I Miracoli Eucaristici: TRANI (1000 circa)

di Padre Giorgio Finotti dell’Oratorio. Qui a Trani è successo un fatto perverso, compiuto da una donna che abitava, intorno all’anno mille, vicino alla chiesa. Con la complicità di una cristiana compiacente, un giorno riuscì a mescolarsi tra i fedeli in un’assemblea liturgica e recitando bene la parte della devota, si accostò alla comunione, con intenzione malvagia

I Miracoli Eucaristici: TRANI (1000 circa)



L’Eucaristia è il mistero di fuoco in un mondo che sta morendo di freddo e che grida il suo urgente bisogno di speranza. L’Eucaristia è Cristo che ci spalanca i segreti del suo cuore, donandoci il Suo Corpo in cibo e il Suo Sangue come bevanda.

L’Eucaristia è l’Emmanuele, cioè il Dio con noi, l’Agnello immacolato per noi offerto; è lo Sposo divino che per noi rimane in una piccola dimora e ci attende.

È dono, potenza, gioia, della Presenza infuocata di Cristo che dalla solitudine e nel silenzio del Tabernacolo/ attende adoratori: affamati, stanchi, afflitti, poveri, umili, soli, disperati, peccatori, innocenti, fratelli, amici, apostoli, santi, per trasmettere a tutti V’incendio della salvezza.

Ascolta:

“Come onagri del deserto, i poveri del paese escono per il lavoro, cercando, fin dal mattino cibo e alla sera pane per i loro figli…  Affamati, portano i covoni; tra i filari pigiano l’uva e soffrono la sete. Dalla città s’alza il gemito dei moribondi e l’anima dei feriti grida aiuto” (Giobbe 24/4 ss.)

Ascolta ancora:

“Sto morendo di fame, mentre a casa di mio padre, c’è Pane in abbondanza!” (cfr. Luca 15/ 1 7).

Ed allora, fratello e sorella, venite al Pane del cielo e mangiate la vostra salvezza.


In tutte le religioni, il tempio è il luogo sacro dove la divinità si rende presente agli uomini per ricevere il loro culto e per farli partecipare ai suoi favori e alla sua vita.

In qualche modo il tempio si identifica con la dimora, al di fuori del mondo, nella quale la divinità abita ordinariamente, cosicché in grazia di questo luogo visibile l’uomo può entrare in comunicazione con Dio.

Ma come sono tristi questi templi che non hanno il fuoco vivo che è Cristo Gesù!

Cristo è il focolare dove arde il fuoco eterno dell’amore; Cristo da il senso alla chiesa, fa la Chiesa.

Diceva papa Paolo VI:

“II S.S. Sacramento è per le nostre chiese ciò che è il focolare per le nostre case”.

E il Santo Curato d’Ars già aveva detto:

“Quando siete in cammino e scorgete un campanile, tale vista deve far battere il vostro cuore. Non dovreste poter staccarne il vostro sguardo”.

E il beato Luigi Guanella aveva fatto scrivere sulla porta della chiesa questa parola: “Qui c’è il nostro Paradiso in terrai”.

Per questo la chiesa, anche la più umile, è il luogo dove Cristo arde e fa ardere.


Ma sentite che cosa è avvenuto un giorno, un tristissimo giorno, in un tempio del Signore.  Venite con me, con la fantasia, ed andiamo nella Chiesa Cattedrale di Trani, una perla della provincia di Bari.  Non ci sono mai stato di persona, ma si trova appunto in Puglia che è la regione delle Murge e del Tavoliere, del Gargano e della penisola salentina.

Intitolato a Maria Santissima Assunta, il duomo di Trani conserva e custodisce un miracolo eucaristico, il secondo che vi voglio narrare.

Ma intanto andiamo ad un altro momento d’arte e di fede, cioè alla chiesa di Sant’Andrea, costruzione meravigliosa, tutta in pietra, in stile romanico – pugliese, ove avvenne un “tremendo” misfatto contro Gesù.

Dico “tremendo” perché mi fa star male solo a pensare quale ne fu la causa: un nefando sacrilegio.

A Lanciano, un monaco aveva il dubbio, faceva fatica a credere, ma qui a Trani è successo un fatto perverso, compiuto da una donna ebrea, che abitava, intorno all’anno mille, vicino alla chiesa.  Con la complicità di una cristiana compiacente, la donna ebrea, un giorno riuscì a mescolarsi tra i fedeli in un’assemblea liturgica e recitando bene la parte della devota, si accostò alla comunione, con intenzione malvagia.

Ricevuta l’ostia consacrata per le mani del celebrante, tornò al suo posto. Invece di consumare la particela, evitando ogni minimo sospetto, finì per avvolgere l’ostia in un panno o fazzoletto.

Terminata la celebrazione, con fare discreto, riprese la via di casa, portandosi quel sacro pane.

L’intenzione era quella di irridere e schernire la fede dei cristiani nell’Eucaristia, attuando un ampio disegno, concepito nella mente, covato nel cuore e attuato con atto sacrilego.

Giunta a casa, senza frapporre indugi, passò all’attuazione del piano satanico.

Accese il fuoco, vi pose su una padella con olio e quando l’olio cominciò a friggere, vi immerse la santa ostia.

Tutti sappiamo che cos’è un sacrilegio, ma una profanazione simile non l’avevo mai sentita, ne immaginata.  Non è certo questo il fuoco che Gesù ama e vuole accendere nei nostri cuori, il quale si chiama “amore”!

Ed invece quella donna malvagia immerse Gesù ostia nel fuoco di un olio bollente per profanare, per disprezzare…  Mi pare di sentire le voci sghignazzanti di mille demoni e di vedere gli occhi degli angeli in pianto.


E Gesù che ha fatto?

Sentite cosa dicono le cronache di quel fatto terribile.

“A contatto con l’olio bollente, la particela divenne miracolosamente carne sanguinolenta e l’emorragia di sangue, chiamiamola così, non si arrestò immediatamente” anzi “sparse tanto sangue fuor dalla padella che correva e allagava per tutto quella maledetta e esecranda casa”, come ha lasciato scritto Fra Bartolomeo Campi nel Suo libro intitolato “L’innamorato di Gesù Cristo”/ nel 1625.

“Dinanzi a tale imprevista reazione e a tale folgorante mutazione, l’incredula donna ebrea, presa da tremore e terrore, in un primo momento cercò di occultare il misfatto.  Ma poi constatata l’impossibilità di disfarsi del corpo del reato, vinta dal rimorso, si sciolse in lacrime amare e fece risuonare per l’aria alte grida di dolore.  Dalle vie adiacenti fu un accorrere di gente curiosa e sgomenta.

Alla vista dell’accaduto, tutti rimasero trasecolati e la notizia del prodigio, in un baleno, fece il giro della città”.


Un fatto inaudito e dicono che bisogna stare molto attenti perché anche oggi c’è qualcuno che porta via l’ostia consacrata che riceve in comunione per farne poi un terribile sacrilegio.  Mi ricordo che una volta mi fu detto che un tale compiendo un perverso e terribile atto di sacrilegio immerse la santa particela nell’urina di un asino!

Ah mio Dio, perché tolleri atti così nefandi?  Perché tieni ancora in vita persone che così ti offendono orribilmente?  Sono sicuro che se la terra stessa lo potesse fare, inghiottirebbe vivo un tale figuro malvagio!

Ma Dio ha sempre pietà e attende sempre che ci pentiamo e ci convertiamo, anche se in questo momento penso a molti altri modi per compiere sacrilegio contro Cristo Eucaristia, più facili, meno terribili, ma altrettanto tremendi: fare la comunione in stato di peccato mortale.  Nel medioevo esisteva una terribile pena o tortura: legare una persona viva con un morto già in putrefazione.  Non ti inorridire perché se fai la comunione in peccato mortale, compi la stessa azione nefanda: unisci Cristo vivo a te che sei in peccato!  Morto alla grazia.


Fratello, sorella se per caso ti sei macchiato di questo peccato, per leggerezza, per indifferenza, per miseria, va a riconciliarti con Dio mediante un’umile e sincera confessione.  Libera Gesù e tornando vivo tu, accogli con gioia la vera vita e non mangiare mai più la tua condanna!  Continuiamo la vicenda e vediamo come è andata a finire.


Intanto, dopo le grida della donna, disperata; dopo la costernazione della gente accorsa, qualcuno giustamente si precipitò ad informare il Vescovo.  Il Pastore sgomento per l’orrendo sacrilegio, si portò tosto sul posto, sì prostrò in un gesto di adorazione e di implorazione, indisse una processione penitenziale di riparazione.

I resti dell’ostia furono devotamente raccolti e portati in Cattedrale processionalmente, tra due ali di folla, che andavano ingrossando strada facendo, come arteria di fiume che scende verso la foce.

Fra Bartolomeo Campi testimonia che quella santa particola fu custodita con ogni riverenza e devozione in Cattedrale ove è anche oggi ed ogni anno – leggo dagli “atti” – il giorno delle Palme si mostra al popolo quella particela fatta carne dal predicatore che predica in detto luogo, il quale è tenuto a predicare quel giorno sopra il veneratissimo mistero dell’amorosissimo Sacramento del Corpo e Sangue di nostro Signore.  E che fine ha fatto quella donna ebrea sacrilega?  Non lo so, però cercando tra le testimonianze antiche ho letto che nel 1706 la casa della sventurata ebrea fu trasformata in cappella/ col titolo del S.S. Salvatore.

Mi auguro che quella donna che un giorno fu inondata dal Sangue prezioso di Gesù – come un giorno un altro ebreo, il pontefice Caifa ha gridato: il sangue di lui ricada su di noi – si sia salvata!

La Reliquia santa, tolta dall’insieme delle altre reliquie, fu messa dentro ad un antico reliquiario, dono del tranese Fabrizio de Cunio nel 1616.  È un reliquiario d’argento che ha la forma di una casetta, con 4 colonnine sormontate da una cupoletta.  Al centro del reliquiario vi è un tubicino di cristallo, dentro il quale, in un batuffolo di bambagia (ovatta) si trovano due pezzi ineguali di ostia “fritta”, di colore bruno nerastro nella parte superiore e di colore bruno rossastro lucente in quella inferiore.

Su questa santa reliquia furono fatti molti controlli e molte verifiche in diverse epoche e tutte furono concordi nell’ammettere il “terribile” miracolo eucaristico.


La storia di questo miracolo è finita ma permetti che concluda in modo più bello e salutare.  Dio “si abbandona” fiducioso alla nostra custodia, conta sulle nostra vigilanza, aspetta la nostra cura.

Come è bello vegliare su colui che ci veglia!  La presenza reale di Gesù in mezzo a noi, nelle nostre chiese è il segno della più straordinaria sovrabbondanza dell’amore sue per noi.  Tutto ciò ci stimola, ci invita ad una altrettanto delicata ed amorosa risposta con gesti di pura gratuità.

Cercare semplicemente di circondare la Presenza con così belle e vere, in apparenza anche semplicissime, non è forse il segno di un’autentica sensibilità spirituale, che è un modo di amare, di cantare l’amore?  Dai primi bucaneve alle rose di Natale perché non dare alle diverse famiglie floreali la possibilità di garantire la loro guardi permanente d’amore e di cuore davanti al loro Creatore?

Proprio da questi particolari si può notare, entrando in una chiesa, se la Presenza divina è circondata o meno di attenzione e di cura.

Non solo il Sacerdote deve cercare i “quattro fiori” per l’altare, ma dovrebbe essere una gara tra i fedeli per portare in chiesa i fiori più freschi e belli!

Nemmeno l’incenso è un “lusso inutile”, perché con il suo profumo aromatico, con la sua bianca nuvoletta, ha un posto importante, fin dalle liturgie della prima alleanza. Aronne infatti nell’accendere sul far della sera la lampada, fa salire sull’altare dei profumi, la nuvola dell’incenso perpetuo purissimo (Esodo 30/ 7;31/ 11; 37/29).

L’incenso, quale significato può avere se non quello di salire come aroma dalla brace ardente dal fuoco cioè dello Spirito Santo che solo può far salire a Dio il profumo di questo sacrificio di gradevole odore?

Perché non significare in questo modo l’angelo che, ad ogni eucaristia sta alla destra dell’altare mentre offre in un incensiere d’oro le preghiere dei santi? (Apoc. 8/ 31).

È necessario che tutti i servizi siano chiamati a riconoscere questa divina Presenza di Gesù Sacramento:

–         il tatto mediante la pietra dell’altare

–         il gusto col pane e il vino

–         l’udito con la parola e il canto

–         l’odorato con l’incenso profumato

–         e soprattutto la vista mediante la luce.

La lampada accesa è il segno fra tutti il più eloquente: questa piccola fiamma vacillante del Santuario vigila e sollecita la nostra vigilanza del cuore.

La Chiesa per questo insiste affinché quando si celebra l’Eucaristia ci siano ceri accesi: fa fiamma trae alimento da una cera che ha custodito a lungo il miele. Sarebbe bello che nelle comunità si rinnovasse la lampada del S.S.mo durante il canto quotidiano e settimanale, del Lucernario, facendo in modo che la lampada accesa col fuoco nuovo della Veglia pasquale non si estingua mai per tutto l’anno.  Quando il Corpo di Gesù viene posto sull’altare per l’adorazione silenziosa, è bene accendere sette lampade ad olio, perché l’olio più puro, afferma Cirillo d’Alessandria, è l’illuminazione dello Spirito Santo e perché esse ci parlano di quelle sette lampade di fuoco che bruciano davanti al trono dell’Agnello!

La chiesa è la dimora di Dio in cui veglia la luce, che è Cristo.

Egli è pietra e focolare per fare di noi olio e fiamma da “bruciare ed ardere” al suo cospetto.

Non per “bruciare” Gesù come fece quella povera ebrea di cui vi ho narrato, ma per lasciarci inondare dalla luce di Cristo, che è vita, colore, splendore!

Risplendiamo dunque!