S. MARGHERITA da CORTONA (1247-1297)

Un giorno Margherita pregò: “Aiutami, Signore, a non essere stimata dal mondo in proporzione dei tuoi doni, tanto grandi che io non posso tacerli, poiché tu sai che io non voglio le lodi di questo mondo”. Per tutta risposta Gesù le mostrò un trono d’indicibile bellezza mentre le diceva: “Figlia, io ti collocherò tra i serafini, dove stanno le vergini ardenti per carità”. Avendo deciso di fare di lei una rete con cui prendere i peccatori che nuotavano nei flutti del mondo, le faceva gridare nella notte la Sua Passione nell’ordine con cui si era svolta, la costringeva ad uscire di cella e aggirarsi per le strade dove c’erano le donne che sparlavano di lei, perché non conoscevano i carismi di cui era stata dotata. Veniva raggiunto così, lo scopo che le era stato assegnato: quello di amare Dio e farlo amare.

La penitente di Cortona era figlia di Tancredi d’Acquaviva, affittuario di Laviano, allora nella diocesi di Chiusi (Siena). Nacque in detta località nel 1247 e vi crebbe devota. Rimasta orfana di mamma ancora bambina, soleva ripetere sovente con fervore l’orazione che aveva appreso da lei: “Ti prego, o Signore, per tutti quelli per i quali vuoi vedermi pregare”. Quando il padre passò a seconde nozze, per Margherita cominciarono giorni di amarezza. Poiché la matrigna per lei non aveva che freddezza e cattivi trattamenti, a diciott’anni non seppe resistere alle seduzioni di un giovane signore di Montepulciano, Arsenio, con il quale una notte fuggì perché le aveva forse promesso di farla sua sposa.
        Per nove anni Margherita visse con lui in concubinato, pur sentendo la gravità della situazione in cui si era cacciata. Nel ritiro della sua camera piangeva la propria miseria, mentre pensava alla frase che le amiche le dicevano: “Che sarà di voi, Margherita vanerella? ” Un giorno il suo seduttore non tornò più a casa (1274) dalle terre che possedeva presso Petrignano. Era stato pugnalato da un sicario, forse perché aveva mancato a qualche promessa di matrimonio. Gli eredi dell’ucciso non ebbero la minima compassione di Margherita, e tanto meno del frutto del suo peccato. Affranta dal dolore la sventurata cercò rifugio presso il padre, ma per istigazione della matrigna egli si rifiutò di accoglierla. Il demonio approfittò della momentanea disperazione di lei per farle concepire l’idea di abbandonarsi ad altri amori, ma Iddio le suggerì di recarsi a Cortona (Arezzo) per mettersi sotto la direzione dei Frati Minori.
         Alla porta del convento di San Francesco, che Frate Elia (+1253) aveva fatto ingrandire per fare luogo alle scuole pubbliche, la peccatrice fu accolta come una figlia. Dopo una breve permanenza in casa di caritatevoli signore, i Francescani le fecero preparare sotto il vecchio convento una cella appartata, dove, per gradi, cominciò a tendere alla perfezione sotto la guida del P. Giunta Bevegnati, che per sedici anni fu confessore di lei, ed estensore delle rivelazioni che ebbe durante le frequenti estasi. Supremo direttore di Margherita tuttavia fu sempre il Maestro divino che le aveva determinato lo scopo dell’esistenza e i mezzi per conseguirlo.
          In espiazione delle sue vanità, la penitente si tagliò i capelli, si coprì la testa con un velo, si tinse con fuliggine il volto, indossò il cilicio, fece uso di frequenti salassi, e si astenne dalla carne, dal formaggio e dalle uova. Se il P. Giunta glielo avesse permesso, si sarebbe persino tagliuzzato il naso e la parte superiore del labbro con un rasoio che si era procurato. Desiderosa di umiliarsi proprio in quei luoghi che erano stati testimoni delle sue colpe, una domenica si recò a Laviano e, durante la Messa cantata, si gettò, con una corda al collo, ai piedi di una certa Manentessa che aveva offeso e le chiese perdono.
        Nonostante tanti segni di resipiscenza i Francescani non concessero subito a Margherita di fare parte del Terz’ordine Francescano, perché “era troppo bella e giovane”, e quindi “non erano sicuri della sua perseveranza”.
         Quando finalmente ottenne di farne parte (1277), la penitente si diede spontaneamente corpo e anima all’Ordine dei Frati Minori con un atto ufficiale. Da quel giorno ella sentì un grande bisogno di solitudine. Una ricca signora, Diabella, le offrì una stanzetta nel recinto del proprio palazzo, ed ella fu felice di sistemarvisi per ottenere con assidue preghiere, spietate penitenze e rigorosi digiuni il favore di entrare in diretta comunicazione con il Signore. Poiché desiderava imitare gli esempi della Maddalena, rinunciò a quanto piaceva al corpo senza il timore d’indebolirlo, così da non potere più assistere alle Messe e alle prediche dei Francescani. Di notte, dormiva soltanto alcune ore, coricata per terra sopra un canniccio od un’asse senza paglia e di giorno non faceva che una refezione con una piccola quantità di pane, acqua tinta di vino, legumi crudi, noci e mandorle. Le mancanze che commetteva nel conversare con le amiche le scontava nella notte flagellandosi, percuotendosi il petto e piangendo con voce così forte da destare i vicini. Al ricordo dei peccati della vita passata e della Passione del Salvatore, le lacrime le si convertivano in sangue, mentre un sudore e un pallore di morte le coprivano il volto. Con un simile genere di vita s’illanguidì talmente che quanto mangiava acquistava il sapore del fango. Se il confessore cercava d’imporle delle mitigazioni, Margherita lo supplicava di non permetterle di fare pace con il proprio corpo che chiamava “traditore occulto”. Talora esclamava piangendo: “O corpo mio, perché non sei forte nel servizio di Dio come lo eri, altra volta, per violare i suoi precetti? Non ti lamentare, non piangere, non fingere di essere agonizzante, perché tu porterai integralmente il fardello che ti ho imposto, come ho in passato portato il tuo, con grande ingiuria del nostro Creatore”.
        Margherita non consumava mai il suo frugalissimo pasto senza avere prima recitato le “Ore”, ciascuna delle quali constava di 40 Pater, Ave e Gloria. Dopo la refezione per volere del Signore recitava delle lunghe “Laudi” in onore dei santi, e tutti i giorni diceva 600 Pater, Ave e Gloria in onore della Passione di Gesù e per i bisogni della Chiesa. Per guadagnare il pane per sé e per il figlioletto, che più tardi si farà Frate Minore, Margherita prestò servizio alle partorienti, ma poiché tale ufficio le impediva sovente di assistere alla Messa, si diede in seguito alla cura dei malati e dei poveri, per i quali non si vergognò di andare a questuare. Nel 1278 Diabella, spinta dall’esempio di lei, trasformò il suo palazzo in “Casa Misericordia”. In essa ogni anno la Santa vi organizzava la festa dei poveri, che rifocillava con i cibi da lei stessa cucinati. Alcune donne la coadiuvarono in quelle opere di misericordia con il nome di “Poverelle”.
         Dopo la fondazione della “Misericordia”, l’azione di Dio su Margherita si fece più sensibile. La chiamava “piccina mia” e le parlava anche per mezzo dell’angelo custode. Il demonio ne fremeva. Sovente la tentava di scoraggiamento o le appariva sotto gli aspetti più terribili, rinfacciandole i peccati della vita passata, ma il Signore prontamente la confortava: “Non temere, o Margherita, nelle tue tribolazioni e tentazioni io sarò sempre con te “. In compenso dei durissimi digiuni che le aveva imposto, egli la colmava di dolcissimi colloqui.
        Ma perché continuava a chiamarla “piccina mia” invece di “figlia”?
        La santa fece al P. Giunta per otto giorni di seguito la confessione generale della propria vita. Il 21-12-1278 ne ricevette l’assoluzione. Mentre in cella ne piangeva di consolazione, il Signore le raccomandò di non andare più a chiedere l’elemosina per i poveri, perché scopo della sua vita sarebbe stato quello di essere esempio vivente ai peccatori e di non intrattenersi con i secolari. “Meno parlerai alla gente del mondo, e più udirai la mia voce e più saranno grandi i doni che riceverai da me”. Osservando un rigoroso silenzio, una settimana più tardi meritò di sentirsi chiamare da Gesù, in un’estasi d’amore, col nome di “figlia mia” appena ebbe fatta la Comunione senza velo e con una corda al collo.
         Dopo quel rapimento Margherita pregò il Signore che la nascondesse al mondo perché sentiva prepotente il bisogno di vivere da reclusa. Invece Egli la condannò a vivere sotto gli occhi di tutti la sua vita di preghiera, di penitenza e di lacrime e, quel che più conta, a gridare forte, senza accorgersene, durante le estasi, le meraviglie che Dio operava nell’anima sua. Perché fosse di esempio a tutti, Gesù Cristo le aveva persino scelto il posto in chiesa, vicino al pulpito, da cui Margherita non vedeva la faccia di nessuno e poteva esser vista da tutti. Un giorno ella gli chiese la grazia di sentire gli spasimi della sua Passione. Fu esaudita. Durante un’estasi che ebbe dopo la Messa, poté riviverne e descriverne con i suoi atteggiamenti spasmodici tutte le scene. Quando il rapimento cessò rimase amareggiata al vedere la grande folla che si stipava in chiesa. Il Signore la rassicurò: “Non avere assolutamente alcun timore di tutto ciò che è avvenuto oggi intorno a te e in te, poiché ho fatto di te lo specchio dei peccatori più ostinati, affinchè essi vedano, col tuo esempio, quanto volentieri faccio loro misericordia, e possano così salvarsi”.
         Un giorno Margherita pregò: “Aiutami, Signore, a non essere stimata dal mondo in proporzione dei tuoi doni, tanto grandi che io non posso tacerli, poiché tu sai che io non voglio le lodi di questo mondo”. Per tutta risposta Gesù le mostrò un trono d’indicibile bellezza mentre le diceva: “Figlia, io ti collocherò tra i serafini, dove stanno le vergini ardenti per carità”. Avendo deciso di fare di lei una rete con cui prendere i peccatori che nuotavano nei flutti del mondo, le faceva gridare nella notte la sua Passione nell’ordine con cui si era svolta, la costringeva ad uscire di cella e aggirarsi per le strade dove c’erano le donne che sparlavano di lei, perché non conoscevano i carismi di cui era stata dotata. Veniva raggiunto così, lo scopo che le era stato assegnato: quello di amare Dio e farlo amare. Gesù sovente ripeteva alla sua diletta: “Lodami, e io ti loderò; amami, poiché io ti amo; servimi poiché io ti servo e ti servirò”. Oppure: “Io ti amo più di qualunque altra donna al mondo, più di quanto si potrebbe credere. Amami, dunque”.
           Se la santa distoglieva il pensiero dal Signore, egli la riprendeva: “Tu sei una ladra della luce, del fuoco e dell’ardore dello Spirito Santo”. Margherita non comprendeva. “Tu lo sei – le spiegava il Cristo – ogni volta che, edificando il prossimo, agisci più per te che per me”. Di frequente egli terminava i suoi colloqui con questa specie di ritornello: “Quale ti trovo, tale mi dono!” Una mattina, dopo la comunione, Margherita esclamò in estasi: “Troppo tardi, sommo Padre di tutti, io sono venuta a te. Troppo tardi ho cominciato ad amarti. Ah, se ti avessi amato fin dal seno di mia madre!”. Il Signore allora le confermò: “Tu sei la mia figlia perché mi ubbidisci; tu sei la mia sposa perché ami me solo; tu sei la mia madre perché adempì, per quanto le tue forze lo consentono, la volontà del Padre mio “.
          Il Signore appariva a Margherita ora bambino, ora sofferente, ora glorioso, e sovente in compagnia di S. Michele e di Maria SS., e le si faceva udire in spirito senza che fosse costretta a interrompere la recita del Divino Ufficio. Una notte d’avvento la santa scorse al di sopra della propria cella un serafino con sei ali che la benediceva, mentre sprigionava fiamma. Quando assisteva alla Messa, le anime purganti le si stringevano d’attorno per raccomandarsi alle sue preghiere. D’ordinario Margherita era favorita di visioni e rivelazioni dopo la comunione che, forse, dal 1277, per volontà del Signore, fece quotidianamente con un cero acceso in mano anche quando non poteva prima confessarsi.
          Un giorno la santa chiese al Signore quando sarebbe tornata a Lui ed Egli le rispose: “La tua vita durerà tanto quanto piacerà a me. Preparati a grandi tribolazioni… La piena fiducia che tu desideri, non l’avrai mai in vita tua… Voglio conservarti sempre nel mio timore affinchè tu cresca nella mia grazia”.
          Di Margherita il Signore si servì per fare ammonizioni, ora ai Francescani, negligenti nel predicare il Vangelo, ora al confessore, frettoloso nel celebrare la Messa, ora ai Cortonesi, dilaniati dalle fazioni dei guelfi e dei ghibellini, ora al vescovo di Arezzo, Guglielmino degli Libertini, smanioso di fare guerra alla città di Cortona. Per l’amore che gli abitanti portavano alla loro penitente, il Signore concesse a tutti la grazia della concordia. Il P. Giunta la predicò con scarso entusiasmo, ma Margherita la impetrò raddoppiando le preghiere e le austerità al punto quasi di soccombere.
          Compiuta la sua missione pacificatrice (1288), Margherita ottenne di ritirarsi a vivere da reclusa sotto la rocca di Cortona, presso le rovine della chiesa di San Basilio, a costo di tirarsi addosso le recriminazioni dei Frati, che cominciavano a dubitare dei suoi fenomeni mistici, e dei concittadini, che l’accusavano d’incostanza al vederla cambiare così sovente abitazione. Nel capitolo tenuto nello stesso anno ad Arezzo, i Francescani imposero al P. Giunta di non visitare la penitente più di una volta la settimana. La loro decisione fu causa a Margherita di dure umiliazioni, ma il Signore la rianimò: “Sii forte perché se le tue pene crescono, la mia grazia crescerà con esse”. La diffidenza di tutti e l’abbandono dei Francescani aumentò. Particolarmente sensibile era la santa alla privazione della Messa e della parola di Dio. “Il dolore ti farà mia figlia preferita e mia sorella, – le disse il Signore – rendendoti simile a me”. Anche il demonio moltiplicò le sue insidie sotto forma di serpente, ma nulla poté contro di lei.
          Le mormorazioni contro la reclusa aumentarono il giorno in cui si lasciò convincere da un’amica a ridiscendere alla primitiva cella, per non costringere i Francescani a inerpicarsi su per la rocca per occuparsi di lei. Non vi rimase tuttavia per molto tempo perché il Signore le ordinò di ritornare alla cella sotto la rocca, tranquillizzandola: “Io considererò come preghiere che vengono da te tutte le mormorazioni e le accuse di leggerezza che ti si faranno. Lassù io sarò con tè, ti darò la mia luce, ma senza parlarti come avevo l’abitudine di fare”. Margherita ubbidì e per non costringere i sacerdoti a salire ogni giorno fino alla sua cella, ottenne che fosse restaurata la chiesa di San Basilio, e provveduta di un cappellano. Nell’aspettativa, la santa dovette accontentarsi che fosse eretto un altare nel suo reclusorio, in cui riceveva e intratteneva quanti accorrevano a lei da tutte le parti d’Italia per aiuto e per consiglio. Poiché Dio le aveva concesso anche il dono della scrutazione dei cuori, molti peccatori furono da lei convertiti, e mandati a fare la loro confessione dal P. Giunta, benché costui protestasse “di non volere spazzare tante stalle in un giorno”. Non mancavano neppure coloro che giungevano a Cortona per ricevere un pezzetto di pane da lei benedetto, per essere da lei toccati e risanati dalle loro infermità. E se il demonio ardiva tentarla di superbia allo spettacolo dei pellegrini che bramavano parlarle, ella piangeva subito i suoi peccati recitandoli con clamori come li ricordava.
           Nel reclusorio il P. Giunta celebrò la Messa, finché non fu trasferito nel convento di Siena (1290) dai diffidenti superiori. Margherita soffrì assai per la perdita del suo sostegno spirituale, ma Iddio dispose che il primo rettore di San Basilio l’assistesse fino alla morte con abnegazione e disinteresse. Esternamente la vita di Margherita trascorse come al solito tra preghiere, penitenze e violenti assalti del demonio, ma fu resa più penosa da un catarro e che le bruciava la gola, la lingua e le labbra. Ella morì assistita, come aveva predetto, dal P. Giunta, dopo diciassette giorni trascorsi nel più assoluto digiuno e nella più intima unione con Dio, il 22-2-1297.
           Alla notizia della morte di Margherita i cortonesi si ravvidero. La seppellirono in San Basilio e l’onorarono facendo erigere una chiesa sulla cella in cui era morta. Innocenzo X ne riconobbe il culto il 17-3-1653, ma fu canonizzata soltanto il 16-5-1728 da Benedetto XIII. Dal 1877 il corpo mummificato della santa è venerato a Cortona nella basilica omonima fatta erigere dai Francescani al posto delle due chiese precedenti. Viene raffigurata inginocchiata per terra con accanto un cagnolino che raspa e mette a nudo il cadavere putrefatto del signore di Montepulciano.
 
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 238-244.
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