S. BENEDETTO ANIANE (750-821)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Non passò molto tempo che il fondatore di Aniane comprese la necessità di conformarsi alla regola che S. Benedetto aveva dato ai monaci dell’occidente come più confacente alle loro aspirazioni. Verso l’anno 787 fece costruire una sontuosa chiesa e un grande monastero. I monaci si adoperarono per riunire il materiale necessario, trascinati dall’esempio del loro abate, sempre il primo non solo al coro, ma anche al trasporto della terra, del legname e delle pietre. Nei momenti liberi dalle attività, Benedetto approfondiva lo studio della regola benedettina, visitava monasteri e si faceva istruire da religiosi competenti. Stabilì dei cantori, dei lettori, dei grammatici, degli esegeti perché tenessero regolari corsi ai monaci e anche ai chierici; fondò una biblioteca, riunì vasi e vesti sacre, e si procurò con sollecitudine quanto era necessario all’opus Dei. La sua abbazia fu presto conosciuta da tutti, e la fama di essa giunse alle orecchie del re.

Questo santo è considerato il secondo padre del monachesimo occidentale. Nacque verso il 750 da Aigulfo, conte di Magullone (Linguadoca), discendente da un’aristocratica famiglia visigota. Poiché si era distinto al servizio di Pipino il Breve (+768), Aigulfo ottenne che suo figlio Vitiza fosse educato a corte. Per il profitto che traeva dagli studi e dall’esercizio delle armi, per le buone qualità fisiche e morali che andava acquistando, si attirò le simpatie del re che lo fece suo primo coppiere, e gli diede in seguito un comando nell’esercito.
           Carlo Magno, figlio e successore di Pipino sul trono di Francia, conservò Vitiza al suo servizio. Lo prese con sé quando, chiamato da Adriano I (+795), scese in Italia (773), per annientare la prepotenza di Desiderio, re dei Longobardi, il quale aveva attaccato il patrimonio della Sede Apostolica nell’esarcato di Ravenna, e si era avvicinato minaccioso al ducato romano. Carlo Magno sbaragliò l’esercito dei Longobardi alle chiuse di San Michele, in Val di Susa, lasciò una parte dei suoi soldati ad assediare Pavia, e si recò a Roma dove ratificò con solenne giuramento la donazione che suo padre aveva fatto al papa Stefano II nel 756. Era nei disegni di Dio che Vitiza, anziché un grande capitano, diventasse un grande Santo. Gli fece concepire difatti il disegno di abbandonare il mondo. Per tre anni rimase incerto sulla maniera di darsi a Dio, se farsi pellegrino, oppure pastore, o calzolaio, per soccorrere i poveri. Un giorno, uno dei suoi fratelli, con il quale cavalcava presso Pavia sulle rive del Ticino, volle attraversare il fiume a nuoto e si trovò sommerso dalle onde. Vitiza visto il pericolo in cui il meschino si trovava, si buttò nell’acqua e nello sforzo di trarlo in salvo poco mancò che non annegasse. Avendo visto nello scampato pericolo la protezione divina, fece voto di abbandonare il mondo. Senza dire niente al padre, lasciò l’esercito e ritornò in patria.
         Confidente dei suoi progetti fu soltanto un religioso cieco, Vidmaro, che lo seguì nel monastero di San Sequano (St-Seine), nella diocesi di Langres (Borgogna), dove il Santo aveva ottenuto di essere ammesso nel numero dei monaci con il nome di Benedetto. Per cinque anni e mezzo egli si diede alle più austere penitenze. Si nutriva di erbe e di pane, raramente beveva vino, passava buona parte della notte in preghiera, dormiva per terra, e, per accrescere la mortificazione, d’inverno se ne stava in coro a cantare le lodi del Signore a piedi scalzi. Dio lo ricompensò con il dono della scrutazione dei cuori e delle lacrime. Ne versava sempre in grande quantità alla considerazione dei propri peccati ed alla meditazione dei novissimi.
         L’abate lo aveva incaricato dell’economia del monastero, e Benedetto non solo ebbe cura di non lasciare mancare nulla ai confratelli, ma attese anche ai compiti più umili della comunità, quali lucidare le scarpe ai viaggiatori e scopare le scale ed i corridoi. Non mancarono dei religiosi che lo tacciarono di stravagante, perché vedevano nella vita eroica di lui un continuo rimprovero alla propria tiepidezza. Tuttavia, alla morte dell’abate, la maggior parte dei monaci si mostrò concorde nell’eleggerlo suo successore. Benedetto, che non se la sentiva di governare dei monaci rilassati, preferì ritornare in Linguadoca.
         In compagnia di Vidmaro e di qualche altro discepolo, il Santo si stabilì nelle terre di suo padre, presso il ruscello Aniane, a poca distanza dalla chiesa di San Saturnino. In quei paraggi fece costruire alcune celle, e con i suoi compagni prese a vivervi conforme alla regola di S. Basilio e di S. Pacomio, passando il tempo nella preghiera, nel lavoro e nel canto diurno e notturno dei salmi. L’esperienza gl’ingegno che i rigori straordinari ai quali giunse a sottomettersi, non potevano essere imitati dai suoi discepoli. Diversi difatti lo abbandonarono. Mitigò allora il suo genere di vita, attesta il suo discepolo e storico Ardone, riuscendo così a raggruppare altri discepoli attorno a sé. La comunità, non possedendo proprietà, viveva in parte di elemosine. Ciò nonostante il numero dei religiosi aumentò al punto che fu necessario costruire un nuovo monastero.
         Benedetto cominciò ad ammettere ed a sviluppare le risorse della comunità. Ciascuno dava quello che poteva avere, ma l’abate vegliava sulla povertà di tutti, che si manifestava nella sobrietà delle costruzioni e nell’uso di calici di legno, di vetro e di stagno, per la celebrazione della Messa.
         Non passò molto tempo che il fondatore di Aniane comprese la necessità di conformarsi alla regola, che S. Benedetto aveva dato ai monaci dell’occidente come più confacente alle loro aspirazioni. Verso l’anno 787 fece costruire una sontuosa chiesa e un grande monastero. I monaci si adoperarono per riunire il materiale necessario, trascinati dall’esempio del loro abate, sempre il primo non solo al coro, ma anche al trasporto della terra, del legname e delle pietre. Nei momenti liberi dalle attività, Benedetto approfondiva lo studio della regola benedettina, visitava monasteri e si faceva istruire da religiosi competenti. Stabilì dei cantori, dei lettori, dei grammatici, degli esegeti perché tenessero regolari corsi ai monaci e anche ai chierici; fondò una biblioteca, riunì vasi e vesti sacre, e si procurò con sollecitudine quanto era necessario all’opus Dei. La sua abbazia fu presto conosciuta da tutti, e la fama di essa giunse alle orecchie del re.
         A partire da questo momento Benedetto ebbe continue relazioni con la corte. Andò a trovare Carlo Magno e ottenne da lui, per il suo monastero, lettere d’immunità e la libertà di elezione dell’abate. Non bastandogli la cura del proprio monastero, ne visitò altri per istruire i religiosi nella regola, e condividere con loro le numerose offerte che riceveva. Ad Aniane i monaci raggiunsero presto il numero di 300. Benedetto fece prima ampliare l’abbazia, e poi costruire nuovi monasteri, in cui pose gruppi di venti monaci che continuarono a rimanere sotto la sua giurisdizione. Si andava così sperimentando il primo tentativo di congregazione nell’Ordine benedettino.
         Il monastero di Aniane era stato costruito da poco quando l’eresia adozianista, affine al nestorianesimo, sconvolgeva tutta la Francia sud-occidentale. Benedetto prese parte considerevole alla repressione di questo errore sostenuto dai vescovi Elipando di Toledo e soprattutto Felice di Urgel. Essi insegnavano che Cristo, rispetto alla sua natura divina, era veramente Figlio di Dio, ma come Uomo era soltanto figlio adottivo di Dio. Carlo Magno, che non ammetteva il disordine nei suoi stati, intervenne energicamente ed efficacemente con i concili di Ratisbona (792), di Francoforte sul Meno (794), di Aquisgrana (799). Campione dell’ortodossia fu Alenino di York (+804), artefice della rinascita carolingia, che scrisse il Libellus adversus Felicis haeresim e lo indirizzò a Benedetto di Aniane perché lo facesse pervenire ai monasteri della Linguadoca. Il Santo fu inviato due volte in Spagna insieme con il metropolita di Lione e l’arcivescovo di Narbonne perché vi predicassero la vera dottrina. La loro missione conseguì un successo insperato. Per il trionfo della verità Benedetto scrisse tre trattati contro l’adozianesimo e molte lettere di cui ce ne sono rimaste soltanto tre.
          Ludovico il Pio (840), figlio di Carlo Magno e re di Aquisgrana, stimava molto il santo e di frequente gli chiedeva consiglio. Fu tanta la venerazione che concepì di lui che lo mise a capo di tutti i monasteri del suo regno. Benedetto ne intraprese subito la riforma e li visitò sovente. In 26 riuscì ad introdurre la stessa regola. I viaggi che dovette affrontare gli attirarono delle critiche: fu chiamato un girovago costantemente in cerca di ricchezze, un usurpatore dei beni altrui ed un importuno questuante. Il Santo era riuscito a ristabilire alla testa dei monasteri riformati degli abbati regolari, con grande danno di quelli secolari e laici, e ad ottenere ad essi la libertà di elezione. Non mancò quindi chi lo accusò a Carlo Magno (+814), ma senza risultato alcuno.
         Il campo d’azione di Benedetto fu esteso a tutta la Francia da Ludovico il Pio quando successe al padre. Gli ordinò infatti di stabilirsi con i suoi monaci a Marmoutier (Alsazia), ma siccome era troppo distante da Aquisgrana, sua residenza abituale, gli fece costruire, nella valle dell’Inde, un monastero, per poter beneficiare il più sovente possibile dei suoi consigli. Per questo aveva disposto che anche a corte il Santo avesse il suo appartamento. Egli poté così lavorare indefessamente perché in tutta la Francia fosse ristabilito quell’ordine che era quasi inesistente nei monasteri. Il sinodo aperto ad Aquisgrana (816) provvide alla riforma della vita ecclesiastica. Vi furono radunati pure tutti gli abati ed i monaci, i quali, dopo ampie discussioni sulla regola benedettina, redassero un Capitolare Institutum che costituì il primo codice generale di ordinanza da osservarsi in tutti i monasteri di una regione. Fu il primo tentativo di rielaborazione della regola benedettina. L’imperatore lo approvò subito (817) e stabilì degli ispettori, scelti tra i discepoli che Benedetto aveva già sperimentato affinchè ne sorvegliassero l’osservanza e ne dessero una giusta interpretazione. Tali ispettori dovevano denunciare gli abati refrattari anzitutto al vescovo del luogo e, in caso di necessità, ai sinodi. Grazie ad essi la regola fu osservata in modo uniforme in tutte le abbazie finché non scoppiarono le guerre fratricide tra i successori di Ludovico il Pio e i Normanni non iniziarono le loro incursioni.
         Benedetto di Aniane ebbe cura di fare della sua abbazia di Inde, oggi Cornelimunster, il modello della disciplina regolare. Un ordine imperiale obbligava in realtà tutte le abbazie ad inviare a Inde uno o due monaci perché vi si formassero alla medesima disciplina. In questa maniera il Santo fu il salvatore della vita benedettina in Francia. La sua riforma tuttavia non durò e non fu accettata ovunque per la rigida uniformità che voleva introdurre in tutti i monasteri e per la riduzione della vita dei monaci non più all’ora et labora, ma quasi esclusivamente alla recita dell’ufficio divino, al quale aggiunse i 15 salmi graduali, l’ufficio per i morti e le ore della B. V. Maria. Alcuni elementi sopravvissero all’opera di riforma di Benedetto di Aniane: la tendenza alla centralizzazione, il bisogno di decisioni dichiarative della regola, un insieme di pratiche che formarono la base delle consuetudini monastiche nei secoli seguenti, uno sviluppo della liturgia che ignorava la primitiva semplicità di S. Benedetto. Chi ne beneficiò maggiormente fu Cluny mediante il suo fondatore e primo abate, il B. Bernone (+927), superiore dell’abbazia di Baume-les-Messieurs, fondata da S. Colombano (+615) e, attraverso Cluny, tutto il monachesimo occidentale fino ai nostri giorni.
        Benedetto manifestò il suo ardore per la riforma del clero e dei fedeli pure con gli scritti ascetici e la predicazione sia nei monasteri che all’angolo delle strade. Il suo zelo brillò soprattutto al concilio di Arles (813). Per parecchi giorni, afferma Ardone, insegnò all’assemblea il senso dei canoni e spiegò ai vescovi le omelie di S. Gregorio il Grande (+604), inculcando loro il dovere e la maniera di predicare il Vangelo. Le principali opere rimasteci di lui sono: Il codice delle regole monastiche e canoniche, collezione di tutte le regole dei monaci conosciute al suo tempo, e la Concordia delle regole, già in uso nella Chiesa con quella benedettina.
         Quando Benedetto fu assalito dalla febbre che lo condusse alla tomba, si trovava ad Aquisgrana alla corte di Ludovico il Pio. Il re, che sentiva la necessità dei consigli di lui, lo avrebbe trattenuto, benché malato, con sé, se le sue condizioni non si fossero aggravate. La vigilia della morte fu trasportato nel vicino monastero dove morì l’11-2-821 dopo aver detto ai religiosi che lo circondavano: “Sono 40 anni che mi sono stabilito ad Aniane; non ho trascorso un solo giorno senza spandere delle lacrime davanti a Dio, prima di mangiare il pezzo di pane che costituiva la sostanza della mia refezione”.
         Benedetto Aniane fu seppellito nell’abbazia di Cornelimùnster. Pare che le sue reliquie siano andate smarrite. Il suo nome non è stato inserito nel Martirologio Romano, ma nel Santoreale dell’Ordine Benedettino.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 164-169.
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