Austria, Impero turco e Russia


Prof. A. Torresani. 13. 1 Le contraddizioni del Sacro Romano Impero. 13. 2 I principi dell’Impero. 13. 3 Le guerre turche nel Mediterraneo. 13. 4 La ripresa della guerra austro-turca. 13. 5 La Russia si affaccia a Occidente. 13. 6 Cronologia essenziale. 13. 7 Il documento storico. 13. 8 In biblioteca


Cap. 13 Austria, Impero turco e Russia



Dopo il compromesso d’Augusta del 1555, per il resto del secolo, la Germania conobbe un tempo di relativa pace. I principi si avvalsero dello jus reformandi, ossia del diritto di imporre ai loro sudditi la confessione religiosa ritenuta più opportuna. L’imperatore conservava la supremazia nominale sulla Germania, ma è chiaro che se avesse voluto trasformarla in supremazia reale avrebbe avuto contro di sé almeno una metà dei tedeschi: perciò non fu possibile la trasformazione dello Stato in senso moderno, ossia non ci fu la riunificazione tedesca. I calvinisti furono attivissimi anche in Germania, ma incontrarono una crescente resistenza della Chiesa cattolica, soprattutto da parte dei Gesuiti che con la fondazione di numerosi collegi e università, riuscirono a formare moralmente e intellettualmente persone appartenenti ai ceti più elevati della società. Nei territori alpini e in gran parte della Renania i cattolici nel corso del secolo XVI erano in maggioranza. Nella Germania del Nord e in quell’orientale, invece, il protestantesimo mise salde radici e fece fallire qualunque tentativo di penetrazione cattolica.


Fino al 1566 l’Impero turco conobbe una continua espansione, sia verso Occidente nel Mediterraneo, sia a Oriente nei confronti della Persia, sia a Sud, nei confronti dei portoghesi sull’Oceano indiano. Alla morte di Solimano il Magnifico, avvenuta nel 1566, i conflitti tra i figli fecero emergere la figura molto scialba di Selim II che iniziò la tradizione dei sultani assenti dai campi di battaglia, impigriti dal fasto di corte, ingolfati in continue congiure famigliari. La sconfitta subita dai Turchi a Lepanto nel 1571 non fu sfruttata dagli Spagnoli perché duramente impegnati dalla rivolta dei Paesi Bassi. Nel 1575 la definitiva conquista turca di Tunisi restituì ai musulmani le coste africane, dove si formarono regni barbareschi al riparo della flotta turca. Il confine tornò a correre sul Danubio e nei Balcani dove scoppiò una guerra durata tredici anni che lasciò tutto come prima. Proseguirono invece le guerre turche sul fronte della Persia, mentre a Nord si affacciava la crescente potenza dello Stato russo.



13. 1 Le contraddizioni del Sacro Romano Impero



Si può affermare che la pace religiosa d’Augusta determinò in Carlo V il proposito di abdicare e di dividere il regno di Spagna dai domini ereditari della casa d’Absburgo. Al figlio Filippo II assegnò anche i Paesi Bassi di cui andarono perdute le province settentrionali; al fratello Ferdinando rimaneva il dominio diretto col titolo di granduca sulle regioni che formano l’Austria; la Boemia col titolo di re e, infine, il titolo di imperatore della nazione germanica.


Declino dell’autorità imperiale L’autorità dell’imperatore sulla Germania in realtà era esigua; in Ungheria la capitale Buda era in mano ai Turchi e la Transilvania apparteneva a un principe alleato dei Turchi; in Boemia esisteva un’aristocrazia turbolenta e difficile da governare. La situazione religiosa era compromessa anche nei domini ereditari, perché esistevano ovunque nuclei di protestanti.


Massimiliano II Ferdinando I regnò fino al 1564. Nell’ultima sessione del concilio di Trento si sforzò invano di far accettare soluzioni di compromesso coi protestanti, ma era chiaro che si trattava di un atteggiamento dettato dalla sua debolezza politica. Il figlio Massimiliano II regnò fino al 1576, dimostrando abilità diplomatica che gli permise di non assumere posizioni chiare in materia religiosa, alienandosi tuttavia le simpatie dei protestanti.


Rodolfo II Il figlio Rodolfo II regnò fino al 1612, ma a partire dal 1594 non si presentò più davanti alla dieta e dal 1598 apparve chiaro che stava divenendo pazzo, alternando momenti di assoluta abulia con altri in cui era preso da entusiasmi per l’arte, per l’astronomia e per l’astrologia. Per uno dei tanti misteri della genetica, mentre il ramo spagnolo degli Absburgo dimostrò scarsa vitalità, tanto che alla fine del secolo XVII si estinse, il ramo austriaco si mostrò assai fecondo ed è giunto fino ai giorni nostri. La famiglia d’Absburgo, in ogni caso, si rivelò sempre compatta e praticò spesso matrimoni tra cugini per non disperdere il patrimonio e per rafforzare il patto di famiglia: Massimiliano II sposò una figlia di Carlo V e a sua volta dette in moglie una figlia a Filippo II, da cui nacque l’erede al trono di Spagna Filippo III. Non tutto andò bene in questi matrimoni tra consanguinei, perché alcuni caratteri negativi come la megalomania, la melanconia (o nevrosi come diremmo oggi) e una certa tendenza alla follia ebbero possibilità di rafforzarsi.


Resistenza contro i Turchi Il fondamentale problema politico al quale dovevano far fronte e che in qualche modo giustificava la funzione storica degli Absburgo d’Austria fu la loro resistenza alla pressione dei Turchi, pressione assai forte fino al 1683, l’anno dell’ultimo assedio di Vienna. Le guerre, durante l’epoca di Carlo V, furono costanti lungo il Danubio che rappresentava una linea di comunicazione ideale da Costantinopoli fino a Belgrado e Buda saldamente in mano ai Turchi. I costanti finanziamenti e aiuti francesi rendevano la pressione turca paralizzante per l’impero absburgico, che dovette badare a una serie di fortezze presidiate in tempo di pace da soldati che praticavano l’agricoltura, e che in tempo di guerra si trasformavano in predoni in cerca di bottino. La guerra terminò ufficialmente nel 1562, ma l’imperatore si era impegnato a versare un tributo annuo ai Turchi. La pace durò poco: le manovre dell’inquieto principe di Transilvania provocarono nel 1566 la ripresa del conflitto. Solimano il Magnifico si mise alla testa di una grand’armata turca proprio in concomitanza con la ribellione dei Paesi Bassi e l’invasione dell’Austria sembrava inevitabile, ma il vecchio sultano morì e il successore corse a Costantinopoli per assicurarsi la successione contro i fratelli. La pace fu riconfermata nel 1568 negli stessi termini di sei anni prima, una pace certamente umiliante per l’impero absburgico perché una larga parte dell’Ungheria e la Croazia rimanevano teatro di scorrerie e rappresaglie che esigevano nuovi arruolamenti di contadini dell’impero e di mercenari, posti in mezzo a una popolazione che non si sapeva se fosse protetta o angariata dalla loro presenza.


Il problema religioso In ogni caso, il problema interno più grave rimase quello religioso. In Ungheria erano numerosi i luterani e i calvinisti. La Boemia fin dal secolo XV era stata caratterizzata dagli hussiti, cui si aggiunsero luterani e calvinisti che ridussero i cattolici a minoranza. La nobiltà boema concedeva sussidi all’imperatore solo a patto di salvaguardare i propri privilegi.


Diffusione del protestantesimo anche in Austria In Austria e nelle province alpine i cattolici rimasero in maggioranza, ma quelle terre si trovavano sotto la giurisdizione dei vescovi di Passavia e di Salisburgo che proprio per la loro condizione di principi temporali, spesso si mostravano poco zelanti circa la qualità dell’istruzione del clero. Perciò, presso le famiglie nobili si diffuse il protestantesimo nella forma luterana, perché come istitutori dei figli erano scelti pastori luterani in luogo di preti cattolici.


Prudenza di Ferdinando I Ferdinando I era cattolico, ma dovette usare molta circospezione perché non aveva esercito e denaro per realizzare una politica attiva. L’imperatore Massimiliano era incline al luteranesimo: combatté le sette estremiste favorendo equamente cattolici e luterani anche senza arrivare ad ammettere la libertà di culto perché i luterani potevano seguire la loro liturgia solo all’interno dei castelli dei nobili.


Ripresa del cattolicesimo L’imperatore Rodolfo II ritenne di essere sufficientemente forte per revocare numerose concessioni fatte ai luterani tanto che, verso la fine del secolo, il luteranesimo si poteva dire sconfitto nella regione alpina. In quest’azione Rodolfo fu aiutato dai Gesuiti i quali realizzarono ampie iniziative educative e missionarie. A Roma era stato fondato nel 1552 il Collegium Germanicum dove furono educati molti candidati al sacerdozio. Inoltre, il papa Gregorio XIII aveva posto particolare attenzione alle sorti religiose della Germania, tanto da istituire quattro nunziature per dirigere l’opera di conversione. In Germania il centro della rinascita cattolica fu la nuova università di Ingolstadt in Baviera.


Attenzione ai problemi educativi Ora i figli dei nobili avevano a disposizione nuovi centri di formazione superiore per permettere di accedere ai posti di comando. In quei collegi, il primo esempio di scuola pubblica, c’erano classi omogenee per età in cui s’insegnava il latino e il greco, la matematica la lingua nazionale e la storia, oltre alle buone maniere necessarie a un gentiluomo. Furono scritti libri migliori di quelli usati nelle scuole medievali e l’attenzione rivolta agli allievi, alla loro crescita emotiva e intellettuale, era costante. Anche l’insegnamento della religione divenne più profondo, per addestrare gli allievi a respingere le obiezioni dei protestanti. Anche per questo motivo furono numerosi i casi di ritorno di protestanti in seno alla Chiesa cattolica.


Il titolo imperiale Il titolo imperiale conservava gran prestigio e una certa forza politica. I prìncipi dell’impero erano vassalli dell’imperatore, anche se erano decisi a non permettere che il potere centrale riassorbisse il potere locale, come era avvenuto in Spagna, Francia e Inghilterra. Esisteva da secoli una complicata costituzione imperiale con organi di governo che a più riprese si cercò di far funzionare.


La costituzione tedesca L’imperatore non era più incoronato a Roma dal papa, bensì a Francoforte per mano dell’arcivescovo di Colonia, primate di Germania, col titolo di “re di Germania”; più tardi gli era permesso di usare il titolo di “imperatore romano per elezione”. La sua giurisdizione si estendeva sui territori abitati da popolazione tedesca: in Italia, in Lorena e in Boemia il titolo di imperatore aveva solo valore nominale, in parte valido sul piano diplomatico, senza alcun peso reale. In genere, ogni imperatore in vita faceva nominare l’erede “re dei Romani” e poi, alla morte dell’imperatore, costui assumeva la titolatura completa a seguito dell’elezione che entro tre mesi si teneva a Francoforte. Prima dell’elezione, il candidato sottoscriveva una capitolazione coi prìncipi elettori per confermare gli antichi privilegi. L’imperatore era monarca costituzionale che, al di fuori dei suoi domini ereditari, doveva esercitare un potere col consenso della dieta e dei prìncipi elettori.


Gli “Stati” dell’impero Esistevano inoltre gli “Stati”, corporazioni comprendenti i principi (80 membri: 50 ecclesiastici e 30 laici), la media nobiltà (circa 150 nobili); i cavalieri dell’impero (circa 2000 nobili creati dall’imperatore). Esistevano inoltre 66 città libere, esenti dalla giurisdizione feudale, simili a città-stato aventi un’amministrazione autonoma secondo propri statuti.


Diminuisce il potere dell’imperatore La tendenza centrifuga degli “Stati” rispetto al potere dell’imperatore emergeva soprattutto nella Dieta, un’assemblea divenuta terreno ideale per ribadire le rivendicazioni di ogni ceto: l’imperatore, a causa delle continue guerre con i Turchi, aveva bisogno di denaro e, per averlo, doveva convocare la Dieta che accettava di versarlo solo in cambio di nuovi privilegi o autonomie, per esempio lo Jus de non appellando, il diritto di non permettere l’appello al tribunale imperiale. La Dieta si riuniva in tre camere separate: nella prima si riunivano i sette principi elettori con un voto a testa; nella seconda si riunivano i nobili; nella terza entravano i rappresentanti delle città libere. I cavalieri dell’impero non partecipavano alla Dieta.


Contrapposizione tra principi cattolici e protestanti Poiché esistevano due schieramenti opposti, non era possibile raggiungere l’unanimità. Fino al 1576 prevalsero i protestanti, più tardi i cattolici. L’elettore del Palatinato affermò di non sentirsi vincolato da una decisione presa solo a maggioranza. Dopo il 1597 la Dieta perdette molto del suo significato e il fatto ebbe non piccola importanza nello scoppio della guerra dei Trent’anni, che essenzialmente fu una guerra civile tra tedeschi, complicata dall’intervento delle grandi potenze e quindi degenerata in guerra europea.


Il tribunale imperiale L’impero aveva anche propri tribunali, ma non aveva forze di polizia o esercito con giurisdizione su tutto il territorio tedesco, non essendoci fondi comuni per mantenere quegli organismi.



13. 2 I principi dell’impero



In questo momento delicato della storia tedesca dovrebbe risultare chiaro che l’imperatore poteva contare solo sulla forza effettiva fornitagli dai territori su cui aveva giurisdizione diretta.


I principi elettori Accanto all’imperatore, su un piano di quasi parità c’erano alcuni principi il cui territorio aveva un’importanza europea come l’arciducato d’Austria, la contea del Palatinato, il ducato di Sassonia, il marchesato di Brandeburgo per citare solo i più importanti. A capo di questi potenziali Stati indipendenti c’erano personaggi spesso prudenti, attenti al benessere dei loro sudditi, sinceramente conquistati dal desiderio di rinnovamento religioso presente sia tra i cattolici sia tra i luterani. In ognuno di quegli Stati si stava sviluppando un embrione di struttura amministrativa, un sistema scolastico, ma soprattutto tutti disponevano di proprie forze armate e perciò potevano fare un’autonoma politica estera. Ogni sovrano era assistito da un Consiglio di cui facevano parte giuristi e politici di professione, in luogo di semplici nobili. Il sovrano, per le materie più delicate, ricorreva a un Consiglio privato che doveva tutelare l’indipendenza del principe nelle controversie con l’impero. Il Consiglio privato esercitava un totale controllo anche sulle questioni religiose, un fatto naturale per i protestanti, meno scontato per i cattolici. I papi di quest’epoca furono molto attenti a non contrastare un processo di rafforzamento dei principi cattolici per metterli in grado di fronteggiare su un piano di parità i principi protestanti.


Il ducato di Sassonia L’antico ducato di Sassonia era diviso in due parti: al ramo cadetto (Albertino) apparteneva la dignità elettorale fin dal tempo di Carlo V e aveva giurisdizione sulla parte orientale della regione al confine con la Boemia; al ramo principale (Ernestino) apparteneva la giurisdizione sulla parte occidentale della regione. Nella Sassonia elettorale vigeva il diritto di primogenitura e quindi il territorio non fu suddiviso; nella Sassonia ducale, invece, il territorio era stato spezzettato in tanti staterelli. Alla Sassonia elettorale appartenevano le ricche miniere dell’Erzgebirge che assicuravano al principe un notevole sostegno finanziario. Dal 1553 al 1586 fu principe elettore Augusto I, luterano, accorto amministratore e alieno da avventure in politica estera. Augusto I si mostrò ostile ai calvinisti e volle far pubblicare una Formula di concordia contenente gli articoli di fede della confessione luterana, proponendola agli altri sovrani. Il suo tentativo non ebbe successo, aumentando le divisioni in seno al protestantesimo. Il figlio Cristiano I (1586-1591), abbandonò l’atteggiamento prudente del padre e promosse la Lega di Turgau, una specie di confederazione dei principi protestanti. Solo la morte prematura di Cristiano I impedì il sorgere di un conflitto.


La contea del Palatinato Il Palatinato elettorale era meno esteso della Sassonia e meno compatto perché composto di due regioni distinte: il basso Palatinato sul medio corso del Reno e il Palatinato superiore confinante a Est con la Boemia e a Sud con la Baviera. Nel paese era presente un gran numero di sette protestanti. Federico III, di un ramo secondario della famiglia Wittelsbach (1559-1576), cercò di uniformare la Chiesa di Stato sul modello calvinista, in contrasto con i dettati della pace di Augusta del 1555 che ordinava ai principi di scegliere solo tra luteranesimo e cattolicesimo. La portata della decisione di Federico III si può misurare solo riflettendo che così un’ampia base territoriale era offerta al calvinismo con possibilità di raccordo con gli ugonotti francesi e i calvinisti dei Paesi Bassi. L’imperatore Massimiliano, sollecitato dai cattolici, cercò di ostacolare l’azione di Federico III, che proseguì imperturbato la sua opera: espulse monaci, suore ed ebrei dal suo territorio, complottò contro i vescovi di Spira e di Worms, accettò finanziamenti inglesi per combattere in Francia.


Il ducato di Baviera Anche i duchi di Baviera appartenevano alla famiglia Wittelsbach, ma assunsero un orientamento opposto in campo religioso. La Baviera occupa il bacino superiore del Danubio e ha una chiara delimitazione geografica: per di più, il ducato di Baviera adottò nel 1578 il principio della primogenitura per cui non andò incontro a suddivisioni. I duchi che ebbero il potere furono Alberto V (1550-1579) e Guglielmo V (1579-1597) assai colti, grandi mecenati e protettori di artisti. I due duchi divennero l’asse portante della riforma cattolica in Germania. Al tempo del suo avvento al trono, Alberto V trovò una situazione religiosa compromessa, ma riuscì a trionfare sul particolarismo degli Stati e sui nobili. Dopo esser riuscito a imporre il cattolicesimo con l’aiuto efficace dei Gesuiti, riuscì a dare al ducato una completa unità religiosa e politica. I duchi di Baviera ebbero perciò un peso decisivo per le sorti religiose della Germania meridionale. Poiché tra i principi elettori tre erano cattolici (i principi vescovi di Magonza, Treviri, Colonia), e tre protestanti (il conte del Palatinato, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo) e non conveniva che l’imperatore in quanto re di Boemia rompesse l’equilibrio esponendosi di persona, fu la Baviera ad assumere attivamente la guida dei cattolici tedeschi.


Confusione tra politica e religione Non sempre lo stretto intreccio di religione e politica fu corretto. Il duca Alberto V, per esempio, in contrasto con i canoni di Trento, ottenne per il figlio minore, che non aveva un temperamento religioso, una serie impressionante di cariche ecclesiastiche come i vescovadi di Frisinga, Münster, Hildesheim, Liegi e, infine, l’arcivescovado di Colonia, che in seguito fu monopolizzato dalla famiglia Wittelsbach fino al 1761.



13. 3 Le guerre turche nel Mediterraneo



L’impero turco presentava alcune caratteristiche così singolari che è opportuno chiarire prima di esporre le principali vicende politiche che lo impegnarono. A partire dal tempo del Montesquieu, per descrivere il sistema di governo turco si è impiegato il termine “dispotismo asiatico”, ossia si suggeriva l’immagine di un sovrano assoluto circondato da schiavi: la realtà turca nei fatti era più complessa.


Gli “uomini del sultano” Certamente l’amministrazione del sultano si presentava come una specie di organizzazione al servizio del monarca, comprendente gli organi di governo centrale esecutivi, gli amministratori delle province, i capi delle forze armate (giannizzeri, reggimenti della guardia a cavallo, corpo degli artiglieri e dei genieri). Tutti coloro che erano insigniti di queste cariche avevano lo status giuridico di ghulam che significa “servitore”. La prima singolarità è che nessuno dei “servitori” era turco-musulmano: solo i non turchi potevano entrare in questa cerchia di privilegiati. I “servitori”, o come è forse meglio dire “gli uomini del sultano”, erano reclutati tra i prigionieri di guerra, tra gli schiavi e tra quei fanciulli che erano prelevati come tributo tra le popolazioni cristiane dell’impero, in particolare tra gli Slavi. Tutti questi giovani erano addestrati accuratamente. I migliori, istruiti nelle scuole di palazzo, erano avviati alla carriera militare e politica. Giunti alla maturità erano messi alla prova come governatori (sangiacchi) di una provincia e col passare del tempo qualcuno diveniva governatore generale (beylerbey) di un gruppo di sangiaccati. La carriera culminava nella carica di visir, ossia ministro del consiglio di Stato (Divano). Il vertice della carriera era quello di Gran visir, ossia presidente del consiglio di Stato, il braccio destro del sultano. In altri termini, a persone non turche erano assegnate le principali cariche politiche e militari alle quali si poteva accedere solo per provate qualità personali, non per nobiltà. Nella famiglia stessa del sultano, nello Harem erano accolte donne di ogni nazionalità, anche schiave, e uno dei loro figli, non necessariamente il primogenito o un figlio di donna libera riceveva il titolo di erede. Il sistema aveva inconvenienti, alcuni gravi come i frequenti massacri dei fratelli del sultano che mostrassero qualche indipendenza: per sfuggire a questa sorte la cosa migliore era occuparsi di faccende religiose senza intrattenere rapporti con persone giudicate pericolose. Poiché gli “uomini del sultano” dipendevano in tutto da lui per la loro carriera, era necessario essergli fedeli per la vita e per la morte. Lo stipendio di tutta questa gente era versato in denaro.


I cavalieri feudali Gli altri militari al servizio del sultano, i cavalieri feudali o spahi, erano pagati con la concessione di un feudo vitalizio di dimensioni variabili a seconda del grado: il più alto era quello di alaybey che aveva il compito di radunare gli spahi di una provincia quando scoppiava una guerra. Questo sistema, somigliante in parte a quello bizantino dei temi, funzionò bene fino al 1566, ossia sotto i quattro grandi sultani che si erano succeduti sul trono a partire dalla conquista di Costantinopoli. Dal tempo di Selim II il sistema sembrò incrinarsi: il sultano non partecipò più di persona alle campagne militari; le donne dello Harem cominciarono a complottare per far trionfare i loro favoriti; le nomine non cadevano sui più capaci; ma soprattutto le guerre incessanti distruggevano più ricchezza di quanta se ne otteneva dalle nuove annessioni.


Conquista di Cipro Selim II (1566-1574), contro il parere del suo Gran Visir, decise la conquista di Cipro che apparteneva a Venezia da quasi un secolo, su consiglio dei comandanti della flotta che gli presentarono quell’impresa come facile e poco costosa. Nel 1570 un forte contingente turco sbarcò a Cipro. Venezia strinse una Lega Santa col papa Pio V, la Spagna e il granduca di Toscana. La flotta della lega si concentrò a Messina nel settembre 1571, troppo tardi per salvare Cipro, dal momento che la fortezza principale, Famagosta, era caduta dopo un assedio di undici mesi, il 1° agosto di quell’anno.


La battaglia di Lepanto Tuttavia la flotta cristiana colse il memorabile successo del 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, vicino alle isole Ionie. La stagione era troppo avanzata per proseguire l’offensiva, per cui i Turchi, durante l’inverno e la primavera successiva, poterono ricostruire ed equipaggiare un’altra flotta non meno potente di quella perduta. La Lega Santa era costata troppo denaro all’economia veneziana che per tutta la durata del conflitto aveva dovuto interrompere le operazioni commerciali. Nel 1573 don Giovanni d’Austria aveva riconquistato Tripoli, ma l’anno dopo Ulug Ali pascià rioccupò Tunisi. Fu un avvenimento memorabile, perché le città più importanti della costa africana – Tunisi, Tripoli, Algeri – erano in mano ai musulmani, inaugurando l’età d’oro dei regni barbareschi che vivevano di pirateria ai danni della navigazione cristiana e delle loro coste. Era il fallimento della politica spagnola di insediamento stabile sulle coste africane: il suo impegno nei Paesi Bassi era la causa principale di tale fallimento che si saldò con la bancarotta del 1575.


Le guerre turche in Oriente contro la Persia L’impero turco, vittorioso in Occidente, si trovò impegnato dalla Persia in Oriente. Alla base di quel conflitto c’erano anche motivi religiosi: i Turchi erano sunniti, mentre i Persiani aderivano alla setta sciita, che si può considerare una sorta di protestantesimo in seno all’Islam. Il conflitto aveva come posta del gioco i piccoli principati del Caucaso, sia cristiani sia musulmani. I Turchi cercavano l’alleanza coi turchi uzbechi della regione intorno al lago Aral che potevano premere sulla Persia da Nord nella direzione del Khorassan. Austria, Venezia e Spagna tentarono in varie riprese di stabilire contatti con lo scià di Persia per operare congiuntamente contro i Turchi; la distanza, tuttavia, e le linee di comunicazione troppo estese lo impedirono di fatto.


La potenza della Moscovia Un evento nuovo era accaduto in quelle regioni: si era affacciata una nuova potenza che avrà un futuro imponente, la Russia, o come si diceva allora, la Moscovia, il cui zar Ivan IV il Terribile, avanzando verso Sud aveva raggiunto il Mar Nero, il Caucaso e il Mar Caspio, conquistando Kazan nel 1552 e Astrakan nel 1556. Al sultano turco, in quanto protettore delle città sante della Mecca, Medina e Gerusalemme, spettava il compito di assicurare il transito dei pellegrini islamici che dall’Asia centrale si dirigevano in Arabia. Poiché la Persia degli scià Safawidi impediva il passaggio sul suo territorio, occorreva conquistare la regione tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Il conflitto contro la Persia scoppiò nel 1578, durante il regno di Murad III (1574-1595), ancora una volta contro il parere del Gran visir. In Persia scoppiarono disordini interni e gli Uzbechi invasero il Khorassan, per cui lo scià Abbas fu costretto a concludere la pace con i Turchi, cedendo Tabriz e i territori del Caucaso da essa dipendenti (1590).



13. 4 La ripresa delle guerre autro-turche



Terminato in modo favorevole, anche se molto costoso, il conflitto sul fronte della Persia, l’impero turco volle dare una spallata anche sul fronte danubiano, dove era proseguita la guerriglia fatta di scorrerie e di incidenti di frontiera. Nel 1593 era giunta a Costantinopoli la notizia di una sconfitta delle truppe di frontiera in Bosnia.


I contadini-soldati di frontiera Le campagne militari condotte a tanta distanza dalla capitale imponevano ai Turchi una complessa organizzazione logistica comprendente un parco di artiglieria e di macchine per assedio, dal momento che gli Absburgo, nel tempo di relativa pace succeduto alla campagna di Solimano il Magnifico del 1566, avevano fatto erigere un imponente sistema di fortezze intorno alle quali erano sorti villaggi occupati da profughi, attirati dal territorio in mano ai Turchi. A costoro erano offerte condizioni vantaggiose purché si impegnassero a difendere in armi il confine. Furono così create delle marche di frontiera che si stendevano dall’Adriatico fino ai fiumi Sava e Drava, sovvenzionate dalle tasse pagate dalla Carniola, dalla Stiria e dalla Carinzia che ne traevano immediato vantaggio. Furono quelle fortificazioni ad attirare la reazione dei Turchi, i quali dovettero costruire un analogo sistema di fortezze. La qualità dei mercenari absburgici era migliorata rispetto al passato come pure il loro armamento. Infine, la guerra contro i Turchi aveva ancora il potere di far superare le differenze religiose tra cattolici e protestanti.


La guerra dei Tredici anni L’imperatore Rodolfo II poteva presentare la guerra come qualcosa che interessava tutta l’Europa. La guerra durò tredici anni, dal 1593 al 1606 e nella sua prima parte i Turchi furono costretti alla difensiva perché i principi di Transilvania, Valacchia e Moldavia, fino a quel momento tributari turchi, erano passati dalla parte imperiale. Quei principati, posti sul corso del basso Danubio, erano importanti perché potevano rendere difficile la navigazione sul grande fiume e quindi impedire il rifornimento delle truppe turche che operavano in posizione avanzata. Dopo i primi successi imperiali affiorarono conflitti interni agli alleati perché gli Absburgo cercavano di ricostruire il loro antico regno d’Ungheria, mentre la Polonia mirava a occupare la Moldavia. Conseguenza dei conflitti interni tra cristiani fu il ritorno della Transilvania sotto il protettorato turco. Nell’ultima fase del conflitto i Turchi migliorarono la loro situazione militare recuperando tutti i territori ceduti agli imperiali. La guerra si protrasse a lungo sotto forma di assedi logoranti intorno alle fortezze, passate più volte dall’uno all’altro contendente.


La pace tra l’impero e i Turchi Alla fine tutti erano desiderosi di pace. In Turchia erano scoppiate sedizioni, e nel 1603 lo scià di Persia Abbas aveva scatenato la guerra contro i Turchi per riprendere i territori ceduti con la pace del 1590: se non facevano pace con l’imperatore Rodolfo II i Turchi non avrebbero potuto domare le ribellioni interne e fronteggiare la minaccia persiana. Nel novembre 1606 fu siglata la pace tra il sultano e l’imperatore: dal lungo conflitto era emersa una realtà nuova, ossia che il grande esercito turco si era esaurito intorno alle fortezze ungheresi senza riuscire a portare la guerra nell’impero absburgico. L’imperatore si impegnava a pagare una tantum la somma di 200.000 fiorini, ma senza alcun altro tributo annuo: le condizioni di pace del 1606 erano molto diverse da quelle della pace del 1566, a tutto vantaggio dell’impero.


Olandesi e Inglesi nell’Oceano Indiano Nell’Oceano Indiano le navi turche avevano soppiantato lungo le rotte commerciali le navi portoghesi. Un poco alla volta il rilevante commercio tra l’India e il Mar Rosso fu assunto dai Turchi che poterono rifornire di spezie i loro porti del Mediterraneo come Alessandria e Aleppo. I Veneziani distribuivano a loro volta le merci orientali nel resto d’Europa. Tuttavia, la supremazia turca sull’Oceano Indiano durò poco, perché le flotte olandese e inglese penetrarono in quell’area, soppiantando anche la marineria turca che non poté più rifornire i suoi porti mediterranei. La decadenza del commercio turco segnò anche la decadenza del commercio veneziano. Dopo il 1578 anche gli Inglesi entrarono nel Mediterraneo e ottennero “capitolazioni”, ossia privilegi commerciali simili a quelli goduti dai mercanti veneziani e francesi. L’arrivo degli Inglesi a Costantinopoli permise alle loro navi di esportare in Turchia rottami di bronzo (in genere campane delle chiese cattoliche saccheggiate), piombo, archibugi, zolfo e salnitro, polvere da sparo, ossia merci di cui l’impero turco aveva urgente bisogno per le sue guerre. L’Inghilterra cercava di indurre l’impero turco a riprendere l’offensiva contro la Spagna e la guerra sul fronte del Danubio contro l’Austria, ossia contro i due paesi che guidavano l’imponente sforzo della riforma cattolica. Il governo di Elisabetta si trovò in grave imbarazzo nello spiegare la propria politica orientale, perché un aiuto diretto ai musulmani in guerra contro i cristiani era pur sempre sentito come grave empietà.


Inflazione anche a Costantinopoli Infine occorre accennare al fatto che l’afflusso dell’argento americano in Europa raggiunse anche l’impero turco le cui guerre esigevano un costante flusso di metallo da monetare. Ma dal momento che quelle monete non erano garantite da alcuna produzione di beni da immettere sul mercato, l’inflazione finì per raggiungere anche il Vicino Oriente con tutti gli effetti perversi che ormai conosciamo: crescita dei prezzi, perdita del potere d’acquisto della moneta, irrequietezza dei ceti che vivevano a reddito fisso, pauperismo. Anche il famoso esercito del sultano, non più pagato regolarmente e con buona moneta, venne meno alle tradizioni che avevano costituito la grandezza dell’impero turco. Fu una decadenza lenta, ma costante.



13. 5 La Russia si affaccia a Occidente



Verso il 1480, il Gran Principe della Moscovia Ivan III ritenne d’avere forza sufficiente per rifiutare il consueto tributo al Gran Khan dell’Orda d’Oro e di potersi opporre con successo a una possibile spedizione tatara ai danni della Moscovia.


Ivan III autocrate Egli assunse il titolo onorifico di Autocrate di tutte le Russie, sposò Zoe, nipote dell’ultimo imperatore di Costantinopoli, fece proclamare Mosca “Terza Roma” ed elevò il vescovo di Mosca alla carica di Patriarca degli ortodossi russi. Furono chiamati architetti italiani dalla corte di Lodovico il Moro per costruire le basiliche del Cremlino, la cittadella di Mosca. Queste iniziative di Ivan III ebbero la funzione di porre in posizione preminente il principato della Moscovia.


Ivan IV il Terribile Nel 1533, alla morte di Basilio III, gli successe il figlio di soli tre anni, Ivan IV che sarà denominato il Terribile. Per oltre un decennio ci furono torbidi, poi Ivan IV assunse il potere direttamente proclamandosi zar, ossia imperatore: fece diffondere la notizia che un imperatore bizantino aveva inviato le insegne imperiali a un suo avo, Vladimiro Monomaco.


La lotta contro i boiari Ivan IV si guadagnò il soprannome di Terribile durante la sua lotta contro i boiari, i grandi proprietari terrieri che alla fine furono costretti a cedere al sovrano i loro feudi ereditari, accettandone altri concessi dallo zar, con l’obbligo del servizio militare. I duchi e i boiari così domati furono compensati con l’accesso alla duma, l’assemblea dei nobili. I più potenti ebbero accesso alla rada, una specie di Consiglio della Corona.


Nuova divisione amministrativa Il sistema di governo mediante la rada non durò a lungo perché Ivan IV era insofferente di ogni controllo, riprendendo la lotta sistematica contro il potere dei duchi e dei boiari. Ivan IV condusse numerose guerre, qualche volta fortunate, contro la Polonia, la Lituania e la Svezia.


Si rafforza l’esercito Rendendosi conto dell’inferiorità degli eserciti russi, Ivan IV creò il corpo dei fucilieri (Strelzy) e assunse al suo servizio artiglieri tedeschi. Fece compilare il catasto delle proprietà fondiarie per imporre una tassazione adeguata e ordinare la leva militare in modo meno caotico che in passato.


Importanza del regno di Ivan IV La vita di Ivan IV è tragica. Orfano di padre a tre anni e di madre a sette, crebbe senza affetti e senza amicizie in un ambiente in cui contava solo la forza, senza maestri che potessero disciplinare le sue energie. Finì per disprezzare tutti, passando da momenti di mistico pentimento a momenti di collera cieca e sanguinaria, come avvenne nel 1580 quando, dopo aver conquistato la città di Novgorod che si era ribellata, ordinò una strage sistematica di cittadini durata sei settimane. Uccise in un eccesso di collera il figlio Ivan, che pure amava, lasciando il trono al figlio Fëdor da lui giudicato più adatto a fare il sagrestano che lo zar. Negli ultimi mesi di vita si trasformò in una specie di eremita: forse fu uno psicopatico, ma per altri aspetti era molto dotato. Possedeva tenace memoria, si sottoponeva a ritmi di lavoro paurosi, sempre pronto a dare udienza a chi era trattato ingiustamente. In ogni caso, Ivan IV dette alla Russia gli ordinamenti politici durati fino al tempo di Pietro il Grande.


Il regno dello zar Fëdor Lo zar Fëdor confermò le previsioni del padre: era debole, ma ebbe accanto un cognato, Boris Godunov, che proseguì la politica di Ivan IV. Verso quest’epoca la Chiesa ortodossa russa divenne autonoma dalla Chiesa greca. La classe dei boiari fu compressa a vantaggio di una classe media di proprietari terrieri per i quali fu decretato che i contadini non potessero abbandonare il villaggio cui erano stati assegnati (servitù della gleba): in caso di vendita del podere, i contadini passavano alle dipendenze del nuovo proprietario.


Boris Godunov Nel 1598 lo zar Fëdor morì e Boris Godunov fu eletto zar. I boiari tentarono di rovesciare il Godunov, stimandolo un intruso. L’unico erede legittimo era il figlio di Fëdor, Demetrio, morto in esilio nel 1591. Tuttavia, i boiari, aiutati dai polacchi, trovarono un tale che somigliava allo zarevic morto.


L’età dei torbidi Nel 1605 Boris Godunov morì e subito lo pseudo Demetrio fu condotto a Mosca per essere incoronato da un gruppo di boiari, di polacchi e di cosacchi che provocarono la rivolta dei moscoviti, scandalizzati dalla mancanza di rispetto nei confronti della Chiesa ortodossa. Il falso Demetrio fu ucciso nel corso di disordini. Seguì l’elezione di un boiaro e violenze scatenate dai cosacchi cui seguì la richiesta di aiuto al re di Svezia Carlo IX, contro il quale si levò il re di Polonia Sigismondo III Vasa che invase la Russia. Solo nel 1613 in Russia fu deciso di far valere il principio della continuità dinastica: c’era un nipote della prima moglie di Ivan IV, Fëdor Nichitic Romanov, divenuto metropolita di Mosca col nome di Filarete, in quel momento prigioniero dei polacchi. Il figlio Michele Romanov fu eletto dall’Assemblea della nobiltà zar di tutte le Russie.



13. 6 Cronologia essenziale



1566 Con la morte di Solimano il Magnifico inizia la stasi dell’impero turco.


1570 Un contingente turco sbarca a Cipro e inizia l’assedio della fortezza di Famagosta.


1571 La Lega santa, formata da Venezia, Spagna, Stato della Chiesa e granducato di Toscana raduna una flotta alleata posta al comando di don Giovanni d’Austria che sconfigge a Lepanto i Turchi.


1573 Don Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto, occupa Tunisi.


1578 Inizia la lunga guerra tra l’impero turco e la Persia.


1590 La pace con la Persia assegna Tabriz e alcuni territori del Caucaso ai Turchi


1593 Inizia la guerra dei Tredici anni tra l’impero absburgico e quello turco.


1606 Pace tra l’imperatore Rodolfo II e i Turchi. In Russia inizia un’età di torbidi dopo la morte di Boris Godunov.


1613 In Russia è riconosciuto zar legittimo Michele Romanov.



13. 7 Il documento storico



Nel documento che segue è esaminato un aspetto terribile della successione al trono nell’impero turco con effetti drammatici anche sulla sua stabilità.



“L’impero osmanlio non ha mai avuto una precisa norma che regolasse la successione al trono. Sembra che tra i primissimi sultani la scelta dell’erede fosse rimessa ai capi più importanti e ai governatori dell’impero. La scelta tuttavia era esclusivamente limitata nell’ambito della famiglia sultaniale. Da Ertogrul in poi, per oltre trecento anni, il trono passò di padre in figlio, senza tener conto dell’anzianità della prole, perché il principio della primogenitura era sconosciuto ai Turchi. Il prescelto era il figlio che offriva, a giudizio dei capi, le massime garanzie di valore in guerra e di abilità politica in pace. V’era sempre da temere che gli esclusi reagissero e complottassero, minacciando l’ordine e l’integrità dell’Impero. La storia dei Selgiukidi, che gli Osmanli tennero in particolare evidenza, offriva esempi numerosi delle lotte intestine, che erano state la causa principale della decadenza di quell’Impero.


Per garantirsi contro lo stesso pericolo, gli Osmanli eressero a norma dinastica il principio del fratricidio. È dubbio se il fondatore della dinastia, Osman, non desse lui il primo esempio di questa efferata politica, sopprimendo lo zio paterno Dündor, che era l’elemento maschio più anziano della famiglia. Comunque sia, il primo precedente certo è quello di Beyazid I, Yilderim, che, appena proclamato Sultano sul campo di battaglia di Kossovo, fece trucidare il fratello Yacub, il cui valore gli aveva assicurato tra i soldati una pericolosa popolarità. Gli ulema o dottori della legge fecero valere la massima del Corano che “la sedizione è peggiore del delitto”. Sulla base di questa odiosa testimonianza, il fratricidio ottenne da allora una specie di consacrazione religiosa… Essa acquistò valore giuridico colla sua promulgazione nel Kanunname di Maometto II: “A chiunque dei miei figli passerà il Sultanato, gioverà che per l’ordine del mondo sopprima i suoi fratelli. La maggioranza degli ulema è di questo avviso”.



Fonte: L. PIETROMARCHI, Turchia vecchia e nuova, Bompiani, Milano 1965, pp. 54-55.



13. 8 In biblioteca



Per approfondire i problemi della monarchia absburgica si consulti a A.J. MAY, La monarchia absburgica, il Mulino, Bologna 1973. Interessante anche di R.J.W. EVANS, Felix Austria. L’ascesa della monarchia absburgica (1550-1700), il Mulino, Bologna 1981. Per l’impero turco si consulti di L. PIETROMARCHI, Turchia vecchia e nuova, Bompiani, Milano 1965. Come storia generale della Russia si consiglia di V. GITERMANN, Storia della Russia, la Nuova Italia, Firenze 1973.