S. GIUSTINO MARTIRE (II secolo)

Nato nel paganesimo, Giustino studia a fondo i filosofi greci, e soprattutto Platone. Poi viene attratto dai Profeti di Israele, e per questa via arriva a farsi cristiano, ricevendo il battesimo verso l\’anno 130, a Efeso. Giustino si batte contro i pregiudizi che l\’ignoranza alimenta contro i cristiani. ma è a Roma che si conclude la sua vita. Per aver scritto una seconda Apologia, indirizzata al Senato romano, finisce in carcere, anche lui come "ateo", per essere decapitato con altri sei compagni di fede, al tempo dell\’imperatore Marco Aurelio.

Tra tutti gli apologisti del secondo secolo, S. Giustino è colui che meglio conosciamo dalle sue opere. Pur essendo laico consacrò all\’insegnamento e alla difesa del cristianesimo la parte migliore della sua esistenza. Egli nacque da famiglia pagana ellenistica in Flavia Neapolis, l\’antica Sichem (Palestina), oggi Naplusa, nel primo decennio del secondo secolo. Da Dio aveva ricevuto un\’anima retta e sincera. Giovane ancora, educato nel paganesimo, cercò la verità nelle scuole filosofiche in voga a quei tempi, ma ben presto sperimentò la vacuità delle discussioni degli stoici, dei peripatetici, dei pitagorici e anche dei platonici.
Udendo le accuse portate contro i cristiani e vedendoli intrepidi di fronte alla morte e a quello che gli uomini paventano, Giustino comprese che era impossibile che vivessero nel male e nell\’amore dei piaceri. Nella solitudine di Cesarea di Palestina, essendo stato iniziato da un vecchio sconosciuto alle certezze del cristianesimo, studiò la S. Scrittura, si persuase della realtà delle profezie realizzatesi in Gesù Cristo e si convinse che il cristianesimo era la sola filosofia sicura e giovevole. Giustino divenne così un cristiano pieno di zelo. Al tempo della guerra giudaica 132-135, si trovava ad Efeso, già convertito, dove portava il mantello di filosofo senza uno speciale mandato della Chiesa, persuaso com\’era che "poter dire la verità e tacerla, equivaleva meritare la collera di Dio". Fu qui che ebbe, per due giorni, con il rabbino Tritone "il più celebre israelita dell\’epoca", un dialogo in cui si sforzò di dimostrare la messianità di Gesù e la verità della religione da lui insegnata.
Più tardi si stabilì a Roma ove aprì la prima scuola catechistica che si conosca, in tutto simile a quelle filosofiche da lui frequentate. In essa si mise a insegnare la dottrina cristiana a tutti coloro che lo andavano a trovare. Il siro Taziano fu tra i suoi discepoli. Legalmente la professione del cristianesimo era punita con la morte, ma era possibile propagare, senza imprudenze, la legge del Signore perché, negli ultimi anni dell\’imperatore Adriano e sotto Antonino Pio, la Chiesa aveva beneficiato di una pace quasi completa. Non mancarono martiri durante la permanenza di S. Giustino a Roma. Egli, però, che si era fatto un dovere di predicare, non disertò il suo posto.
L\’apologista sincero, leale e ardente, non si sera accontentato di parlare. Eusebio gli attribuisce "un gran numero di scritti, sotto ogni riguardo, utilissimi", di cui possediamo soltanto il Dialogo con Trifone e le due Apologie dirette, tra il 150 e il 155, ad Antonino Pio, a Marco Aurelio, associato all\’impero con il titolo di Cesare, e a Lucio Vero, figlio adottivo dell\’imperatore. In esse il santo si ribella contro il metodo iniquo di condannare i cristiani solo perché tali, e li difende dai delitti loro imputati di ateismo, immoralità, omicidio e inimicizia contro l\’impero. Si studia quindi di farli conoscere nella storia, nella dottrina e morale loro, molto superiore a quella dei filosofi stoici.
L\’insegnamento di Giustino finì col suscitare reazioni. A causa specialmente del cinico Crescenzio, di vita corrotta e avara, Giustino fu arrestato e condotto davanti al tribunale del prefetto di Roma, Giunio Rustico (163-167). Con lui furono presi e interrogati sei suoi scolari. Tutti confessarono di essere cristiani e ricusarono di sacrificare agli idoli. Il prefetto li condannò allora prima alla flagellazione e poi alla decapitazione. Non ci fu nemico della Chiesa che Giustino non abbia attaccato. Non c\’è dogma, si può dire, che non abbia trattato benché con qualche inesattezza di dottrina, dovuta forse anche all\’imprecisione del linguaggio, in un tempo in cui la terminologia non era ancora fissata.
A venti secoli di distanza è importante ricordare come egli descrive il rito battesimale ed eucaristico. "Coloro che credono nella verità dei nostri insegnamenti e della nostra dottrina promettono di vivere conforme ad essa. Allora noi insegniamo loro a pregare e a chiedere a Dio, nel digiuno, la remissione dei loro peccati e noi stessi preghiamo e digiuniamo con loro. In seguito sono da noi condotti al luogo dove c\’è l\’acqua e là rigenerati come noi lo fummo. In nome di Dio, Padre e Signore di tutte le cose, e di Gesù Cristo nostro Salvatore e dello Spirito Santo, sono lavati". (Apol. I, c. 61).
Dopo che aveva ricevuto il battesimo, l\’"illuminato" veniva condotto nell\’assemblea dei credenti pronti a celebrare il divino sacrificio, di cui Giustino ci ha lasciato la più antica descrizione. "Il giorno detto del sole, gli abitanti delle città e delle campagne si radunano in un medesimo luogo, dove si leggono le Memorie degli Apostoli o gli scritti dei profeti finché il tempo lo permette. Al termine della lettura, colui che presiede prende la parola per ammonire i presenti ed esortarli all\’imitazione delle belle lezioni. In seguito, ci alziamo tutti insieme in piedi e facciamo preghiere.
Al termine della preghiera viene portato pane, vino e acqua. Colui che presiede eleva orazioni e fa anche azioni di grazie, con tutto il fervore di cui è capace, alle quali il popolo risponde: "Amen". Ha quindi luogo la distribuzione delle cose eucaristiche. Ciascuno riceve la sua parte. Agli assenti è portata dai diaconi" (Apol. I, 67).
S. Giustino non è ordinato e brillante nei suoi scritti, ma efficace, pieno di calore e di vita. Non è pensatore profondo, ma ha il merito di avere, per primo, affrontato coscienziosamente e su vasta scala, lo scottante e delicato problema dei rapporti fra il cristianesimo e l\’antica filosofia pagana che egli, mediante la sua teoria del "verbo seminale", riesce ad utilizzare per la dimostrazione del dogma. Il "verbo seminale" o ragione umana, con la sua saggia attività può elevarsi ad una conoscenza parziale, imperfetta, ma altissima e utilissima del Verbo divino. Così hanno fatto i più grandi filosofi, Socrate e Platone soprattutto. Ma la conoscenza piena, completa e sicura del Verbo è data soltanto dalla rivelazione: è quella dei cristiani e il Verbo è Cristo. E questo il motivo per cui i credenti in Lui sono perseguitati ad istigazione dei demoni. Si suppone che Giustino sia stato martirizzato nel 165, sotto l\’imperatore Marco Aurelio, anch\’egli filosofo. Si ignora il luogo della sepoltura.
Alcuni martirologi del medio evo affermarono che le sue reliquie si trovano nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, ma difettano le prove storiche. Nel 1874 Leone XIII ne introdusse la festa nel breviario e nel messale romano.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 11-13
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