenzo III con la bolla Operante divinae dispositionis, del 17 dicembre 1198) l’impegno fondamentale dei trinitari riformati. Detta Congregazione, con le case tam hactenus erecta quam in posterum erigenda, viene poi sottratta alla giurisdizione dei superiori calzati, tranne che a quella del ministro generale. Questi, il ministro generale, potrà visitare e, in tale occasione, correggere e riformare gli scalzi, ma, al di fuori di tale circostanza, non potrà modificare i loro statuti né trasferirli da un convento in un altro. Compiuto un anno ad experimentum, i frati provenienti dal ramo dei calzati saranno liberi per decidere di ritornare nelle loro case oppure di continuare nella riforma. Se decidono di continuare, non devono emettere di nuovo i voti religiosi; e sono informati che non potranno lasciare la riforma per entrare in un altro Ordine religioso, tranne che nella Certosa.

Spetta al Nunzio la nomina di un visitatore, carmelitano scalzo o francescano scalzo, che provvederà a visitare le case, esaminare ed accettare i professandi e formulare costituzioni appropriate. Nel bisogno, sopperirà alle carenze interne di ministri, vicari e maestri di novizi con religiosi chiamati dai suddetti istituti riformati. Raggiunto il numero di otto conventi, comprendenti ciascuno un minimo di dodici frati, si potrà procedere alla celebrazione del primo capitolo provinciale, incaricato di eleggere il primo ministro provinciale e i ministri conventuali. Stabilita la provincia, cessa la responsabilità suppletiva del visitatore apostolico; e, in tal momento, si acquista il diritto di avere un procuratore generale presso la Santa Sede. I capitoli provinciali saranno triennali e avranno simultaneamente carattere elettivo e legislativo. Il ministro provinciale goderà di piena potestà nella provincia. Ai trinitari scalzi, nunc et pro tempore existentibus, si rende beneficiari di tutte le grazie, privilegi, indulgenze, esenzioni, immunità, prerogative, favori e indulti, sia spirituali che temporali, di cui gode l’Ordine. Infine, il Nunzio, gli auditori della Camera Apostolica e il generale dei carmelitani scalzi, per se vel alium seu alios, vengono investiti della responsabilità di difendere i riformati e di contribuire alla sollecita esecuzione di quanto disposto nel breve.

J.P.

 

(C) L’OSSERVATORE ROMANO Venerdì 17 Dicembre 1999