Beato Giuseppe Tovini

Giuseppe Tovini: 
strenuo difensore e sostenitore della scuola libera


Collegio per giovanetti poveri fondato in Verona da don Nicola Mazza. Qui Giuseppe inizia la seconda liceale, frequentando la scuola nel seminario vescovile, ove viene stimato ed apprezzato da compagni ed insegnanti, e non manca di riportare ottimi voti in tutte le discipline.
Nel luglio 1859 lo colpisce la morte del padre. A diciotto anni si trova dunque orfano con cinque fratelli minori da mantenere e una situazione economica disastrosa. Gli eventi dolorosi suscitano nel giovane una precoce maturità, acuendone il senso di responsabilità già vivissimo. Abbandona così l’idea di farsi missionario: lunga e sofferta è per lui la meditazione sul proprio stato, una lotta interiore che lo abbatte. Sembra a molti evidente la vocazione del Tovini al sacerdozio; desta quindi meraviglia quando, conseguita la licenza liceale nel 1860, si iscrive, come privatista, presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Padova per gli anni 1860-64. Ancora un sacerdote, don Francesco Bricolo, gli viene in aiuto, permettendogli di rimanere ospite del collegio «Mazza» e trovandogli un lavoro come praticante presso lo studio di un avvocato. Lo studente arrotonda il modesto stipendio mensile con lezioni private.
Sul finire degli studi universitari, il 31 marzo 1865, alla vigilia della laurea, gli muore anche la mamma. Il 7 agosto dello stesso anno si laurea brillantemente all’Università di Pavia, dove si è trasferito nell’autunno del 1864, pare per avere un titolo rilasciato da una Università del regno d’Italia che gli consentisse di esercitare la professione forense appunto in territorio italiano. Così nell’agosto dello stesso anno entra nello studio di un avvocato, e da novembre, anche in quello di un notaio, tutti e due di Lovere. Contemporaneamente gli viene affidato il delicato ufficio di vicerettore e professore al collegio municipale di Lovere, compito che assolve per due anni con soddisfazione di tutti. Si distingue dagli altri anche perché è il solo a recitare le preghiere prima e dopo le lezioni e a comunicarsi ogni domenica.
Nel 1867 si trasferisce a Brescia, dapprima presso la Locanda Bignotti, pensionato dei giovani studenti cattolici aperto di recente dall’indimenticabile maestro, educatore e teologo, don Pietro Capretti e poi, dopo essere stato dichiarato idoneo all’esercizio dell’avvocatura, presso l’avvocato Corbolani in via Palazzo Vecchio (attuale via Dante). Ed è qui che la tormentata ricerca della sua vocazione si risolve definitivamente con la scelta della vita matrimoniale: il giorno dell’epifania, 6 gennaio 1875, nella chiesa parrocchiale di sant’Agata in Brescia, egli si unisce in matrimonio con Emilia Corbolani, che conosceva dal 1868, figlia dell’avvocato presso il quale lavora. La loro unione è benedetta dal Signore con ben dieci figli, tra i quali uno diverrà gesuita e due religiose. Nonostante le preoccupazioni derivanti da così numerosa famiglia, casa Tovini è un tempio. Padre premuroso e affabile, educatore attento, Giuseppe è coscienziosissimo nell’inculcare nei figli i principi della morale cattolica e, in alcuni rari casi, è inflessibile nel reprimere e punire le deviazioni e le licenze.
Nel frattempo, dal 1871 al 1874, è eletto sindaco di Cividate, nella quale carica promuove numerose iniziative di pubblica utilità, quali l’attuazione della costruzione della piazza del paese, la costituzione di un consorzio per l’arginatura del fiume Oglio, il miglioramento dei pascoli alpini ecc. E, quello che più conta, con soddisfazione di tutti, sgrava il Comune dai molti debiti. Contemporaneamente, nel 1872 fonda e promuove con altri la Banca di Vallecamonica in Breno, di cui stende lo statuto. Allo stesso periodo risalgono i suoi primi studi e progetti per una ferrovia che colleghi Brescia ad Edolo, progetto fondamentale per risollevare l’economia della valle, prostrata dalle difficoltà dei trasporti verso la pianura, che avrà realizzazione soltanto dopo la scomparsa del suo primo sostenitore. Nel 1877, dietro sollecitazione di don Pietro Capretti, entra decisamente nel movimento cattolico bresciano, partecipando alla fondazione del quotidiano «Il Cittadino di Brescia», pubblicato a partire dal 13 aprile 1878.
Gli viene affidata la direzione amministrativa ed organizzativa della nuova pubblicazione, ed è quindi lui stesso a stendere lo statuto della società anonima, a curare la sottoscrizione delle azioni, a scegliere gli operai per la tipografia ed avviare le pratiche per la licenza governativa. Sempre nel 1878 partecipa alla formazione del Comitato diocesano dell’Opera dei Congressi, del quale viene nominato presidente, e da quel momento il suo ruolo nelle attività ed iniziative avviate nella diocesi diviene di primaria importanza.
In qualità di presidente del Comitato diocesano percorre tutta la provincia per promuovere i Comitati parrocchiali (ne sono stati contati ben 145). Dal 1879 è tra i cattolici che si candidano per le elezioni amministrative e viene ripetutamente eletto consigliere provinciale per il mandamento di Pisogne e dal 1882, consigliere comunale di Brescia. In tali incarichi, che assolve con continuità fino al giorno della morte, si batte, tra l’altro, contro l’erezione del monumento ad Arnaldo; a favore della realizzazione della ferrovia camuna; per l’istituzione di asili; per la correzione del censo boschivo; contro gli sprechi del Teatro Grande e contro la soppressione dell’Istituto delle Penitenti; per la riapertura del collegio «Luzzago», per la riassunzione delle suore in servizio presso il manicomio provinciale. Nell’ambito dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici in Italia Giuseppe Tovini ricopre le seguenti cariche: presidente del Comitato diocesano di Brescia (’78) e del Comitato regionale lombardo (’88); membro del Consiglio direttivo (’85) e presidente della terza sezione Educazione ed istruzione (’89); membro del Consiglio superiore (’91) e vicepresidente dell’Opera (’93), carica che accetterà però soltanto nel 1895. Giova pertanto osservare che innumerevoli iniziative ed istituzioni da lui ispirate, promosse, fondate in Brescia ed in Lombardia, come pure a livello nazionale, nel campo della scuola, della stampa, degli istituti di credito, delle opere pie, assistenziali, caritative, sociali, traggono ispirazione dagli orientamenti e dai programmi presentati nel corso dei Congressi cattolici italiani che si succedettero in Italia dal 1874 sino agli ultimi anni del secolo. La preoccupazione di una sempre più profonda ed incisiva presenza della Chiesa nel mondo del lavoro induce il Tovini, a partire dal 1881, ad una intensa ed estenuante propaganda per la fondazione delle società operaie cattoliche. Egli stesso dopo aver presieduto nel 1881, per qualche tempo, la prima Società operaia cattolica in Lovere, di cui stende il regolamento. La sua pietà, il suo ritmo di vita devoto, il suo fervore eucaristico, la devozione alla Madonna, lo spirito e la visione francescana della vita, il profondo e radicato «sensus Ecclesiae», i tratti peculiari della sua vita interiore, consentono di cogliere compiutamente il «segreto» della sua vita.


MARIO TACCOLINI





Vita di Giuseppe Tovini


Oltre cent’anni or sono, il 16 gennaio 1897, moriva a Brescia Giuseppe Tovini. Aveva 55 anni, 10 mesi e 16 giorni. Un’esistenza relativamente breve anche per il tempo, il secondo Ottocento. La prima biografia di Maffeo Franzini, edita nel 1913, l’opera di Pietro Colombara, apparsa nel 1930, la magistrale biografia di Antonio Cistellini del 1954, l’imponente Positio super virtutibus del 1993, e l’ultimo profilo biografico di Giacomo Scanzi, di alcuni giorni or sono, consentono oggi di ricostruirne analiticamente e compiutamente le opere e i giorni.
Giuseppe Tovini nasce il 14 marzo 1841 a Cividate Camuno, in provincia di Brescia, da Mosè e Rosa Malaguzzi, primo di sette fratelli. La prima educazione che riceve è particolarmente austera, come volevano le tradizioni religiose, e quindi morali e educative del luogo, ancora sottilmente influenzate dalla dottrina giansenista, diffusa un po’ ovunque in Valcamonica e tanto più a Cividate, paese dove fu arciprete Giovan Battista Guadagnini, «una delle migliori menti del movimento giansenista», secondo una nota definizione del Gioberti. Alla severità familiare si aggiunge la ferrea disciplina adottata nelle scuole elementari, che frequenta prima nel paese natale e poi a Breno. Nel 1852 viene affidato al collegio municipale di Lovere, dove rimane per sei anni, compiendo la prima classe liceale nell’estate del 1858. I compagni lo ricordano come un alunno esemplare, obbediente, religioso, dotato intellettualmente e moralmente. La disagiata condizione economica della famiglia minaccia però di fargli interrompere gli studi, così bene avviati. Interviene allora il sacerdote don Giambattista Malaguzzi, zio materno, e fa sì che egli ottenga un posto gratuito presso il collegio “Mazza”.
Giuseppe Tovini: strenuo difensore e sostenitore della scuola libera ne promuove molte altre in Vallecamonica (’82), in Valtrompia (’84), in Vallesabbia (’85), a Chiari, Palazzolo, Salò, Vestone, Marcheno. Nel 1887 queste fiorenti società possono celebrare il loro primo congresso.
Il Tovini inoltre sostiene ed aiuta innumerevoli altre opere di carattere sociale, in primo luogo le casse rurali (dei cui interessi si fa difensore in molteplici cause civili), giungendo a proporre nel 1885 la fondazione dell’Unione diocesana delle società agricole e delle casse rurali. Convinto ancora della necessità di assicurare piena autonomia economico-finanziaria alle istituzioni e alle iniziative cattoliche, specie quelle educative e dell’informazione, nel 1888 fonda a Brescia la Banca S. Paolo e, nel 1896, a Milano il Banco Ambrosiano.
L’ambito nel quale egli profonde il massimo delle sue energie è però quello educativo e scolastico. Oltre che strenuo difensore dell’insegnamento religioso nelle scuole a tutela della fede e della morale dei giovani, è deciso propugnatore del principio della libertà d’insegnamento, sostenitore della scuola libera nella quale individua, tra l’altro, uno strumento efficace per formare le giovani generazioni anche a compiti di responsabilità civile e sociale.
Sostiene memorabili battaglie nei Consigli comunale e provinciale, ma soprattutto promuove iniziative del tutto originali, fondando nel 1882 l’asilo «Giardino d’Infanzia s. Giuseppe» e il collegio «Ven. A. Luzzago» (che subirà la soppressione nel 1888 per riaprire definitivamente, dopo una lunga ed aspra battaglia legale, nel 1894 con il nome di «C. Arici »); il Patronato degli studenti presso i padri della Pace nel 1889; l’Opera per la conservazione della fede nelle scuole d’Italia nel 1890 (a sostenere la quale l’anno successivo avvia la pubblicazione del periodico «Fede e Scuola »). Propugna dal 1887 la Compagnia di assicurazione «Lega per gli insegnanti cattolici» e nel 1891 ne redige lo statuto che viene diffuso a migliaia di copie in tutta Italia (purtroppo il Tovini sarebbe morto lasciando questa Lega allo studio e alle fatiche dei pochi che lo avevano capito). Solo nel 1900 infatti sarà inaugurata l’Unione magistrale italiana, che, configurata in federazioni, si costituirà in Milano nel 1906 con la titolazione «Niccolò Tommaseo». Promuove altresì nel 1892 l’erezione di Circoli universitari cattolici e collabora alla fondazione della «Unione Leone XIII» di studenti bresciani da cui nascerà la FUCI. Offre collaborazione, fornendo aiuti economici e adoperandosi affinché i Padri gesuiti assumano la direzione dell‘«Istituto magistrale Leone XIII» di Milano. Nel 1893 fonda la rivista pedagogica e didattica «Scuola Italiana Moderna», primo periodico cattolico italiano a diffusione nazionale per i maestri; nello stesso anno promuove il settimanale «La Voce del Popolo» che principalmente affianca le iniziative del Comitato diocesano; il «Bollettino dei Terziari Francescani» e «Sorrisi e Vagiti di Maria Santissima Bambina», a supporto delle attività delle suore della carità e indirizzato ai più piccoli. Partecipa ancora, d’intesa con i Padri gesuiti, alla realizzazione in Padova di un «Pensionato Universitario Cattolico» (’94), mentre dalle colonne di «Fede e Scuola» lancia la proposta di una raccolta di fondi per una Università cattolica realizzata e fonda una Scuola Normale a Cividate presso le suore canossiane. Sostiene la causa della «Federazione Universitaria Cattolica» (’96) e ripropone, al Congresso cattolico di Fiesole nel 1896, il suo progetto per l’istituzione e il mantenimento di un’Università cattolica in Italia; al Congresso Eucaristico di Milano non perde infine l’occasione di parlare, nella sua ultima pubblica relazione, sull’apostolato della preghiera e, quasi fosse il suo testamento, di rivolgere un appassionato invito alla comunione eucaristica, come elevato ad essenziale aiuto per l’educazione cristiana della gioventù ed il ritorno della fede nelle scuole. L’educazione cristiana, l’azione pedagogica, la scuola costituiscono la sua opera preminente, per questa si sente apostolo e missionario («le nostre indie solo le nostre scuole »), e vi si dispone come ad una crociata in difesa della fede. Invano si tenterebbe di comprendere quali ragioni e quali motivazioni abbiano indotto il Tovini ad affannarsi tanto in iniziative ed organizzazioni le più differenziate (elezioni politiche e amministrative, società operaie, opere pie, casse rurali, stampa, banche ecc.) se dimenticassimo l’educazione e la scuola come denominatore comune di tutto il suo operare, come genesi e approdo di ogni suo programma e di ogni sua iniziativa. Senza il «Luzzago» e l‘«Arici» non si può comprendere l’istituzione della Banca S. Paolo di Brescia, come senza l’«Istituto magistrale Leone XIII» ed il progetto di una Università Cattolica in Milano non si può capire l’istituzione del Banco Ambrosiano. E come le banche, così la stampa ed innumerevoli, molteplici, singolari e feconde iniziative ed istituzioni. Il dinamismo del Tovini si rivela veramente sorprendente, se si considera la sua gracile costituzione e le precarie condizioni di salute, che, a partire dal 1891, di anno in anno andavano peggiorando. Scrive ad un figlio collegiale: «…come sai, sono ammalato da vario tempo e la mia salute è tanto precaria che potrei morire da un giorno all’altro…». I ricordi più remoti lo indicano già gracile e sofferente; pare persino che, quand’era ospite al «Mazza» di Verona, avesse manifestato cenni di emottisi e che la debolezza della sua costituzione fosse stata motivo da parte dei Corbolani e consentirgli il matrimonio con la figlia. I centri termali di Pejo, Comano, Wofishofen, Bressanone, rappresentano le tappe di un itinerario arduo, impervio, travagliato; sono momenti cadenzati dei suoi ultimi dieci anni di vita, quelli peraltro più intensi, più ricchi di iniziative, contraddistinti da un infittirsi ed intrecciarsi di opere, iniziative, istituzioni geniali, lungimiranti, altamente ispirate, delle quali egli è il centro propulsore, l’organizzatore instancabile, l’ispiratore profetico. Si tratta senza dubbio di una stagione sorprendente e prodigiosa. L’avvocato bresciano, dopo aver percorso il suo cammino terreno, il suo ininterrotto itinerario di apostolo, il 16 gennaio 1897 muore nel Signore all’età di 55 anni.
Tracciare sia pur sinteticamente la biografia del Tovini, senza accennare all’uomo di Dio, all’uomo di fede e all’apostolo, è come voler descrivere il corso d’un grande fiume senza identificarne la sorgente. La sua pietà, il suo ritmo di vita devoto, il suo fervore eucaristico, la devozione alla Madonna, lo spirito e la visione francescana della vita, il profondo e radicato «sensus Ecclesiae», i tratti peculiari della sua esperienza interiore, non certo disgiunti dall’esercizio eroico delle virtù teologali e cardinali, consentono, se approfonditi e compresi nella loro veridicità e unità, di cogliere compiutamente il «segreto e mistero che si indovinano esser la chiave della sua vita».
La salma di Giuseppe Tovini, il 10 settembre 1922, è solennemente traslata nella chiesa di san Luca in Brescia, ove ancor oggi riposano le sue spoglie mortali.
La causa di beatificazione e canonizzazione prese avvio con la celebrazione del Processo ordinario diocesano l’8 maggio 1948, mentre fu introdotta presso la Congregazione per le Cause dei Santi, in virtù del decreto promulgato da Paolo VI, il 14 aprile 1977. Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha proclamato l’eroicità delle virtù di Giuseppe Tovini il 6 aprile 1995, presso il Palazzo Apostolico, dichiarandolo Venerabile, mentre ne ha riconosciuto il miracolo il 18 dicembre 1997.
La preoccupazione di una sempre più profonda ed incisiva presenza della Chiesa nel mondo del lavoro induce il Tovini, a partire dal 1881, ad una intensa ed estenuante propaganda per la fondazione delle società operaie cattoliche.



GIOVANNI PAOLO II IN VISITA A BRESCIA:


programma della visita.


Giovanni Paolo II arriverà sabato pomeriggio 19 settembre a Brescia, proveniente da Chiavari, ed atterrerà nel «Campo di Marte» di Brescia. Subito dopo, nella piazza dedicata a Paolo VI avrà luogo l’incontro con la cittadinanza, alla quale il Santo Padre rivolgerà il suo primo discorso. Domenica mattina, 20 settembre, alle 9.30, nello stadio comunale, il Papa presiederà la solenne Concelebrazione Eucaristica, ed eleverà agli onori degli altari il Servo di Dio Giuseppe Antonio Tovini. Al termine della celebrazione, guiderà la recita dell’«Angelus Domini». Nel pomeriggio, alle 16.30, il Santo Padre compirà una visita privata alla chiesa di san Luca e sosterà in preghiera sulla tomba del nuovo Beato. Alle 17, nella Cattedrale di Brescia incontrerà i rappresentanti della pastorale familiare e scolastica, ai quali rivolgerà un discorso. Alle 18.30 è prevista la partenza dall’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) per Ciampino (Roma). L’arrivo è previsto alle 19.30.





Il Tovini e l’esperienza storica dei cattolici italiani nell’800


Tovini e i cattolici dell’800 organizzati nell’Opera dei Congressi individuano che, nella battaglia che la cultura laicista ha ingaggiato contro la Chiesa e la cattolicità italiana nel nome della modernità e del progresso, vi è la pretesa della disarticolazione del popolo con la sua sostanza cristiana.
L’esperienza storica dei cattolici italiani nell’Ottocento e in particolare di Giuseppe Tovini si presenta al moderno lettore come un vero e proprio «progetto culturale» elaborato, con maggiore o minore consapevolezza, di fronte alle sfide nuove che lo Stato unitario, con la sua pregiudiziale antipapale, ha progressivamente portato avanti fino alla crisi di fine secolo, passando per il momento cruciale della conquista di Roma nel 1870.
Giuseppe Tovini e i cattolici ottocenteschi organizzati nell’Opera dei Congressi individuano che, nella battaglia che la cultura laicista ha ingaggiato con la Chiesa e con la cattolicità italiana in nome della modernità e del progresso, vi è la pretesa della disarticolazione del popolo, con la sua sostanza cristiana, la sua gerarchia di valori, la sua dignità e consapevolezza, le sue radici, le sue appartenenze, la sua stessa forza.
La storiografia ha molto insistito sull’attenzione al «paese reale» da parte dei cattolici ottocenteschi; sull’impegno di questi nel popolo. Vi è come l’intuizione che il popolo cristiano, nella nuova compagine politica e culturale, proprio perché cristiano, abbia un cromosoma di cittadinanza in meno.
Giuseppe Tovini, uomo del movimento cattolico bresciano e nazionale, sembra individuare meglio di altri questo nodo. Coglie, restando fedele al dettato magisteriale e al «Non expedit», che il problema non è tornare al passato, ancorarsi a nostalgie non più proponibili.
Coglie che l’operazione che i cattolici sono chiamati a compiere è la trasformazione della fede in cultura nuova per l’intera società e che è giunto il momento di dare veste e linguaggio culturale ad un patrimonio di valori e di esperienze una volta naturale e radicato, ma che nella nuova situazione storica è fortemente minato.
Salvaguardare la tradizione non significa certo ibernare, cristallizzare il passato in una statica dimensione senza tempo. Certo, qualche tentazione immobilista legata a nostalgie d’antico regime c’è, ma non a Brescia, non in Lombardia dove è forte la vocazione trainante, da apripista nel processo di modernizzazione. Semmai il problema è un altro: o abbandonare il nuovo alle libere forze in campo, pagandone i costi in termini sociali e culturali, o cercare di dare ai tempi nuovi un segno cristiano. Ecco la scelta dei cattolici tra il 1870 e l’inizio del nuovo secolo: esserci, stare con il popolo, condividerne e assumerne i destini, lottando e pensando, pregando e agendo in questo tempo, affrontando le sfide dell’ora.
Brescia in questo «progetto» ha un posto di primo piano sia per la dimensione delle iniziative, sia per il grado di consapevolezza che i cattolici bresciani dimostrano. Superati gli anni delle speranze, ma anche degli equivoci cattolico-liberali che purtroppo avevano avuto qualche peso nella cultura cattolica, soprattutto tra il ’48 e il ’59, ora la nuova situazione storica non lascia spazio se non all’organizzazione dei cattolici fedeli alla causa papale.
In seminario non vi è più posto per il clero liberaleggiante, per i cosiddetti preti passagliani. A Brescia ha compiuto i primi passi quell’«Osservatore Lombardo» di don Pietro Chiaf e don Demetrio Carminati, segretario del Vescovo Verzeri, che costituirà il seme del più fortunato e battagliero «Osservatore Cattolico» di don Davide Albertario.
L’«Osservatore» bresciano» chiude nel novembre del 1863; qualche anno dopo, nel 1867, vede la luce «La voce dei giovani» e un anno dopo «Il giovane cattolico» di Girolamo Lorenzi.
Sul fronte amministrativo, nei primi anni Settanta, non sono pochi i Comuni «conquistati» dai cattolici: in Valcamonica c’è Tovini, ma anche nella Bassa, da Carpenedolo a Bassano, da Ghedi a Lonato, i cattolici vincono con una certa facilità.
Tra le figure chiave del processo di organizzazione e identificazione del movimento cattolico bresciano c’è don Pietro Capretti. Il giovane sacerdote attraverso un’intensa attività organizzativa, ha davvero intessuto l’ordito su cui si svilupperà il movimento cattolico nei decisivi anni Novanta. Intorno a lui si forma, innanzitutto, una vera e propria classe dirigente cattolica che, come avviene per Tovini, assumerà negli anni successivi responsabilità a vari livelli.
Il «suo» Circolo Cattolico dei Ss. Faustino e Giovita costituisce dopo il 1868 una fucina culturale e spirituale. Nel Circolo, con Tovini, si ritroveranno uomini come Giovanni Piamarta, Defendente Salvetti, Giacinto Gaggia, Giorgio Montini, Luigi Bazoli.
Nel 1877, quando questo gruppo di trentenni o poco più, decide di dare vita al «Cittadino», Giuseppe Tovini è già pienamente inserito nel gruppo dirigente dei cattolici bresciani.
È significativo che il giornale dei cattolici bresciani si chiami «Il cittadino».
Nel nome della testata non c’è nulla che faccia diretto riferimento alla battaglia clericale. Semmai il riferimento è alla cittadinanza, alla dimensione civile della «questione cattolica». Nessuna tentazione autoreferenziale, nessuna ottica limitata: nel programma del nuovo giornale cattolico che vede la luce il 13 aprile 1878, c’è innanzitutto la preoccupazione di essere voce nella città, senza sottovalutare alcuna delle sfide che il tempo presente e la nuova situazione storica pongono.
Con la svolta politica del 1876 e l’avvento della Sinistra storica al potere, mutano anche le prospettive dell’azione sociale e culturale dei cattolici italiani.
Cambia la classe dirigente. In politica estera si guarda sempre più alla Germania, la nuova intraprendente potenza che sembra poter offrire all’«Italietta» dalle mani nette, qualche chance di prestigio.
Credono nel progresso questi uomini nuovi dell’Italia post-risorgimentale e combattono tutto ciò che a loro avviso sembra oscurare il cammino di conquista e di emancipazione.
La lotta intorno al processo di unificazione cambia registro. Il problema non è più la legittimità del Risorgimento con le sue venature legittimistiche. La lotta è intorno alla sostanza della nuova nazione, alle idee fondative della nuova convivenza nazionale, alle radici, agli sbocchi. La lotta è – per dirla con Tovini – intorno all‘anima della patria.
Riunire i cattolici italiani intorno al Papa, organizzarli nell’azione sociale e politico-amministrativa, renderli forza attiva nell’Italia delle consorterie e interpreti delle reali esigenze del popolo, fedeli custodi del patrimonio di cultura e di fede ereditato dal passato: è questo il compito civile che dal 1874 – seppure con alterne vicende – l’associazione dei congressi cattolici fa proprio.
In pochi mesi, la Brescia cattolica, mette in campo una rete organizzativa di dimensioni immense. Associazioni di mutuo soccorso, biblioteche ambulanti, mense, asili, scuole, casse rurali, banche, leghe per la difesa dei lavoratori, società operale, società femminili, cooperative. Il progetto, nella terra del liberale Zanardelli, uomo politico bresciano del secolo scorso, più volte ministro, cui fanno capo i liberali di gran parte della Lombardia e numerose associazioni con giornali, banche, circoli, è davvero ambizioso: si tratta da una parte di difendere i contadini dalle insidie di un’economia capitalistica e da un processo di industrializzazione che schiaccia; e dall’altra di guardare al futuro, investire sulle giovani generazioni, aiutarle a crescere più consapevoli e competenti dei loro padri.
Su questo terreno si colloca infine la dimensione politico-amministrativa dell’azione dei cattolici, fedeli al dettato papale dell’astensione. In riferimento alla dimensione nazionale della politica, ma attenti a non perdere spazi nelle amministrazioni locali, laddove la politica assume dimensioni familiari e umane, dove i valori possono essere maggiormente difesi.
Per oltre un quindicennio la battaglia elettorale si svolgerà, a Brescia e in provincia, con alterne vicende e con una vis polemica fortissima di cui si faranno portavoce i giornali degli opposti schieramenti. «La Provincia», quotidiano democratico-radicale di ispirazione zanardelliana e il cattolico «Il cittadino».
È proprio la circolarità e la vastità degli orizzonti, economici, culturali, sociali, educativi, politici a giustificare l’idea di un vero e proprio progetto culturale.
Un progetto che a Brescia coinvolge intere generazioni di cattolici, con diverse sensibilità, ma orientati e operanti in unità. La strada iniziata da Tovini passa attraverso il giovane direttore del «Cittadino», Giorgio Montini e sarà ereditata e promossa nella Chiesa universale dal figlio di questi, Giovanni Battista.
Il grande laico bresciano è stato un uomo di Dio. Come i fiumi impetuosi e poi fiumi imponenti rimangono affatto non percepibili e segrete nel cuore della montagna, così avvenne anche del Tovini, del quale è documentatissima un’azione visibile, riflesso di un mistero interiore che ha lasciato qualche traccia nelle sue carte e nelle sue opere, ma la cui profonda ed intensa scaturigine rimarrà nascosta ed irraggiungibile.
Questo forte senso religioso della vita lascia tuttavia trasparire qualcosa di sé, nella misura in cui si legge nell’atmosfera spirituale tardo ottocentesca la triade che ha orientato la pietà di un’epoca: preghiera-sacrificio-azione.
In Tovini questi tre elementi si intrecciano in maniera molto armonica e lasciano appropriatamente intravedere la loro correlazione. Si può evincere dalla sua pratica religiosa e dai suoi scritti il carattere cristocentrico di una spiritualità, il cui fervore eucaristico denota quasi sempre un’impronta sacrificale.
È inconcepibile per il Tovini una spiritualità cristocentrica non radicata nella passione redentiva: la vita di fede, che ha la sua eloquenza nella preghiera e nella pratica religiosa, è indissolubilmente connessa con il sacrificio. Se la fede è una vita in Cristo, se siamo membra del suo Corpo Mistico, dobbiamo seguirlo nella sua immolazione. Far vivere Cristo in sé significa riprodurre la sua virtù sacrificale, la sua disposizione di annientamento interiore, l’oblatività con cui ha espresso il libero dono di se stesso al Padre.
Questo dinamismo oblativo, che riassume al meglio tutta la vita di Gesù, deve essere riprodotto dal suo discepolo, che ne rivive gli stessi sentimenti di obbedienza e di sottomissione sempre più perfetta alla volontà del Padre. Sta forse qui la spiegazione del fervore e dell’apostolato eucaristico toviniano; immergendosi in quello che è il Sacrificio per eccellenza il discepolo raggiunge più speditamente la sua configurazione a Cristo, la Vittima per antonomasia, acquisendone in profondità i sentimenti e le intenzioni.
Il Santissimo Sacramento ci offre un Cristo che ci cambia in lui nella sua qualità di vittima: tutta la pietà eucaristica toviniana ha fondamentalmente questa connotazione riparatrice: l’unione all’atto di offerta del Cristo è gesto col quale un cuore umano ripara con l’amore quella mancanza d’amore che è stata il peccato. Ecco perché la pratica religiosa del Tovini richiama in maniera privilegiata il carattere sacrificale dell’esperienza cristiana. La frequenza e l’intensità della devozione eucaristica toviniana si lasciano così interpretare come il bisogno di una comunicazione incessante con il Cristo vittima, che diffonde la forza soprannaturale per conferire all’esistenza una tensione oblativa.
La croce non è né cercata, né subita, ma accettata come misteriosa comunione che produce il frutto dello Spirito: Tovini la visse con semplicità e pazienza, con modestia ed umiltà. La partecipazione all’oblatività di Cristo non fu da lui intesa come la chiamata ad una via straordinaria, ma un appello a vivere il cristianesimo in profondità, senza ostentazioni o vittimismi. Accenniamo, di passaggio, al fatto che il libro dell’Imitazione di Cristo sembra essere stato uno dei punti di riferimento delle frequenti meditazioni quotidiane del Tovini.
Quello che gli permise l’appellativo de il santo dell’azione fu proprio il robusto complesso delle sue radici interiori: la sua santità operativa fu infatti la visibilizzazione degli impulsi di un’anima che percepiva in maniera non comune il primato della trascendenza.
L’imitazione del Cristo patiens in carne è la via che l’uomo deve percorrere per incontrare Dio, visto che la croce stessa è stata lo strumento scelto da Dio per incontrare l’uomo. Viene così chiarita l’intonazione severa della vita, l’accettazione di tutte le croci quotidiane, fisiche, morali e spirituali, come comunione. La terna preghiera-sacrificio-azione, risulta in lui particolarmente armoniosa e compatta. Una vita spirituale che fluisce dalla preghiera e dal sacrificio non può riversarsi che nell’apostolato, traducendosi in frutti visibili e comunitari: il terzo elemento della triade (l’actio) fu per lui l’educazione. Sentiva con intensità superiore questa responsabilità educativa nella fede: fu questo ad innescare la sua genialità organizzativa e fecondità operativa. È dalla sua ricca pietas che deriva l’assunzione di responsabilità politiche, l’esercizio, da consigliere comunale, di un’opposizione vigilante, intelligente, costruttiva e rispettosa. Fu la medesima sorgente interiore a permettergli di realizzare la sua santità nella polis, con una percezione delle reali necessità della gente che si tradusse in creatività, concretezza, poliedricità di intuizioni, passione per il bene comune. Il Cristo in pienezza posseduto non poteva essere in lui che un Cristo in pienezza comunicato e diffuso: la fede è un’esperienza, è una vita ed in quanto tale possiede un intimo slancio ad esternarsi e a rigenerare beneficamente il corpo sociale. Condividere e comunicare attraverso l’educazione questo primato della trascendenza, cuore della sua esperienza religiosa, diventava una necessità improrogabile per chi, come il Tovini, riteneva che solo chi vive della verità religiosa penetra il senso della età storiche. In lui si fusero gli orientamenti del pontificato piano e leonino: chi vedeva nel naturalismo e nell’indifferentismo le ferite della società contemporanea avvertì per essa il bisogno del soprannaturale e dedicò la sua vita a questo tipo di stimolo e fermento nel sociale, ambito privilegiato per un laicato cattolico ancora in fasce. L’intensa vita di Giuseppe Tovini si può allora leggere, unitamente ad altre, come miniatura dell’unico e più ampio impegno storico della Chiesa ottocentesca: la difesa di un ordine soprannaturale attraverso il ripristino di una compagine sociale strutturata sui canoni della christianitas. Se tra gli indizi più specifici della santità vi è il senso acuto delle necessità imposte dai tempi, è allora possibile rilevare in Tovini non solo quella religiosità del cuore, dalle vibrazioni sentimentali intense che, mostrando l’amabilità e la dolcezza della devozione reagisse alla freddezza del naturalismo, ma anche quell’insieme di prese di posizione operative miranti a far percepire il valore sociale del messaggio cristiano e la posizione decisiva del cattolicesimo nel divenire della Storia come asse della civiltà.
Premesso che la santità non si lascia certo incasellare negli schemi in cui ripartiamo frettolosamente progressisti o conservatori, potremmo tuttavia affermare che Tovini è un esponente della santità della prima generazione del movimento cattolico, frutto maturo di determinate condizioni storiche. Ogni tempo ha la sua forma di santità: in quanto forma è legata a circostanze passeggere e mutevoli, in quanto santità le trascende e, per molti aspetti, ci sfugge.
Tovini è un esponente della santità della prima generazione del movimento cattolico, frutto di determinate condizioni storiche. Ogni tempo ha la sua forma di santità: in quanto forma è legata a circostanze passeggere e mutevoli, in quanto santità le trascende e, per molti aspetti, ci sfugge.

LIVIO ROTA

 

 

 

Uno sguardo alle testimonianze scritte della interiorità di Giuseppe Tovini lascia piuttosto inappagato il lettore in cerca di una sua vita spirituale segnata da caratteri peculiari. Non è mancato chi, con finezza, ha saputo scorgere in lui suggestioni di intonazione gesuita, filippina, francescana, mazziana. Con difficoltà, tuttavia, si può parlare di una spiritualità toviniana originale, di una scuola che a lui si ispiri. Dai documenti a nostra disposizione emerge infatti la tipica religiosità dell’Ottocento, con elementi e tratti comuni agli uomini ed alle donne di quel tempo.
Giuseppe Tovini condivide con la gente che ha poi servito con la sua sensibilità sociale e pastorale la stessa pietas, dal tono tradizionale e popolare e che trova i suoi punti di snodo nell’Eucaristia, nella pluralità di devozioni alla Vergine, a s. Giuseppe, al s. Cuore, al Papa, nella partecipazione a varie Confraternite. Ma questo non basta per spiegare un’esuberanza di vita religiosa, che poi si tradurrà nel proliferare infaticabile di attività esteriori. Qual è la matrice interiore, la carica spirituale che ha permesso a Giuseppe Tovini di essere un santo nella polis? Come hanno lasciato intuire alcuni dei suoi più acuti biografi e come si evince dalla sua scarna documentazione di carattere più squisitamente spirituale, sembra che il perno della sua coscienza religiosa che ha poi stimolato un’intensa vicenda terrena sia stata una forte concezione soprannaturale della vita. Non abbiamo notizia di perturbazioni o smarrimenti nella sua evoluzione interiore: se qualcosa di tal genere inquietò il suo spirito riguardò, semmai, il fascino di una vocazione piuttosto che di un’altra. Il tono austero della sua formazione religiosa, retaggio di non lontani echi giansenisti camuni, conferirà a tutta la sua esistenza una percezione granitica della fede, un a priori dal quale ogni gesto viene ispirato ed accompagnato.
La vena che alimentò la sua vita religiosa fu il primato del soprannaturale, la preminenza dell’interiorità: con felice e sintetica intuizione è stato scritto di lui che la fede fu la forma del suo carattere e l’essenza della sua personalità. Il movente della sua frenetica attività è individuabile nel suo essere uomo di Dio, un’anima orante: la preghiera non fu certo in lui l’acquiescenza ad un banale e pigro provvidenzialismo, bensì lo stimolo ad un esame accurato dei problemi e delle esigenze del momento e ad un’azione ancora più intensa e puntuale.
La passione apostolica infusa nell’affrontare le gravi questioni sociali del suo tempo scaturisce da questo punto focale indiscutibile: una vita di fede che diventa eloquente poi nelle pratiche religiose del suo tempo e nelle realizzazioni concrete a tutti note.

GIANFRANCO GRIECO

 

 

L’OSSERVATORE ROMANO, Mercoledì 23 Settembre 1998

Linee di spiritualità del nuovo beato bresciano

Giuseppe Tovini «visse nello spirito e nel fervore francescano»


La rivista storica «Annali Francescani» subito dopo la morte di Giuseppe Tovini (16 gennaio 1897) – beatificato da Giovanni Paolo II durante la Concelebrazione Eucaristica presieduta nella mattina di domenica 20 settembre, in occasione della visita pastorale a Brescia – notava come tutti i giornali avevano messo in rilievo la personalità di questo cristiano laico, ideatore di molteplici iniziative e realizzatore di svariate istituzioni opere e programmi nei vari settori della pubblica convivenza; ma denunciava anche quel pudore diffuso nella stampa – eccezione fatta per L’Osservatore Romano e il Cittadino di Brescia – nel rilevare la sua appartenenza all’Ordine Francescano Secolare (allora Terzo Ordine Francescano).
Tovini fu eletto anche «Priore della Congregazione dei Terziari di Brescia» e tale responsabilità mantenne fino a quando lo incolse la morte, logorato dal male e dalle fatiche apostoliche.
La stessa rivista concludendo il suo primo servizio sul Tovini affermava: «Forse nessuno dei 750.000 terziari d’Italia uguagliava l’Avvocato nello spirito e nel fervore francescano».
La valutazione anche se in forma dubitativa è certamente significativa in riferimento al Tovini, ma l’articolista com’è ovvio ignorava che ben altri stavano contemporaneamente percorrendo la via della santità serafica. Ad esempio, il beato Contardo Ferrini (1859-1902) professore di Diritto Romano alle università di Pavia, Catania e Modena; il ven. Paolo Pio Perazzo (1846-1911) ferroviere e impiegato alla stazione di Porta Nuova di Torino, giornalista; il ven. Ludovico Necchi (1876-1930) medico milanese pubblicista, confondatore della Università Cattolica del Sacro Cuore; D. Olinto Marella (1883-1969), una vita spesa per i perseguitati politici, i poveri e i bambini: tanto per citarne alcuni. Tovini decise di entrare nel Terzo Ordine Francescano (TOF), nel 1881 e fece la professione nel 1882, probabilmente nella festa di s. Francesco, com’era ed è tradizione in tutte le fraternità.
In quello stesso anno, ricorrendo il VII centenario della nascita di s. Francesco (1182-1882), il 17 settembre papa Leone XIII (1878-1903), proseguendo un programma di rinnovamento spirituale della società, pervasa da settarismo anticlericale e massonico, emanava la lettera enciclica «Auspicato concessum» sul Terzo Ordine Francescano, presentandola con la seguente intestazione: «SS. D. N. Leonis Papae XIII – Epistula encyclica – De Tertio Ordine Sancti Francisci – Venerabilibus Fratribus Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopis et Episcopis catholici orbis universis».
È notorio come Tovini fosse, per fede viva e ragione teologica, fortemente aderente alla Chiesa, soprattutto nella persona del Sommo Pontefice. Egli fece suoi gli orientamenti e i programmi pastorali di papa Leone XIII, che forse già aveva in cuore i temi sociali della «Rerum novarum»(1891). A ben notare, gran parte della sua attività promotiva e organizzativa nei vari campi della vita pubblica si effettua nell’arco dei rimanenti 15 anni di sua vita, ed è tutta permeata di vivace presenza cristiana, fecondata da fede illuminata e operante e da intensa e costante preghiera.
Tovini, in quegli anni, progredisce sempre più nell’esercizio delle virtù morali particolarmente in quelle caratterizzanti la spiritualità evangelica francescana: l’ascesi, la semplicità, la povertà, la preghiera, il dialogo rispettoso. Ad esempio nel 1886 ottenne dal Vescovo di Brescia, Corna Pelligrini (1883-1913), di avviare e animare ogni primo venerdì del mese una notte di preghiera per gli uomini cattolici. Finché visse egli animò quelle notti di orazione che si svolgevano nella chiesa di S. Luca. Dopo la sua morte l’iniziativa fu continuata da Giorgio Montini, pure terziario francescano († 1943) papà di Paolo VI, e trasferita nella chiesa di s. Francesco, ove spesso il Tovini radunava l’assemblea dei Terziari della città, sia come maestro dei Novizi, sia come priore della Congregazione (termine in uso in quel tempo).
Vi partecipava anche il servo di Dio fra Giacomo Bulgaro, allora calzolaio nel quartiere cittadino di s. Giovanni. La preghiera si concludeva all’alba, in casa del rettore di san Francesco, Mons. Angelo Nazzari, con un buon caffè che disponeva i partecipanti a iniziare la giornata lavorativa (cfr. Vita di Fra Giacomo Bulgaro, – P. Lucio Condolo – Ed. Civiltà Bresciana).
Volendo fare qualche cenno sulla virtù della povertà praticata dal Tovini, nel vol. II-2 della «Positio super virtutibus » viene affermato che egli, dopo la professione, non mise più piede in un caffè; era scrupoloso nella scelta degli abiti, non li voleva costosi o appariscenti; viaggiava in terza classe anche nei suoi spostamenti a Roma, lui che di viaggi ne faceva parecchi.
Nel 1894 l’avv. Giuseppe Tovini fu eletto «Priore della Congregazione del Terzo Ordine Francescano» (oggi si dice Ministro o Presidente), e con tale carica morì, e morì francescanamente povero.


* * * 

Perché l’avv. Tovini è stato elevato agli onori degli altari e quindi proposto alla pubblica venerazione? Certamente non per il fatto di essere stato un uomo di grandi vedute, realizzatore di molteplici iniziative e opere nei campi della cultura, dell’economia, della promozione umana, della politica, della religione (nella storia si possono incontrare uomini anche più geniali e organizzativi di lui), ma perché in tutte queste sue presenze ha esercitato le virtù cristiane in grado eroico, vivendo il Vangelo secondo l’esempio dei santi, e direi particolarmente di s. Francesco. Tovini stesso, scrivendo a P. Cottinelli, esprime la sintesi tra azione preghiera e sacrificio cui era pervenuto: «Languido e tiepido, i sentii rianimare lo spirito ed infervorarmi nell’amore di Gesù Cristo; debole e timido, mi sentii rinforzare l’animo a confessare con coraggio e franchezza il nome di Cristo davanti agli uomini e a soffrire per amore suo insulti e disprezzi; distratto ed immerso negli affari, imparai a vedere essi stessi quali strumenti della mia salvezza eterna offrendoli a Dio e cercando unicamente la sua gloria». Tutto questo proprio come detta la regola dell’Ordine Francescano da lui professata: «La Regola e la vita dei francescani secolari è questa: osservare il Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo secondo l’esempio di s. Francesco d’Assisi, il quale del Cristo fece l’ispiratore e il centro della sua vita con Dio e con gli uomini. «I francescani secolari s’impegnino ad un’assidua conoscenza del Vangelo, passando dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo. Siano presenti con la testimonianza della propria vita umana ed anche con iniziative coraggiose tanto individuali quanto comunitarie, nella promozione della giustizia, ed in particolare nella vita pubblica impegnandosi in scelte concrete e coerenti alla loro fede» (Reg. n. 4 e 15).



RICCARDO GIOVEDÌ