La ragione della carità

…di Luigi Giussani. Appunti dall’intervento al Convegno “Accoglienza volto del gratuito”, organizzato dall’Associazione Famiglie per l’accoglienza Milano 1985….

La ragione della carità


di Luigi Giussani


 


Per vivere umanamente e cristianamente la condivisione non è necessario che le condizioni di questo gesto siano coscienti. Normalmente, anzi, esse vengono vissute in modo implicito nella nostra buona volontà. Una buona volontà che, comunque, viene sorretta da una meditata esplicitazione, specialmente nei momenti in cui la fatica è più grande. Perciò la parola del Vangelo: «State all’erta, siate coscienti», «Vigilate», significa: siate coscienti del vostro destino, del vostro rapporto con Dio, con il principio, la consistenza e il fine di quello che siete.


Questa è la premessa più grave che dobbiamo ricordarci.


Ho voluto dire del valore dell’implicito e dell’inconsapevole, perché il dono dello Spirito e della grazia di Dio può agire in chiunque: il Signore non è limitato da nulla. Ma ho voluto anche notare l’importanza della vigilanza, perché sono senza paragone la lucidità, la gioia e la pace che nascono da un impegno di carità che abbia motivi ben delineati. Quanto sto per dire è un piccolo contributo a questa chiarezza di motivi.


Vediamo i motivi profondi che per natura l’uomo ha e da cui è spinto alla condivisione. Se vogliamo immediatamente sentirci riempire di ricchezza nella vita del pensiero, dobbiamo sempre partire alla grande verità primordiale: che non c’eravamo e adesso ci siamo; perciò l’essere! – cioè il vivere, l’esistere, il muoversi – è partecipare a qualcosa d’altro. Com’è pacificamente esauriente poter dire con chiarezza (con chiarezza nella motivazione, non con chiarezza di fronte al contenuto, che è il mistero che ci ha rivelato Cristo) che tutto ciò che facciamo partecipa di qualcosa d’altro! La gratuità ha qui la sua radice: tutto ciò che facciamo e siamo ci è dato, noi partecipiamo a qualcosa d’altro. Io credo non esista nessuna verità più evidente di questa: che m ogni istante della nostra vita non d facciamo da noi stessi. È nella vibrazione di questa autocoscienza che si sviluppa in noi la possibilità di una preghiera reale.


La radice della gratuità sta tutta qui, proprio perché nulla è nostro. In fondo voglio alludere a quel che dice la prima pagina della Bibbia: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (Gen 1, 26), vale a dire, nel dinamismo dell’uomo si riverbera ed echeggia, secondo un’analogia immensamente lontana, ma pur reale, la vita del Mistero. Se ne possono trarre tre conseguenze.


 


LA COSCIENZA DI ESSERE AMATI


 Non possiamo condividere, vale a dire non possiamo porre la nostra presenza come parte della presenza di un altro, non possiamo spalancare la nostra presenza ad accogliere la presenza di un altro, se innanzitutto noi non ci sentiamo accolti, se noi non ci sentiamo amati.


Qui si capisce che, senza Dio, è come affrontare un problema senza un’ipotesi adeguata. Perché ci può essere una magnanimità, un’apertura, una capacità di condiscendenza, una capacità di “accoglienza” (per usare una parola sintetica) grandiosa, anche se uno non vive una corrispondenza umana in nessun senso, ma ha una percezione chiara di quello che sta all’origine del suo momento: cioè che, se vive, è perché è voluto; se esiste, è perché è amato. Ho detto percezione chiara: può essere anche una coscienza non chiara, confusa, un presentimento o una intuizione, anche in una persona che non si direbbe religiosa, ma che, senza saperlo, lo è. Comunque sia, senza l’incombenza di Dio sull’orizzonte della nostra vita, noi non possiamo spalancarci all’accoglienza, dedicarci a una condivisione, accettare una presenza che non sia la nostra e che, proprio in quanto non è nostra, non coincida con la nostra.


È una imitazione che definisce il nostro comportamento (“Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) o, come ho detto, è la partecipazione a qualcosa d’altro. Per questo una religiosità vera si documenta nella capacità di condivisione e di accoglienza prima che in qualunque altra cosa, in un certo senso prima che nel dire “Dio”, poiché se si ha dentro quanto detto è perché Dio lo si pre-sente, anche inconsapevolmente.


Comunque, solo se si è amati, si ama: amati non da chi e nei modi che noi desideriamo, ma molto più profondamente, essenzialmente. Io lo intuisco dall’esperienza della mia vita. Perché, se un ragazzo è veramente amato dai genitori, sa che cosa è amare, cresce sapendolo, anche se non sa di saperlo, anche se questa sua sapienza (sì, è proprio una sapienza) non è riflessa.


 


 IL PERDONO DELLA DIVERSITA’


 L’assetto dell’accoglienza, che la parola cristiana “misericordia” definisce, è il perdono della diversità.


Per capire bene i fondamenti, i motivi ultimi della capacità di accoglienza, non si pensi al povero che si tiene in casa, ma alla moglie, al marito, o al figlio che diventa grande: se nel rapporto con loro non emergono questi fattori, è solo perché lo si vive ottusamente, lo si dà per scontato, non ci si accorge di ciò che sta accadendo.


La parola “misericordia” indica l’accoglienza come un’energia, una libertà che – come intelligenza e come affettività – supera il vuoto, il gap, la lontananza della diversità. Com’è impressionante pensare all’infinita distanza che Dio ha superato rispetto al nostro niente! “Ti ho amato di un amore eterno”, dice la Bibbia, “ti ho attratto a me, ti ho accolto avendo pietà del tuo niente” (cfr. Gen 31, 3). Non c’è nessuna diversità più grande di quella tra l’essere e il nulla!


Io credo che questo sia un aspetto della coscienza che deve essere ravvivato sempre. Perché, se un uomo accoglie una donna, paradossalmente acuendo la consapevolezza della diversità, e l’abbraccia in questa consapevolezza, mai l’avrà accolta così interamente: occorre che sia cosciente di questa diversità e che la presenza sia abbracciata in questa coscienza. Non sto “definendo” la misericordia con cui Cristo identifica il Dio vivente, l’ultima umana parola possibile sul Dio vivente; ma sto indicando la connessione impressionante che noi siamo chiamati a vivere con essa: perché, come osserva san Paolo, “Cristo ci ha amati quando eravamo peccatori” (cfr. Rm 5, 8), ci ama quindi come peccatori (immaginiamoci quanto deve amarci quando Lo cerchiamo, invocandoLo)!


 


 L’AMORE ALLA PERSONA


 L’accoglienza e la condivisione sono l‘unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’Infinito. “I loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10), diceva Gesù parlando dei bambini.


L’itinerario attraverso cui la condivisione, quindi l’abbraccio accogliente di una presenza a un’altra presenza, avviene può essere qualsiasi. Quindi, è un itinerario qualsiasi che ha però un punto a quo ed un punto ad quem. Lo spunto iniziale può essere uno qualsiasi, amche un interesse banale e concreto, ma il punto ad quem, il punto d’arrivo obbligato è la persona, vale a dire un essere il cui angelo vede la faccia del Padre che sta nei cieli, un essere che è rapporto con l’Infinito: l’abbraccio all’altro on si può quindi esaurire nella motivazione per la quale, inizialmente, io l’ho raccordato a me, l’ho accettato. È per questo che nell’accoglienza di un povero e in quella della persona più amata ultimamente deve vivere la stessa gratuità, altrimenti è come se tristemente ciò che dovrebbe essere più grande diventasse più ottuso, meno grande.


 La partecipazione dell’Avvenimento iniziale, dunque, è la sorgente della gratuità: partecipazione in cui la vigilanza o la consapevolezza recano il contributo di una chiarezza e di una possibilità di gioia altrimenti difficili.


Solo se abbiamo coscienza di essere amati –chiaramente o confusamente, implicitamente p esplicitamente – , noi possiamo amare, vale a dire abbracciare, accogliere in noi, condividere.


La grande strada da percorrere per renderci conto simili all’immagine che la Bibbia dà di Cristo – che, dall’eternità, viene percorrendo la via come un gigante sulla nostra terra – è il superamento, l’attraversamento della diversità: la misericordia. Abbracciare l’altro significa abbracciare un diverso – ricordiamoci che Dio e’ il Diverso, l’Altro per eccellenza -.


L’itinerario può prendere avvio da qualunque spunto, anche il più banale (il Signore ci è maestro in questo attraverso la natura), però deve giungere all’amore della presenza intesa come luogo di rapporto con l’Eterno, con l’Infinito: il punto d’arrivo è la persona, che ha il suo destino infinito, che è rapporto con l’Infinito.


 


FATTORI METODOLOGICI


 Essere liberi. Senza libertà non ci può essere accoglienza ma un invito illusorio; l’altro si troverebbe in una prigione, si troverebbe a essere usato, strumentalizzato. Essere se stessi appieno, questo vuoi dire essere liberi; libertà, dunque come condizione di metodo per l’accoglienza.


Ora, questa libertà, che ho definito essere se stessi appieno, ha delle note costitutive ben precise.


Innanzitutto, la coscienza della propria appartenenza all’Infinito, al Mistero. Quanto più uno vive il rapporto con Dio, quanto più ha la coscienza del proprio destino, e riconosce questo destino, tanto più vive l’affezione all’essere. L’affezione al destino, all’essere, poi, si dimostra nella calma affezione alle circostanze (salvando tutti i caratteri possibili: un carattere iroso lo dimostrerà come può, un carattere flemmatico lo dimostrerà come può!).


Quindi, la libertà. Con quella punta acuta che è il perdono a sé, la capacità di perdonarsi.


Questa è la più difficile imitazione di Dio: il perdono è infatti la Sua “condanna”, la misericordia il Suo modo di giudicare. Qui si radica quell’umiltà che permette la gratuità: perché l’umiltà è fatta di una coscienza della propria miseria che vibra, paradossalmente, dentro una certezza totale, perché Cristo è risorto, ha vinto e mi vince.


 Il secondo fattore metodologico è quello che i Padri della Chiesa hanno più sottolineato, spiegando la figura dì Cristo nel suo rapporto con l’uomo: la sua condiscendenza; questa libertà, questo essere se stessi, deve piegarsi e plasmarsi, per così dire, aderendo alla presenza che accoglie, secondo tutti gli anfratti, le angolosità, secondo tutte le forme che quella presenza ha.


Questo vuol dire che bisogna evitare la pretesa. Non abbiamo alcun motivo per pretendere che l’altro sia diverso: non sarebbe accoglienza! Ben altro è il desiderio che l’altro diventi se stesso secondo l’ideale che la nostra coscienza ha del rapporto con Dio, con l’Ultimo: ma allora è desiderio di camminare insieme verso l’identico Destino, Cristo. Il realismo della condizione in base alla quale uno riesce ad accettare un altro è già implicato in quello che abbiamo chiamato l’itinerario da seguire e in che abbiamo detto a proposito della libertà. La condiscendenza come tale insiste sull’adeguamento all’altro, senza-che noi pretendiamo.


 Questa condiscendenza è amore al dolore, non da masochisti, ma come lo ha avuto Cristo, che ha detto: «Padre, se è possibile, che io non muoia» (cfr. Mt 26,39). Il dolore nasce dall’impossibilità di corrispondenza dell’assetto o dell’atteggiamento dell’altro con quello che noi abbiamo pensato o immaginato, sia come progetto buono su di lui, sia come soddisfazione di una nostra esigenza affettiva. Il dolore nasce dall’accorgersi di essere incapaci di colmare l’abisso della diversità. Perché la diversità è veramente un abisso, che soltanto un nesso con l’Infinito, con Dio, può far superare (provate a pensare, mogli e mariti, alla diversità su un particolare: anche questa è un abisso!).


La gratuità, nella pratica, nasce in questo dolore. Esso ci purifica, al fondo, dal progetto che è pur naturale avere, dall’esigenza di corrispondenza affettiva che è naturale avere, dall’esigenza di sentirci utili che è naturale avere, dall’esigenza di manipolare qualcosa che è naturale avere. Non è che la gratuità stia in questo dolore, ma questo dolore la prova e la purifica, la fa esistere concretamente. La purezza che è nella gratuità è proprio salvata dal dolore, inteso come percezione della non corrispondenza; una non corrispondenza che è alla radice di qualsiasi rapporto, perché soltanto nell’Eterno noi avremo la vera corrispondenza. Io ho sempre raccontato ai miei alunni un episodio accaduto nei primi anni di sacerdozio che mi ha colpito molto. Una signora veniva a confessarsi da me tutte le settimane; poi, per un certo periodo, non venne più. Ritornò dopo qualche mese: aveva avuto la seconda bambina. Mi disse: «Sapesse! Il primo sentimento che ho avuto appena si è distaccata non è stato la curiosità di sapere se era maschio o femmina, se stava bene o male, ma: “Ecco, incomincia ad andarsene!”».


Accettare questo distacco è una sublime gratuità. E questo è proprio il seme iniziale che normalmente tutti i genitori devono affrontare quando si tratti della vocazione del figlio. «Incomincia ad andarsene» significa che, chi nasce, nasce per il suo destino, che non è fissato neanche da lui, perché la vocazione la da Dio e nessun altro.


Nel tredicesimo capitolo della Lettera agli Ebrei, Paolo dice: «Soffrite con quelli che sono perseguitati come se voi soffriste nel vostro stesso corpo e preoccupatevi dei prigionieri come se voi foste in prigione» (cfr. Eb 13,3). Quando leggo questo brano mi viene il terrore e vorrei scomparire, avendo partecipato con tutta la mia libertà e coscienza a questa cristianità occidentale che è vissuta cinquant’anni senza mai citare una volta i propri fratelli dell’Est europei perseguitati sotto il regime sovietico. Se Dio non ci avesse scosso con questo Papa!


La frase di san Paolo vuoi dire che l’accoglienza è immedesimazione: tu sei me, io sono te. L’ospitalità è grande, se la persona capisce, sente che ogni rapporto è un’ospitalità, è l’accoglienza di un altro. Ma la parola “ospitalità” è significativamente espressiva di tutto il fenomeno dell’accoglienza. In quel capitolo san Paolo dice: «Praticate l’ospitalità, perché Dio si compiace di queste cose» (cfr. Eb 13,16). È nell’ospitalità, in senso stretto, che questa immedesimazione viene operata, secondo tutta la concretezza dei suoi fattori. Non per nulla il Concilio dà ai genitori cristiani come loro primo ideale l’adozione. Non esiste oggettivamente nessun atto più grande dell’ospitalità: da un’ospitalità così radicale come l’adozione, fino all’ospitalità a pranzo o all’offerta di un tetto a una persona che passi per Milano anche una volta sola.


Una delle cose più belle che fra i miei amici ho visto realizzare è questo nesso, questa trama di famiglie disponibili a ospitare chiunque. In una società dove spesso si invoca una diversa qualità della vita, raramente si evidenzia quell’elemento fondamentale che consente alla vite di essere vissuta: l’accoglienza. Una diversa qualità della vita può nascere solo dall’accoglienza della persona con il suo bisogno e non tanto da una risposta tecnica a esso, che censura l’identità della persona.


  


 (Appunti dall’intervento al Convegno “Accoglienza volto del gratuito”, organizzato dall’Associazione Famiglie per l’accoglienza. Milano 1985)