B. MARIA MARGHERITA CAIANI (1863-1921)

Maria Anna Caiani nacque a Poggio a Caiano (Prato) il 2 novembre 1863. In giovane età entrò nella Congregazione delle Suore Bettine di San Massimo a Campi Bisenzio, ma pensò di fondarne una propria. Operando fra i bambini del popolo ed aprendo una scuola, si cominciarono a radunare attorno a lei alcune aspiranti alla vita in comune. Il 15 dicembre 1902 vestì l'abito religioso con le prime cinque suore, prendendo il nome di Maria Margherita. Sorse così l'Istituto delle Minime del Sacro Cuore di Gesù del Terz'Ordine Francescano. Suor Maria Margherita morì a Firenze l'8 agosto 1921.

Scorrendo le biografie dei santi balza agli occhi dei lettori con grande evidenza l'azione silenziosa e misteriosa che lo Spirito Santo svolge nelle loro anime, e le spinge a portare a termine la missione che il Signore ha loro affidato. Così avvenne per la Caiani, la quale praticamente visse senza guida spirituale per tutta la vita e, ciò nonostante, raggiunse una grande perfezione. Ella nacque a Poggio a Caiano, frazione della parrocchia di Bonistallo, della diocesi di Pistola, il 2-11-1863, terza dei cinque figli che Iacopo (+1884), fabbro e fontaniere addetto alla manutenzione della villa reale medicea, ebbe da Luisa Fortini (+1890). Al fonte battesimale le furono imposti i nomi di Maria, Anna e Rosa. La bambina dal padre ereditò la robustezza fisica, dalla madre la delicatezza dei sentimenti e la devozione.
Marianna crebbe vivace e spigliata a differenza dei fratelli. Nel paese frequentò soltanto le prime tre classi elementari in una scuola privata, ma nelle ore libere dalle occupazioni familiari si dilettava a leggere il Vangelo, le vite dei santi e a fare orazione. Dopo la prima comunione, che fece a dieci anni, diventò più riflessiva e più assidua alle funzioni religiose che contribuiva a rendere più devote con la sua bella voce. Col crescere negli anni aumentava pure la sua partecipazione a tutte le attività parrocchiali, tanto da essere considerata il "cappellano" di Poggio a Calano.
Benché crescesse bella, imponente, molto signorile nel tratto, invece di pensare al matrimonio preferì darsi all'insegnamento del catechismo ai bambini della prima comunione e all'assistenza degli infermi a domicilio. Diversi ne portò ai sacramenti a costo di umiliazioni e di ingiurie. Una volta i parenti di un morente, dal piano superiore dell'appartamento in cui si trovavano, le lasciarono calare volutamente uno sputo sulla testa nel tentativo di impedirle l'ingresso nella loro casa. La beata non si lasciò intimidire, fece soltanto dolce violenza perché le fosse permesso di avvicinare il morente, prepararlo a ricevere i sacramenti e indurlo a ritrattare i funerali civili già programmati. Marianna considerò sempre quello sputo "come una perla che le aveva regalato il Signore". Lungo la settimana non rimaneva in ozio un istante. Ordinariamente attendeva alle faccende di casa e suppliva il fratello Osea o la cognata nella gestione di uno spaccio di sale e tabacchi.
Mentre faceva visita a una zia inferma, l'11-1-1891 la Caiani conobbe e strinse amicizia con Maria Fiaschi, di sette anni più giovane di lei.
Poiché entrambe aspiravano alla vita religiosa, con la raccomandazione di Don Giosuè Menchi, vecchio economo spirituale di Bonistallo, nel 1893 entrarono nel convento delle Benedettine di Pistola, ma non vi perseverarono perché Dio aveva altri disegni su di loro. Difatti bastava che la beata si isolasse dalla comunità o facesse la comunione perché sentisse in fondo al cuore una voce ripeterle: "Va' via, va' via. A ben altre cose ti vuole Gesù!". La badessa, Madre Carobbi, le usò tutti i riguardi perché restasse, ma la Marianna le ripose: "Anche se mi facesse un impiantito d'oro, non posso restare nel monastero. Bisogna che me ne vada". Difatti si sentiva chiamata a stare in mezzo ai bambini, ad assistere gli infermi e a prendere attiva parte allo zelo sacerdotale. Don Monchi non perdonò alla Caiani di essere uscita di monastero soltanto dopo un mese. Da quel momento la considerò una "santa pazza" e più non si curò di lei. Il fratello Osea, per la cattiva figura che gli aveva fatto fare davanti ai compaesani con il suo fallito esperimento, la condannò per un po' di tempo a vivere e a mangiare da sola nella propria stanzetta. La poverina, senza guida, incerta sul da fare, invece di ribellarsi pregò: "Tutto accetto, o Signore, perché mi faccia conoscere quello che vuoi da me".
Chi diede alla beata il suggerimento di darsi all'apostolato nel paese natio fu il P. Raffaello Salvi da Firenze (+1937), cappuccino, il quale per ministero ogni tanto faceva la sua comparsa a Poggio a Calano. Chi le suggerì di dare inizio a una scuola per i bambini furono le mamme del paese che non sapevano come fare istruire i loro figli. Chi la fece uscire dalla propria esitazione fu Don Fortunato Luti, rettore della cappella detta il "Loretino", di sua proprietà. Marianna lo aveva conosciuto insieme a Mons. Pio Alberto Del Corona OP. (+1912), vescovo di S. Miniato, mentre si recava a Comeana, poco lontano dal "Loretino", a trovare una sua zia che era collaboratrice domestica del parroco.
Il 19-9-1894 la beata aprì in casa Fiaschi una scuola con dodici bambine con il permesso del vescovo, Mons. Marcello Mazzanti. Crescendo il numero delle alunne la spostò in casa della famiglia Inverni. Nel 1900, con l'aiuto di benefattori, riuscì a diventarne proprietaria benché i suoi compaesani non le risparmiassero critiche e la deridessero subdolamente dicendo che "voleva costruire il convento con i "Gloria Patri" senza tuttavia pensare di fondare una congregazione per cui non aveva né la capacità, né i mezzi finanziari".
Nel 1896, fresco di Messa, ma ancora inesperto di direziono di anime, era giunto a Bonistallo, come cappellano coadiutore di Don Menchi, Don Marino Borchi (1871-1949) al quale dal vescovo fu affidata la cura di Poggio a Calano e la direzione dell'associazione della Beata. In un primo momento non le fu favorevole. Mutò atteggiamento soltanto quando ne vide l'utilità spirituale per il paese. Allora pensò di trasformarla in "un'opera parrocchiale" subordinata alle sue vedute ed esigenze senza sforzarsi di comprendere lo spirito di cui era animata la Caiani. In tal modo la poverina crebbe senza un vero, cosciente e illuminato direttore spirituale benché ne avesse fatto diligentemente ricerca. Senza saperlo doveva essere un "misterioso soggetto" nelle mani del Signore per il compimento dei suoi disegni.
Il limitato grado di istruzione della beata e delle sue prime compagne era inadeguato all'esigenza della scuola. La Provvidenza venne in loro aiuto facendo sì che, grazie all'intervento di Don Luti e di Mons. Pio Del Corona, ad esse si unisse il 19-2-1901 Doralice Bizzaguti (1857-1936), maestra patentata, ex-religiosa delle Sorelle dei Poveri di S. Caterina, fondate a Siena dalla B. Sabina Petrilli (+1923). Era stata espulsa dalla congregazione perché, nel 1893, aveva voluto rimanere a fare scuola, con il favore del segretario comunale, nella casa di Onano (Viterbo) benché fosse stata chiusa. Tormentata dai rimorsi, dopo sei anni andò a confessarsi da un degno sacerdote di passaggio da quelle parti. Appena gli espose il suo caso il ministro di Dio le disse con franchezza: "Cara figliuola, da Onano al Paradiso la strada non c'è". La penitente cercò di riparare alla sua disobbedienza chiedendo di essere ammessa, nonostante i suoi 45 anni, tra le Figlio del SS. Crocifisso di Fauglia (Pisa), ma ne fu espulsa nel 1902 perché eccentrica di carattere, incline a particolarismi e ad amicizie particolari.
Con quindici anni di insegnamento, l'arrivo della Bizzaguti nell'associazione della Caiani fu considerato un vero miracolo del S. Cuore. Fu ella che, ricca di doti naturali e culturali che la rendevano attraente e amabile presso tutti, iniziò una scuola normale, e spinse la beata a trasformare la sua pia unione in una vera e propria congregazione. Il vescovo, però, nicchiava per l'approvazione perché diceva: "Queste fondatrici mi sembrano tutte confonditrici". Tuttavia concesse loro la facoltà di conservare in casa il SS. Sacramento. La beata ne fu felice perché amava la preghiera fatta in comune, durante la quale non dava segni di distrazione, di stanchezza o di rilassatezza. Le piaceva molto meditare sulla Passione del Signore, vivere quasi continuamente nel raccoglimento alla presenza di Dio e recitare frequenti giaculatorie.
Don Borchi depose nel processo: "Ciò che più mi ha colpito nella Caiani è il culto e la devozione allo Spirito Santo. Sapeva a mente il Veni Creator Spiritus e il Veni Sancte Spiritus che sovente canticchiava da sola come perenne giaculatoria. Nella Pentecoste, quando veniva a Messa in parrocchia e poteva cantare la "Sequenza", appariva veramente trasfigurata". Innamorata dello Spirito Santo, lasciò alle sue suore in eredità l'abitudine di recitare ogni mattina alle 9 il Veni Creator Spiritus con qualche giaculatoria.
Sempre secondo Don Borchi la beata "venerava con amore il mistero della SS. Trinità recitando quasi continuamente il Gloria al Padre, e Gesù Cristo nel mistero della SS. Eucaristia presso cui passava le ore in adorazione e in preghiera. Da Gesù Eucaristico attendeva ogni grazia e quando si trattava di superare difficoltà di ogni genere, il ciborio eucaristico era il suo rifugio prediletto".
Il 17-3-1901 Marianna era stata eletta superiora della sua piccola istituzione. Per essa aveva dovuto tracciare un provvisorio regolamento che il vescovo approvò per tre anni, ma nel giorno stabilito per la vestizione religiosa, egli le fece giungere l'ordine di sospenderla e di recarsi con le sue compagne presso le Suore Carmelitane di Campi Bisenzio, fondate dalla B. Teresa Maria della Croce (+1910), forse perché fosse fatto un tentativo di unione. L'esperimento fallì.
Dopo una decina di giorni la beata fece ritorno a Poggio a Calano, decisa ormai a dare compimento a quella che riteneva fosse volontà di Dio: fondare una nuova congregazione. In una notte piena di angoscia, più del solito aveva pregato, abbracciata al crocifisso: "Tu sei morto anche per me! Non mi respingere dal tuo Cuore! Dimmi, Gesù, che cosa vuoi da me?".
Il 15-12-1902 la Caiani fu ammessa alla vestizione con le sue prime sette compagne dal vescovo, tramite Don Luti, loro direttore. La fondatrice prese il nome di Suor Margherita del S. Cuore, e Doralice Bizzaguti quello di Suor Giuseppina dello Spirito Santo. Costei fu contemporaneamente nominata prima assistente e maestra delle novizie. Tre anni dopo emisero i primi voti. Nel 1907 assunsero il nome di Minime Suore del S. Cuore e nel 1908, anno in cui Don Borchi fu nominato primo parroco di Poggio a Calano, ritoccarono le costituzioni ispirandosi alla regola del Terz'Ordine Francescano com'era stata modificata da Leone X.
Di natura forte ed esuberante, talora anche impulsiva, la beata riservò a sé il governo disciplinare dell'Istituto e la formazione delle singole suore. Ne affidò l'amministrazione ad altri, tuttavia su tutto vigilava e di tutto voleva essere informata. A sé riservò soltanto i lavori più umili di casa. Nei tempi di maggior povertà anche lei andò alla questua, anche lei fece la treccia con le orfanelle per avere di che vivere, soccorrere i malati che assisteva a domicilio e fare distribuire gratis a mezzogiorno la minestra a tutti i bisognosi che si presentavano alla porta dell'Istituto.
Diceva: "I poveri sono Nostro Signore". Di tutti si considerava "sorella", anche dei peccatori per i quali pregava e faceva pregare, specialmente durante il carnevale e le Quarantore.
Madre M. Margherita non voleva essere chiamata fondatrice perché considerava la congregazione opera del S. Cuore. Ciò nonostante nel primo capitolo, tenuto nel 1915, accettò di essere nominata superiora a vita dalle sue religiose. Nei primi anni dell'Istituto, per mancanza di direzione e per ignoranza della legislazione ecclesiastica, le Minime del S. Cuore vissero un po' alla buona. Durante il primo conflitto mondiale la fondatrice fu costretta a mandare negli improvvisati ospedali di guerra delle novizie e persino delle probande, tanto pressanti erano gli inviti che riceveva da molte parti. Chi l'aiutò a riordinare la vita religiosa secondo il codice di diritto canonico, promulgato da Benedetto XV nel 1917, fu Mons. Gabriele Vettori il quale il 22-1-1919 ammise lei e le sue compagne alla professione perpetua dei voti. Contrariamente ad altre suore, ella considerò il suo vescovo come "il messo di Dio".
Madre M. Margherita, pur essendo di scarsa cultura, era intelligente, equilibrata e quindi capace di ben governare la sua famiglia religiosa.
Difatti con la "sua maestrina", cioè la Bizzaguti, insisteva continuamente sulla necessità di formare bene le suore nella pietà, nella osservanza delle costituzioni e nel distacco dalle amicizie particolari. La maestrina, invece, si interessava maggiormente della ricerca di vocazioni e ardeva dal desiderio di aprire nuove case con il segreto sostegno di Don Borchi il quale si considerava il confondatore dell'Istituto, si ingeriva un po' troppo nelle sue faccende interne come se la fondatrice fosse una buona a nulla e intratteneva troppo a lungo le suore in confessione. La beata ne era dispiaciuta perché non voleva che le suore perdessero tempo, destassero sospetti e coltivassero con i sacerdoti "attaccagnoli" e confidenze inutili. Alle novizie ripeteva sempre: "Lunga confessione, grande confusione!".
La dura esperienza personale fatta da Suor Giuseppina fu forse il motivo per cui costei accettò molte ex-religiose uscite o espulse da altri conventi, anche di età avanzata, con il fine di redimere "anime ansiose e agitate". Fu un grave suo errore fermarsi soltanto su determinati titoli presentati dalle postulanti come quello di infermiera, maestra di lavoro o maestra di scuola per consolidare le Minime Suore del S. Cuore. La situazione fu aggravata dal bisogno che la Bizzaguti aveva di dare e ricevere affetto per cui le suore si avvicinavano di più a lei che alla fondatrice, e ne approfittavano per ottenere facoltà e dispense in contrasto con le costituzioni. "Maestrina mia – le diceva accorata la beata – ella ha nelle sue mani buona parte delle nostre Suore, alcune delle quali non sono vere suore. Ci badi per carità. Le avvezzi a essere mortificate di lingua e di gola. Vorrei sbagliarmi, ma nel cuore mi sento di dire che nella nostra congregazione… vi è tendenza alla gola e alla mormorazione, e a una certa specie di indipendenza. E se vi è questo, quando saranno lontane dagli occhi nostri, che avverrà? Che spirito religioso mostreranno ai popoli?".
Continuando ad assecondare i propri disegni di grandezza, Madre Giuseppina accrebbe sì il numero delle religiose, ma complicò la situazione interna dell'Istituto riguardo all'ordine e all'osservanza della regola favorendo sospetti, pettegolezzi e persino la formazione di correnti contrarie alla fondatrice, la quale, a un certo momento, si sentì incompresa, controllata, isolata, e segretamente perseguitata. Ella stessa si accusò di aver dato troppa fiducia e affetto alla "sua maestrina". Un giorno le scrisse: "… può credere che l'affetto mio per lei è tanto e tale che sarebbe grazia se fosse un po' meno e un poco meno grave, perché mi preoccupa troppo il pensiero, sempre ma sempre continuo a lei, che egoisticamente mi rimane da pensare ai miei doveri dell'anima e alle altre cose comandatemi da Dio".
Secondo Don Borchi, la beata "accettava con fede le prove della vita, le indisposizioni fisiche senza lamentarsene, e nelle prove morali che le venivano dalle suore o da altri, sapeva dirmi: 'Sì, sì, pregherò tanto che il S. Cuore trionferà'. Infatti ho costatato più volte che, dopo la sua preghiera, più facili le erano le soluzioni più difficili. Mai si disperò benché qualche volta apparisse abbattuta, e questo avveniva se la cosa riguardava l'Istituto o le suore, non la sua persona. In tale caso simili cose le chiamava: 'Regali divini'".
Un giorno Don Borchi, come al solito, uscì in escandescenze contro Madre M. Margherita perché non accedeva alle sue idee. La beata nei suoi appunti scrisse: "Memoria che mi preme lasciare. È assolutamente necessario l'essere perseguitati: con la sola preghiera e con le altre sante pratiche di pietà, ed anche con la mortificazione volontaria non si giunge alla perfezione. Occorrono delle opposizioni più gravi perché l'opera santa del S. Cuore metta più profonde radici, e che per le sofferenze, privazioni, sacrifici di tutte e singole le nostre care Minime, la prima Madre più di tutte, siano incomprese, calunniate, angariate. E così, credete. Come sono stata perseguitata in vent'anni, dacché Dio benedetto mise mano all'Opera santa!". E quasi ciò non bastasse incaricò una suora di confezionarle segretamente alcuni cilici da portare ai fianchi e alle braccia, e l'occorrente per flagellarsi.
Contrariamente alla Bizzaguti che, al dire di Don Borchi, "sembrava un mulino a vento", la beata non voleva che si intraprendessero opere al di sopra delle possibilità dell'Istituto. Sovente le diceva: "Beppina, dobbiamo fare il bene prima qui a Poggio a Calano, poi ci estenderemo anche fuori". Ciò nonostante, l'assistente gliene combinava ogni tanto "una delle sue", e allora la fondatrice le notificava: "Oh! se finirà la guerra a mio tempo, cioè se camperò, che sfratto voglio fare", oppure annotava nel diario: "Giacché siamo in tempo, sbrattiamo la nostra congregazione degli esseri nocivi".
All'inizio del 1910 alla Caiani furono chieste alcune suore perla scuola di Lastra di Signa (Firenze). La beata allora entrò in un'angoscia tale che ritenne necessario ricorrere al consiglio e alle preghiere della B. Elena Guerra (+1914), fondatrice a Lucca delle Oblate dello Spirito Santo. Vi condusse in persona tre delle sue suore, ma le dovette cambiare più volte perché erano incapaci di andare d'accordo. Tre anni dopo fu costretta ad accettare la fondazione di Orio Litta (Lodi) e di Lambrate (Milano). Ne scrisse alla Madre Guerra: "Mi trovo in pene con tanti pensieri, eppoi mi da ostacolo la lontananza delle mie suore e il doverle andare a trovare spesso in persona". Anche se si trovò sempre a disagio "fuori del suo ambiente", a Milano fu felice di esserci andata e di avervi fatto conoscenza con il cardinale arcivescovo, il B. Andrea Ferrari (+1921).
Per fare piacere alla Bizzaguti, nativa di Arezzo, Don Borchi avrebbe voluto che la beata aprisse una casa anche in quella città, ma ella non ne volle sapere perché le premeva che l'opera non crescesse "sforzata" a causa della impreparazione delle suore. Per lo stesso motivo ancora un anno prima della morte scrisse alla troppo intraprendente sua consigliera: "Sono stanca di tutte queste aperture e traslochi di suore, che ci fanno girare la testa e tutte le ferrovie d'Italia". L'iracondo Don Borchi giunse in quella circostanza a ingiuriare la fondatrice perché, quando aveva preso una decisione, non tornava più indietro. Senza scomporsi la beata annotò in un Pro Memoria del 19-1-1915: "Che il buon Dio mai permetta che avvenga ciò che il suddetto sacerdote mi ha augurato!… Tuttavia perché non succedano più simili dispiaceri prometto… di non palesargli mai più nulla di quanto riguarda la congregazione, di non prenderlo mai come confessore della comunità, né io mai aprirgli l'anima mia, né chiedergli consiglio di sorta".
Non avendo trovato nel parroco di Poggio a Calano il sostegno spirituale di cui aveva bisogno, la beata supplicò il vescovo di dare alla sua comunità un altro confessore ordinario. Lo ottenne nella persona del P. Patrizio Vettori OFM. di cui si servì anche per l'assistenza ai malati. Don Borchi ne rimase offeso e ingelosito, motivo per cui spesso e volentieri mormorò della beata, la quale propose: "Nonostante ciò, noi seguiteremo con santa alacrità a fare tutto il bene ad ogni ceto di bisognosi come abbiamo fatto fino ad ora. Il paese apprezza la nostra missione e nessuna retribuzione riceviamo da questa gente, ne dal parroco, e se a questo non sono gradite le fatiche nostre, a noi basta che siano gradite a Dio". In una lettera del 4-1-1917 alla sua assistente, con grande soddisfazione chiamò il nuovo confessore "fratino santo"; di Don Borchi invece scrisse: "E del diavolo, mezzo disperato".
Con l'aiuto del confessore, Madre M. Margherita si adoperò per dare una formazione più integrale alle Minime Suore del S. Cuore. Ogni tanto diceva: "Io non sono buona a nulla; è il Signore che compie l'opera sua"; oppure: "Se l'opera è del S. Cuore di Gesù io debbo sparire". In pratica, però, era esigente con sé e con le suddite. Scriveva loro: "Vi raccomando di far tacere con la lingua anche la mente, non impiegandola a riflettere che cose sante e utili, per il disimpegno esatto dell'ufficio impostovi dall'ubbidienza. Anche le vostre azioni esterne abituatevi a farle piano e con moderazione, parlate sempre sottovoce, camminate in modo da non fare tanto rumore, cosicché risplenda in tutto il vostro portamento, la gravità e la modestia religiosa". Scrisse a una superiora: "Sorvegli le suddite continuamente, non ci tenga ad alcuna loro cianciata o dimostrazione di affetto; sia sì madre amorosa, ma santamente rigorosa". Confidò a una suora: "Se in noi venisse meno il desiderio di farci sante e non agissimo anche con grande violenza a tale scopo, cesseremmo subito di essere religiose innanzi a Dio e solo rimarremo religiose di abito. Che il buon Gesù non lo permetta".
La beata cercava, perciò, di correggere le colpevoli di qualche infrazione alla regola con grande franchezza e imparzialità, ma anche di fare sentire alle suore che per loro nutriva un amore veramente materno.
Difatti si interessava dei bisogni di ciascuna religiosa, in modo particolare delle malate, per soccorrere le quali era disposta a vendere persino i vasi sacri perché diceva: "Esse sono i nostri tesori; sono quelle che attirano sulla congregazione le benedizioni di Dio".
La Caiani in vita godette sempre di buona salute. A cominciare dal 1915 cominciò a sentire un forte senso di soffocamento. Il dottore non capì la sua malattia cosicché invece di alleviarle i dolori, l'andava torturando con medicinali più nocivi che adatti. Tale falsa diagnosi fece sì che le suore pensassero che l'ammalata fosse affetta piuttosto da nervosismo che da reale malattia. La beata taceva e tollerava tutto con sorprendente rassegnazione. A chi l'andava a trovare diceva: "Prega per me perché non perda la pazienza. Mi dicono che non sono malata, che sono nervosa, ma in verità vomito tutto quello che ingerisco".
L'inferma si lasciò trasferire a malincuore a Firenze, nella casa di cura che vi aveva aperta nel 1919, assistita da una infermiera che in vita l'aveva contristata in mille maniere. Benché timorosa del giudizio, morì forse di un cancro al fegato l'8-8-1921, pienamente conformata al volere di Dio. Lasciava circa 200 suore sparse in 18 case. Giovanni Paolo II ne riconobbe l'eroicità delle virtù il 5-6-1986 e la beatificò il 23-4-1989.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 74-84
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