S. GUGLIELMO DI ESKILL (1127-1203)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Questo santo abate cistercense nacque verso il 1127 da nobili genitori a Parigi o a St-Germain presso Crépy-en-Valois. Fin dall’infanzia fu affidato come oblato all’educazione di uno zio, Ugo, monaco di Sant’Arnolfo, poi abate di St-Germain-des-Prés. In compagnia di tanti ferventi religiosi Guglielmo compì in breve tempo tali progressi nella pietà e nella scienza che lo zio lo consigliò di entrare nello stato ecclesiastico. A sedici anni lo fece ordinare suddiacono e provvedere di un canonicato nella chiesa di Santa Genoveffa a Parigi.

La felice situazione economica del santo, l’assiduità al coro e la vita ritirata che conduceva eccitarono l’invidia di due confratelli. Vedendo che il suo modo di comportarsi costituiva una segreta condanna della loro condotta, risolvettero di vendicarsi. Notando quanto fosse accentuata in lui l’inclinazione alla vita monastica, un giorno finsero di nutrire i suoi stessi sentimenti e lo invitarono a entrare con loro nell’abbazia cistercense di Pontigny (Yonne). Sotto diversi pretesti, dopo un po’ di tempo i due canonici ritornarono a Parigi con la segreta speranza di riuscire a impossessarsi dei benefìci del loro confratello, ma Guglielmo li seguì. Gli promisero allora di ritornare a Pontigny al termine di un anno, ma Guglielmo, resosi conto dei loro intenti, abbandonò i desideri di vita cistercense. Gli invidiosi con la diffamazione impedirono che fosse ordinato diacono, ma Guglielmo riuscì ugualmente nell’intento presentando le lettere commendatizie dello zio al vescovo di Senlis (Oise).


Nel 1147 il papa Eugenio III, discepolo di S. Bernardo di Chiaravalle (+1153), era giunto a Parigi per trovare asilo, sotto la protezione del re di Francia, Luigi VII, contro i seguaci di Arnaldo da Brescia (+1155), anelanti ad abolire il potere temporale dei papi per sostituirvi la repubblica. Durante una visita alla chiesa di Santa Genoveffa, essendosi accorto che i canonici conducevano una vita disordinata, incaricò Sugero, abate d St-Denis, di sostituirli con i Canonici Regolari dell’abbazia di San Vittore di Parigi. In quell’occasione Guglielmo potè soddisfare l’inclinazione alla vita monastica che aveva sempre nutrito accettando il loro genere di vita. I confratelli, appena si accorsero delle straordinarie virtù che praticava, lo elessero vice Priore. Da quel momento il santo mostrò di qual fermezza di carattere fosse dotato perché, geloso della gloria e dei diritti del suo Ordine, non tollerò abusi.


Nel 1161 si diffuse per Parigi la notizia che la testa di S. Genoveffa, patrona della città, era scomparsa dalla sua cassa. Come guardiano delle reliquie dell’abbazia, Guglielmo si difese dall’accusa, fatta ai canonici, di negligenza e di furto. I vescovi della provincia, riuniti nella capitale, procedettero alla ricognizione delle reliquie. Furono trovate intatte. Un prelato avanzò il sospetto che il cranio della santa fosse stato sostituito con un altro. Guglielmo era tanto convinto dell’autenticità della reliquia che, per dimostrarlo, sarebbe entrato con essa in un forno acceso se glielo avessero permesso.


Nel 1164, Guarino, priore di Santa Genoveffa, fu eletto abate. Volendo ingraziarsi il favore del sovrano, dichiarò che apparteneva a costui nominare o confermare i dignitari di quell’abbazia regale. Nonostante le proteste di tutti i canonici per quella innovazione, il cocciuto abate non si trattenne dal presentare al re colui che si era prefisso di fare eleggere come Priore. Guglielmo ne rimase indignato. Quando il prescelto ritornò nel monastero per prendere possesso della sua carica, con la forza gli tolse di mano la corda della campana con cui voleva chiamare a raccolta la comunità, e poi fuggì a Sens (Yonne), dove si trovava Alessandro III. Costui riconobbe che le lagnanze di lui erano fondate, ma poiché era uscito dal monastero senza il dovuto permesso, gli prescrisse di accusarsene nel capitolo delle colpe. L’abate non si accontentò di farlo frustare, ma gli prescrisse in penitenza di mangiare per una settimana per terra. Il papa, appena seppe del cattivo trattamento che era stato riservato a Guglielmo ne prese le difese, e ordinò che si procedesse all’elezione di un altro Priore secondo le regole canoniche.


Mentre Guglielmo con la scrupolosa osservanza delle regole si sforzava di tendere alla perfezione, il Signore gli apparve una notte sotto l’aspetto di un bellissimo giovane per annunciargli che sarebbe andato in una lontana isola, che vi avrebbe sofferto grandi pene, ma che con la divina grazia, le avrebbe superate tutte. Il santo comprese il significato della visione soltanto quando Assalonne, vescovo di Roskilde (Danimarca), sede del re Valdemaro I il Grande, figlio di S. Canuto IV (11086), desiderando riformare un monastero di Canonici Regolari dell’isola di Eskill, mandò un suo prevosto a supplicare l’abate di Santa Genoveffa di Parigi perché gli mandasse Guglielmo di cui conosceva il merito fin da quando lo aveva avuto compagno di studi all’università di Parigi.


Guglielmo giunse a Eskill insieme a tre confratelli. I sei religiosi che occupavano il monastero li ricevettero a malincuore, ma il nuovo superiore, con la continua preghiera, con incredibili penitenze, con l’umiltà e la pazienza trionfò di tutte le loro opposizioni. La riforma fu stabilita e il monastero, trasferito nell’isola di Seeland (1175), fu da lui trasformato in abbazia cistercense sotto il nome di San Tommaso del Paraclito. Per il nuovo abate le difficoltà si moltiplicarono. In vent’anni il monastero subì quattro incendi e più volte il raccolto dell’annata andò distrutto. Per mancanza di risorse i lavori iniziati restarono incompiuti e i creditori perseguitarono i religiosi con le loro insistenti richieste. Alle necessità dell’abbazia venne per fortuna in aiuto Assalonne, fondatore di Copenaghen, eletto arcivescovo di Lund (Svezia) nel 1177. Ben presto il monastero prosperò e il suo abate divenne uno dei più importanti personaggi della Chiesa danese. Dio a conferma della riforma che aveva stabilito, concesse al santo il dono dei miracoli. Gli avanzi della sua mensa o l’acqua che egli mandava ai malati, sovente li guarivano dalle loro infermità. Egli stesso, caduto gravemente malato, fu risanato da S. Genoveffa che gli era apparsa in sogno.


L’ascendente di cui Guglielmo godeva in tutta la Danimarca lo spinse a vigilare sull’osservanza religiosa anche degli altri monasteri e ad assisterli con i suoi consigli. Egli incoraggiò l’abate benedettino di Nestvhet a riformare il monastero; difese l’abate premonstratense della Santa Trinità di Lund da ingiuste accuse e lo aiutò a diffondere l’Ordine; invocò il soccorso del papa in difesa dei cistercensi che aveva sostituito ai benedettini di Guldholm i quali con la violenza tentavano di ristabilirsi nel monastero. Il re di Francia, Filippo II Augusto, continuamente in lotta contro l’Inghilterra, per assicurarsi l’aiuto della Danimarca pensò di chiedere in sposa Ingeborga, figlia di Valdemaro I. Guglielmo, scelto come intermediario, fu inviato a Parigi a trattare. Il matrimonio ebbe luogo ad Amiens (1193), ma dopo quattro mesi il re volle rinviare la sposa benché gli avesse portato in dote i 10.000 marchi d’argento da lui richiesti. Siccome la regina si rifiutò di partire, egli fece invalidare il matrimonio da vescovi francesi sotto il falso pretesto della parentela e tenne prigioniera Ingeborga nel castello di Etampes.


Guglielmo non perdette la calma per quel contraccolpo. Egli si giustificò scrivendo al re di Danimarca, Valdemaro II il Vittorioso, che non era un avventuriere, che aveva di che vivere in Francia e che soltanto la sua amicizia per Assalonne lo aveva indotto a lasciare la patria. Egli aggiunse che restava in Danimarca per l’attaccamento che provava per il re che lo aveva tante volte soccorso, e nel cui aiuto confidava ancora perché il suo monastero si trovava in grave necessità. Desideroso di ristabilire la giustizia, partì per Roma all’inizio del 1194 in compagnia del cancelliere Andrea, nipote di Assalonne. Entrambi non faticarono molto a dimostrare l’inesistenza del legame di parentela invocato dal re di Francia. Celestino III mandò un legato a Filippo II Augusto il quale, sia pure con molto timore, annullò la sentenza di divorzio.


In quel frattempo Guglielmo scrisse all’infelice Ingeborga per esortarla a riporre tutta la sua fiducia in Dio. Approfittò inoltre del soggiorno romano sia per soddisfare la sua devozione, sia per farsi accordare le entrate di un anno di tutti i benefici che si sarebbero resi vacanti nella diocesi di Roskilde. Il santo dovette abbandonare Roma precipitosamente perché il re Filippo II Augusto cercava d’impadronirsi della sua persona. Nell’attraversare la Francia, egli fu arrestato con Andrea a Digione, dove il duca di Borgogna gli sequestrò le lettere pontificie di cui era latore. Guglielmo scrisse al re per affermare che il papa non desiderava altro che la sua prosperità, e aggiunse che, essendo lui solo il colpevole, conveniva rimettere il suo compagno in libertà. Dal canto loro gli abitanti di Cìteaux e di Clairvaux intervennero a favore degli inviati danesi e ottennero che restassero prigionieri a Clairvaux. Dopo che era stato rinchiuso per sei settimane a Chàtillon-sur-Seine, Guglielmo fu alfine rimesso in libertà all’inizio del 1196. Si recò a Parigi prima di ritornare in Danimarca, ma non riuscì a riconciliare il re e la regina.


L’elezione di Innocenze III (1198) lo colmò di speranza, ma non potè vedere i suoi sforzi coronati da successo. La riunione definitiva ebbe luogo soltanto nel 1213. Ritornato nella sua abbazia, Guglielmo continuò fino alla morte a vigilare perché l’osservanza regolare fosse fedelmente praticata. Morì il 6-4-1203. Lasciò l’abbazia, che aveva fondato, in uno stato molto fiorente. Per i grandi miracoli che avvennero sul suo sepolcro, Onorio III canonizzò Guglielmo d’Eskill nel 1224.


 


Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 83-86.


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