SAN NICOLA DELLA FLUE (1417-1487)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...


Non sentiva nessuna attrattiva per le vanità del mondo, tuttavia, per ubbidire ai genitori, verso i trent’anni consentì a sposare Dorotea Wiss, di Schwendi, dalla quale ebbe 10 figli. In mezzo alle fatiche dei campi e della stalla, Nicola non perdette l’abituale unione con Dio. Hans, il suo figlio maggiore, ha raccontato che durante la notte, mentre tutti erano a riposo, udiva sovente il padre levarsi per andare a pregare dinanzi al crocifisso della sala comune, Dorotea stessa depose, nel processo di beatificazione, che suo marito l’avvertiva sempre quando, nel cuore della notte, si levava per salire fino al Santuario di San Nicola di Bari, che sorgeva sulla collina di fronte alla loro casa, a passarvi lunghe ore nel raccoglimento e nell’orazione. Essendo un esemplare padre di famiglia, i compaesani lo elessero, nel comune e nel cantone, giudice e consigliere (1459) e quindi deputato alla Dieta federale (1462).


Questo anacoreta, patrono della Svizzera, nacque il
21-3-1417 a Sachseln, nel cantone di Unterwalden, da ricchi contadini della
Flùe. Alla loro scuola e a contatto della natura, Nicola acquistò presto una
grande maturità di spirito. Due suoi coetanei hanno scritto: “Spesso
lavoravamo insieme nei campi; era attento e attivo al lavoro. Quando al termine
delle nostre incombenze noi ci mettevamo a giocare, non di rado lui spariva. Lo
vedevamo spesso in ginocchio, assorto, dinanzi ad un faggio. Se accadeva che a
qualcuno di noi sfuggisse una parola o un gesto ardito, lui, cortesemente, ma
con fermezza, riprendeva il colpevole, facendosi promettere che si sarebbe
corretto. Noi lo ascoltavamo volentieri perché era buono, virtuoso e non
contristava mai nessuno”.
 Con la nostalgia per la solitudine, il Santo sentì
crescere in sé il desiderio della penitenza. Divenuto giovanotto, cominciò a
digiunare prima il venerdì, poi fino a quattro volte la settimana, nonostante i
pesanti lavori della campagna e le esercitazioni nelle armi. In quaresima non
si nutriva che di poco pane e di qualche pera secca. Verso i sedici anni, una
notte, mentre pregava nella vallata di Sachseln, gli fu dato vedere una torre
luminosa salire dal prato fino al cielo. Comprese che oramai doveva tendere al
paradiso con una vita di perfezione. Non dimenticò il celeste invito quando
dovette prendere parte (1436) alla guerra scoppiata tra Zurigo, alleata dell’Austria
e lo Schwyz, a motivo della ripartizione delle terre dell’ultimo conte di
Toggenburg. La vita di guerra di Nicola si protrasse, alternata da brevi
momenti di tregua, fino al 1446, anno in cui poté fare ritorno al focolare,
forse per le ferite riportate. All’assalto egli era sempre andato con la picca
in una mano e la corona del rosario nell’altra.
 Nel recinto della sua fattoria, Nicola attese la
manifestazione della volontà di Dio. Per nessuna cosa al mondo avrebbe voluto
agire fuori dei disegni che il Signore aveva sopra di lui. Non sentiva nessuna
attrattiva per le vanità del mondo, tuttavia, per ubbidire ai genitori, verso i
trent’anni consentì a sposare Dorotea Wiss, di Schwendi, dalla quale ebbe 10
figli. In mezzo alle fatiche dei campi e della stalla, Nicola non perdette
l’abituale unione con Dio. Hans, il suo figlio maggiore, ha raccontato che
durante la notte, mentre tutti erano a riposo, udiva sovente il padre levarsi
per andare a pregare dinanzi al crocifisso della sala comune, Dorotea stessa
depose, nel processo di beatificazione, che suo marito l’avvertiva sempre
quando, nel cuore della notte, si levava per salire fino al Santuario di San
Nicola di Bari, che sorgeva sulla collina di fronte alla loro casa, a passarvi
lunghe ore nel raccoglimento e nell’orazione. Essendo un esemplare padre di
famiglia, i compaesani lo elessero, nel comune e nel cantone, giudice e
consigliere (1459) e quindi deputato alla Dieta federale (1462). Quando si
avvide che nell’amministrazione della giustizia si faceva distinzione di
persone, Nicola rinunciò al mandato. La notte seguente la moglie lo udì pregare
ai piedi del crocifisso: “Mio Dio, allontanate da me tutto quello che
m’impedisce di salire fino a voi”.
 Il Santo partecipò ancora, come soldato e come ufficiale,
alla lunga guerra di Zurigo. Durante la guerra della Turgovia contro
Sigismondo, duca del Tirolo, scomunicato da Pio II (1460), secondo la
tradizione, Nicola avrebbe salvato dalla distruzione il monastero femminile di
Katharinenthal. Altra però era la missione che il Signore gli voleva affidare.
Per questo cominciò a distaccarlo dal mondo con una prova assillante che non
gli dava mai requie, e lo prostrava al punto che fino la sposa e la gioia dei
figli gli divennero un tormento. Dio lo avviluppava con la sua presenza come
una nube risplendente, scolorendo tutto quello che era umano. Un giorno, mentre
pregava seduto su di un sasso, al pascolo delle mandrie, vide spuntare dalla
sua bocca un giglio. La presenza di un cavallo lo distrasse. Il giglio si piegò
allora fino a terra e il cavallo lo divorò. In quella visione credette di
vedere l’avvertimento che la contemplazione non si confaceva con le
preoccupazioni terrene. Un’altra volta, mentre andava al lavoro e supplicava il
Signore a sostenerlo nel suo inferiore martirio, sentì dirsi: “Tu sei
ingenuo Nicola! Ancora non sai che ti conviene seguire la volontà di Dio”.
 Ad aumentare le sofferenze del Santo intervennero le
vessazioni del demonio. Un giorno d’estate, mentre falciava nella vallata del
torrente Melchaa, il diavolo tentò di farlo rotolare in un burrone. Ma il
Signore che cosa voleva da lui? Il suo confessore, Heimo am Grund, pievano di
Kriens, lo esortò a meditare, più volte il giorno, la Passione di Gesù. Non ne
ebbe una stilla di conforto. La buona Dorotea intuì che qualche cosa di
estremamente grave tumultava nell’animo del suo consorte. Quando perciò, con
trepidazione, egli le manifestò l’attrattiva che sentiva per la vita solitaria,
ella pronunciò, fidente in Dio, il suo doloroso fiat.
 Il 16-10-1468 Nicola abbracciò piangendo il suo vecchio
padre, la moglie che teneva in braccio l’ultimo nato di quattro mesi, i figli,
lo zio Pietro e poi, senza denaro e senza pane, partì vestito di un bruno saio
che gli scendeva fino ai piedi scalzi. Voleva raggiungere certi eremiti e
penitenti dell’Alsazia chiamati “gli amici di Dio”, ma quando, dopo
due giorni di cammino, giunse a Liestal, a pochi chilometri dalla frontiera,
misteriosi bagliori di un incendio gigantesco gli fecero intendere che non
doveva andare oltre. Un vecchio, presso il quale aveva sostato per prendere
lena, gli consigliò di ritornare alle sue montagne, non essendo ben visti i
confederati, fuori dalle loro terre. Nella notte, in sogno, gli parve di essere
investito da un fascio di luce rovente. Allo spasimo si destò e seguendo il
cuore che, a suo dire, “lo trascinava come una corda”, ritornò al suo
paese. La luce che gli aveva bruciato le viscere, lo affrancò per sempre da
qualsiasi necessità di cibo e di bevanda. D’ora in poi la comunione avrebbe
costituito il suo unico viatico.
 Era notte alta quando Nicola giunse alla sua casa. Senza
picchiare alla porta, senza dare una voce, si rifugiò nella stalla e nel primo
apparire dell’aurora s’inoltrò nella foresta. Otto giorni dopo alcuni
cacciatori, tra cui Piero della Flùe, fratello minore di Nicola, lo scoprirono
nella vallata della Melchaa. L’eremita chiese soltanto che gli mandassero il
suo confessore. Voleva sapere se doveva interrompere il digiuno per non tentare
Dio o proseguirlo. Desiderò pure ricomporre la sua solitudine. Il Signore lo
esaudì facendogli vedere quattro luci, simili a quattro ceri accesi, scendere
per la china del monte verso la parte più selvaggia della vallata, che tutti
chiamavano “Il Ranft”. La sua presenza in quel luogo, che gli
apparteneva, non rimase a lungo ignorata e neppure la pratica del digiuno.
Alcuni vi credettero subito, scorgendo in essa una conferma alla sua vocazione
di eremita, altri invece nutrirono seri dubbi. Per un mese di seguito lo
sorvegliarono senza che se ne avvedesse, ma nessuno lo vide mai scendere al
torrente per attingere acqua o chinarsi per cogliere anche solo un filo d’erba.
 La curiosità si mutò presto in entusiasmo. Molti andarono
a supplicarlo a non sottrarsi più alla venerazione che gli dimostravano i suoi
connazionali e, i membri del consiglio, gli fecero costruire sul ciglio del
burrone un oratorio con una piccola abitazione di legno, in cui dormiva
soltanto tre o quattro ore per notte, disteso sul pavimento o col dorso
appoggiato alla parete, senza coperte sia d’estate che d’inverno. Fino a
mezzogiorno Nicola restava immerso nella contemplazione e, nel pomeriggio,
saliva al Santuario di S. Nicola, andava a trovare un altro eremita, di nome
Ulrico, sulla collina del Mósli, oppure s’inoltrava nella selva. La domenica e
le feste si recava a Sachseln per confessarsi, assistere alla Messa e al divino
Ufficio nella chiesa parrocchiale e comunicarsi, secondo lo strano rigore del
tempo, a Natale, Epifania, Pasqua e Pentecoste. A partire però dal 1477, quando
la pietà dei visitatori, che accorrevano da tutte le parti, riuscì a mettere
assieme quanto bastava per assicurargli il conforto della Messa, Nicola potè
comunicarsi una volta al mese e, cinque anni prima di morire, tutti i giorni. A
volte intraprendeva pellegrinaggi ai santuari mariani della Svizzera, ai
chiarore delle stelle per sfuggire il contatto degli estranei, ma nel 1482 non
lasciò più il suo romitorio perché il camminare gli era divenuto faticoso.
 Il principe-vescovo di Costanza, Ermanno, sotto la cui
giurisdizione si trovava l’Unterwalden, mandò il suo ausiliare affinchè si
rendesse conto del prolungato digiuno dell’eremita (1469). L’inviato, Tommaso
Welden, ordinò a Nicola di mangiare il pane e di bere il vino che gli presentò.
Fu ubbidito a fatica. All’inquisitore non fu difficile costatare che il
penitente non poteva prendere cibo senza esporsi alla morte. Nicola raccontò
più tardi ad un amico che il vino dategli da bere dal prelato era stato
benedetto in onore di S. Giovanni Evangelista. Questo aveva dato all’esame il
carattere e la portata di un “giudizio di Dio” quale si praticava nel
Medioevo. Prosciolto da ogni sospetto, i confederati accorsero al Santo per
tutte le loro necessità, cominciarono a chiamarlo con il nome di
“padre”, e ad impedire che visitatori indiscreti o diffidenti
andassero a importunarlo con domande curiose e capziose. Un giorno salirono al
romitorio di lui due abati benedettini con il loro seguito. “Dunque – gli
disse uno di loro – saresti tu quel tale che si vanta di non aver mangiato
niente da parecchi anni in qua? Non si direbbe, a giudicare dalla tua
faccia!”. “Dio mi guardi – gli rispose Nicola – dal rendermi
colpevole di parole vane e presuntuose!” “Vedo che sei anche umile –
riprese con una punta d’ironia il borioso abate. – Dimmi allora cos’è
l’avarizia”. “Buon padre – gli rispose Nicola – perché interrogate
me, povero e ignorante, sull’avarizia, quando voi, ricco e istruito, lo sapete
meglio di me, non solo per averlo studiato sui libri, ma anche perché avete
sperimentato voi stesso quello che avviene nel cuore di un avaro? Or sono due
anni, voi avete acquistato ad un prezzo vile ben 27 fusti di vino prelibato e
lo avete poi venduto l’anno scorso con grande guadagno. Voi non eravate ancora
in possesso del malo acquisto, quando il vostro Vescovo vi ha fatto confiscare
il vino per riempirne le sue cantine senza darvi il compenso di un heller“.
Agli occhi dei presenti attoniti, l’eremita che scrutava i cuori, ingigantì.
 Nicola passò alla storia come “padre della
patria”. In mezzo alla preghiera e alle penitenze continue egli lavorò
senza riposo per la pacificazione dei confederati con l’Austria nel 1473, e poi
tra di loro nel 1481. Le loro intestine discordie erano sorte a motivo della
spartizione dei vasti territori sottratti a Carlo il Temerario, duca di
Borgogna, con le vittorie di Granson e Morat (1476) e dell’ammissione di
Friburgo e Soletta nella confederazione. Con un suo messaggio ai rappresentanti
dei Cantoni alla Dieta di Stans, Nicola riuscì a fare loro stipulare il patto,
che fino al 1789 costituì il diritto pubblico della Confederazione Elvetica. Da
quel giorno l’eremita è stato per tutti i confederati simbolo di pace, di
concordia e di fedeltà ai trattati. Nemico della guerra, raccomandò sempre ad
essi la neutralità e li mise in guardia contro le alleanze straniere, il
servizio mercenario, le pensioni dei monarchi e le ingerenze negli altri stati.
 Non era possibile del resto sottrarsi all’influsso di
Nicola, perché dicono testi oculari, “tutti quelli che andavano da lui,
rimanevano colti da una sensazione di spavento di fronte ad uno strano
splendore che gli emanava dal viso, dando ai suoi tratti una maestà quasi
sovrumana”. Questo fenomeno, che perdurò fino alla morte, fu determinato
in lui da una visione, sulla cui natura mantenne sempre il più assoluto
segreto. Mentre nella sua cella era inabissato nell’orazione, gli era apparso
un misterioso personaggio, alla cui vista si era gettato in terra e si era
nascosto il viso, non reggendo allo splendore di lui, mentre il cuore pareva
che gli scoppiasse in petto. A questa sensibile manifestazione tenne dietro una
visione intellettuale della SS. Trinità in sé stessa, nelle sue relazioni e operazioni.
Per averne vivo sempre il ricordo, egli fece dipingere quanto aveva visto sopra
una parete della cappella. Di altre tre grandi visioni di Nicola, ci ha
lasciato memoria un domenicano che lo visitò nel 1469.
 Per corrispondere a tanti celesti favori Nicola pregava e
si mortificava. Malgrado l’età e i rigori dell’inverno continuò a camminare a
piedi scalzi e a capo scoperto. Le sue membra non avevano altro riparo che il
suo cilicio e l’unico consunto saio che la sua Dorotea aveva cucito e bagnato
di lacrime prima che egli abbandonasse la casa nuziale. Gli ultimi cinque anni
di vita, Nicola li trascorse nel suo tugurio, prostrato dal digiuno, tormentato
dal demonio. Dio solo sa quante volte lo afferrò per la barba e per i capelli e
lo trascinò fuori del romitorio! Un giorno di marzo del 1487 il suo cappellano,
Piero Bachtiaer, trovò l’anacoreta che gemeva disteso sul pavimento della
cella, in preda a violenti dolori allo stomaco e alle ossa. Ne fu avvertita la
moglie che accorse con alcuni figli a rendergli meno penosa l’agonia. Nicola
morì il 21-3-1487, come gli era stato predetto. Pio XII lo canonizzò il
15-5-1947. Innocenzo X ne aveva riconosciuto il culto il 1-2-1649. Le sue
reliquie sono venerate a Sachen, nella chiesa di San Teodulo.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 239-245.

http://www.edizionisegno.it/