S. ANTONIO D’EGITTO (251-356)

L’eremita benché rifuggisse dal frequentare gli uomini, a poco a poco non disdegnò di ricevere quanti accorrevano a lui. C’era chi veniva a chiedergli miracoli, ma c’era pure chi voleva mettersi sotto la sua guida per imitarlo in quel genere di vita. Quando verso il 305 egli si decise ad aprire il suo ritiro, le vicinanze del castello si popolarono di eremiti, che periodicamente ammaestrava nella perfetta carità, nel distacco dai beni terreni e nella preghiera più con l’esempio che con la parola. Fu suo discepolo anche S. Ilarione ( + 371) fondatore della vita monastica in Palestina, di cui S. Girolamo ha scritto la vita.

17 gennaio

Quello che sappiamo di questo eremita lo deduciamo dalla Vita che S. Atanasio, patriarca di Alessandria, scrisse di lui verso il 357. Antonio nacque a Queman, a sud di Menfi, sulla riva occidentale del Nilo, da ricchi genitori cristiani, che lo lasciarono orfano a diciotto anni con una sorella più giovane da educare. Sei mesi dopo la loro morte, mentre assisteva alla messa, udì la lettura del tratto di Vangelo in cui Gesù dice al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi quanto possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni, seguimi”. Antonio, invece di allontanarsi rattristato, folgorato dalla grazia, distribuì le sue terre ai vicini, vendette i mobili per assicurare una rendita alla sorella, e diede il rimanente ai poveri. Udendo un’altra volta la lettura del Vangelo nel quale nostro Signore raccomanda di non affannarsi per il domani, si liberò anche delle riserve costituite per la sorella. Una comunità di vergini si prese cura di lei.

Da quel momento il santo si diede a una vita di preghiera e di lavoro senza curarsi dello studio delle lettere. Ogni tanto lasciava il suo ritiro per visitare gli asceti dei dintorni, e fare tesoro dei loro insegnamenti. Fin d’allora cominciò a diffondersi la fama della sua santità, ma ebbe a soffrire contemporaneamente violente tentazioni da parte del demonio, specialmente dopo che si era rifugiato in una tomba scavata nelle montagne della Libia. Un mattino, l’amico che gli portava le provvigioni, avendolo trovato inanimato sul suolo della camera sepolcrale, lo portò al vicino villaggio perché gli fossero fatti i funerali, ma nel cuore della notte Antonio riprese i sensi e si fece riaccompagnare nell’eremo.

Dopo nuovi assalti del demonio, durante i quali il Signore lo sostenne con la sua presenza sensibile, Antonio, di circa trentacinque anni, varcò il Nilo per seppellirsi in un vecchio castello infestato da serpenti, ma provvisto d’acqua, fra le montagne di Pispir. Chiuse la porta d’ingresso con un muro a secco, e visse colà per vent’anni senza uscirne. Persone amiche ogni sei mesi lo rifornivano di viveri gettandoglieli al di sopra del muro di cinta. Le sue lotte con gli spiriti infernali accrebbero d’intensità. L’eremita benché rifuggisse dal frequentare gli uomini, a poco a poco non disdegnò di ricevere quanti accorrevano a lui. C’era chi veniva a chiedergli miracoli, ma c’era pure chi voleva mettersi sotto la sua guida per imitarlo in quel genere di vita. Quando verso il 305 egli si decise ad aprire il suo ritiro, le vicinanze del castello si popolarono di eremiti, che periodicamente ammaestrava nella perfetta carità, nel distacco dai beni terreni e nella preghiera più con l’esempio che con la parola. Fu suo discepolo anche S. Ilarione ( + 371) fondatore della vita monastica in Palestina, di cui S. Girolamo ha scritto la vita.

Nel 311 la persecuzione di Massimino Daja insanguinò l’Egitto. S. Antonio accorse con alcuni suoi monaci a confortare i martiri e ad aiutare i cristiani. Quando quell’ultima persecuzione cessò, egli si ritirò nel deserto della Tebaide orientale (Alto Egitto) col proposito di rendere più austere le sue penitenze. Sovente digiunava diversi giorni di seguito; dormiva sopra una stuoia o per terra; non faceva uso dei profumi, degli olii e del vino. Essendo però dotato di buon senso, ai suoi eremiti non permise mai penitenze bizzarre assai frequenti tra i solitari d’Egitto. Più che l’austerità in se stessa, egli apprezzava la purezza dell’anima e una gioiosa fiducia in Dio.

La gente frattanto accorreva sempre più numerosa a chiedergli miracoli. Antonio, nella sua umiltà, se ne inquietò, e nel 312 si sentì ispirato a inoltrarsi maggiormente nel deserto. Si unì a una carovana di beduini e, dopo un viaggio di tre giorni, si fermò sul monte Coitzum, presso un piccolo palmeto. I beduini gli portavano del pane. 1 suoi discepoli non tardarono a raggiungerlo e fornirlo di utensili e di grano che seminò nell’orto per suo uso e per quello dei suoi visitatori. Gli eremiti rimasti a piccoli gruppi presso il Nilo furono da lui visitati a intervalli più o meno lunghi. Sovente vi era atteso da malati desiderosi della guarigione, ma chi voleva intrattenersi più a lungo con lui trovò il modo di raggiungerlo nella solitudine del Mar Rosso. Più volte lo andò a trovare lo stesso S. Atanasio (+373).

L’imperatore Costantino gli scrisse per raccomandarsi alle sue preghiere. Accorsero presso il santo, forse per burlarsene, perfino dei filosofi greci; per guadagnarlo alla loro causa o per confonderlo, lo visitarono pure degli ariani, ma egli, ripieno della grazia di Dio, riuscì sempre a confutare tutti. La sua ortodossia non conobbe incrinature. Egli rifiutò di comunicare con i seguaci dello scismatico Melezio di Licopolis che, approfittando dell’assenza di Pietro, vescovo di Alessandria, nascosto per la persecuzione di Diocleziano, si considerò il capo della chiesa egiziana.

Gli eretici non conobbero avversario più accanito di Antonio. Nel 335 Atanasio approfittò del prestigio di cui il suo amico godeva per invitarlo a scendere ad Alessandria in difesa dell’ortodossia. La visita del famoso taumaturgo destò enorme impressione, Molti ariani, che negavano la divinità di Gesù Cristo, ritornarono alla vera fede e molti pagani vi aderirono. Dopo quella missione Antonio visse ancora vent’anni nella solitudine. Preannunciò che sarebbe morto il 17-1-356 ai due discepoli che da quindici anni avevano ottenuto di abitare con lui. Raccomandò loro la purezza della fede, e ordinò di non manifestare ad alcuno il luogo della sua sepoltura, non volendo che diventasse meta di pellegrinaggi.

Antonio lasciò in eredità ad Atanasio il mantello di pelle e la tunica che un tempo gli aveva regalato. Delle opere del santo è rimasta una sola lettera autentica, indirizzata all’abate Teodoro e ai suoi monaci. Dieci anni prima della morte aveva fatto visita a S. Paolo eremita. Fu in relazione anche con Didimo il Cieco, direttore della scuola catechetica Alessandrina, e con l’imperatore Costantino, al quale scrisse numerose lettere perché richiamasse dall’esilio di Treviri S. Atanasio (337).

Antonio è considerato il protettore contro le epidemie. Fu molto venerate in Palestina e a Costantinopoli dopo che S. Eutimie il Grande ( + 473) ne istituì la festa il 17 gennaio. Dopo d’allora gli furono dedicate numerose confraternite, e la sua iconografia andò arricchendosi. La fantasia popolare lo fece il protettore degli animali. Gli artisti interpretarono nella maniera più fantasiosa le violenti tentazioni che subì da parte del demonio. Sotto l’imperatore Giustiniano sul sepolcro del santo, scoperto in seguito ad una rivelazione, fu costruita una chiesa.

 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 208-210.
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