S. DOMENICO SAVIO (1842-1857)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Assetato d’amore, il giovanetto avrebbe voluto accrescerlo, dormendo su pezzi di legno e di mattone, coperto d’inverno come d’estate, digiunando a pane e acqua, portando il cilicio, ma Don Bosco, che conosceva quanto precaria fosse la sua salute, gli consigliò di accettare soltanto le sofferenze quotidiane che gli provenivano dalle stagioni o dai compagni. Ad un certo momento anche le ricreazioni gli diventarono pesanti. Vedendolo ritirarsi in disparte, assorto in una muta contemplazione, il suo Maestro gliene chiese la ragione. “Mi assalgono le solite distrazioni (cioè le estasi) – rispondeva – e mi pare che il Paradiso mi si apra sopra il capo!”. Era persuaso che la sua vita volgesse al termine.

Questo allievo di San Giovanni Bosco (+1888) nacque a Riva
di Chieri il 2-4-1842, secondo figlio dei 10 che ebbe Carlo, il fabbro ferraio
del paese. Costui, 2 anni dopo la nascita di Domenico, ritornò a Murialdo, suo
villaggio natale, presso Castelnuovo d’Asti. Il suo figliuolo, segnato dalla
grazia, si fece notare presto per la pietà, l’ubbidienza e l’amore ai genitori.
A 5 anni Domenico aveva già imparato a servire la Messa. Anche d’inverno, se
giungeva alla chiesa prima che fosse aperta, s’inginocchiava sui gradini del
Sagrato e aspettava in preghiera. Un giorno un invitato si era messo a tavola
senza neppure fare il segno della croce. Domenico, che non conosceva i
compromessi, andò a mangiare da solo in un angolo del tinello. Se ne scusò poi
con i genitori dicendo: “Non ho voluto mettermi a tavola con un uomo che
mangia come le bestie”.
 Il cappellano di
Murialdo, suo maestro e confessore, rimase colpito dalla precoce devozione del
Savio. A soli 7 anni lo ammise perciò alla prima Comunione, favore
straordinario allora, anche per un fanciullo che sapesse benissimo il
catechismo. In quella Pasqua del 1849 il giovanetto fece 4 propositi: 1° Mi
confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore
me lo permetterà; 2° Voglio santificare i giorni festivi; 3° I miei amici
saranno Gesù e Maria; 4° La morte, ma non peccati!
 Domenico bramava pure istruirsi. Giacché la scuola di
Murialdo era troppo rudimentale, accettò di fare ogni giorno, a piedi, i 4
chilometri che lo separavano da Castelnuovo, per frequentare una scuola più importante.
Le corse quotidiane durarono soltanto qualche mese perché, nell’ottobre del
1852, i suoi genitori si trasferirono a Moriondo, dove esisteva una buona
scuola. Ovunque Domenico fu tra i primi della classe. Don Cagliero affermò alla
morte di lui di non avere avuto, in 20 anni d’insegnamento, nessun alunno che
lo pareggiasse in senno e pietà. Un giorno, in cui un cattivo compagno lo
calunniò di avere riempito la stufa di neve e di sassi, non si discolpò,
pensando che nostro Signore pure era stato ingiustamente accusato.
 Don Cagliero, a Torino, così parlò, a Don Bosco, del
Savio: “Qui, a casa sua, può avere giovani uguali, ma difficilmente avrò
chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova e troverà un San
Luigi”. Il primo incontro del Savio con l’educatore della gioventù avvenne
a Murialdo il 2-10-1854. Don Bosco trovò realmente in lui buona stoffa con cui
fare un bell’abito per il Signore. Volendo provarne anche l’intelligenza, gli
assegnò una pagina delle Letture Cattoliche, da imparare a memoria per
il giorno dopo. Domenico, invece, non v’impegnò più di 8 minuti con grande
meraviglia di Don Bosco che lo accolse a Torino, nell’Oratorio di San Francesco
di Sales, alla fine del mese.
 Appena Domenico entrò, rimase colpito dalla scritta:
“Oh, Signore, dammi anime e prenditi tutte le altre cose”. Ed
esclamò: “Ho capito; qui non c’è negozio di denaro, ma negozio di anime.
Spero che anche l’anima mia farà parte di questo commercio”. Nel 1846 Don
Bosco aveva eretto il suo Oratorio senza risorse e senza un minimo d’organizzazione.
Egli sapeva bene che certuni dei suoi protetti abusavano della situazione, ma
faceva affidamento sui migliori tra loro per creare una atmosfera cristiana. Il
Savio era mirabilmente preparato a questo compito. Difatti seguì subito con
scrupolosa regolarità le norme del collegio e si fece amico dei compagni più
diligenti. Un giorno rimase impressionato di una predica udita all’oratorio
sulla facilità di farsi santi. Confidò al suo Maestro: “Ora che ho capito
che ciò si può effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente ed ho
assolutamente bisogno di farmi santo!…” In altra occasione disse ancora:
“Se non mi faccio santo, non faccio niente”. Rapidamente il
giovanotto acquistò grande ascendente sui compagni. Due di essi un giorno si
sfidarono a sassate, per alcune parole ingiuriose proferite nei riguardi delle
rispettive famiglie. Non essendo riuscito a rappacificarli, quando loro già si
erano messi in un prato ad una certa distanza, armati di sassi per il duello,
egli si pose risolutamente in mezzo ad essi, estrasse dal collo un piccolo
crocifisso, lo alzò con una mano e disse: “Ecco, voglio che ciascuno fissi
lo sguardo su questo crocifisso, e poi, gettando una pietra contro di me,
pronunzi a chiara voce, queste parole: “Gesù Cristo, innocente, morì
perdonando ai suoi crocifissori, io peccatore, voglio offenderlo e fare solenne
vendetta!” A quel gesto, l’ira dei due contendenti sbollì. Per il suo zelo
nell’impedire le bestemmie e i cattivi discorsi, per la sua intransigenza
nell’opporsi al male, sovente ricevette pugni e calci, che servirono a far
spiccare maggiormente il dominio che il Savio esercitò su di sé fino
all’eroismo. Per consolidare nel bene i migliori, l’8-6-1856 ideò la
“Compagnia dell’Immacolata Concezione”. Il regolamento da lui stesso
composto e da Don Bosco approvato, esigeva la comunione bisettimanale e in
tutte le feste della Santissima Vergine, la recita quotidiana del Rosario,
l’ubbidienza ai superiori, il buon uso del tempo, la reciproca correzione dei
difetti, brevi letture spirituali e mezz’ora di adunanza settimanale.
 La precoce maturità del Savio si manifestò con favori
straordinari. Una volta restò in chiesa, fermo, in piedi, con gli occhi fissi
al tabernacolo, una mano sul leggio dell’antifonario e l’altra sul petto, dalla
fine della Messa del mattino alle due pomeridiane. Don Bosco più volte lo vide
in estasi. In modo misterioso egli conobbe la estrema necessità in cui versava
un cattolico fattosi protestante e una donna colpita dal colera nel 1855. Un
giorno, senza che nessuno gli avesse detto nulla, chiese a Don Bosco il
permesso di andare fino a casa perché sua madre era molto malata e la Madonna
la voleva guarire. Infatti, appena giunse ad abbracciarla e a metterle al collo
uno scapolare, mamma Brigida si trovò perfettamente risanata.
 Assetato d’amore, il giovanetto avrebbe voluto
accrescerlo, dormendo su pezzi di legno e di mattone, coperto d’inverno come
d’estate, digiunando a pane e acqua, portando il cilicio, ma Don Bosco, che
conosceva quanto precaria fosse la sua salute, gli consigliò di accettare
soltanto le sofferenze quotidiane che gli provenivano dalle stagioni o dai
compagni. Ad un certo momento anche le ricreazioni gli diventarono pesanti.
Vedendolo ritirarsi in disparte, assorto in una muta contemplazione, il suo
Maestro gliene chiese la ragione. “Mi assalgono le solite distrazioni
(cioè le estasi i – rispondeva – e mi pare che il Paradiso mi si apra sopra il
capo!”. Era persuaso che la sua vita volgesse al termine. Pregava perciò
la Vergine che lo aiutasse a farsi santo e a fare una buona morte.
 Il medico veramente aveva diagnosticato che la gracile
complessione, la cognizione precoce, la continua tensione dello spirito di lui
erano come lime, che gli rodevano insensibilmente le forze vitali. Durante
l’inverno del 1856 il Savio fu assalito da un’ostinata tosse. Don Bosco capì
che s’imponeva per il suo discepolo un riposo totale. Con grande rincrescimento
il 1-3-1857 lo rimandò in famiglia, nonostante che Domenico desiderasse lasciare
“la sua carcassa” all’Oratorio. Per 4 giorni il cambiamento d’aria
gli procurò sollievo. La tosse però non disparve. Il medico dichiarò che il
giovanotto aveva una polmonite e, per curarlo, gli fece un salasso. I genitori
speravano che la cura gli sarebbe giovata, il figlio invece chiedeva il
prevosto per confessarsi, comunicarsi e prepararsi all’estrema unzione.
 Quattro giorni più tardi il medico, che aveva avuto la
dabbenaggine di salassare per ben 10 volte il suo malato, sentenziò:
“Siamo a buon punto, il male è vinto. Abbiamo solo bisogno di fare una
giudiziosa convalescenza!”. Domenico, invece, che sentiva quanto quella
errata terapia gli avesse tolto le poche forze che gli restavano, esclamò
ridendo: “Il mondo è vinto, ho soltanto bisogno di fare una giudiziosa
comparsa davanti a Dio”. E reclamò immediatamente, nonostante la
resistenza dei genitori, la santa unzione, che ricevette con la più serena
pace. Mezz’ora dopo che il prevosto lo aveva lasciato, raccomandandogli di
pensare alla Passione del Signore, il malato, destandosi dal sonno in cui era
caduto, disse: “Papà, ci siamo! Prendete il mio Giovane Provveduto
e leggetemi le preghiere della buona morte”. Dopo un altro breve
intervallo disse con voce chiara: “Addio, caro papà, addio! Oh, che bella
cosa io vedo mai!”.
 Maria Ausiliatrice in persona era venuta a cogliere
quel fragrante giglio il 9-3-1857. Pochi giorni dopo apparve di notte al babbo
insonne per dirgli: “Io sono veramente in paradiso!”. Un’altra notte
si presentò in sogno a Don Bosco a Lanzo Torinese, alla testa di un gruppo di
giovani, coronato di rose, vestito di candidissima tunica trapuntata di
diamanti, con ai fianchi un’ampia fascia rossa, tempestata di gemme. Prima di
scomparire disse al suo Maestro: “Ecco, ciò che mi confortò in punto di
morte fu l’assistenza della potente e amabile Madre di Dio. Dì ai tuoi figli
che non si dimentichino di pregarla, finché sono in vita”. Il Savio fu
beatificato il 5-3-1950 e canonizzato il 12-6-1954 da Pio XII. Le sue reliquie sono
venerate, con quelle di Don Bosco, a Torino nella basilica di Maria
Ausiliatrice.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 118-122.

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