SS. CARLO LWANGA e MATTIA KALEMBA (1885-1886)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

A Kampala in Uganda, san Mattia Kalemba, martire, che, lasciata la religione maomettana, ricevette il battesimo in Cristo e, deposto l’incarico di giudice, si impegnò nella diffusione della fede cristiana; per questo, sotto il re Mwanga fu sottoposto a tortura e, privo di ogni conforto, rese il suo spirito a Dio.
Carlo Lwanga, domestico del re Mwanga bruciato vivo insieme a dodici compagni il 3 giugno 1886. Carlo Lwanga, capo dei paggi reali, era stato battezzato durante l\’evangelizzazione attuata dai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie. Inizialmente la loro opera venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Mwanga, che però in seguito decise la soppressione fisica dei cristiani.

L\’Uganda è una regione dell\’Africa equatoriale situata al nord del lago Vittoria. Fu visitata la prima volta nel 1862 da alcuni esploratori inglesi, nel loro viaggio di scoperta delle sorgenti del Nilo ed evangelizzata, prima che gli abitanti e il loro re assoluto Mtesa fossero guadagnati alla religione islamica, da missionari anglicani ai quali seguirono (1879) alcuni Padri Bianchi, fondati dal cardinale Carlo Lavigerie nel 1868 a Maison-Carrée, presso Algeri, per la conversione degli africani.
In quel tempo, l\’Uganda contava tre milioni di abitanti più o meno contaminati dai vizi della poligamia e della schiavitù. Si ritiene che Mtesa possedesse un harem di 2.500 donne di cui 14 erano spose ufficiali, 200 spose di secondo rango e le altre schiave. Appena P. Simone Lourdel (1853-1890), che vi aveva preceduto i suoi confratelli, ottenne dal re di stabilirsi a Rubaga, la capitale, lavorò per fare conoscere la religione cattolica sia alla corte che ai grandi del regno. La poligamia però costituiva un ostacolo fortissimo alla loro conversione. Con l\’aiuto degli operai messi, da Mtesa, a disposizione dei missionari, fu loro possibile costruirsi in breve tempo la residenza con la cappella.
Il superiore, P. Livinhac, nei primi mesi del 1880 poteva già scrivere al Lavigerie: "Abbiamo un centinaio di catecumeni adulti. C\’è qui, grazie a Dio, un grande numero di povere anime molto desiderose di conoscere la retta via e di seguirla a ogni costo. Non mi aspettavo di trovare presso i negri, così felici disposizioni… La classe da cui attendiamo di più è la prima classe degli schiavi. Queste povere persone sono veramente superiori a quelle dei negri che abbiamo incontrato nel viaggio. Sono molto desiderose d\’istruirsi nella nostra religione e di abbracciarla. Coloro che hanno parecchie donne non esitano a conservarne una soltanto. Si direbbe che gli angeli ci hanno preceduti e preparato le vie".
I primi catecumeni furono battezzati il sabato santo del 1880. Il superiore così scrisse al fondatore: "Non solamente essi credono, senza la minima esitazione, tutte le verità che noi esponiamo loro, ma dichiarano che sono risoluti a rinunciare ai loro vizi per condurre una nuova vita e giungere al cielo".
Mentre il re preferiva passare all\’islamismo, introdotto nel regno da suo padre Suna (1852), in aiuto dei missionari giungeva una seconda carovana. Verso al fine del 1881, i Padri Bianchi avevano già convertito 250 pagani. Costoro, appena furono istruiti nella religione cattolica, si fecero, alla loro maniera, catechisti e missionari di coloro che i Padri non potevano avvicinare. In pericolo vennero a trovarsi i catecumeni al servizio del re. I missionari stessi dovettero raddoppiare di prudenza per non indisporre Mtesa, il quale ormai concedeva loro soltanto una semilibertà. Esortati dal Lavigerie a non esporsi volontariamente al pericolo grave e certo di morte, appena si accorsero che la loro presenza nel paese era indesiderata, si ritirarono a Kamoga (1883), a sud del lago Vittoria con un gruppetto di ragazzi riscattati dalla schiavitù.
L\’anno successivo il re Mtesa morì. Giuseppe Mukasa, capo dei paggi, pur essendo cristiano, non aveva osato proporgli il battesimo temendo di irritarlo. Cercò invano di persuadere suo figlio Mwanga, di 18 anni, che gli successe al trono, a richiamare i Padri Bianchi. I cattolici dell\’Uganda, pur essendo rimasti due anni senza sacerdoti, avevano prodigiosamente aumentato il numero dei catecumeni, organizzato riunioni domenicali, insegnato a pregare, esercitato la carità nonostante l\’ostilità del re e gli sforzi dei protestanti e dei musulmani per distoglierli dal retto cammino.
Nel mese di luglio 1885 il P. Lourdel poté informare il Lavigerie delle buone disposizioni del nuovo re nei loro riguardi, e dell\’impossibilità di attendere a tutti coloro che da mattina a sera accorrevano alla missioni per essere istruiti nelle verità della fede. Alcuni grandi del regno e specialmente il primo ministro odiavano i bianchi e cercavano di rovinarli. Volendo impedire ad ogni costo al re d\’imporre ai suoi sudditi una religione che condannava la poligamia, determinarono di ucciderlo. Tre neofiti avvertirono segretamente Mwanga del complotto che avevano scoperto, ma il rè si limitò a minacciare il suo primo ministro di sostituirlo con il fervente cattolico Giuseppe Mukasa e di creare suo generalissimo Andrea Kaggwa, signore dei Bagowa, intimo amico di Giuseppe. A partire da quel momento l\’odio dei primo ministro per i cristiani divenne implacabile. Risolvette di perderli tutti, a cominciare dai più influenti.
I protestanti, per moltiplicare i loro adepti, aveva fatto venire dall\’Inghilterra il vescovo d\’Hannington. Il re, credendo ad una minaccia d\’invasione inglese, ordinò che fosse ucciso con la sua scorta, nonostante i buoni uffici del P. Lourdel. Giuseppe Mukasa ebbe allora il coraggio di dirgli: "Vostro padre non avrebbe mai commesso un simile delitto". Il re, offeso, montò su tutte le furie. Il primo ministro, roso dall\’invidia, ne rinfocolò l\’ira ricordandogli che il capo dei suoi paggi non soltanto era cattolico, ma un propagatore della sua religione ai danni del culto dei Lubalé o spiriti superiori della nazione. Altri consiglieri reali pagani e musulmani sussurrarono alle orecchie dello scostumato principe: "Se permetti a Giuseppe di conculcare i tuoi diritti, presto non sarai più il padrone del tuo regno. Il re del tuo paese è già il Dio dei cristiani". Mukasa, che non lasciava passare settimane senza riscattare qualche schiavo, giorni senza difendere la castità dei paggi dalle insidie del re libidinoso, notti senza pregare e insegnare il catechismo ai suoi neofiti, fu condannato ad essere bruciato vivo a Rampala il 15-11-1885. Il carnefice, per risparmiargli le torture del fuoco, gli tagliò prima la testa. Ma il vero motivo del suo martirio fu l\’aver resistito alle infamie del re e incoraggiato i paggi a fare altrettanto.
Con la morte di Mukasa, il re si era illuso di persuadere i cristiani ad abbandonare la loro religione. Difatti 105 catecumeni chiesero di essere battezzati. Quelli che erano occupati al servizio del sovrano dicevano: "Stiamo fermi. Quando piacerà al re di ucciderci, sapremo morire". Il giorno dopo il martirio di Mukasa, il re fece chiamare i paggi che erano stati alle dipendenze di lui, e disse loro: "Si avvicinino a me coloro che non pregano con i bianchi". Solo tre paggi non cristiani gli si avvicinarono. "Vi farò uccidere tutti". – disse a quanti erano rimasti immobili. "Fa come vuoi!", gli rispose uno per tutti senza battere ciglio.
La persecuzione scatenata dal superstizioso e libertino sovrano mieterà un centinaio di vittime, tra cui parecchi protestanti. Uno dei personaggi più stimati a corte era Carlo Lwanga, distinto capo d\’un gruppo di paggi, il quale incuteva timore ai protestanti stessi con la sapienza delle sue risposte. Con lui c\’era pure Andrea Kaggwa, capo di una circoscrizione militare di un migliaio di uomini, il quale riuniva attorno a sé più di 150 neofiti, dava ricetto ai malati, li curava, li istruiva e li battezzava quand\’erano in pericolo di morte. Amico e compagno di caccia del re, egli aveva scoperto con altri due cattolici il complotto tramato ai danni di lui, ed era riuscito persino a convertire due nipoti del primo ministro. Dionigi Sebuggwawo, maestro di religione di uno di loro, nonostante il divieto del re, fu ucciso dallo stesso Mwanga con un colpo della sua lancia avvelenata alla gola mentre, infuriato, camminava su e giù davanti alla sua residenza. Carlo Lwanga intanto animava così i paggi radunati attorno a sé: "Avete inteso parecchie volte il re avvertirci che ci avrebbe separati da coloro che non sono cristiani, per costringerci a rinnegare la fede. Quando ci minaccerà, noi ci alzeremo e andremo là dove c\’indicherà e voi tutti mi seguirete".
La morte dei paggi che avevano resistito agli impudichi desideri del sovrano fu decretata il 26-5-1886. I carnefici e i capi dei villaggi in un baleno ne diffusero la notizia per tutto il regno. I paggi, con a capo Lwanga, furono condotti davanti al re. "Vedete questo cane? – egli disse loro – Vale più di voi. Se lo chiamo, viene; se gli getto un osso, lo mangia; ma voi, voi non mi ubbidite". Fatte chiudere tutte le porte perché nessuno fuggisse, gridò: "Coloro tra voi che non pregano, rimangano qui vicino a me; coloro che pregano, si ritirino là in fondo". E additò loro la palizzata vicina. Carlo Lwanga si mosse e, tutti i paggi cristiani, lo seguirono nel luogo indicato. "E vero che siete cristiani?" domandò loro il re. "Sì, padrone, lo siamo". "Volete rimanere tali?". "Sì, sempre, fino alla morte". Il persecutore si voltò verso i carnefici e ordinò: "Uccideteli".
I paggi furono legati al collo e ai polsi con corde. Per ottenerne la liberazione il P. Lourdel era accorso alla corte, trasferita in quella stagione a Munyunyu, a 3 ore di distanza da Rubaga, ma il re non volle riceverlo. Mentre i paggi venivano condotti in prigione Andrea Kaggwa moriva decapitato e bruciato. Il primo ministro aveva voluto vendicarsi della conversione, da lui operata, dei suoi due nipoti facendogli prima tagliare un braccio. Nelle carceri di Munyunyu, il primo ministro ritrovò Ponziano Ngondé, fatto ingiustamente imprigionare dal re perché non lo aveva accontentato nella requisizione della vacche di cui l\’aveva incaricato. "E tu, sai pregare?" gli aveva chiesto. Perché gli aveva risposto: "Sì, io so pregare", ordinò al carnefice di trafiggerlo con la lancia e di decapitarlo. Nella loro marcia verso Namugongo, luogo del loro martirio, i paggi perdettero Atanasio Bazekuketta, ragazzo caduto spossato per via e fatto a pezzi dai carnefici il 26-5-1866. Mentre procedevano in fila indiana, bruciati dal sole e tormentati dalla sete, essi si dicevano a vicenda: "Il nostro amico Atanasio è stato un eroe. Egli non ha avuto paura di morire per la causa di Dio. Siamo forti come lo è stato lui!". Il giorno dopo, nella marcia forzata, perdettero l\’adolescente Gonzaga Gonza, ucciso barbaramente perché rimaneva indietro a causa delle catene che gli impedivano il passo e di cui non era riuscito a disfarsi.
Il 30-5-1886 anche Mattia Kalemba Murumba di 45 anni e padre di due figli subì un atroce martirio. Dopo il battesimo aveva preferito cambiare la professione di giudice supplente con quella di semplice operaio, a imitazione di Gesù lavoratore. Presentendo il martirio, vi si preparò con la penitenza. A Mityana, nella provincia di Singo, egli era capo di 200 cristiani e catecumeni. Più volte al mese mandava un cristiano intelligente alla missione di Rubaga, distante 60 chilometri, perché seguisse le lezioni dei Padri e le ripetesse a tutta la comunità. Quando il re ordinò il massacro dei cristiani, il capo della provincia di Singo era stato convocato alla corte allora trasportata a Mengo. Con lui vi andarono Mattia Murumba e Luca Banabakintu benché avessero potuto nascondersi. La loro presenza a Mengo fu presto conosciuta dal capo pagano, incaricato di sterminare "gli oranti"". Furono arrestati immediatamente e condannati ad essere bruciati vivi con i paggi. Arrivati però a Rampala, Mattia si rifiutò di procedere oltre. I carnefici lo accontentarono e, secondo gli ordini ricevuti, gli segarono le mani e i piedi, gli tagliuzzarono brandelli di carne sul petto e sul dorso e li fecero arrostire sotto i suoi occhi mentre sospirava: "Mio Dio! Mio Dio!". Poi gli compressero le vene e le arterie perché le sue torture fossero prolungate. Tre giorni dopo alcuni schiavi, andati a tagliare canne in quei paraggi, udirono dei gemiti. Si diressero dalla parte donde veniva la voce che invocava da bere, ma inorriditi, fuggirono.
L\’amico più caro di Mattia era. Noè Mawaggali che egli aveva convertito con Luca Banabakintu. Fu lui a fare il catechismo alla numerosa comunità, la domenica successiva la partenza di Mattia. Quando alcuni predoni, inviati dal primo ministro, giunsero nel villaggio il giorno dopo la morte del martire a devastarne la capanna, a catturarne la moglie e i figli e a uccidere tutti i cristiani, Noè si presentò spontaneamente davanti a loro e, poiché faceva parte degli "oranti", essi lo trapassarono con la lancia e lo appesero ad un albero ancora vivo. Fin dal 27-5-1886 sopra una collina di Namugongo, i paggi attendevano incatenati al collo e ai piedi che fosse preparato il loro ultimo supplizio. La raccolta della legna e la fabbricazione delle stuoie di canne richiese 7 giorni di lavoro.
Durante quella lunga agonia i paggi non facevano altro che invocare l\’aiuto di Dio e recitare il rosario. Insultati, conservavano il silenzio. I meno cattivi dei loro guardiani dicevano: "Questi uomini di Dio, che hanno fatto per meritare la morte?". La vigilia del martirio i carnefici furono radunati al caratteristico suono dei tamburi. Non per questo "i morituri" quella volta dormirono meno delle notti precedenti.
Quando si svegliarono non facevano che ripetere il Padre Nostro e l\’Ave Maria, spiacenti soltanto di non poter ricevere i sacramenti perché i missionari si trovavano troppo lontano. Quando furono condotti davanti al capo dei carnefici, esclamarono pieni di gioia: "Ah, com\’è buono Dio". Quando furono fatti sfilare davanti al suo aiutante, questi con un bastone percosse alla testa coloro che dovevano essere bruciati vivi allo scopo di stornare le loro ombre dal tormentare il re.
Il 3 giugno, festa dell\’Ascensione, spogliati dei loro vestiti, abbeverati di vino di banane, i paggi si animarono lietamente a vicenda esclamando: \’\’Ancora un momento e noi vedremo Gesù Cristo". I carnefici, vestiti di pelli di pantere e di scimmie, con al collo amuleti e penne variopinte in testa, con il viso coperto di argilla rossa e di fuliggine, consideravano i paggi dei pazzi, perché non sapevano spiegarne la calma sovrumana. Il primo ad essere tormentato fu Carlo Lwaga il quale, con perfetta tranquillità, aveva chiesto di potersi preparare da sé la legna su cui deporsi. Gli furono bruciati i piedi a fuoco lento affinchè sentisse l\’atroce morso della fiamma senza morire immediatamente. "Bisogna che ti castighi" – disse l\’aiutante del capo dei carnefici che aveva riservato a sé il supplizio di lui – "Sta benissimo – gli rispose Luca – poiché io muoio per la vera religione". "Su, – riprese sprezzante il boia – che il tuo Dio venga a ritirarti da questo braciere". "Insensato – lo reguardì il martire disteso poco lontano dai paggi – non sai quello che dici. Tu versi su miei piedi dell\’acqua fresca. Quanto a te, sta attento che il Dio che tu insulti non ti sommerga un giorno nel vero fuoco inestinguibile".
Mentre Lwanga veniva così tormentato, i carnefici allineavano sulla catasta, a forma di rettangolo, i 12 paggi cattolici e gli 11 paggi protestanti, tutti uniti nella fede di Cristo e nella preghiera, tutti legati e infagottati in stuoie di canne. Nessuno di loro venne meno, neppure i più piccoli, con grande meraviglia del capo dei carnefici che, prima di fare appiccare il fuoco ai quattro lati della catasta, disse loro: "Rinunciate alla preghiera e vi libereremo". Ma essi, ad una voce, risposero: "Pregheremo finché vivremo". Verso mezzogiorno, appena le fiamme cominciarono a crepitare e a salire in vortici fumosi, dalla catasta si levò un intenso mormorio. Invece di gridare, i cristiani concordemente si erano messi a recitare tutti insieme il Padre Nostro. Giunti alle parole: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori" i carnefici furono presi dal terrore e gridarono con tutte le loro forze: "Non siamo noi che vi uccidiamo; sono i nostri dei che voi avete chiamato demoni; essi si vendicano di voi". Di mezzo al rogo una voce rispose: "Noi contesteremo ciò". Dinanzi al tribunale di Dio, s\’intende. A quel martirio crudele furono sottratti soltanto tre paggetti con grande loro rammarico. Non ne conobbero mai il vero motivo. E certo che Dio aveva così disposto perché facessero conoscere al mondo intero l\’eroismo dei primi martiri dell\’Uganda.
Nonostante la violenta persecuzione, le conversioni e i battesimi si moltiplicarono. Sprezzanti del pericolo di morte, i neofiti dicevano ai missionari che raccomandavano loro la prudenza: "I carnefici possono uccidere i corpi, ma non possono uccidere l\’anima. Essa se ne va presso il buon Dio che la rende eternamente felice". Mons. Livinhac, eletto Vicario Apostolico, scrisse: "Durante il mio soggiorno di un mese a Santa Maria di Rubaga, non passò quasi notte in cui non abbia ricevuto la visita di parecchi cristiani e abbia potuto cresimare 97 dei meglio preparati. Mi è capitato di alzarmi 4 o 5 volte nella stessa notte per ricevere qualcuno dei nostri cari visitatori. Non saprei dire quanto sia stato commosso nel vedere i meravigliosi effetti prodotti dalla grazia in queste anime, fino a ieri ancora immerse negli errori del paganesimo. I nostri cristiani si attendono, da un momento all\’altro, di essere consegnati al boia, ma non se ne inquietano e affrontano i supplizi e la morte con un calmo coraggio che solo una fede incrollabile può dare".
Parecchi cristiani condannati a morte erano riusciti a sfuggire all\’ira di Mwanga. Tra di essi figurava Giovanni M. Muzei il quale, in ventiquattrore, era riuscito a imparare 40 pagine di catechismo tant\’era avido d\’istruirsi nella religione. Egli viveva in solitudine, unito a Dio. Impiegava le sue economie nel riscatto dei bambini, che in seguito istruiva.
Durante le pestilenze curava i malati e li battezzava. Per amore di nostro Signore rifiutò di sposarsi. Il re aveva dato ad intendere che perdonava ai cristiani sottrattisi alle ricerche della polizia in considerazione dei servigi che avevano reso a suo padre Mtesa. Se si fossero presentati a corte, egli avrebbe donato loro una piantagione di banani. Giovanni Maria, braccato da 6 mesi ed esausto, si decise a comparire davanti al re.
A quanti lo dissuadevano rispose: "Lasciatemi andare alla corte. Se il re mi regalerà una piantagione di banani, voi verrete con me e io vi presenterò a lui. Se egli mi farà uccidere, voi starete in guardia". Questo coraggioso cristiano fu decapitato e gettato in uno stagno, forse nel gennaio del 1887. Muzei fu l\’ultima vittima di quella persecuzione. Quando il Card. Lavigerie fu informato dell\’eroismo dei cristiani dell\’Uganda ne pianse di commozione, e ordinò ai Padri Bianchi di assumere più precise informazioni. Soltanto di 22 di essi riuscirono a raccogliere testimonianze dirette. Sono quelli che Benedetto XV beatificò il 6-6-1920 e Paolo VI canonizzò il 18-10-1964.
Durante la sua visita in Uganda nel 1969 papa Montini consacrò a Namugongo l\’altare maggiore del tempio, costruito in onore dei Martiri.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 42-49
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