Sovrapopolazione?

Apologetica

Pontificio Consiglio per la Famiglia, Dichiarazione sulla caduta della fecondita’ nel mondo (contro le bugie malthusiane).
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia offre dati di fatto ed elementi di giudizio in tema di popolazione e di politiche antinataliste che s’impongono all’attenzione e alla riflessione dei responsabili politici e di tutti gli uomini di buona volontà. Sui 185 paesi del mondo, 51, pari al 44% della popolazione totale, vedono un numero medio di figli per donna inferiore a 2,1, cioè al necessario per garantire il ricambio generazionale. Questi dati mettono in crisi la tanto diffusa quanto infondata teoria malthusiana, che prevede l’esplosione irrimediabile della “bomba popolazione”, e impongono una meditazione su cause, conseguenze — e possibili rimedi — dell’attuale tendenza demografica, richiamando l’attenzione non solo sui fattori economici, ma anche su quelli culturali.
Articolo apparso sul n. 281 di Cristianità La verità sulle evoluzioni demografiche dei paesi del mondo è ormai incontestabile. È sempre più evidente e riconosciuto che nel mondo si sta vivendo una considerevole decelerazione demografica, che ha avuto inizio verso il 1968. In 51 paesi la fecondità è ormai inferiore alla soglia di sostituzione delle generazioni. Una quindicina di questi paesi registra addirittura ogni anno più decessi che nascite. È urgente porre a conoscenza di tutti questa verità. Bisogna mettere subito in atto una vera solidarietà, risolutamente volta al futuro e rispettosa della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, il cui cinquantenario si festeggia quest’anno.

1. L’attenzione per le evoluzioni demografiche


Conformemente al mandato che è stato a esso affidato, il Pontificio Consiglio per la Famiglia segue da vicino le evoluzioni demografiche dei diversi paesi del mondo (1). A tal fine il Consiglio ha già riunito a più riprese esperti di fama mondiale. Le diverse riunioni hanno consentito di esaminare in modo più particolareggiato le situazioni proprie dei vari continenti. Così, quelle delle Americhe sono state il tema di un congresso a Città del Messico (21-23 aprile 1993) (2). Quelle dell’Asia e dell’Oceania sono state esaminate durante un convegno a Taipei (18-20 settembre 1995) (3). Le differenze delle evoluzioni demografiche dei paesi d’Europa sono state analizzate a Roma (17-19 ottobre 1996) (4). Il Pontificio Consiglio per la Famiglia prepara attualmente una riunione dedicata alla situazione dei paesi dell’Africa.


Contemporaneamente il Pontificio Consiglio per la Famiglia segue con attenzione e con interesse i lavori dei centri di ricerca che si occupano delle questioni demografiche. Fra questi centri figura la Divisione della Popolazione presso il Consiglio Economico e Sociale dell’ONU. Dal 4 al 6 novembre 1997 questo prestigioso organismo ha riunito quattordici esperti di fama internazionale al fine di esaminare il calo della fecondità su scala mondiale, la sua importanza attuale, le sue cause e le sue conseguenze. Questi esperti hanno dovuto confermare quanto tutti i dati demografici indicavano già da diversi anni: il calo della fecondità che da vent’anni colpisce la maggior parte dei paesi industrializzati — Europa Settentrionale e Occidentale, Canada, Stati Uniti, Giappone, Australia, Nuova Zelanda — ormai si estende a un numero crescente di paesi in via di sviluppo, nell’Europa Meridionale e Orientale, in Asia e nei Caraibi e ha prodotto una caduta del tasso di fecondità (total fertility rate o TFR) al di sotto della “soglia di sostituzione” delle generazioni in 51 paesi comprendenti il 44% della popolazione mondiale. Uno di questi esperti, a proposito del carattere costante di questo calo a partire dal 1975 in paesi che già allora presentavano una fecondità debole, osservava: “Una volta iniziata la transizione della fecondità, il suo calo prosegue in modo invariabile” (5).


2. Una “vulgata” globale ed erronea


Da troppo tempo quasi tutti i discorsi sulla popolazione propugnano una vulgata globale ed erronea secondo la quale il mondo sarebbe prigioniero di una crescita demografica “esponenziale”, ossia “galoppante”, che condurrebbe a una “esplosione demografica”. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia, che ha dimostrato in una delle sue pubblicazioni (6) l’inconsistenza di questa vulgata, è lieto di constatare che, anche in seno ad alcune agenzie dell’ONU, si comincia a riconoscere la verità dei fatti demografici. Di fatto, da circa trent’anni, le conferenze patrocinate da questa Organizzazione hanno avuto l’effetto di provocare preoccupazioni infondate sulle questioni demografiche, in particolare nei paesi del sud del mondo. Su questa base allarmistica, diverse agenzie dell’ONU hanno investito, e continuano a investire, mezzi finanziari considerevoli al fine di costringere un gran numero di paesi a mettere in atto politiche malthusiane. È appurato che questi programmi, sempre monitorati dall’estero, comportano generalmente misure coercitive di controllo della natalità. Allo stesso modo, l’aiuto allo sviluppo è regolarmente condizionato all’attuazione di programmi di controllo delle popolazioni, che includono sterilizzazioni forzate o compiute all’insaputa delle vittime. Queste azioni malthusiane sono d’altronde riprese da governi nazionali e rafforzate dall’apporto di organizzazioni non governative (ONG) fra le quali la più nota è la Federazione Internazionale per il Planning familiare (IPPF).


Nei paesi poveri le prime vittime di questi programmi sono le popolazioni innocenti e indifese. Le si inganna deliberatamente spingendole ad acconsentire alla propria mutilazione con il pretesto menzognero che questa è la condizione previa al loro sviluppo.


3. Invecchiamento delle popolazioni e diminuzione demografica


Queste politiche disastrose sono in totale contraddizione con le reali evoluzioni demografiche, così come appaiono nelle statistiche e così come risultano dall’analisi dei dati. Da trent’anni il tasso di crescita della popolazione mondiale non cessa di diminuire a un ritmo regolare e significativo. Ormai, dopo aver registrato un calo impressionante di fecondità, 51 paesi del mondo (su 185) non riescono più a garantire il ricambio generazionale. Precisiamo che questi 51 paesi rappresentano il 44% della popolazione del pianeta. In altre parole, l’indice sintetico di fecondità di questi paesi, ossia il numero di figli per donna, è inferiore a 2,1. Si sa che questo è il livello minimo indispensabile al rinnovamento generazionale nei paesi che beneficiano delle migliori condizioni sanitarie.


Questa situazione si riscontra in quasi tutti i continenti. Hanno così una fecondità inferiore alla “soglia di sostituzione” in America, gli Stati Uniti, il Canada, Cuba e la maggior parte delle isole dei Caraibi; in Asia, la Georgia, la Thailandia, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud; in Oceania, l’Australia; e la quasi totalità dei quaranta paesi dell’Europa. In quest’ultimo continente l’aggravarsi degli effetti dell’invecchiamento porta ormai allo spopolamento, con un numero di decessi superiore a quello delle nascite. Questo saldo negativo è già un dato di fatto in tredici paesi, come l’Estonia, la Lettonia, la Germania, la Bielorussia, la Bulgaria, l’Ungheria, la Russia, la Spagna e l’Italia.


A di là dell’invecchiamento delle popolazioni che origina, questo calo della fecondità pone, in molti territori, un problema particolarmente angosciante, quello della diminuzione demografica, con tutti gli effetti negativi che questa inevitabilmente comporta. Si prospetta pertanto un aumento del numero dei paesi con una fecondità inferiore al ricambio generazionale. Allo stesso modo si reputa che aumenterà il numero dei paesi in cui la mortalità è superiore alla natalità.


La percezione di queste realtà, da lungo tempo familiari ai demografi attenti, è quasi sconosciuta ai mezzi di comunicazione sociale, all’opinione pubblica e ai responsabili. È praticamente passata sotto silenzio nelle conferenze internazionali, come si è potuto constatare, per esempio, in occasione della Conferenza del Cairo del 1994 o in quella di Pechino del 1995.


4. Cause complesse


Le cause di questa situazione completamente inedita sono indubbiamente complesse. J. Cl. Chesnais, dell’Istituto Nazionale di Studi Demografici (Parigi), le ha analizzate in dettaglio durante la riunione degli esperti demografi sopra citata (7).


Alcune di queste cause sono in ogni caso facilmente individuabili. La nuzialità, in un ambiente che non le è per nulla favorevole, è diminuita considerevolmente; ciò significa che le persone che si sposano sono meno che nel passato. L’età media della maternità è nettamente aumentata e continua a crescere. La legislazione del lavoro non favorisce il desiderio delle donne di conciliare in modo armonico la vita familiare e l’attività professionale. L’assenza di una vera politica familiare, nei paesi maggiormente colpiti dal calo demografico, fa sì che le famiglie non possano avere, in pratica, il numero di figli che desidererebbero: si stima dello 0,6 figli per donna la differenza fra il numero di bambini che le donne europee desiderano e il numero che hanno effettivamente (8).


J. Cl. Chesnais conclude il suo rapporto sulle cause del calo della fertilità introducendo in demografia un fattore fino a questo momento completamente trascurato dagli esperti: il rapporto fra pessimismo e speranza vissuto dalle popolazioni. Secondo questo autore un aumento della fertilità nei paesi colpiti dal calo demografico non può avvenire senza un previo cambiamento dell’”umore” di questi paesi, che consenta di passare dall’attuale pessimismo a uno stato d’animo simile a quello dell’era del baby-boom, durante la ricostruzione che seguì la seconda guerra mondiale (9).


Accanto a queste cause legate alle condizioni di vita, e ad alcuni riassetti socio-culturali nei paesi industrializzati, altri fattori vincolano direttamente il calo demografico alla volontà dell’uomo e dunque alla sua responsabilità. Ci riferiamo ai mezzi e alle politiche di limitazione volontaria delle nascite. La diffusione dei metodi chimici di contraccezione e spesso la legalizzazione dell’aborto sono stati decisi nel momento in cui, contemporaneamente, s’indebolivano le politiche favorevoli all’accoglienza della vita.


Da alcuni anni a queste cause si è aggiunta la sterilizzazione di massa, segnalata in precedenza. Basta pensare alle campagne massive di sterilizzazione maschile e femminile di cui l’India è stata teatro nel 1954 e nel 1976, con tutti gli scandali a cui hanno dato luogo, portando alla caduta del governo della signora Gandhi (10). In Brasile, fra le donne che ricorrono a un metodo di controllo della natalità, circa il 40% è sterilizzato.


Proprio in questi giorni i mezzi di comunicazione sociale hanno diffuso la notizia della campagna di sterilizzazione condotta lo scorso anno, a tamburo battente, in Perù, sotto l’egida del ministero della Sanità, notizia che ha sollevato un moto generale — e mondiale — di riprovazione (11). Non solo si parla di “pressioni” esercitate dagli operatori sanitari (12) per convincere le donne — in maggior parte analfabete e poco o per niente informate della portata reale di tale “operazione” (13) — a farsi sterilizzare, ma si sa anche che l’operazione si è conclusa con la perdita di vite umane. La Chiesa cattolica, attraverso i suoi Vescovi, ha chiesto chiarimenti (14). Non è stata però l’unica a farlo: un vasto gruppo di parlamentari ha chiesto che il Congresso peruviano esamini le sterilizzazioni effettuate (più di 100.000) per verificare in quali condizioni sanitarie e morali sono state realizzate. Questi parlamentari esigono che venga a galla tutta la verità sulle violazioni dei Diritti dell’Uomo perpetrate durante questa campagna governativa (15).


5. Verso gravi squilibri


Da queste cause principali, brevemente menzionate, derivano conseguenze estremamente preoccupanti. La proporzione dei giovani nelle popolazioni diminuisce fortemente. Ne consegue un rovesciamento della piramide delle età, con una debole popolazione di adulti giovani che deve garantire la produzione del paese e sostenere il peso morto di un’ampia fascia di popolazione di persone anziane e inattive, che hanno sempre più bisogno di cure e di materiale medico. All’interno della stessa popolazione attiva si producono profondi squilibri fra i giovani attivi e gli attivi meno giovani, che cercano di assicurarsi l’impiego a detrimento delle giovani generazioni, le quali s’inseriscono in un mercato del lavoro ridotto.


Non si può neppure dimenticare l’impatto esercitato da una popolazione anziana sul sistema educativo. Di fatto, al fine di far fronte al peso delle persone anziane, è forte la tentazione di decurtare il budget normalmente destinato alla formazione delle nuove generazioni. Questo indebolimento del sistema educativo comporta a sua volta un rischio considerevole: la perdita della memoria collettiva. La trasmissione dei dati culturali, scientifici, tecnici, artistici, morali e religiosi ne risulta gravemente ipotecata. Osserviamo anche che, contrariamente a ciò che si divulga, la disoccupazione stessa è aggravata dal calo demografico.


Gli esperti sottolineano anche altri aspetti di questa evoluzione: l’aumento dell’età media della popolazione, per esempio, si riflette logicamente sul profilo psicologico di questa popolazione: la “tristezza”, la mancanza di dinamismo intellettuale, economico, scientifico e sociale e l’assenza di creatività, che sembrano già colpire alcune nazioni “invecchiate”, esprimerebbero la struttura della loro piramide demografica.


Nel contempo aumenta il numero delle persone anziane direttamente a carico della società, anche quando si restringe la base produttiva di tale società, fonte di entrate nelle finanze pubbliche. Di conseguenza, per garantire il funzionamento dei sistemi di assistenza sociale (mutua, pensioni, rimborsi per le cure mediche, e così via), è forte la tentazione di ricorrere all’eutanasia. Si sa che questa è già praticata in diversi paesi d’Europa.


Fra le conseguenze più evidenti della caduta della fecondità bisogna menzionare anche gli squilibri violenti, prevedibili fin da ora, fra paesi le cui popolazioni presentano strutture di età molto diverse. Se, per esempio, si paragona la piramide delle età di paesi come la Francia, la Spagna e l’Italia a quella di paesi come l’Algeria, il Marocco e la Turchia, si è colpiti dal loro carattere rovesciato e dalle difficoltà generate da tale situazione di cui alcuni problemi attuali, legati all’impossibilità per i paesi ricchi di limitare in modo effettivo l’immigrazione clandestina dai paesi più poveri, sono solamente la prefigurazione.


È urgente che l’opinione pubblica e i responsabili siano perfettamente informati di tali evoluzioni. È parimenti urgente scartare i dati falsi, spesso citati nelle presentazioni per mascherare sofismi puramente ideologici, per non parlare poi delle falsificazioni statistiche. Nel campo della demografia, come negli altri ambiti del sapere, i fatti sono inoppugnabili e la verità non può rimanere nascosta per sempre. Si può solo gioire constatando che questa verità diventa sempre più palese, visto che la Divisione della Popolazione delle Nazioni Unite non ha esitato a riunire il gruppo di esperti per interrogarsi sulla “fecondità inferiore al livello di sostituzione” (Below-Replacement Fertility). Nulla impedisce che vengano eliminate le inesattezze e le menzogne troppo spesso utilizzate per “giustificare” programmi, politiche e altri fattori del tutto incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.


6. Celebrare l’uomo e i suoi diritti


A tale proposito il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ravviva la memoria della comunità umana. Celebrare questi diritti significa celebrare l’uomo. Si tratta di un’occasione privilegiata perché questa comunità metta in atto il rispetto dei valori essenziali che ha sottoscritto e sui quali si è impegnata a costruire il proprio futuro. Questi valori devono essere sottratti a qualsiasi contestazione da parte degli Stati, degli organismi internazionali, dei gruppi privati o dei singoli. Essi si chiamano: diritto alla vita, diritto all’integrità fisica e psicologica, uguale dignità di tutti gli esseri umani (cfr. articolo 1).


L’anno 1998 offre dunque a tutti gli uomini e a tutte le nazioni l’occasione di riaffermare con entusiasmo la loro adesione incondizionata alla lettera e allo spirito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948.


A questo punto s’impone una grande vigilanza. La fedeltà alla Dichiarazione implica l’esclusione di qualsiasi manovra che, con il pretesto dei cosiddetti “nuovi diritti”, miri a incorporare l’aborto (cfr. articolo 3), a ledere l’integrità fisica (cfr. ibidem), a distruggere la famiglia eterosessuale e monogamica (cfr. articolo 16). Attualmente si stanno compiendo subdole operazioni in tal senso. Esse hanno un fine nefasto: privare l’essere umano di alcuni suoi diritti fondamentali e sottomettere i più deboli a nuove forme di oppressione (cfr. articoli 4 e 5). Le menzogne di cui si avvalgono questi tentativi sfociano fatalmente nella violenza e nella barbarie e introducono la “cultura della morte” (16).


Come ha dichiarato Papa Giovanni Paolo II, “i diritti dell’Uomo trascendono qualsiasi ordine costituzionale”. Tali diritti sono innati in ogni uomo. Non derivano da decisioni consensuali costantemente rinegoziabili, a seconda dei rapporti di forza o degl’interessi in gioco. L’esistenza stessa di questi diritti, riconosciuti e proclamati solennemente nel 1948, non è per nulla debitrice delle formulazioni più o meno felici che si trovano nelle costituzioni e nelle leggi (cfr. articolo 2, 2). Qualsiasi costituzione, qualsiasi legge che pretendesse ridurre la portata di questi Diritti dichiarati o manipolarne il significato, dovrebbe essere immediatamente denunciata come discriminatoria e portatrice di fermenti totalitari, così come suggerisce il Preambolo della Dichiarazione.


Sulla base di questo riferimento comune ai valori, difesi al prezzo di tante lacrime, si può rigenerare il tessuto delle nazioni e costruire una città mondiale aperta alla “cultura della vita”. Questo progetto ambizioso non è inattuabile, ma la solidarietà fra i popoli, che ne è al contempo l’alimento e il frutto, presuppone come condizione previa la riaffermazione della solidarietà delle generazioni.


Il Pontificio Consiglio per la Famiglia invita pertanto tutti gli uomini di buona volontà, e in particolare le associazioni cristiane, a far conoscere le realtà obiettive delle evoluzioni demografiche. Li invita a condannare con coraggio i programmi malthusiani del tutto ingiustificati e per di più totalmente contrari ai Diritti dell’Uomo.


 


* Documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pubblicato con il titolo Déclaration sur la chute de la fécondité dans le monde e con la data del 27 febbraio 1998, in L’Osservatore Romano, 15-3-1998; la traduzione dal francese è redazionale.


 


(1) Cfr. Pontificio Consiglio per la Famiglia, Evoluzioni demografiche. Dimensione etica e pastorale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1994, ISBN 88-209-1991-5.


(2) Cfr. Cuestiones Demográficas en América Latina en perspectiva del año internacional de la familia 1994. México, abril de 1993, Ediciones Provive, ISBN 980-6256-04-2.


(3) Cfr. International Conference on Demography and the Family in Asia and Oceania, Taipei, Taiwan, R.O.C. 18-20 september 1995, The Franciscan Gabriel Printing Co ltd, dicembre 1996, ISBN 957-98831-1-4.


(4) Cfr. Familia et Vita, anno II, n. 1, 1997, pp. 3-137.


(5) “Una volta che la transizione della fertilità ha inizio, seguono inevitabilmente ulteriori cali” (Aminur Khan, Fertility Trends among Low Fertility Countries, Expert Group Meeting on Below-Replacement Fertility, Population Division, Department of Economic and Social Affairs, United Nations Secretariat, UN/POP/BRF/BP/1997/1, p. 11).


(6) Cfr. nota 1.


(7) Cfr. J. Cl. Chesnais, Determinants of Below-Replacement Fertility, Expert Group Meeting on Below-Replacement Fertility, Population Division, Department of Economic and Social Affairs, United Nations Secretariat, New York, 4-6 november 1997, UN/POP/BRF/BP/1997/2, pp. 3-17.


(8) Cfr. J. Cl. Chesnais, Determinants of Below-Replacement Fertility, p. 12.


(9) “La seconda parte di questo secolo ha sperimentato il declino del puritanesimo e la vittoria del materialismo (edonismo, culto del consumismo, stile di vita americano). Il prossimo secolo potrebbe evidenziare i limiti di questo modello […]. La semplice interpretazione del baby-boom come risposta alla crescita economica non è più sostenibile. Il vero cruciale cambiamento è stato quello dello stato d’animo, dal dolore alla speranza. Com’è possibile immaginare una simile inversione della tendenza storica senza un grande shock?” (J. Cl. Chesnais, Determinants of Below-Replacement Fertility, pp. 13-14).


(10) Il consenso delle persone a un’operazione chirurgica fatta in condizioni che sfidavano qualsiasi norma igienica era ottenuto in cambio di un dono in derrate alimentari. Il numero di queste sterilizzazioni “volontarie” scese del 90% nell’anno successivo alla caduta del governo della signora Gandhi (J. H. Leavesley, Update on sterilization, Family Planning Information Service, vol. 1, n. 5, 1980).


(11) Come segnala il giornale Le Monde, le accuse contro la politica delle nascite in questo paese non erano nuove “ma, poiché provenivano fino ad ora dalla Chiesa cattolica, l’opinione pubblica non si esprimeva, attribuendole alla tradizionale opposizione della Chiesa alla contraccezione. Oggi tuttavia queste proteste sono giunte al terzo congresso nazionale delle donne contadine e indigene, proteste riprese dal sindacato contadino, dalle organizzazioni popolari delle donne, dalle femministe e dai parlamentari dell’opposizione” (N. Bonnet, La campagne de stérilisation au Pérou provoque de nombreuses critiques. L’existence de pressions exercées sur les femmes a été dénoncée par un journal et plusieurs organisations et reconnue par le vice-ministre de la santée, in Le Monde, 2-1-1998, p. 3).


(12) Come ha affermato l’esperto americano Richard Clinton: “Gli ambulatori hanno quote mensili da rispettare”… Ciò spiega la fretta, alla fine del mese, con cui gli operatori sanitari, che rischiavano altrimenti di perdere il posto, “sollecitavano” le donne quechua a passare “dall’ambulatorio” per la vaccinazione del figlio e per un piccolo intervento indolore e gratuito (N. Bonnet, art. cit.).


(13) Il giornale El Comercio, deciso ad avere la coscienza pulita, ha condotto una vasta inchiesta su queste sterilizzazioni, nelle regioni più povere del paese, raccogliendo testimonianze che confermano che, in cambio di viveri e di cure per i loro bambini, alcune donne si sono sottoposte alla legatura delle tube. Il giornale spiega che lo Stato si è fatto carico degli interventi chirurgici, ma, quando le cose sono andate male, si è rifiutato di addossarsi la responsabilità delle complicazioni e dei decessi (N. Bonnet, art. cit.).


(14) Cfr. Joaquín Díez Esteban, La campaña de control de la natalidad se cobra cinco víctimas, in Palabra, 1-2-1998, p. 22.


(15) Cfr. ibidem.


(16) Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus annus, 1991, n. 39.