S. GEMMA GALGANI (1878-1903)

Questo Fiore di Passione sbocciò il 12-3-1878 a Borgo Nuovo, frazione della parrocchia di Camigliano, nel comune di Capannori (Lucca), quarta tra gli otto figli, morti quasi tutti tisici nel fior degli anni, del chimico farmacista Enrico e della piissima sua consorte Aurelia Landi. Non era ancora passato un mese dalla nascita di Gemma che i genitori si trasferirono a Lucca sia per dare ai figli un’istruzione adeguata e sia perché alcuni avevano cominciato a malignare “che i dottori Carlo e Maurizio, prescrivendo le medicine, si preoccupavano più degl’interessi di Enrico che della salute dei clienti”. La farmacia di costui non prosperò, ma ciò non impedì che Gemma con i suoi fratellini ricevesse una buona educazione presso l’asilo e scuola delle sorelle Vallini, amiche di famiglia.

Il babbo tra i figli predilesse con soverchia parzialità Gino e Gemma con disappunto degli altri. Nell’effusione della sua tenerezza, con Gemma dovette eccedere se la piccina gli diceva risoluta: “Babbo, non mi tocchi”. Non voleva essere baciata da nessuno. Ella protestava di non meritare i migliori vestitini e i più succulenti pranzi negli alberghi di prima categoria, dichiarava di non volerli e quando non li poteva impedire si scioglieva in lacrime. Più virile fu l’educazione che ricevette dalla mamma, donna di comunione quotidiana finché la tisi gliela permise. Mons. Nicola Ghilardi (+1904), arcivescovo di Lucca, nel 1885 conferì a Gemma la cresima in San Michele in Foro. Scrisse la santa nella sua Autobiografia che ad un tratto, mentre ascoltava la Messa e pregava per la mamma, una misteriosa voce gliela chiese per condurla in paradiso. Fu costretta a dire di sì, ma da quel giorno non si staccò più dal letto di lei. Temendo che dovesse morire prima la figlia che la madre, il babbo la affidò agli zii materni presso i quali Gemma rimpianse il tempo in cui la mamma la faceva pregare tanto.


Nel Natale del 1886 potè riunirsi al babbo rimasto vedovo, assistito nelle faccende domestiche dalle sorelle Elena e Elisa, e riprendere le scuole private e comunali. Alla prima comunione si preparò presso le Oblate dello Spirito Santo dette di S. Zita, fondate a Lucca nel 1872 dalla B. Elena Guerra (+1914) per l’istruzione e l’educazione della gioventù. All’incontro stabilito per la festa del S. Cuore, si preparò con la confessione generale fatta “in tre volte” a mons. Giovanni Volpi (11931), direttore spirituale delle Zitine e ausiliare dell’arcivescovo. “Gesù – scrisse la santa – si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal desiderio di rendere continua quell’unione con Dio. Mi sentivo sempre più staccata dal mondo e sempre più disposta al raccoglimento. Fu in quella mattina stessa che Gesù mi dette il desiderio grande di farmi religiosa”. Prima di uscire dal ritiro propose di ricevere i sacramenti come se fosse l’ultima volta; di visitare sovente Gesù sacramentato; di prepararsi alle feste della Madonna con qualche mortificazione; di stare sempre alla presenza di Dio; di ripetere, allo scoccare delle ore tre volte: “Gesù mio, misericordia”.


Nel 1889 Gemma cominciò a frequentare le scuole presso l’Istituto di Santa Zita. Sotto la guida della maestra Suor Giulia Sestini si sentì stimolata a pregare di più. “Ogni sera, scrive ella, appena uscivo dalla scuola, andavo in casa, mi chiudevo in una stanza e recitavo il rosario intero in ginocchio, e più volte durante la notte per circa un quarto d’ora mi alzavo, e raccomandavo a Gesù la povera anima mia”. Gemma si affezionò a quella pia religiosa che le insegnò pure a mortificare gli occhi, la lingua e il temperamento, vivace e franco. Nel corso superiore fu alunna della B. Elena Guerra per due anni. Negli studi però non primeggiò. Molte sue lettere non brillano per “precisione” o per “elaborazione” di concetti. La mediocrità dei suoi voti, persino in condotta, è confermata da quanto scrisse di sé: “Dimenticai dopo un anno circa (dalla prima Comunione) i propositi fatti, i consigli, e divenni peggiore di prima. Continuai ad andare a scuola dalle monache; furono un po’ contente. Due o tre volte la settimana facevo la comunione; Gesù si faceva sempre più sentire; più volte mi fece gustare consolazioni grandissime; ma, come presto la lasciai, cominciai a divenire superba, disubbidiente più di prima, di cattivo esempio alle compagne, di scandalo a tutti. Alla scuola non passava giorno che non fossi punita, non sapevo le lezioni, e poco mancò che non fossi cacciata via. In casa non lasciavo trovar pace a nessuno, ogni giorno volevo andare a passeggiare ed esigevo vestiti sempre nuovi. Il babbo, poveretto, mi contentò per molto tempo. Tralasciavo ogni mattina e ogni sera di fare le solite mie orazioni. Tra tutti questi peccati non dimenticai mai di recitare ogni giorno tre Ave Maria con le mani sotto le ginocchia – cosa che mi aveva insegnato la mamma – affinché Gesù mi liberasse ogni giorno dai peccati contro la santa purità”.


Anche Gemma, dunque, andò soggetta, dagli undici ai quindici anni, ad alti e bassi, aggravati dai disturbi di salute e dalle malattie in famiglia. Quando fu costretta interrompere il quarto anno di frequenza, seguì le scuole serali della dottrina cristiana e conseguì il premio con medaglia d’oro. Ben radicata nella fede trovò la forza per superare le croci che una dopo l’altra andavano abbattendosi su di lei. Nel 1894 morì di tubercolosi suo fratello Gino, inseparabile compagno dei suoi giochi, il quale aveva ricevuto già gli ordini minori benché fosse alquanto zoppo. Allora desiderò di morire per andare in paradiso, ma, dopo la comunione, Gesù le disse che avrebbe raddoppiato in lei il desiderio del cielo dandole tante occasioni di maggior merito.


Un giorno le regalarono un orologio d’oro. Gemma non vide il momento di uscire fuori per metterlo in mostra. Quando rincasò udì l’angelo custode che le disse serio serio: “Ricordati che i monili preziosi che abbelliscono la sposa di un re crocifisso, altri non possono esser che le spine e la croce”. Per piacere a lui solo se ne sbarazzò con l’anello che portava nel dito promettendo di cambiar vita. Allora potè scrivere: “In me sentivo nascere una brama di amare tanto Gesù crocifisso e, insieme a questo, una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori”. Nel fissare il Crocifisso un giorno fu presa da tanta commozione che cadde a terra svenuta. Il babbo la riprese dicendo che le faceva male lo stare sempre in casa e l’uscire presto la mattina per andare in chiesa. Gemma gli rispose che le faceva male soltanto lo “star lontana da Gesù Sacramentato”.


Propose quindi di fare la comunione con più frequenza e di avere sempre la preghiera sulle labbra per i peccatori e tutte le necessità della Chiesa. Domandò al Signore la grazia di patire tanto ed egli l’accontentò permettendo che, mentre si trovava presso le Zitine, una panca le cadesse sopra un piede già affetto da carie ossea. Il tumore che ne derivò si aggravò al punto che fu necessario un intervento chirurgico.


Nel Natale del 1896 con il permesso di Mons. Volpi, Gemma fece il voto di verginità. Poco prima un tenente di cavalleria ne aveva chiesto la mano alla zia Elisa, ma la santa aveva risposto risoluta: “Io gli uomini non li voglio d’attorno”. Nella fanciullezza era stata scandalizzata da una impudica domestica con la quale il babbo si era mostrato purtroppo debole; era stata tentata al male dal fratello Gino e da un garzone di farmacia, ma il Signore non permise che cadesse in peccati gravi. Soltanto il male continuò a infierire misteriosamente contro di lei. Enrico era stato costretto a vendere le due case che possedeva per pagare i debiti contratti durante la malattia della moglie e del figlio. Quando poi giunse la scadenza delle cambiali, da lui firmate con una ingenuità che sconfinava nella dabbenaggine, a conto di persone prive di scrupolo, i suoi beni mobili e immobili furono sequestrati. L’infelice Galgani, per giunta, poco dopo di ammalò di cancro alla gola e fu preparato all’estremo passo dalla figliuola che scrisse: “II giorno che morì (11-11-1897) Gesù mi proibì di perdermi in urli e pianti inutili, e lo passai pregando, e rassegnata assai al volere di Dio… Dopo la sua morte ci trovammo senza niente, non avevamo più di che vivere”. Gli esecutori del sequestro sigillarono le stanze, motivo per cui gli orfani dovettero dormire sulla nuda terra. I creditori ebbero persino l’ardire di frugare nella tasche di Gemma e di portarle via i cinque o sei soldi che aveva.


Carolina, zia paterna, presso la quale per sette anni Gemma aveva villeggiato, l’accolse nel suo negozio di chincaglierie a Camaiore, ma dopo un anno ella riapparve a Lucca tanto per sfuggire a due richieste di matrimonio, quanto per curarsi dei primi sintomi del male che l’avrebbero tormentata tutto l’inverno 1898-99. All’improvviso fu difatti assalita da forti dolori ai reni e alla spina dorsale tanto che cominciò a diventare curva. Attestò: “Che pena dovermi fare scoprire! Ogni volta che sentivo il medico piangevo”. Le fu riscontrato una osteite delle vertebre lombari cui si aggiunse la completa paralisi delle gambe, la caduta dei capelli e “un dolore insopportabile al capo”, cagionato da una otite acuta. Le angustie dei familiari crebbero con i debiti che dovettero contrarre per medici e medicine. Quando il consulto di quattro dottori dichiarò l’inferma spacciata, la zia Elisa, per suggerimento di suor Giulia Sestini, fece moltiplicare in casa le preghiere a Gabriele dell’Addolorata, e chiese qualche immagine e reliquia di lui alla famiglia Giannini che ospitava i Passionisti quando scendevano a Lucca dal Ritiro dell’Angelo. Un’amica di famiglia aveva già imprestata all’inferma la vita del venerabile ed ella l’aveva letta e riletta nelle interminabili ore del giorno proponendo di farsi santa come lui, anteponendo gl’interessi dell’anima a quelli del corpo. Una notte le apparve e posandole una mano sulla fronte l’esortò a pregare con lui per nove sere di seguito il Sacro Cuore di Gesù. Terminata la novena si confessò e comunicò. Dopo due ore si alzò perfettamente guarita. In seguito però fu ancora costretta a portare il busto.


In riconoscenza a Dio avrebbe voluto farsi religiosa di clausura. Diceva sempre a Mons. Volpi: “Mi rinchiuda. Non ci sto bene nel mondo”. Le Visitandine l’avrebbero accettata, ma Mons. Ghilardi non diede il suo permesso. Si rivolse pure a Madre Giuseppa, supcriora dell’unico convento di Passioniste esistente a Corneto, oggi Tarquinia (Viterbo), ma non fu accettata perché ritenuta tisica. “Viva non mi vogliono – disse alla zia Elisa – ma mi cercheranno morta”. L’8-6-1899 frattanto, durante un’estasi, il signore volle imprimere in lei le sue stimmate alla presenza dell’angelo custode e della sua SS. Madre la quale, prima di scomparire, la baciò in fronte. Le ferite che si erano prodotte in lei continuarono a sanguinare dalla sera del giovedì fino alle tre pomeridiane del venerdì. Al cessare dell’estasi del venerdì le piaghe si rimarginarono rapidamente lasciando una macchia bianca al loro posto. Per renderla più simile a sé,


Gesù crocifisso volle farle sentire pure nel corpo verginale gli strazi della flagellazione, della coronazione di spine e delle tre ore di agonia sulla croce durante l’Ora santa che faceva ogni giovedì ad imitazione di S. Margherita M.Alacoque.


Alla vista delle stimmate, Gemma non s’impressionò perché credeva che tutte le vergini le avessero; la zia ne rimase sbalordita; la dispettosa Angelina invece ne fece oggetto di scherno persino con le compagne. Per sottrarla agli occhi indiscreti, Mons. Volpi, che frequentava la famiglia di Matteo Giannini, proprietario di una farmacia e di una cereria, sposo di Giustina e padre di undici figli, ottenne che vi fosse accolta per carità. Per quattro anni Gemma si occupò nel rammendare calze, lavare i piatti, riassettare le camere, assistere nei compiti di scuola i figli del signor Matteo. Sua guida fu la sorella di lui, Cecilia, alla quale si confidava e con la quale usciva soltanto per confessarsi, fare ogni giorno la comunione o prendere parte alle quarantore e alle missioni. Poiché non parlava mai, stava ad occhi chiusi, raccolta, e appariva dimessa, vestita di nero, con una mantellina in spalla, passava agli occhi delle poche persone che la conoscevano come una stupida. Quando la zia Carolina da Camaiore le mandava camicette o calze nuove, pregava Cecilia di darle alle sue nipoti e di riservare a lei quelle vecchie e rattoppate. Se riceveva dei denari se ne serviva per far celebrare delle Messe ai defunti o per soccorrere i poveri verso i quali nutrì sempre un tenero amore. Si disfaceva di quanto non le era di assoluta necessità, persino delle immagini, memore di quanto Gesù le aveva detto: “Ricordati che ti ho creata per il cielo; tu non hai nulla a che fare con la terra”.


Anche a tavola Gemma era molto mortificata. Per dare a vedere che mangiava come gli altri, si serviva di un cucchiaio forato. Se per ubbidienza era costretta a nutrirsi più del solito, rigettava ogni cosa mista a sangue tant’era lo sforzo che faceva. Di notte si svestiva soltanto del busto e dormiva poco sia perché tormentata dal diavolo, e sia perché pregava in preparazione alla comunione. Sarebbe rimasta tutto il giorno davanti al SS. Sacramento attorno al quale vedeva prostrati in adorazione gli angeli. Negli ultimi anni di vita appena si comunicava andava in estasi. Per richiamarla ai sensi bastava che Cecilia mentalmente le ordinasse di ritornare al suo posto. Dopo la comunione talora sentiva tanto veemente il dolore dei peccati che grondava sudore dalla faccia e dalle mani. Altre volte le bruciava il petto tanto avvampava di amore il suo cuore. La veemenza degli affetti un giorno le ruppe due costole. Con semplicità disse Gemma a Cecilia: “Ma, io non so come da questa parte sia uscito uno stecco”. Non meraviglia quindi che facesse poco conto dei libri devoti, preferendo elevarsi a Dio con preghiere proprie.


Per le sue straordinarie virtù, i Giannini le usavano dei riguardi con grande gelosia di una persona di servizio. Gemma se ne accorse, ma invece di dire male di chi si mostrava sgarbata con lei, supplicava Cecilia a considerarla soltanto “come lo strofinaccio di cucina”, persuasa com’era di non meritare altro che il trattamento riservato ad una “gallina”.


Ogni venerdì Gemma continuò ad andare in estasi e a presentare dei segni sanguigni sulla fronte. I suoi stati mistici non furono compresi da Mons. Volpi. Un giorno si recò da lei con il dottore per costatare scientificamente quei fenomeni, ma non vide che alcune gocce di colore indefinibile attorno alla sua testa. In precedenza Gemma gli aveva fatto sapere che, se fosse andato a trovarla in compagnia del medico, il Signore non avrebbe manifestato i suoi doni. Mons. Volpi le proibì, è vero, le stimmate e il sudore di sangue coi segni della flagellazione e della coronazione di spine, ma ebbe per lo meno il buon senso di sottoporla alla direzione spirituale del P. Germano di S. Stanislao, passionista, residente a Roma nel convento della Scala Santa. Quando costui si recò a Lucca per la prima volta nel 1900, ebbe modo di vedere la sua figlia spirituale in estasi e di udire gli accenti accorati con cui si offriva vittima a Gesù crocifisso per la conversione di un peccatore che, poco dopo, giunse realmente in cerca di lui, per fare la sua confessione generale.


Le frequenti estasi di Gemma duravano da dieci minuti a un’ora. Si destava con un sospiro e continuava il lavoro interrotto come se nulla fosse stato. Pregava sovente: “Fa pure, Gesù, ma che nessuno se ne accorga”. I mirabili colloqui avuti da lei con il Signore, la Madonna, gli angeli, Gabriele dell’Addolorata nelle estasi, furono raccolti da testimoni auricolari e pubblicati dopo la sua morte con le Lettere e l’Autobiografìa attraverso cui è possibile seguirla in tutte le sue meravigliose ascensioni mistiche. Sua nota dominante fu un’incantevole semplicità tanto nelle relazioni con Dio quanto con quelle del prossimo.


Frequente oggetto dei suoi celesti intrattenimenti fu la conversione dei peccatori. Gemma Giannini, fondatrice più tardi delle Suore di S.Gemma Galgani, l’udì esclamare: “Sai, o Gesù, le tre ore (di agonia) oggi le faccio con te perché tu salvi tutti i peccatori. Essi a me stanno a cuore”. Quando ne aveva qualcuno più grosso tra mano supplicava: “Gesù, ti do tre anni di vita; me lo converti?”. Nell’ultima malattia esclamò riguardo a un peccatore lucchese: “Me lo tengo sulle spalle per tutta questa quaresima, e poi lo lascio”. Avvertiva quando un’anima si trovava in peccato mortale e ne provava nausea. Gemma voleva che si pregasse molto per i sacerdoti. Una mattina il Signore le disse: “Vedi, figlia mia, se non fosse per rispetto a questi angeli che mi stanno attorno, quanti ne fulminerei all’istante!”.


Per salvare il maggiore numero possibile di peccatori importunò il confessore perché le permettesse di portare cilici e catenelle. P. Germano le strappò di mano una fascia armata di sessanta punte di ferro ben acuminate; un flagello di ferro con cinque striscio, una lunga corda tutta nodi, munita di chiodi. I demoni mal sopportavano le preghiere e le penitenze di Gemma per i peccatori. In casa Giannini la tormentarono in continuazione orribilmente. Uno di essi un giorno le disse: “Finché preghi per te, bene; ma se tu preghi per i peccatori, me la paghi cara”. Se qualche angelo ribelle la batteva o la trascinava sotto il letto per i capelli, esclamava: “Oggi volevo disciplinarmi; me ne risparmi la fatica; fa pure”. D’ordinario i diavoli l’aspettavano la sera, in camera, in forma di monache, gatti, cani, scimmie e uomini, non escluso il suo confessore, per suscitare in lei laidi fantasmi, insultarla, morderla, bastonarla, sballottarla qua e là per la stanza. Quando le infestazioni duravano più a lungo, Cecilia le metteva addosso lo scapolare dell’Addolorata o l’aspergeva con acqua santa. Una volta le raccomandò di chiedere al Signore la grazia di essere liberata da quelle vessazioni. Le rispose un po’ alterata: “Stia quieta; non ci pensi; tocca a me, non a lei soffrire”. Altre volte diceva: “Quando soffro mi sembra di essere più vicina a Gesù”. Un giorno, mentre preparava la tavola da pranzo dominata da un crocifisso quasi al naturale, ancora visibile, il Signore l’attirò a sé per darle modo di accostare le labbra alla ferita del suo costato e bervi a lunghi sorsi acque vive zampillanti fino alla vita eterna.


Iddio concesse pure a Gemma di godere della frequente compagnia dell’angelo custode. Era talmente ingenua da credere che tutti lo vedessero e gli parlassero come lo vedeva e gli parlava lei. La sera, ponendosi a letto, lo pregava di segnarla sulla fronte e di vegliarla per tutta la notte. Di giorno l’angelo l’aiutava a lavare la propria biancheria intrisa di sangue e faceva pervenire al P. Germano (11909) le lettere che gli scriveva. In principio ebbe dei dubbi sulla identità di lui. Il P. Tei, cappuccino, le suggerì di sputargli addosso quando le fosse apparso. L’angelo rise di quel gesto, s’inginocchiò, recitò il Sanctus ed esclamò: “E per questa tua grande virtù della verginità che il Signore ti conferisce tante grazie”. Esortata da Cecilia a conservarsi sempre illibata, la santa rispose: “Non ho altro da dare a Gesù”. Per vincere la violenza della tentazione carnale non esitò un giorno a buttarsi vestita nella vasca del giardino con pericolo di rimanere affogata.


Negli ultimi mesi di vita Gemma fu tribolata da grandi aridità di spirito. Non cessò per questo di invocare Gesù con fede, virtù che alimentava con la lettura dei Salmi, del Vangelo, e dell’Apparecchio alla Morte di S. Alfonso de Liguori. Nelle estasi continuamente gemeva: “Io vivo su questa terra, ma su questa terra mi pare di esserci come un’anima persa, perché mai e poi mai il mio pensiero scappa da Gesù, fuori del quale tutto disprezzo”.


Il 21-9-1902 Gemma cadde gravemente malata con frequenti sbocchi di sangue. Fu isolata in una casa prospicente il cortile della famiglia Giannini, per riguardo ai numerosi bambini che vi erano, dove languì, continuamente oppressa dai demoni, fino all’11-4-1903, sabato santo. Prima di morire, prese il crocifisso tra le mani e tenendolo all’altezza degli occhi, disse guardandolo: “Vedi, o Gesù, ora non ne posso più davvero; se è la tua volontà, pigliami”. Poi alzò lo sguardo a un quadro della Madonna appeso al muro e soggiunse: “Mamma, raccomando l’anima mia a te, dì a Gesù che mi usi misericordia”.


Tredici giorni dopo la morte fu fatta l’autopsia del suo corpo. Il cuore fu trovato ancora fresco e pieno di sangue; un polmone invece apparve intaccato dal morbo diagnosticato dai medici. Gemma fu beatificata il 14-5-1933 da Pio XI e canonizzata da Pio XII il 2-5-1940. Le sue reliquie sono venerate a Lucca nel santuario eretto in suo onore presso il Monastero delle Passioniste.


 


Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 153-161.


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