Per sviluppare un sano senso critico nei figli

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…Spirito critico e cultura. Il problema della comunicazione. Realismo. Rispetto. Distacco. Capacità di indignarsi. Coraggio. Fiducia. Sincerità e semplicità. Buon umore. Critica e magnanimità… Per sviluppare un sano senso critico nei figli

 


di Paolo De Marchi


 


Spirito critico e cultura | Il problema della comunicazione | Realismo | Rispetto | Distacco | Capacità di indignarsi | Coraggio | Fiducia | Sincerità e semplicità | Buon umore | Critica e magnanimità


 


Parleremo del senso critico “sano”, che mira cioè a costruire, a formare (termine, questo, che tornerà spesso in seguito): parleremo, in altre parole, della critica utile a sé e agli altri, e non di quella critica corrosiva e sterile, fine a sé stessa forse divertente, al primo momento, ma così amara nella sostanza che si riduce a vuoto scetticismo, quando non a cinico pessimismo: e finisce per assomigliare (come ha scritto Eliot più di settant’anni fa, riferendosi alla critica letteraria: ma il rilievo è sicuramente generalizzabile) a “una disputa domenicale” condotta da “oratori litigiosi” con “violenza e arroganza o con eccentrica stramberia”.


 


Una critica di tal genere non fa che mettere sempre in discussione tutto, non porta a nulla e, fra l’altro, ha una capacità enorme di incidere all’esterno: come insegnano i pubblicitari, chi parla bene di un prodotto influenza al massimo tre persone, mentre chi ne parla male ne influenza almeno dieci. Quando poi tale critica è diretta verso le persone, altro non è che maldicenza, mormorazione, e nei casi più gravi addirittura calunnia.


 


Conviene invece rifarsi all’etimologia del termine: critica deriva infatti dal greco krino, che ha un significato pienamente positivo, in tutte le sue varie accezioni (penso, decido, stimo, giudico, scelgo, eccetera).


 


 


 


Spirito critico e cultura


Ora, proprio partendo da questa angolazione positiva, si può dire che lo spirito critico è il presupposto fondamentale della cultura, ossia di tutto quanto concorre a sviluppare in modo armonico le tre facoltà dell’uomo volontà, intelligenza, sentimento , così da consentirgli di diventare sempre più sé stesso, nella sua unicità e irripetibilità.


 


Quando si parla di cultura, infatti, non ci si riferisce a un accumulo passivo di nozioni e di conoscenze (che produce al massimo un buon topo di biblioteca), ma a tutto ciò che sviluppa ogni uomo in quanto persona, in tutti i suoi aspetti: non ci si riferisce dunque alla “superficie” del sapere, ma alla sua “densità”, al suo “spessore”, e pertanto alla capacità di riflessione e di sintesi, alla capacità di andare al nocciolo dei problemi e di distinguere l’essenziale dal transitorio e dall’effimero.


 


La vera cultura, insomma, non si ferma alle conoscenze da cui può derivare un sapere magari appagante, però infecondo, ma sa procedere da queste alla vita, nella convinzione che sia possibile migliorare sé stessi e il mondo che ci circonda: il quale è intrinsecamente buono anche se leso dal peccato originale e non va buttato via e ricostruito dalle fondamenta, per ottenere un irrealizzabile “uomo nuovo” (come hanno vagheggiato gli utopisti di tutti i tempi e come hanno sanguinosamente, ma inutilmente, cercato di fare i totalitarismi del nostro secolo).


In questo processo dal sapere alla vita, se non si vuole andare a casaccio e sprofondare nelle sabbie mobili del relativismo, occorre evidentemente essere ben consapevoli che la verità non siamo noi a farla, ma dobbiamo solo scoprirla, perché esiste oggettivamente fuori di noi; e che il bene non è una nozione variabile, ma assoluta.


Queste, in estrema sintesi, le connotazioni essenziali della vera cultura, termine che ha un riferimento indissolubile, e addirittura etimologico, con la coltivazione, e in particolare con il “terreno arato”, pronto alla semina, alla crescita e alla fioritura: questa, e solo questa, è una cultura davvero “formativa”, nel senso che è indispensabile perché l’uomo assuma la sua “forma” completa e integrale (e va pertanto chiaramente distinta dalle mille culture “deformanti” che ci circondano).


Da quanto detto finora, deriva l’importanza di sottolineare con vigore la cruciale necessità se si vuole davvero migliorare di una continua educazione dell’intelligenza e della volontà, giacché un’autentica “formazione personale” significa orientamento al raggiungimento di un bene che è iscritto nella natura stessa della persona (e che è dunque oggettivo, come vedremo in seguito). Ciò implica quindi, anzitutto, saper utilizzare bene quegli strumenti essenziali che sono, appunto, l’intelligenza e la volontà. Chiaro che tempi difficili come quelli che stiamo vivendo richiedono nei genitori e negli educatori un vero e proprio “supplemento di formazione”, se vogliono realmente aiutare i figli e in genere le persone loro affidate a divenire persone libere e responsabili, e quindi, in concreto, a fare delle scelte adeguate alla verità e ad andare controcorrente: il che, si noti, non vuol dire sognare la restaurazione di un passato mitizzato come ideale, e comunque irreversibile, ma sforzarsi di deviare il corso della corrente per riportare il fiume della realtà nel suo letto originario.


Quello che sicuramente non è consigliabile, è l’atteggiamento rinunciatario e attendista e spesso più comodo di chi si astiene da qualsiasi intervento formativo ritenendolo condizionante, nell’illusione che sia possibile che poi, “da grandi, decidano da soli”: il che è, appunto, un’illusione, perché non si possono isolare i giovani da ogni influenza e condizionamento fisico e spirituale; e per quanto attiene, in particolare, al senso critico “sano”, non è certo astenendosi da giudizi e suggerimenti che esso potrà nascere e svilupparsi.


 


 


Il problema della comunicazione


Lo spirito critico è dunque assolutamente indispensabile per costruire una cultura quale si è sopra delineata. In particolare, è indispensabile per:


•filtrare le influenze esterne, assorbendo solo quanto può davvero arricchire; •affrontare le opere dell’ingegno umano e penetrarle nella loro realtà più profonda, comprendendone la portata e il messaggio; •resistere alle mode e ai miti sempre rinnovati della società consumistica; •opporsi (come si vedrà meglio più avanti) alla manipolazione, non tanto a quella palese e pacchiana, quanto a quella occulta e subdola, e perciò ben più pericolosa.


Proprio lo spirito critico consente di percorrere la prima tappa di quella grande avventura che è imparare a pensare con la propria testa e quando tale spirito è sano a pensare bene: d’altronde, già il fatto di “pensare” è forse, oggi, un fatto rivoluzionario, perché la fretta, e pertanto la superficialità, impedisce di riflettere, di fermarsi ad analizzare con calma la situazione per decidere a ragion veduta, di prestare la necessaria attenzione per riuscire a interiorizzare i fatti e i sentimenti: insomma, la fretta e la superficialità impediscono di “pensare” in modo serio, e quindi di sforzarsi di agire di conseguenza, per migliorare sé stessi e gli altri.


Quello che conta, in altri termini, è che il pensiero sia “cosciente”, cioè nasca da quel contatto consapevole con la realtà che riesce a sconfiggere l’ignoranza e a dissipare la foschia della mera “opinione” (la quale non forma né orienta, limitandosi a generare un pensiero “incosciente”).


Ma far nascere il senso critico, e poi stimolarlo e nutrirlo, impedendogli di debordare fino a diventare “malsano” (ossia dispersivo e onnipervasivo), non è impresa facile.


Occorre, come sempre, cominciare da sé stessi, vincendo la tentazione ricorrente di usare due pesi e due misure.


Ognuno di noi ha infatti, innata, una esagerata comprensione per sé stesso, che va unita a una straordinaria capacità di vedere i lati negativi degli altri, o almeno di non concedere loro quelle opportune attenuanti che, invece, siamo prontissimi ad accordare a noi stessi (basterà un esempio molto semplice, anche se forse non estremamente elegante, che spesso ripete un fine maestro di vita spirituale: se vedo uno che si sta mettendo le dita nel naso, lo condanno, del resto giusta mente, come maleducato; ma se lo stesso gesto lo faccio io, subito mi giustifico dicendo che… mi prudeva!).


E d’altra parte, le cose ci sembrano meno difficili quando le vediamo realizzate da altri, come fa notare acutamente sant’Ambrogio, il quale parte da questa osservazione per sottolineare l’importanza del buon esempio.


Tutto quanto si dirà in seguito, deve perciò trovare il primo campo di applicazione in noi stessi, perché essere credibili e quindi autorevoli è la condizione essenziale per educare: e la credibilità nasce soltanto da un visibile sforzo di coerenza nei comportamenti quotidiani, sapendo render ragione, con semplicità ma con chiarezza, delle scelte che si fanno e lasciando quindi percepire facilmente i valori che le hanno determinate.


Tale sforzo richiede peraltro che si dedichi tempo e tempo di buona qualità a ciascuno dei figli, per conoscerli sempre meglio e per farsi conoscere, per scambiarsi idee, per individuare, assecondare, e magari suscitare interessi: occorre insomma saper chiacchierare con ogni figlio in modo sciolto, senza prediche e senza sensi di superiorità.


Ciò implica evidentemente, in famiglia, una buona comunicazione: e questa che suppone un continuo miglioramento del proprio patrimonio affettivo, intellettuale e morale, e consiste poi nel metterlo in comune è oggi, obiettivamente, molto difficile.


E’ stato detto che un vero matrimonio e una vera famiglia consistono in tanti anni di comunicazione, e che un vero fidanzamento deve preparare in profondità questi anni. Ma come comunicare? Non si tratta di escogitare teorie nuove e originali, o tecniche straordinarie, ma, essenzialmente, di curare da vicino quei numerosissimi dettagli di cui è intessuta la vita di tutti i giorni. Basti qualche esempio:


•pensare prima di parlare: è questa è una condizione fondamentale per qualsiasi convivenza, ma è anche fra le più ardue (del resto, la vecchia battuta secondo cui la differenza fra lo specchio e la donna sta nel fatto che lo specchio riflette senza parlare e la donna parla senza riflettere, è sicuramente applicabile anche all’uomo); dopo di che, bisogna parlare con semplicità, ma anche con precisione, anzitutto lessicale, in modo che il messaggio sia chiaro: l’ambiguità e la confusione impediscono una comunicazione efficace. Il presupposto sarà ovviamente voler bene alle persone con cui si comunica, e questo significa conoscere il loro carattere, i loro gusti e interessi, le loro reazioni psicologiche, in modo da evitare di urtarle o ferirle: le stesse cose, infatti, possono essere dette in tanti modi differenti, ma quelli appropriati sono spesso assai pochi; •saper ascoltare, dando peso ai problemi dell’altro, condividendo di cuore gioie, incertezze, sofferenze, perplessità; •collaborare con fatti, e non con le sole parole, all’andamento di quella che possiamo chiamare l'”azienda familiare”; •fuggire come la peste l’abitudinarismo e la stanca routine, sapendo “inventare”, con spirito di iniziativa e fantasia, atteggiamenti e modalità di dialogo, e sapendo rinnovare in modo stimolante anche sul piano intellettuale il rapporto umano; •non fermarsi alla superficie dei problemi, ma saper andare a fondo, passando dai fatti alle idee che ne stanno alla base; •resistere con forza alla tentazione del permissivismo e della scelta della via più comoda, nell’illusione che le tensioni possano risolversi con i compromessi o i cedimenti su ciò che è essenziale (ed è, questa, una delle tentazioni più ricorrenti e seducenti nella vita familiare); •essere ben convinti, insomma, che per star bene insieme occorre anzitutto volerlo, e che occorre pertanto saper scegliere con attenzione i mezzi adeguati a ciascuna delle persone con cui si convive.


 


Vediamo ora in breve quali sono i principali strumenti per educare a quello che abbiamo chiamato un “sano spirito critico”.


 


Realismo


Rendersi conto di come stanno davvero le cose: questo è il requisito indispensabile per affrontare le piccole e grandi vicende quotidiane. Il problema centrale della nostra vita è, infatti, conoscere oltre a noi stessi ciò che sta fuori di noi: la “verità delle cose”, come dicono i filosofi. Perché le cose sono come sono, non come ciascuno di noi le pensa, o come immagina che siano: e dunque lo diceva già Aristotele non tutti i punti di vista sono ugualmente validi e accettabili.


L’atteggiamento mentale odierno è opposto, e si fonda, più o meno esplicitamente, sul soggettivismo e sul relativismo, predicato nelle più varie salse dal cosiddetto pensiero debole: “io penso che…”, “questa è la tua opinione, la mia invece…”, “a me sembra…”, insomma “i deliranti secondo me” (come li chiama Messori) costituiscono le più frequenti argomentazioni in una conversazione qualsiasi su qualsiasi tema, dal più frivolo al più elevato.


Di ciò occorre tener conto in tema di informazione, dove molto spesso è vero solo quello che appare (basti pensare al povero cormorano contaminato, che ha invaso tutti i teleschermi della terra durante la guerra del Golfo, e che era soltanto uno spezzone di repertorio senza alcuna connessione con la realtà).


Certo è che mai, nella storia, c’è stata tanta informazione come oggi, eppure oggi come non mai si tende a rimanere alla superficie delle cose, avvolti in uno sconcertante conformismo.


Il paradosso, tuttavia, è solo apparente, ed è facile spiegarlo: negare la verità delle cose significa dicevamo spalancare le porte al soggettivismo, che da un lato costituisce la via più facile e meno esigente perché mette sullo stesso piano di validità tutte le opinioni, e dall’altro impedisce scelte davvero libere: infatti la libertà vera (non la sua triste parodia che oggi viene sbandierata ed esaltata, e che si riduce ad assoluta indipendenza, a irresponsabile autonomia) suppone e su questo indissolubile nesso si fonda l’enciclica Veritatis splendor la conoscenza della verità e la conseguente capacità di decidere (io sono libero di aprire una cassaforte solo se ne conosco la combinazione, non se tento a casaccio).


Ora, la conseguenza della mancanza di libertà è una naturale tendenza a pensarla tutti allo stesso modo e, soprattutto, a comportarsi in maniera uniforme e gregaria: “Solo nel gregge l’uomo è felice”, osservava già Kierkegaard, con un certo pessimismo, ma non senza ragione.


Ecco perché l’abbondanza di informazioni con la sua offerta indiscriminata, che prescinde da qualunque giudizio di valore è fonte di livellamento mentale e di sostanziale disinformazione, quando non addirittura di deformazione.


In effetti, diventa sempre più difficile, in concreto, controllare le fonti, valutare i contenuti, apprezzare adeguatamente il livello di veridicità dei commenti e delle opinioni.


E’ bensì vero che l’obiettività allo stato puro non esiste, ma questo non deve divenire una scusa per contrabbandare opinioni settarie, manipolazioni, menzogne vere e proprie


Ebbene, il senso critico rettamente inteso trova qui uno dei campi più vasti e proficui di esercizio: prima di tutto per gli adulti, perché possano poi insegnarlo vivendolo ai loro figli.


 


Proprio di fronte all’abbondanza di informazioni e al conseguente costante rischio di manipolazione che si impone la necessità di resistere e di realizzare una vera e propria “ecologia della mente”, per usare un’efficace espressione di Cardini.


 


Al quale scopo occorrono intelligenza, realismo e specialmente buon senso (non si insisterà mai abbastanza sulla importanza di questa dote, che oggi è purtroppo assai rara): e ciò anzitutto nei confronti della manipolazione che chiameremo “semantica”, per cui certe parole hanno, nell’opinione comune, un senso del tutto differente da quello che è loro proprio (basti pensare a parole come amore, libertà, verità, felicità, democrazia, progresso…), oppure sono bandite come “sconvenienti”, e sostituite con magistrali eufemismi o addomesticamenti terminologici che nascondono il terrore di fronte alla verità oggettiva, al dolore e alla fatica: così i ciechi e i sordi diventano “non vedenti” e “non udenti”, gli spazzini “operatori ecologici”, i becchini “operatori mortuari”, la giustizia “correttezza” o “validità”, l’aborto “interruzione volontaria della gravidanza” o meglio ancora, perché più asettico IVG; così una rivista medica americana è arrivata a proporre di chiamare i cadaveri “persone non viventi”, e di questo passo non ci meraviglieremmo se, un giorno o l’altro, sull’onda del femminismo trionfante, l’uomo verrà definito “non-donna”…


Il primo problema è dunque quello di riscoprire il significato originario e profondo delle parole, in qualche modo risuscitandole, senza paure e senza complessi: e usandole in modo appropriato e adatto alle circostanze. Come ha scritto Frossard, ben diverso è il modo con cui ha detto “terra!” il marinaio di Colombo, da quello con cui lo pronuncia un impiegato del catasto.


Ma oltre alla manipolazione semantica, ne esiste un’altra ancora più insidiosa, quella che agisce più direttamente sulle persone o sui valori, e che si realizza alterando i dati di fatto, inventando statistiche, facendo passare per “vero” ciò che è una falsità, o una semplice opinione, o una moda (o magari una fissazione, come accade spesso in campo ecologico): sarà sufficiente pensare, a questo riguardo, all’influsso che può avere la pubblicità (che, fondata com’è sull'”avere”, fa leva proprio sulla scarsa capacità critica, sull’egoismo e sulla irresponsabilità “il mio tempo, i miei gusti” , sul “lo fanno tutti” come principale criterio dell’agire, con ciò negando in definitiva qualunque valore oggettivo); oppure tanto per fare un paio di esempi ripensare alle fandonie diffuse dal famigerato “Club di Roma” a proposito della cosiddetta “esplosione demografica”, o ricordare come uno degli argomenti più diffusi a favore dell’introduzione dell’aborto sia stata la propaganda di un assurdo numero di donne morte per aborto, circa ventimila all’anno, quando in realtà in Italia morivano ogni anno, per qualsiasi causa, dalla malattia all’incidente stradale, non più di quindicimila donne in età fertile, ossia fra i quindici e i quarantacinque anni!


In conclusione, occorre quindi, per esempio, se si vuole davvero stimolare il senso critico, e dunque la riflessione personale e non indotta:


 


controllare i dati che vengono presentati: e a questo scopo è, ovviamente, molto importante scegliere gli strumenti adatti e le persone affidabili, selezionare le notizie e soprattutto selezionare ciò che è davvero importante da ciò che, nonostante le apparenze, è solo secondario (si ricordi il bel romanzo di Volkoff, Il montaggio, ove è descritto con acuta precisione il funzionamento del sistema della menzogna e vengono indicate “dieci ricette per la creazione di informazioni tendenziose”); •distinguere i fatti dalle ipotesi e dalle opinioni (immaginare di sapere non è sapere, dice Eschilo nell’Agamennone); •collegare dati e fatti fra loro e valutarli con cognizione di causa; •vedere le situazioni sia nel loro insieme sia nei particolari; •distinguere i punti fermi da quanto è opinabile; •non abbandonarsi a giudizi precipitosi: il che significa controllare i nervi e l’immaginazione e sentire con calma tutte le campane.


Solo così, fra l’altro, si promuove il vero pluralismo, che non è mera tolleranza delle diverse opinioni (dalla quale si arriva solo a un’artificiale omogeneità, a un forzato conformismo), e neppure un semplice smussare le differenze, che andrebbero confinate nella sfera del privato: il vero pluralismo, al contrario, è leale confronto fra convinzioni forti, ed è inseparabile dal riconoscimento che, sulle questioni decisive per il destino spirituale dell’uomo, le diversità di vedute non sono né irrilevanti né indifferenti.


 


La semplice tolleranza e, in ambito strettamente politico, il rispetto per i molteplici punti di vista ha un senso positivo soltanto se rivolta alle persone; ma quando si pretende di estenderla alle idee, e si afferma come avviene frequentemente che tutte le convinzioni vanno rispettate, si finisce in realtà per non rispettarne davvero nessuna, perché si rinuncia al criterio discriminante, che è quello della verità, e, in buona sostanza, si colpisce al cuore il fatto stesso di avere delle convinzioni: e la conclusione è il più assoluto soggettivismo (il discorso meriterebbe, come è ovvio, un più ampio approfondimento, che in questa sede non è possibile: per maggiori precisazioni.


 


 


Rispetto


Realismo e oggettività conducono quasi naturalmente a riconoscere l’intrinseca, inviolabile dignità di ogni essere umano, e pertanto ad affermare la necessità di rispettarlo: e il rispetto è precisamente una delle condizioni principali perché lo spirito critico possa essere considerato “sano” (il rispetto per le persone, si diceva, non per le idee, le quali costituiscono anzi il bersaglio principale dello spirito critico).


In concreto, rispetto per le persone significa, fra l’altro:


 


•capacità di mettersi nei panni degli altri, per comprendere le finalità e le motivazioni del loro agire, e per percepire le circostanze specifiche in cui l’azione si è svolta;


•astenersi da critiche indiscriminate e generiche: il che, oltre che essere ingiusto e inefficace, costituirebbe un esempio estremamente negativo;


•tener presente che ognuno può sempre correggersi e migliorare, e che quindi le critiche non devono mai apparire definitive;


•criticare le azioni (il male resta sempre male, e il bene resta bene) piuttosto che le persone; concretamente, per esempio, andrà rimproverato il singolo errore, senza desumerne commenti di carattere generale sulla persona, del tipo: “Sei il solito sbadato, di te non ci può proprio fidare, non ne azzecchi una…”;


•essere consapevoli che il rispetto è dovuto anzitutto per giustizia, ma che non può mai prescindere dall’amore.


 


 


Distacco


Altro requisito essenziale perché lo spirito critico possa svilupparsi in modo “sano” è un certo distacco: che vuol dire non lasciarsi coinvolgere troppo, ossia vedere le cose dall’alto, grazie appunto a quel “realismo” di cui si è parlato. Il rischio del fanatismo massificante fonte del pensiero che abbiamo definito “incosciente” è infatti sempre incombente, con tutta la sua corte di guasti: giudizi deformati, pregiudizi inattaccabili, sospetti, dietrologie, e soprattutto mancanza di carità e di vera partecipazione.


D’altra parte, l’esperienza insegna che solo attraverso un certo distacco che, si noti, non è né indifferenza né superficialità è possibile gustare davvero le cose belle della vita, sia sul piano materiale sia su quello intellettuale: e ciò significa non calarsi troppo nell’effimero e non lasciarsi irretire dalla ricorrente, ma irrealizzabile invocazione di Faust di fermare l’attimo fuggente (tipico è il caso del cinema, ove lo spirito critico è basilare per non lasciarsi travolgere dalla suggestione dell’immagine, e arrivare invece a cogliere in profondità il vero messaggio e le qualità artistiche del film).


Ora, l’educatore è una persona che è molto importante allora, per un educatore, riuscire ad aiutare davvero i giovani a conseguire questo distacco, che è essenziale per riuscire a vedere le cose in maniera piena e non settoriale. E il punto di partenza è infondere l’orgoglio delle proprie radici familiari, culturali e sociali e delle proprie ascendenze morali e spirituali (i monumenta maiorum di cui parla Cicerone), e quindi la consapevolezza di un solido inserimento in una solida tradizione: nulla come la sensazione di provvisorietà, infatti, rende insicuri e oscillanti, e perciò incapaci di affrontare il susseguirsi delle mode e dei miti. In questo senso, lo studio e la frequentazione dei classici costituiscono uno strumento fondamentale per l’acquisizione di un sano spirito critico. Perché i classici, nutrendo l’intelligenza e affinando la sensibilità, aiutano mirabilmente a cogliere le prospettive storiche, e pertanto a vedere con occhio più distaccato la mutevole realtà quotidiana.


 


 


Capacità di indignarsi


Correlativa al distacco, e ugualmente fondamentale per l’educazione allo spirito critico.


Uno dei maggiori pericoli della società attuale nasce invero lo si è già accennato dalla tendenza a ritenere valide tutte le opinioni, e dunque dall’indifferenza nei confronti della verità: lo ha detto in modo splendido Solzenicyn nel suo primo discorso pubblico dopo tanti anni di silenzio, pronunciato il 14 settembre 1993 nel Liechtenstein: “Abbiamo perso oggi quella chiarezza di spirito che era nostra quando i concetti di Bene e di Male non erano ancora divenuti soggetto di ridicolo, e messi da parte dal principio di maggioranza”. E del resto è chiaro che “per colui per il quale nulla è buono, parimenti nulla è cattivo” (Shopenhauer), e che per costui, pertanto, la differenza fra bene e male risulta irrilevante: ma da qui alla perdita di ogni capacità critica, il passo è breve. Proprio la tendenza attuale a stemperare questa fondamentale distinzione nell’anonima contrapposizione tra “corretto” e “non corretto” è una delle insidie più gravi per una vera formazione della persona.


Al contrario, è estremamente importante avere ben chiari i confini fra bene e male che sono qualcosa di oggettivo, fuori di noi , e soprattutto continuare a chiamare il bene e il male con il loro nome: e, conseguentemente, saper insegnare tale discrimine ai giovani. Solo così sarà possibile dare con il realismo di cui si parlava dei giudizi, e dunque indignarsi per le ingiustizie, i soprusi, le slealtà, la malafede, la faziosità preconcetta (e correlativamente sforzarsi di porre dei rimedi alle storture della società in cui ci si trova a vivere).


Fra l’altro, una buona arrabbiatura, naturalmente per motivi seri e nel momento opportuno e non per semplice sfogo personale può avere notevoli effetti educativi e lasciare un segno positivo nei figli (chiaramente, la condizione è che dopo non restino tracce di risentimento e torni a regnare l’armonia).


Ben altro da questa sacrosanta indignazione è la ribellione sistematica e conformistica di tanti giovani, che pretendono tutto e subito, rifiutando peraltro ogni serio impegno personale, e rifuggendo, d’altra parte, dalle responsabilità: una simile ribellione è sintomo di grave insicurezza e di mancanza di maturità, e corre il continuo pericolo di essere strumentalizzata; ma, soprattutto, maschera quel vuoto esistenziale che spiega la famosa “triade di fenomeni di nevrosi collettiva” di cui parla Viktor Frankl: la depressione, l’aggressività, la droga.


Esiste invece, è noto, anche una ribellione positiva, che ha le sue radici proprio nello spirito critico retto: una ribellione che non è contro tutto e tutti, ma combatte le mode e i pregiudizi, la mediocrità e il livellamento al basso, i riduzionismi di ogni tipo e le vie troppo facili; una ribellione, insomma, che si nutre di autocontrollo e di esigenza con sé stessi, di ideali e di valori che danno un significato alla vita. Infatti, le giovani generazioni sono anche oggi sensibili agli ideali, anche se il loro idealismo si esprime attualmente “forse soprattutto sotto forma di critica, mentre un tempo si traduceva più semplicemente nell’impegno” E di questa maggior propensione alla critica l’educatore odierno non può non tener conto.


 


 


Coraggio


Può apparire strano indicare questa qualità che è parte della virtù della fortezza fra gli strumenti importanti per l’educazione al senso critico: e in effetti, a rigore, più che uno strumento ne è una condizione. Infatti senza fortezza e in concreto, senza sforzo, senza perseveranza, senza audacia, senza spirito di sacrificio e di servizio è impossibile accorgersi delle influenze negative esterne cogliendone con spirito critico, appunto la realtà profonda; ed è impossibile altresì affrontare a viso aperto i luoghi comuni, sfidando l’impopolarità e la derisione.


Occorre pertanto insegnare ai figli, fin da quando sono piccoli, a essere esigenti con sé stessi, a esercitare la loro volontà, a dire di no alle soluzioni più comode, a non agire sotto l’impulso della prima impressione: occorre convincerli, insomma, che, come è stato detto giustamente, si possiede davvero solo ciò di cui si è capaci di fare a meno.


La società di massa tende sempre di più a riempirsi di “signorini soddisfatti” (per usare l’efficace espressione di Ortega y Gasset), che fanno di sé la misura di tutte le cose, danno per scontato tutto quello che hanno, e quindi finiscono per annoiarsi terribilmente (e, per di più, non sapranno mai reagire di fronte ai luoghi comuni e ai modi di vivere consolidati).


Ecco perché, se davvero vogliamo andare “controcorrente”, nel senso sopra delineato, è urgente che i giovani imparino e ci vuole senz’altro un bel coraggio a formarsi un proprio criterio che orienti il loro agire. In particolare, devono apprendere la positività della virtù dell’obbedienza, che peraltro va vista come esercizio di scelta personale, di adesione ragionata, frutto di un vero giudizio, e non come accettazione acritica di un’autorità subìta passivamente, o al massimo con riserva del diritto di “mugugno”. E tante volte occorre molto più coraggio per obbedire in questo modo, che non a fare il bastian contrario o a ribellarsi rumorosamente ma, in definitiva, sterilmente, come si diceva poco fa.


Analogamente, ci vuole spesso un bel coraggio per non tener conto delle critiche immotivate o maliziose, per non preoccuparsi se la coscienza è tranquilla di “che cosa dirà la gente”, per resistere con fermezza di fronte al “tanto, lo fanno tutti”: e, viceversa, per accettare le critiche giuste e ben centrate.


 


 


Fiducia


Un’altra condizione fondamentale perché i figli diventino autonomi e responsabili, capaci di scegliere e di giudicare, e con una loro testa funzionante in modo normale, è che respirino in casa un clima fondato sulla reciproca fiducia: la quale è frutto della stima e soprattutto dell’amore.


L’esame degli ingredienti che consentono di arrivare a un simile clima di fiducia e quindi a quello “star bene insieme” di cui si parlava sopra, e che è imprescindibile nella vita familiare richiederebbe un lungo discorso, che ci porterebbe fuori dell’argomento. Basterà qui ricordarne alcuni, sottolineando che hanno, tutti, a che fare con lo spirito critico:


•il rispetto per le persone, di cui si è parlato sopra, e la comprensione per i loro problemi;


•la necessità di partire dai lati positivi che ognuno ha, valorizzando ciò che sa fare meglio, scoprendo le inclinazioni e i talenti, manifestando apprezzamento (soprattutto per le azioni buone, piuttosto che per le doti innate e magari poco sfruttate);


•correlativamente, la necessità di evitare la critica meramente negativa e sistematica e il giudizio alla leggera e con faciloneria; la critica vera mira infatti a correggere, e deve quindi essere serena e affettuosa, senza precipitazione e senza sarcasmo;


•la convinzione della positività dei vincoli seri e impegnativi (di affetto, di lavoro, spirituali, di amicizia, eccetera), la cui assunzione meditata e la cui osservanza qualifica la vita delle persone, che è fondata sulle scelte e sulle opzioni di fondo, altrimenti vale ben poco: invero, come diceva Saint-Exupéry, il valore di una persona dipende direttamente dal numero e dalla qualità dei suoi vincoli;


•la disponibilità a essere criticati, quando sia il caso, e quindi di riconoscere lealmente i propri errori: e fra questi mettiamo anzitutto gli atteggiamenti troppo paternalistici, la presunzione di aver sempre la risposta giusta, un certo “protezionismo” che è sostanziale mancanza di fiducia, l’incoerenza fra ciò che si dice e ciò che si fa, e via dicendo.


 


 


Sincerità e semplicità


Strettamente connessa con la fiducia, anzi condizione essenziale affinché questa si sviluppi, è la sincerità: che è il fondamento di qualsiasi convivenza umanamente apprezzabile, e che è, in particolare, indispensabile perché attecchisca un sano spirito critico. Per essere autentica e credibile, infatti, la critica deve essere prima di tutto veritiera, altrimenti si riduce a sterile esercizio intellettuale, che giustamente ferisce, e finisce per creare conflitti insanabili.


Da questo punto di vista, è opportuno avere ben presente che la sincerità presuppone l’oggettività, la lealtà e il buon senso, e non consiste quindi in una sorta di sfrenatezza verbale o in una estemporanea licenza di dire al primo che passa la prima cosa che passa per la testa, ma nel dire la verità alla persona giusta e nel momento giusto (la sincerità indiscriminata e idiota non cessa per il fatto di essere sincera di essere idiota).


Nel rapporto con i figli, e in genere nell’esercizio di un’attività educativa, bisogna perciò sforzarsi di far capire (come sempre, con l’esempio più che con le parole) che criticare non significa sottolineare più o meno pesantemente e magari dietro le spalle i difetti e le manchevolezze degli altri, ma aiutarli a correggersi.


La modalità principale di questo aiuto consisterà allora nella semplicità e nella scioltezza, che comportano da un lato uno sforzo di coerenza fra quello che si pensa e quello che si fa, e dall’altro quella limpida trasparenza che mira a evitare le complicazioni e le dietrologie, la pedanteria e l’aria di sufficienza. La semplicità si regge d’altronde su un atteggiamento di sostanziale umiltà, cioè di riconoscimento dei propri difetti e dei propri sbagli, di rinuncia a mettersi in mostra e a richiamare l’attenzione altrui sui propri meriti e sui propri talenti.


Il senso critico, insomma, è davvero tale solo se sostenuto da una profonda rettitudine d’intenzione e dirittura interiore, scevra da qualsiasi doppiezza, e solo se si esprime attraverso una coraggiosa naturalezza, che sappia mantener viva la simpatia e il calore umano. E questo è un aspetto particolarmente delicato e senz’altro difficile, che va vissuto in prima persona, se si vuole evitare il rischio, sempre in agguato, di un orgoglioso e controproducente senso di superiorità.


 


 


Buon umore


Quando parliamo di buon umore, non intendiamo riferirci soltanto all’atteggiamento meramente negativo di chi non si trova in uno stato di perenne o comunque prevalente cattivo umore: un simile stato è estremamente fastidioso, e talora del tutto insopportabile, per chi ha la sventura di convivere con un soggetto del genere (basti pensare che i bambini stanno istintivamente alla larga dalle persone tristi o di malumore): esso d’altronde può avere cause svariate, ma certamente non oggettive, perché è abbastanza inverosimile che tutto vada sempre storto (si tratterà piuttosto di suscettibilità esasperata, di egocentrismo sistematico che porta a far prevalere i propri stati d’animo ignorando la sensibilità altrui, e via dicendo).


Un simile atteggiamento negativo “non essere di cattivo umore”, appunto è solo il punto di partenza: affinché la convivenza riesca piacevole e veramente umana, occorre che l’ambiente in cui si vive sia gradevole e ottimista, vi si respiri fiducia e stima reciproca. Solo in un ambiente di questo tipo, infatti, il senso critico può svilupparsi in maniera “sana”, perché le cose che non vanno bene vengono individuate con chiarezza ma con garbo e con affetto, nella persuasione che le persone possono migliorare, le situazioni sono ben di rado irreversibili e gli errori non vanno minimizzati, ma neppure sono, in genere, del tutto irrimediabili.


D’altra parte, abbastanza spesso la critica più efficace è proprio quella che si esercita in tono scherzoso, sapendo ridere (anzitutto, naturalmente, di sé stessi), e riuscendo a scoprire i risvolti positivi delle persone e delle cose.


Già sul piano umano, insomma, il buon umore è sempre una virtù, mentre la serietà può essere un vizio (Chesterton): e parlare di virtù, si noti, implica considerare il buon umore non un fatto meramente temperamentale, bensì una qualità che si acquista a poco a poco, attraverso la ripetizione frequente di atti dello stesso tipo. 


In una prospettiva di fede, poi, il buon umore dovrebbe essere “connaturale” all’uomo, perché la virtù della speranza dovrebbe costituire l’humus vitale dove affondano le radici della vita: laddove spesso, purtroppo, si verifica il contrario, e ci si imbatte in un cristianesimo spento, dimissionario, triste, tanto che verrebbe da dar ragione a Bernanos, quando diceva che gli uomini si dividono in due categorie: gli ottimisti, che sono imbecilli felici, e i pessimisti, che sono imbecilli infelici. Ma bisogna reagire contro una simile conclusione, perché grazie a Dio non ci sono solo imbecilli, al mondo (e il sano spirito critico serve proprio ad accertarsene), e comunque come ricorda una espressione del secondo secolo “l’allegria trova sempre grazia davanti a Dio e Gli è ben accetta… L’uomo allegro opera il bene, pensa il bene e disprezza la tristezza.


  


 


Critica e magnanimità


 Anzitutto, lo spirito critico deve sempre fare i conti con la dignità delle persone, che sono esseri dotati di un singolare valore intrinseco, e meritano perciò un apprezzamento e un rispetto originari, anche se poi la realtà concreta va affrontata senza ingenuità e senza chiudere gli occhi davanti ai difetti di ciascuno.


Questo comporta che bisogna da un lato essere intimamente leali e rifuggire dal pettegolezzo, dalla mormorazione e dal parlare dietro le spalle, e dall’altro allenarsi a rinunciare e la cosa può risultare abbastanza ardua alla critica meramente negativa, che è profondamente distruttiva e, in fondo, assai facile: anche “il più rozzo manovale sa conficcare i suoi ferri nella pietra nobile e bella di una cattedrale”


D’altra parte, se si cercano le ragioni più profonde di questo tipo di critica, si scopre che, molto spesso, alla sua radice si annidano o la superbia più o meno consapevole di chi si crede il centro dell’universo e si ritiene quindi autorizzato a giudicare tutto e tutti, oppure l’invidia, che è senz’altro una delle motivazioni più frequenti dell’agire umano: e ciò, come ha lucidamente dimostrato Helmut Schoeck nel suo famoso saggio L’invidia e la società, sia quando essa si atteggia come “proletaria” (e dunque stimola la rivoluzione sociale in vista di un ordine “totalmente altro”), sia quando si atteggia come “capitalista” (e dunque fomenta l’emulazione, e favorisce così lo sviluppo del mercato). Ma in ogni caso essa è un sentimento fra i più perniciosi, e non solo per le vittime, ma anche anzi, forse soprattutto per chi ne è soggetto attivo, che finisce inevitabilmente per diventare sempre più aggressivo e intollerante e per sprofondare nella solitudine più completa.


molto importante pertanto saper andare a fondo nelle motivazioni concrete che spingono all’esercizio della critica, perché questa sia sostenuta da un’intenzionalità retta e limpida e non abbia origini ambigue e oblique, sotto le quali spesso si nasconde, appunto, l’invidia.


Ma non basta. Occorre invero andare ancora più in là, se si vuole arrivare a una critica che, lungi dall’essere solo negativa, abbia invece radici vitali e positive. Infatti, la retta intenzione di cui si parlava poco fa si sorregge solo sulla capacità di mirare in alto, di nutrire ideali nobili, di uscire da sé stessi per comprendere le ragioni degli altri, di essere indulgenti e di non serbare rancore, di non custodire aridi cahiers de doléances, di aver fiducia nella possibilità di miglioramento personale (proprio e degli altri): in una parola, si sorregge sulla magnanimità,che possiamo definire “ornamento di tutte le virtù”, e che quindi a ragion veduta non abbiamo collocato fra gli strumenti che consentono di acquisire un “sano” senso critico, perché ne costituisce piuttosto il pilastro più solido e imprescindibile. Una critica vera, infatti, è lucida ma affabile e generosa: e quindi non appare mai gretta, meschina o personalistica, non si accontenta di “cacciare lucertole” come diceva santa Teresa, e non si rinchiude negli orizzonti angusti del fatto personale o episodico.


Ma non basta ancora. Infatti, se compito essenziale dell’educatore è “insegnare l’amore” questo vale evidentemente per ogni àmbito dell’educazione, e quindi anche per quanto concerne il senso critico: del quale l’amore deve pertanto costituire la sostanza più intima, come del resto è già risultato chiaro nel corso di queste pagine. Insomma, è possibile e lecito criticare una persona non solo se la si conosce, ma anche se la si ama (come d’altronde accade anche nell’insegnamento: per insegnare bene il latino a Pierino, non basta conoscere il latino, ma bisogna conoscere e amare anche Pierino).


Questo, allora, l’aspetto fondamentale di tutto il nostro discorso sulla critica. Alla quale si attaglia benissimo ogni singola parola del famoso inno alla carità di san Paolo ai Corinzi. Anche la critica, dunque, deve essere “paziente e benigna”, il che significa, come si è visto, equanime e ispirata a comprensione per gli altri; essa “non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto”, e qui si può vedere indicata la magnanimità, il riconoscimento della dignità intangibile di ciascun essere umano, la capacità di mettersi nei panni altrui e di uscire dal proprio io. E, ancora, “non cerca il suo interesse, non si adira”, cioè sa superare le prospettive meramente egoistiche e materiali in nome di ideali elevati e nobili; “non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia”, e dunque non si fonda sul dispetto, sul puntiglio e sulla ripicca, ma ha orizzonti ampi e coraggiosamente si oppone ai luoghi comuni e a un certo andazzo conformista; e infine, “si compiace della verità”, perché la passione per la verità costituisce il presupposto indispensabile per uno spirito critico che voglia mantenersi “sano”, e pertanto respinga qualunque annacquamento della verità: bisogna vivere autenticamente nella nostra vita, dunque, veracità e carità vanno indissolubilmente unite: e questo vale in modo particolare per il senso critico, perché senza un costante riferimento alla verità e alla Verità nessuna critica riesce a essere positiva, né lo spirito critico potrà mai essere davvero “sano”.