I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Giogo di Gesù Cristo

1. Il giogo di Gesù Cristo è
necessario.

2. Il giogo di Gesù è
facile e leggero.
3. Il giogo di Gesù Cristo è
amabile.
4. II giogo di Gesù Cristo è
onorevolissimo.

5. Quanto è prezioso e utile
il giogo di Gesù Cristo.

6. Per chi il giogo di Gesù
Cristo è pesante?

7. Disgraziati coloro che rifiutano
di portare il giogo del Signore.

8. Ciò che rende il giogo di
Gesù Cristo leggero e facile.

1. IL GIOGO DI GESÙ CRISTO È NECESSARIO. – Il giogo di Gesù Cristo è
per l’uomo come il morso al cavallo focoso, il pungolo al bue tardo e
pigro… Il giogo di Gesù Cristo è il Vangelo ridotto
alla pratica… La legge evangelica poi si dice giogo, perché
ci lega e sottopone alla disciplina per impedirei di traviare dalla
giustizia. Togliete il giogo della legge di Dio, e tutto va in
rovina… E infatti, ognuno scorge che, nascendo l’uomo col germe di
tutti i vizi, se questo germe si sviluppa, trascina a qualunque
eccesso… Ora solo il giogo di Gesù Cristo inaridisce questo
germe fatale… «Senza il giogo di Gesù Cristo, dice S.
Agostino, le sfrenate passioni sfogano impunemente ogni loro
capriccio (In Enchirid.)». Di più, l’uomo ha
bisogno di luce, di disciplina, di guida, d’impulso, di correzione,
d’incoraggi amento, di vigore, di forza; il giogo di Gesù
Cristo a tutto sopperisce, tutto procura.

2. IL GIOGO DI GESÙ
CRISTO È FACILE E LEGGERO.
– «Prendete sopra di voi il
mio giogo, disse Gesù Cristo; poiché il mio giogo è
soave e il mio peso è leggero» (MATTH. XI, 29-30). «Il
giogo di Gesù Cristo, osserva qui S. Ambrogio, non inceppa il
collo tra catene, ma congiunge l’anima a Dio coi teneri legami della
grazia, non costringe con la necessità e con la violenza, ma
dolcemente dirige la volontà al bene (De Elia et Ieiun.
c. XXII)».
La legge evangelica è
il giogo di Gesù Cristo, ma giogo facile e leggero. 1°
perché pochi e facili sono i precetti di questa legge…; 2°
perché dà la grazia, la quale addolcisce le amarezze
che altri può trovarvi…; 3° perché non col timore
ma con l’amore ci guida e regge…; 4° perché distrugge la
morte…; 5° promette e porta la vita eterna. A ragione pertanto
esclama S. Bernardo: «Dolce e gradita cosa mi torna l’ammirare
quanto leggero sia il peso della verità (Gesù Cristo),
il quale non solamente non aggrava, ma anzi solleva quegli cui è
imposto. Poté bene questo peso fecondare, ma non incomodare il
virgineo seno di Maria! Sosteneva esso, questo peso, le braccia di
Simeone, mentre pareva fossero le braccia che sostenessero il peso. È
in virtù di questo peso che Paolo sollevavasi, quantunque
oppresso dalla corruttibile mole del corpo, fino al terzo cielo (Epl.
LXXII
)».
La parola giogo
dal verbo giugnere si deriva: e Dio s’unisce appunto a noi, ci
lega e a sé ci accoppia, per mezzo del giogo della sua legge.
Bisogna che siano due per portare un giogo: or chi è con noi?
Gesù Cristo: sì, egli porta, divide con noi il peso del
giogo che ci accolla, ed è perciò che leggero e dolce
ce lo rende. Egli lo chiama giogo suo, quasi volesse dire: è
mio il giogo che vi impongo, ma io lo porto con voi e in voi; anzi lo
porto io tutto da me e voi medesimi porto nello stesso tempo. A
portarlo vi aiuto con la mia grazia e col mio esempio.
Graziosa insieme e
verissima è la similitudine che adopera S. Bernardo,
paragonando il giogo di Gesù alle ali degli uccelli, le quali
per larghe e folte che sieno, tutt’altro che impacciare o ritardare
il volo agli uccelli, lo rendono anzi più sicuro e rapido. Se
togliete loro questo carico spennacchiandoli, il loro corpo stramazza
a terra vinto dal proprio peso (Epl. CCCXLI ad Mon.). Il
medesimo pensiero esprime S. Agostino con queste parole: «Questo
carico non è un peso per chi lo porta, ma un’ala per chi ha da
volare. Osservate gli uccelli, hanno anch’essi il peso delle loro
penne, le portano ma ne non portati. Se portano quando posano sulla
terra, ne sono portati quando si levano in aria (Serm. XXIV
de Verbo Apostoli
)». Per quegli che si attacca alle
cose terrene, il giogo di Gesù Cristo è peso che lo
accascia: egli se lo porta tutto da solo e tutt’intero, come
l’uccello che cammina a terra, porta le ali e le piume; quegli al
contrario che non si attacca alle creature, che vive in Gesù
Cristo e di Gesù Cristo, trova in questo giogo un aiuto a
volare come aquila fino al cielo; ed egli invece di portarlo ne è
portato.
«Quelli che non
amano Dio, dice S. Agostino, provano pena e stanchezza nell’adempirne
i comandi perché le adempiono per timore: ma la carità
perfetta caccia fuori il timore, e rende leggero il carico della
legge, il quale in tal caso non solo non opprime a mo’ di peso, ma
alleggerisce e solleva a mo’ di ali. Quando l’uomo ama, non sente
pena (Lib. de perfect. Iustit.)». «Anzi, tutto
riesce facile, soggiunge il medesimo dottore in altro luogo a chi
ama: chi porta Gesù, porta un peso leggero, il solo peso che
non pesi (De Nat. et Grat. c. LXIX)».
Quanto più un vestimento è
ricco di fregi d’oro tanto più pesa: tuttavia quelli che hanno
l’onore d’indossarlo, non ne muovono lagnanza come di cosa
troppo grave a portarsi. Supponete che vi sia regalata una
rilevante somma d’oro; vi
rifiutereste voi a caricarvene, scusandovi con l’incomodo del peso?
direste sciocco chi facesse così; e per conto vostro, vi
parrebbero la più gioconda cosa del mondo le fatiche e i
sudori che vi costerebbe quel peso. Ora, qual ricchezza maggiore che
essere vestito di Gesù Cristo? Vi sono diamanti o pietre
preziose e oro che valga più di Gesù, che valga più
del cielo? E ci lagneremo noi che il suo giogo, cioè il
possedere lui stesso, sia troppo grave cosa? Ma se fosse così
pesante, così grave questo carico, innalzerebbe esso verso il
cielo tutti quelli che volentieri lo portano?.. O accecamento! il
giogo del mondo ci schiaccia, e noi lo amiamo; il giogo di Gesù
ci solleva, e noi ci lamentiamo, ci agitiamo, lo troviamo
insopportabile! ci abbeveriamo di fiele, e fuggiamo le limpide acque
dei fonti.
La via della
giustizia è facile, perché sgombra da cespugli e dai
roveti delle cose terrene, il cui affetto opprime sotto il suo peso
di piombo gli empi. Vi si cammina agevolmente e in fretta perché
portati e sostenuti dalle ali della carità. Il che è
appunto quanto c’insinua Gesù allorché dice in S.
Matteo: «Venite a me voi tutti che gemete curvati sotto il peso
del lavoro, ed io vi darò ristoro» – (MATTH. XI, 28).
Qui calza la sentenza del Crisostomo: «Quando l’anima è
forte, ed è tale quando porta con gioia il giogo di Cristo,
leggerissimi le riescono i più pesanti carichi (Hom. XIV,
in I ad Cor.
)». «E come mai potrebbe essere pesante,
dice San Agostino, se è il precetto dell’amore? (De
Nat. et Grat. c. XLIX
)». E dove regna l’amore, non
si trova fatica, sentenzia S. Bernardo (Serm. LXXXV, in Cantic.).
Ah! l’esperienza. o amabile mio Gesù, conferma la verità
della vostra parola: «Il mio giogo è soave, leggero è
il mio peso».
«Io vi darò un cuore
nuovo, faceva Iddio annunziare da Ezechiele, ed un nuora spirito
infonderò nell’anima vostra; schianterò dalla vostra
carne il cuore di pietra e ve ne sostituirò uno di carne.
Porrò il mio spirito nelle vostre vene, e farò in modo
che voi camminerete per la strada dei miei precetti, osserverete i
miei ordini, praticherete i miei consigli. Voi sarete mio popolo, ed
io sarò vostro Dio. Allora vi ricorderete dei vostri sregolati
costumi e delle vostre tendenze; le vostre iniquità e i vostri
misfatti diventeranno un peso insopportabile a voi medesimi»
(EZECH. XXVI, 26-31). Questi sono i prodigi che opera Gesù
Cristo nelle anime le quali portano con amore, coraggio e
perseveranza il giogo divino…

3. IL GIOGO DI GESÙ
CRISTO È AMABILE.
– «Nelle buone opere, osserva S.
Gregorio, non si deve badare alle asprezze che lo accompagnano, ma
alle dolcezze ed alla soavità di cui ridondano (Pastor.)».
«Voi non sentirete più
il mio giogo, dice Iddio in Isaia, a cagione dell’olio della
dolcezza di cui lo ungo» (X, 27). Questo testo riguarda in modo
speciale il Messia. Dio distrugge il giogo del demonio per mezzo del
Messia il quale è stato unto dell’olio dell’allegrezza e il
cui nome solo addolcisce e toglie l’asprezza del suo giogo;
quest’olio dolcissimo si spande dal capo in tutte le membra.
Quest’olio dolcissimo
che rende amabile il giogo del Signore, è 1° la soavità
dell’amore inspirato dalla legge e dallo spirito di Gesù
Cristo. ..; 2° la facilità di osservare la legge, essendo
essa una legge di amore…; 3° l’uso di portare il giogo di Gesù
Cristo lo rende dolce e gradevole, essendo proprio dell’abitudine
addolcire e ammorbidire tutto ciò che in su le prime sembra
duro…; 4° la grazia, le divine consolazioni aspergono
d’indicibile diletto il giogo di Cristo. Perciò dice S.
Leone: «Niente è difficile agli umili, niente è
duro ai miti; e i precetti, non solamente sono osservati, ma amati da
coloro, cui la grazia porge aiuto e l’obbedienza addolcisce il
comando (Serm. V de Epiph.)».
E S. Bernardo scriveva: « I laici si meravigliano della
stretta disciplina in cui vivono i monaci e i religiosi; poiché
vedono il giogo, ma non vedono l’olio e l’unzione dei celesti
conforti. Eppure è un fatto, che Dio tempera di tanta grazia,
addolcisce con tante spirituali delizie questo rigore di vita, che
non pare più giogo, non sembra più avere ombra di pena
(Epist. LXXII)».
Il profeta Davide
esclama, nell’ebbrezza di questa unione divina che fa amabile il
giogo del Signore: «Voi avete infranto, o Dio, i miei ceppi; a
voi porgerò un sacrifizio di lode ed invocherò il
vostro nome. Adempirò i miei voti al Signore, in faccia a
tutto il popolo» (Psalm. CXV, 7-8). «Voi spandete
sul mio capo il vaso dei vostri profumi e gustoso ed inebriante
diventa il calice mio» (Psalm. XXII, 5).
Chi portò mai
giogo più grave e più penoso di quello del grande
Apostolo? Sopra di lui pesava la cura di tante Chiese; giorno e notte
si angustiava per la conversione del mondo intero; pativa sfregi,
battiture, catene, prigioni, ecc.; ora, che cosa diceva? si lagnava
forse del giogo di Gesù Cristo? o gli riusciva opprimente,
insoffribile? No; anzi esclamava: «Sono pieno di consolazione e
ribocco di gioia in mezzo a tutte le tribolazioni» (II Cor
VII, 4).
Chi potrebbe dire
quanto costasse di fatiche, di sudori, di stenti il giogo di Gesù
Cristo ad un S. Francesco Saverio, apostolo delle Indie? Chi potrà
intendere l’arduità della sua missione tra quei barbari
selvaggi? E si doleva egli, si lamentava forse? Egli diceva al
Signore: «Basta mio Dio, basta; o diminuite le consolazioni, o
toglietemi da questa vita; perché un cuore mortale non può
reggere a tanta gioia (In Vita)».
A ragione esclamava
il Salmista: «Quanto sono grandi e molteplici le dolcezze che
tu, o Signore. tieni riservate per coloro che ti temono e a favore di
quelli che in te sperano!» (Psalm. XXX, 19-20). «Voci
di gioia, grida di esultanza risuonano nei padiglioni dei giusti»
(Psalm, CXVII, 15). E a questa ineffabile dolcezza del giogo
di Gesù Cristo accennava anche Isaia quando vaticinava che il
Signore consolerebbe S’on e ne riparerebbe le rovine; che i suoi
deserti si convertirebbero in luoghi di delizie e le sue solitudini
fiorirebbero come un nuovo Eden: che tutto vi spirerebbe la gioia e
l’allegrezza in mezzo a cantici di lode e di ringraziamento (Id.
LI, 5).
Volete udire i miracolosi cambiamenti che
avvengono in coloro che scuotono da sé il giogo di Satana, per
inchinarsi al giogo di Gesù Cristo? Abbiatene un saggio da S.
Cipriano, il quale così diceva di se medesimo: «Mentre
gli errori della mia prima vita mi tenevano prigioniero, io credeva
non ci fosse per me uscita; i vizi mi soverchiavano ed io, vedendo i
miei mali, disperavo di poter risorgere a miglior vita. Ma dopo che,
con l’aiuto della grazia, i miei peccati mi furono perdonati, una
luce celeste penetrò nell’anima mia purificata. Dopo ricevuto
lo Spirito Santo, una seconda nascita ha fatto di me un uomo nuovo il
quale, in miracoloso modo, si trovò sgombro della caligine dei
dubbi e mutate le tenebre in splendentissima luce, vide chiaramente
quello che prima gli era impenetrabilmente nascosto. Da quel punto io
faceva con tutta prontezza e facilità quello che prima mi
figuravo come impossibile: governava senza sforzo quel che prima mi
pareva ingovernabile; conobbi la pochezza, la vanità di tutto
ciò che per l’avanti mi trascinava nel baratro dei misfatti.
Innamorato di Dio, ebbi l’anima mia vivificata, animata e governata
dallo Spirito Santo» (Serm.).
«Io, diceva il
Signore ad Israele, li ho portati, come padre i suoi ragazzini, tra
le braccia; e a me li trarrò coi legami di Adamo, coi vincoli
dell’amore» (OSE, XI. 3-4). «Questi legami, queste catene
sono la legge evangelica data ai cristiani; essa lega ed obbliga; è
conforme alla sana ragione, all’equità; è vincolo di
carità, in quanto che il fine della legge è la carità
la quale ci ordina l’amore di Dio e del prossimo. Ora dove trovare
cosa più dolce e più consolante dell’amare Dio,
dell’amare ì nostri fratelli? Coraggio adunque, o atleta, o
soldato di Gesù Cristo; non iscansare il giogo, la disciplina,
la croce del tuo capitano, perché questa croce stilla gocce di
meravigliosa soavità, d’ineffabile consolazione. Ricordiamoci
che, per disposizione di Dio, per quanto più sembrerà
pesante il giogo, più opprimente la croce che si riceverà
dalle sue mani, tanto più abbondanti egli spargerà le
consolazioni e vigoroso ci porgerà il braccio suo a sostegno;
di maniera che la misura delle consolazioni sarà sempre uguale
a quella delle croci, quando pure non la superi secondo la parola del
grande Apostolo: «A misura che in noi abbondano i patimenti di
Cristo, aumenta pure, grazie a Cristo, il contento nostro» (II
Cor. I, 5). Ed anche il profeta esclamava: «I tuoi
conforti, o Signore, allietarono l’anima mia, a proporzione dei
dolori che l’avevano rattristata» (Psalm. XCIII, 19).
Lo sperimentarono i martiri e lo
provano le anime veramente pie che portano il giogo di Gesù
Cristo, che aspirano ad una vita santa, per meritare la corona
eterna. Lungi dall’aborrire il giogo del Salvatore, esse lo
desiderano, lo cercano, lo amano, attirate dalle segrete dolcezze che
l’accompagnano e che esse vi gustano. Il refrigerio, la pace, la
contentezza sono attaccati al giogo di Gesù Cristo, alla sua
croce, ed invano si cercano altrove.

4. IL GIOGO DI GESÙ
CRISTO È ONOREVOLISSIMO.
– «Servire Dio è
regnare», scrive S. Bernardo (Serm. VII in Psalm), quasi
in commento a quel testo di Abdia: «Ascenderanno sul monte di
Sion, e là vi sarà il regno del Signore» (ABDI.
I, 21).
Persuadetevi che la
somma felicità dell’uomo, il suo supremo bene consiste in
Questo, che Dio regni sopra di lui e in lui, poiché Dio è
il Re dei re, il Signore dei dominanti; e allora comprenderete quanto
onorevole sia il portarne il giogo, obbedirgli o servirlo. 1° Dio
è un re giustissimo e ottimo: comanda egli medesimo di per sé
con ogni equità e dolcezza; ben diversamente fanno il più
delle volte i re della terra, e sempre i tiranni, i demoni, il mondo,
la concupiscenza, i quali vogliono anch’essi sopra di noi regnare, ma
c’impongono violentemente tutto ciò che vi è di più
duro.. 2° Il regno di Dio su noi, allorché accettiamo il
suo giogo, consiste nella grazia e nelle virtù, nella fede,
nella carità, nella sapienza, nella castità e simili,
le quali sono doni preziosissimi di Dio all’anima, affinché si
diriga per mezzo loro, verso l’obbedienza a Dio, che è il suo
unico sommo bene. Dio conduce l’anima allorché le inspira la
conoscenza di se medesimo, il suo amore, dei buoni desideri,
l’attaccamento al suo servizio, l’unione con lui, ecc. E che cosa si
può trovare di paragonabile alla conoscenza del primo vero?
Che cosa desiderare di più onorevole o di più felice
che amare la bontà suprema? Che cosa augurarci di più
nobile che il servire la maestà infinita?… 3° Questo
regno di Dio non è fondato per utilità di Dio, ma per
l’interesse dell’anima che vi è condotta; affinché
religiosamente e piamente vivendo, meriti di regnare quaggiù
su tutti i suoi nemici e giunga a regnare nella gloria del celeste
impero, al godimento di Dio per tutta l’eternità… 4°
Questo regno non rende i sudditi vili e abbietti, ma nobili,
illustri, eroi e principi, secondo quelle parole dell’Apocalisse: «Ci
hai fatti re e regno al nostro Dio, e noi regneremo» (Apoc.
V, 10).
Infatti, non si deve chiamare re chi,
sottomesso al giogo del Signore, con grazia di Dio, comanda alle sue
passioni e cupidigie? Non è re chi arresta incatena e governa
come vuole l’orgoglio con l’umiltà, 1’avarizia con la
liberalità, la collera con la dolcezza, la gola con la
temperanza, la lussuria con la castità? Non è re, chi
con la ragione, con la prudenza con la continenza saggiamente e
fortemente domina la memoria, la volontà, l’appetito
irascibile e concupiscibile, la sua fantasia, i suoi occhi, le sue
orecchie, la sua lingua, tutti i sensi, le facoltà, le membra
sue? Ed ecco un dei sensi in cui dobbiamo dire: «Venga il regno
tuo» (MATTH. VI, 10).
Dice S. Cipriano:
«Chi abbandona il mondo si dimostra più nobile e più
grande di tutte le grandezze e di tutti i regni del secolo, poiché
chi si sottopone al giogo del Signore, anela alle cose non terrene ma
celesti, anzi a Dio medesimo, per regnare con lui e in lui» (Ad
Martyr
.). «E se Dio regna in noi, dice S. Ambrogio, il
nostro avversario, il demonio, non può in modo nessuno
trovarvi ricetto (Serm. in Psalm. CXVIII).
Siate dunque, o Gesù,
il re nostro e regnate in noi. Noi vi offriamo le nostre anime e
tutte le facoltà nostre, reggetele voi perché reggerle
da noi non possiamo, e lasciarle alla mercé del mondo, del
demonio, della carne, non vogliamo. Tocca a voi, che ci avete creati
e redenti col sangue vostro, governarci come vostra proprietà,
vostro regno, voi che solo governate con saviezza, con clemenza, con
potenza, con vantaggio e felicità dei sudditi. Aveva ben
ragione il re Davide di esclamare: «Il Signore mi governa e
niente mi mancherà, egli mi ha posto in mezzo a pingui
pascoli» (Psalm. XXII, 1). Ah si, siete voi che date
forza alla mia anima e mi avviate per la strada della giustizia, per
la gloria del vostro nome. Quand’anche io cammini in mezzo alle ombre
di morte non temerò nulla, perché voi siete con me. Il
vostro vincastro mi fortifica, la vostra verga mi consola, la vostra
misericordia mi accompagnerà tutti i giorni del vivere mio,
affinché abiti nella casa del Signore, per tutta la durata dei
giorni eterni (Id. Ib.).

5. QUANTO È
PREZIOSO E UTILE IL GIOGO DI GESÙ CRISTO
. – Chi porta il giogo
di G. Cristo, è rivestito di Cristo: ora qual veste è
più preziosa e più utile? S. Bernardo lo chiama il
giogo dei doni e dei benefizi di Dio. «Dio dice, ci carica
quando ci scarica; ci carica di benefizi, ci scarica del peccato.
Diceva Davide sotto il peso del giogo di Dio: Che renderò al
Signore in ricambio di tutti i beni, di cui mi ha colmato? (Serm.
XV in Psalm
)».
O giogo prezioso! O ricco fardello
che è quello dei doni di Dio, della sua grazia, della sua
gloria! O dilettevole, vantaggioso carico che è quello di
portare Dio in noi medesimi! Il giogo di Dio non è altro che
Dio medesimo, quindi il peso di questo giogo non si deve contare per
nulla. O mio Dio, caricatemi talmente di questo peso, che non mi

rimanga né coraggio né
forza di portarne altro; perché ogni altro giogo mi
opprimerebbe in modo da spingermi all’inferno; ma il vostro mi fa
ascendere al cielo.
Innumerevoli sono i vantaggi che
porta con sé il giogo ai Cristo. Questo giogo portato con
rassegnazione, con gioia, con costanza, ci libera dai peccati, ci
restituisce la grazia, ci dà la libertà, la luce, la
sicurezza del regno celeste, l’adozione in figli di Dio, il possesso
di Dio… «Prestate orecchio, dice il Signore, e venite a me;
ascoltatemi e vivrete: io stabilirò con voi l’eterna alleanza
di misericordia promessa al mio servo Davide» (ISAI. LI, 3).
L’alleanza ch’io stringerò con voi, se portate il mio giogo,
sarà alleanza di dolcezza e di soavità; sarà
carità, bontà, misericordia… «La parola del
Signore, soggiunge Michea, è dolce per chi porta il suo giogo»
(MICH. II, 7).
«Il peccato non
regna in colui che porta il giogo di Cristo, scrive S. Ambrogio; ma
domina la virtù, la pudicizia, la religione, la pietà
(Officior.)». E S. Cipriano, elogiando la disciplina che
è il giogo del Signore, la chiama «custode della
speranza, legame della fede, guida nella via della salute, focolare e
nutrimento di una buona indole maestra di virtù».
Aggiunge che essa ci fa stare sempre con Cristo, vivere di Dio e
arrivare alle promesse celesti, alle ricompense divine. Seguirla è
cosa salutare, abbandonarla o trascurarla è cosa nociva e
mortale (De unit. Ecclesiae).

6. PER CHI IL GIOGO
DI GESÙ CRISTO È PESANTE?
– Il giogo di Gesù
Cristo non riesce pesante ed insopportabile ad altri che ai superbi
ed ai carnali. «Eppure, dice S. Gregorio, non si dà
giogo più aspro, peso di più dura schiavitù che
l’essere schiavo delle cose temporali, desiderare i piaceri della
terra, volersi tenere aggrappato a ciò che sfugge, stare fermo
su un terreno che scivola, volere le cose che passano, ma non voler
passare con esse (Moral. lib. IV, c. XII)».
«Sapete,
domanda il Crisostomo, a chi le più gravi cose diventano
leggere? A chi ha un animo risoluto e robusto; ma dove questa energia
manchi, i pesi più leggeri diventano insopportabili (Hom.
XIV in I ad Cor.
)». Quelli pertanto, a cui il giogo di Gesù
Cristo pesa, dimostrano che non vi è né vigore né
forza nell’anima loro e dànno chiara prova di vergognosa
debolezza… Quindi è osservazione antichissima, che coloro i
quali mormorano contro il giogo di Gesù Cristo, lo accusano di
essere troppo grave, opprimente, insopportabile, sono così
deboli e fiacchi e snervati, che diventano il ludibrio del demonio,
del mondo, della carne, della vanità, di tutte le più
degradanti passioni; sono così barcollanti, che basta un nulla
a farli inciampare e cadere: sono così indolenti, che non
sanno costringersi ad una semplice e breve preghiera…
«Se credete,
diceva Ugo da S. Vittore ai suoi novizi, che i precetti del Signore
siano difficili e penosi, voi v’ingannate» (Instit. monast.
ad Novit
.). Infatti come osserva S. Gregorio (In lib. I
Regum
), quelli che stimano troppo molesti e gravi i comandi e le
prescrizioni divine, vanno a poco a poco cadendo, finché si
perdono interamente. Non adunque dal lato delle asprezze, ma da
quello delle dolcezze e dell’amore si deve guardare il giogo di Gesù
Cristo. Esso pare pesante soltanto a coloro che non hanno l’amore di
Dio, dice S. Agostino (In Enchirid.); «ed è la
grande abitudine al vizio, dice S. Paolino, quella che ci fa sembrare
aspro ed impraticabile il cammino della virtù. Infatti la
Scrittura c’insegna che facile e piana è la strada della
giustizia (Vit. Patr.)».
Insegna Cassiano
(Lib. Iustitiae), che la legge di Dio e della virtù è
in se stessa facile e leggera, ma diventa penosa e grave per causa
della nostra concupiscenza e dei nostri vizi. Siamo noi che rendiamo
spinose ed aspre le vie facili e dolci del Signore; perché
vogliamo seguire i beni passeggeri, camminando per i sentieri
tortuosi e dirupati dei vizi; noi strisciamo, non avendo più i
piedi della fede e dell’amore che ci portino e, stracciata la
veste del battesimo, non solamente sanguiniamo per le scalfitture
delle spine e dei rovi, ma siamo trafitti dal velenoso dente delle
vipere e degli scorpioni. Ecco perché troppo ci pesa il giogo
di Gesù Cristo. Conchiudiamo dunque con S. Agostino: «dolce
è il peso della disciplina, lieve il giogo del Signore; e
quelli solo aggrava, che o già sono perduti, o stanno per
perdersi (In Enchirid.)».

7. DISGRAZIATI
COLORO CHE RIFIUTANO DI PORTARE IL GIOGO DEL SIGNORE.
– «Infelice
chi scuote da sé il giogo della sapienza e della disciplina!
vana è la sua speranza, infruttuosi i suoi lavori, inutili le
opere sue» (Sap. III, 11). E infatti l’uomo non basta a
governarsi da solo, ma ha bisogno di una guida la quale, se non è
Dio, sarà il demonio; se l’uomo non ha la virtù
per norma, avrà il vizio; se non guarda il cielo, guarderà
la terra; se non vive di religione, vivrà d’incredulità;
se non ha la grazia, avrà la maledizione… L’uomo deve
obbedire a Dio, e portarne il giogo; se a Dio nega quest’obbedienza,
la presterà al demonio, alle esigenze del vizio… Chi si
sottrae volontariamente al giogo di Gesù Cristo, si sottopone
necessariamente al giogo di Satana… Chi non vuole portare il giogo
di un Dio misericordioso, trascinerà in eterno il giogo di un
Dio giusto e vendicatore…

8. CIÒ CHE
RENDE IL GIOGO DI GESÙ CRISTO LEGGERO E FACILE.
– Quello che
rende facile, leggero e dolce il giogo di Gesù Cristo, è
1° l’amor di Dio; 2° l’abitudine di portarlo; 3° la
grazia che non manca mai a coloro i quali di buon grado vi si
sottomettono; 4° il buon esempio che viene da quelli che sono
fedeli e costanti nel portarlo. Quest’osservazione ha convertito S.
Agostino: «Pietro e Paolo, andava egli dicendo tra sé,
erano pure uomini come sei tu. Se troppo debole mi sento per imitare
il maestro, debbo almeno provarmi a seguire i servi. O sarò io
da meno e più fiacco che teneri fanciulli e fanciulle? Perché
non farò io quello che e queste e quelli fecero per Iddio?»
(Confess.). Essi portarono e portano lieti il giogo del
Signore, perché non potrò io portarlo al pari di loro?
«Siano le feste
dei santi, diceva S. Bernardo, occasione a noi per arrossire della
vigliaccheria nostra. Quegli, la cui memoria onoriamo, fu uomo simile
a noi, formato del medesimo fango ed esposto alle medesime passioni;
perché dunque crediamo no; impossibile il fare quello che egli
fece? Ah, confondiamoci, fratelli, e tremiamo (Serm.)».