La dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale (6)

Morale: contraccezione, dissenso...

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Documento In questi ultimi decenni. Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale, 30 dicembre 1988: OR 28.6.1989, inserto tabloid.
V. DIRETTIVE PER L’AZIONE SOCIALE Criteri di azione. Dialogo rispettoso. Lotta per la giustizia e la solidarietà sociale. Formazione alle necessario competenze. L’esperienza delle realtà temporali e l’esperienza della fede. Apertura ai doni dello Spirito. Pratica dell’amore e della misericordia. Vincolo tra la dottrina sociale e la prassi cristiana. Riflessi nel campo politico. Segno della presenza del Regno.

Criteri di azione
54. La dottrina sociale della chiesa, in quanto sapere teorico-pratico, è orientata alla evangelizzazione della società: include dunque necessariamente l’invito all’azione sociale offrendo, per le diverse situazioni, opportune direttive (118) ispirate ai principi fondamentali e ai criteri di giudizio (119) più sopra illustrati. L’azione che viene suggerita non si deduce a priori una volta per tutte da considerazioni filosofiche ed etiche, ma si precisa di volta in volta per mezzo del discernimento cristiano della realtà interpretata alla luce del Vangelo e dell’insegnamento sociale della chiesa, che dimostra così ad ogni momento storico la sua attualità. Sarebbe perciò un grave errore dottrinale e metodologico se nell’interpretazione dei problemi di ciascuna epoca storica non si tenesse conto della ricca esperienza acquisita dalla chiesa ed espressa nel suo insegnamento sociale. Pertanto tutti i cristiani dovranno mettersi di fronte alle nuove situazioni con una coscienza ben formata secondo le esigenze etiche del Vangelo e con una sensibilità sociale veramente cristiana, maturata attraverso lo studio attento dei diversi pronunciamenti magisteriali.

Rispetto della dignità della persona umana
55. La chiesa nella sua pastorale sudale si impegna per la piena realizzazione della promozione umana. Tale promozione rientra nel disegno della promozione salvifica dell’uomo è della costruzione del regno di Dio, in quanto tende a nobilitare la persona umana in tutte le sue dimensioni, di ordine naturale e soprannaturale. Come insegna la Gaudium et spes, la missione di evangelizzazione che mira alla salvezza, cioè alla liberazione definitiva dell’uomo, richiede un’azione pastorale diversificata secondo gli ambienti in cui essa sì realizza: profetica, liturgica e di carità. L’azione pastorale della chiesa nelle sue relazioni con il mondo è un’azione di presenza, di dialogo e di servizio a partire dalla fede, nell’ampio e vasto campo sociale, economico, politico, culturale, tecnologico, ecologico, ecc.: essa abbraccia, in una parola, tutto il panorama delle realtà temporali.
Dato il primato dell’uomo sulle cose, un primo criterio o norma non solo di giudizio, ma anche di azione è la dignità della persona umana, che comporta il rispetto e la promozione di tutti i diritti personali e sociali inerenti alla sua natura.
La moralità, la discriminazione tra il giusto e l’ingiusto, dipenderà dalla conformità o dalla difformità delle linee politiche e delle decisioni, dei progetti e dei programmi adottati dai vari agenti sociali (governi, partiti politici, istituzioni ed organizzazioni, persone e gruppi) con la dignità della persona, che ha delle esigenze etiche inviolabili.

Dialogo rispettoso
56. Nella situazione del mondo contemporaneo i profondi cambiamenti in tutti i campi dell’attività umana, economica, culturale, scientifica e tecnica, hanno fatto emergere nuovi problemi che reclamano l’impegno di tutti gli uomini di buona volontà. Tra questi problemi risaltano quelli della fame, della violenza, del terrorismo nazionale e internazionale, del disarmo e della pace, del debito estero e del sottosviluppo dei paesi del terzo mondo, delle manipolazioni genetiche, della droga, del deterioramento dell’ambiente, ecc.
In questo contesto, l’azione pastorale della chiesa deve svolgersi in collaborazione con tutte le forze vive e operanti nel mondo attuale. Pertanto, un secondo criterio di azione è l’esercizio del dialogo rispettoso come metodo idoneo per trovare una soluzione ai problemi, mediante accordi programmatici e operativi.

Lotta per la giustizia e la solidarietà sociale
 57. Il mondo di oggi è caratterizzato inoltre da altre “zone di miseria” (120) e da “altre forme d’ingiustizia molto più vaste”, (121) di quelle delle epoche precedenti, come la fame, la disoccupazione, l’emarginazione sociale, la distanza che separa i ricchi – paesi, regioni, gruppi e persone – dai poveri, Perciò un terzo criterio di azione è la “lotta nobile e ragionata in favore della giustizia e della solidarietà sociale”. (122)

Formazione alle necessario competenze
 58. L’azione concreta nel campo delle realtà temporali, secondo le indicazioni del magistero, è principalmente compito dei laici, i quali devono lasciarsi guidare costantemente dalla loro coscienza cristiana. È pertanto doveroso che essi acquisiscano, unitamente alla formazione morale e spirituale, le necessarie competenze nel campo scientifico e politico che li rendano capaci di condurre un’azione efficace, attuata secondo retti criteri morali.(123) Compiti di non minore importanza a tale riguardo spettano però anche ai pastori, i quali devono aiutare i laici a formarsi una retta coscienza cristiana e dare loro “luce e forza spirituale”. (124) E’ ovvio che i pastori potranno adempiere questo compito specifico soltanto se a loro volta saranno buoni conoscitori e sostenitori della dottrina sociale ed avranno acquisito una sensibilità per l’azione in questo campo, alla luce della parola di Dio e dell’esempio del Signore. Pertanto, un quarto criterio di azione è la formazione a queste competenze.
Ciò che più conta è che pastori e fedeli siano e si sentano uniti nel partecipare, ciascuno secondo le proprie capacità, competenze e funzioni, nella diversità dei doni e dei ministeri, all’unica missione salvifica della chiesa. In questa visione ecclesiologica, il compito di animare cristianamente le realtà temporali non è delegato ai laici dalla gerarchia, ma scaturisce nativamente dal loro essere battezzati e cresimati. Nel nostro tempo si è presa una coscienza sempre più viva della necessità del contributo dei laici alta missione evangelizzatrice della chiesa. La Lumen gentium afferma che in certi luoghi e in certe circostanze, la chiesa, senza di essi, non può diventare sale della terra e luce del mondo. (125)

L’esperienza delle realtà temporali e l’esperienza della fede
59. L’identità ecclesiale dei laici, radicata nel battesimo e nella cresima, attualizzata nella comunione e nella missione, comporta una duplice esperienza: quella che si fonda sulla conoscenza delle realtà naturali, storiche e culturali di questo mondo e quella che proviene dalla loro interpretazione alla luce del Vangelo. Esse non sono interscambiabili: l’una non può sostituire l’altra, ma entrambe trovano l’unità nel loro primo fondamento, che è la parola di Dio, il Verbo mediante il quale tutto è stato fatto, e nel loro ultimo fine, che è il regno di Dio. Pertanto, un quinto criterio riguardante l’aspetto metodologico dell’azione è l’uso della duplice esperienza: quella delle realtà temporali e quella della fede cristiana.
Questo metodo seguito nell’applicazione della dottrina sociale della chiesa aiuterà tutti i cristiani, e in particolare i laici, a dare alla realtà una più giusta interpretazione. Così facendo, essi potranno vedere in quale grado s’incarnano nella realtà storica i valori umani e cristiani che definiscono la dignità della persona umana; vincolare i princìpi generali del pensiero e dell’azione in campo sociale ai valori che una società deve sempre rispettare per risolvere i propri problemi; possedere un orientamento nella ricerca concreta delle soluzioni necessario; stimolare il cambiamento o la trasformazione delle strutture della società, che si rivelino insufficienti o ingiuste; valutare con saggezza i programmi elaborati da tutte le forze vive sul piano politico e culturale. In questo modo sarà assicurato l’autentico progresso dell’uomo e della società in una dimensione più umana dello sviluppo, che non prescinda, ma che nemmeno sia comandato esclusivamente dalla crescita economica.

Apertura ai doni dello Spirito
60. Come si è già detto, la chiesa non offre un suo modello per la vita sociale; essa piuttosto rimane aperta a un certo pluralismo di progetti e di ipotesi per l’azione, secondo i carismi e i doni che lo Spirito concede ai laici per il compimento detta loro missione nell’ambito della famiglia, del lavoro, dell’economia, della politica, della cultura, della tecnica, dell’ecologia, ecc. Ne deriva che le direttive di azione contenute nella dottrina sociale della chiesa assumono un significato particolare secondo le caratteristiche specifiche dell’azione da svolgere in ciascuno di questi campi. Di qui, un sesto criterio d’azione: l’apertura ai carismi e ai doni dello Spirito santo nell’impegno e nelle scelte cristiane nella vita sociale.

Pratica dell’amore e della misericordia
61. La coscienza di essere chiamata ad offrire il suo servizio alle realtà sociali è stata sempre viva nella chiesa, dai primi secoli fino ad oggi. Infatti la sua storia è piena di opere sociali di carità e di assistenza, (126) nelle quali, prese insieme, risplende il volto di una comunità povera e misericordiosa, tutta tesa a mettere in pratica il “discorso della montagna”.
Le testimonianze di questa coscienza pastorale sono innumerevoli nei papi, maestri di dottrina sociale. Nei loro documenti essi invitano a migliorare le condizioni dei lavoratori e promuovono esperienze in questo senso; (127) raccomandano di praticare la carità, armonizzandola con la giustizia; (128) estendono l’azione sociale a ogni ambito temporale;(129) richiedono che l’affermazione dei princìpi, la dichiarazione delle intenzioni e la denuncia delle ingiustizie siano accompagnate da un’azione effettiva e responsabile; (130) ricordano che sono prova della costante attenzione della chiesa alla questione sociale, non solo i documenti del magistero – conciliare, pontificio ed episcopale – ma anche l’attività dei diversi centri di pensiero e d’azione, e le iniziative concrete di apostolato sociale nelle chiese particolari e nel campo internazionale; (131) invitano il clero, i religiosi e i laici ad impegnarsi nei “diversi settori, opere e servizi” della “pastorale sociale”. (132) Da questa coscienza sociale emerge un ultimo criterio di azione, che deve essere presente in tutti, gli altri criteri sopra menzionati: la pratica del comandamento dell’amore e della misericordia in tutto, che, nello spirito del Vangelo, assegna la priorità ai poveri. (133) Tale priorità, testimoniata da tutta la tradizione della chiesa, è stata ribadita con forza dalla Sollicitudo rei socialis. Nel documento pontificio si legge infatti che “oggi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senza-tetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore: non si può non prendere atto dell’esistenza di queste realtà. L’ignorarle significherebbe assimilarci al “ricco Epulone”, che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico, giacente fuori della sua porta (cf. Lc 16,19-31)”. (134).

Vincolo tra la dottrina sociale e la prassi cristiana
62. Nella coscienza della chiesa è evidente il vincolo d’unione essenziale tra la dottrina sociale e la prassi cristiana nei settori, nelle opere e nei servizi, con cui si cerca di dare attuazione ai princìpi e alle norme. In particolare, la pastorale presuppone la dottrina sociale e questa conduce all’azione pastorale come parte privilegiata della prassi cristiana. La presenza e il dialogo della chiesa con il mondo per cercare di risolvere i complessi problemi degli uomini esige la necessaria competenza nei pastori, e richiede loro pertanto uno studio serio della dottrina sociale, accompagnato dalla formazione alla sensibilità per l’azione pastorale e l’apostolato. Ancora una volta ci si trova dinanzi a una precisa esigenza di programmazione adeguata e di buona impostazione dell’insegnamento.

Riflessi nel campo politico
63. Il fatto che la chiesa non possiede né offre un particolare “modello” di vita sociale, né è legata a un qualche sistema politico come ad una “via” sua propria da scegliere tra altri sistemi, (135) non vuol dire che essa non debba formare e incoraggiare i suoi fedeli – e in modo speciale i laici – perché prendano coscienza della loro responsabilità nella comunità politica, (136) e optino a favore di soluzioni e, quando storicamente sia riscontrabile, dì un modello in cui l’ispirazione della fede possa diventare prassi cristiana. Le direttive della dottrina sociale della chiesa per l’azione dei laici sono valide tanto in materia politica come negli altri campi della realtà temporale, in cui la chiesa deve essere presente in forza della sua missione evangelizzatrice.
La fede cristiana, infatti, valorizza e stima grandemente la dimensione politica dell’esistenza umana e dell’attività in cui essa si esprime. Ne consegue che la presenza della chiesa nel campo politico è un’esigenza della stessa fede, alla luce della regalità del Cristo, che porta a escludere il divorzio tra la fede e la vita quotidiana, “uno dei più gravi errori della nostra epoca”. (137) E’ tuttavia evangelizzare la totalità dell’esistenza umana, inclusa la sua dimensione politica, non significa negare l’autonomia della realtà politica, come dell’economia, della cultura, della tecnica, ecc., ciascuna nel suo proprio ordine.
Per chiarire questa presenza della chiesa, è bene distinguere i “due concetti di politica e d’impegno politico”. (138) Per quanto riguarda il primo concetto, la chiesa può e deve giudicare i comportamenti politici non solo in quanto toccano la sfera religiosa, ma anche per tutto ciò che riguarda la dignità e i diritti fondamentali dell’uomo, il bene comune, la giustizia sociale: tutti problemi che hanno una dimensione etica, considerata e valutata dalla chiesa alla luce del Vangelo, in forza della sua missione di “evangelizzare l’ordine politico” e, per ciò stesso, di umanizzarlo compiutamente. Si tratta di una politica intesa nel suo più alto valore sapienziale, che è compito di tutta la chiesa. Invece l’impegno politico, nel senso di concrete decisioni da prendere, di programmi da formulare, di campagne da condurre, di rappresentanze popolari da gestire, di potere da esercitare, è un compito che spetta ai laici, secondo le giuste leggi e istituzioni della società terrena di cui fanno parte. Ciò che la chiesa chiede e cerca di procurare a questi suoi figli, è che posseggano una coscienza retta e conforme alle esigenze del Vangelo proprio per operare saggiamente e responsabilmente al servizio della comunità. (139).
I pastori e gli altri ministri della chiesa, per conservare meglio la loro libertà nell’evangelizzazione della realtà politica, si manterranno al di fuori dei vari partiti o gruppi, che potrebbero creare divisioni o compromettere l’efficacia dell’apostolato, e nemmeno vi daranno appoggi preferenziali, a meno che in “circostanze concrete ed eccezionali, l’esiga il bene della comunità”. (140)

Segno della presenza del Regno
64. Nel quadro di valori, di princìpi e di norme che si è delineato, appare che l’azione sociale della chiesa, illuminata dal Vangelo, è un segno della presenza del regno di Dio nel mondo, in quanto proclama le esigenze di questo Regno nella storia e nella vita dei popoli come fondamento di una nuova società; in quanto denuncia tutto ciò che attenta alla vita e alla dignità della persona negli atteggiamenti, nelle strutture e nei sistemi sociali; in quanto promuove una piena integrazione di tutti nella società, come esigenza etica del messaggio evangelico della giustizia, della solidarietà e dell’amore. È un’azione pastorale compiuta mediante la Parola che trasforma la coscienza degli uomini; mediante l’elaborazione e la diffusione di una dottrina sociale, volta a richiamare l’attenzione e a suscitare la sensibilità di tutti, e specialmente della gioventù, sui problemi sociali e sull’esigenza evangelica dell’impegno per la giustizia a favore dei poveri e di tutti i sofferenti; infine mediante un’azione pronta e generosa che cerchi di rispondere ai molti problemi concreti che rendono più difficile la vita delle persone e della società. Così, la Parola illumina la coscienza e le opere incarnano la Parola.

Conclusione sul significato e sul dinamismo della dottrina sociale
65. Dall’esame della natura e della dimensione storica della dottrina sociale della chiesa e dei suoi elementi costitutivi, quali sono i princìpi fondamentali, i criteri di giudizio e le direttive di azione, si ricava la convinzione che essa, pur costituendo già un “patrimonio ricco e complesso”, sufficientemente delineato e consolidato, ha ancora davanti a sé molte tappe da percorrere, secondo il dinamismo di sviluppo della società umana nella storia.
Per questa sua condizione, la dottrina sociale, pur essendo difficilmente definibile in termini rigorosamente scolastici, tuttavia, nei paragrafi precedenti, si profila, almeno nei suoi contorni essenziali, con sufficiente chiarezza, presentandosi in primo luogo come “parte integrante della concezione cristiana della vita”. (141) Infatti, si è visto che la sua incidenza nel mondo non è marginale, ma decisiva, in quanto azione della chiesa, “fermento”, “sale della terra”, “seme” e “luce” dell’umanità. (142)
In base a questi presupposti, il magistero della chiesa – papale, conciliare, episcopale – con l’apporto dello studio e dell’esperienza di tutta la comunità cristiana, elabora, articola ed espone questa dottrina come insieme di insegnamenti offerti non solo ai credenti, ma anche a tutti gli uomini di buona volontà, per illuminare con il Vangelo il comune cammino verso lo sviluppo e la liberazione integrale dell’uomo.

NOTE
118  MM: AAS 53(1961), 455ss.
119  LC 76: EV 10/303s.
120  RH 16: EV 6/1228.
121  LE 8: EV 7/1422,
122  LC 77: EV 10/305; LE 20: EV 7/1480ss.
123  GS 43: EV l/1455s; AA 13 EV l/962ss; LC 80: EV 10/308-310; L/V XI, nn. 12-14: 9/980ss.
124 GS 43; EV 1/1455; LN XI, n, 14: EV 9/982,
125  LG 33: EV 1/369.
126  GIOVANNI PAOLO II, Lett. apost. Salvifici doloris. (11.2.19H4): EV
9/620ss.
127  RN: Acta Leonis XIII 11(1891), l41ss; QA: AAS 23(1931), 182,
128  MM: AAS 53(1961), 402,
129  AA 7: EV l/937s.
130  OA 48: EV 4/774s.
131 LE 2: EV 7/1394.
132 GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione C’est la deuxième ai delegati della “Caritas internationalis” (30.5.1983): Insegnamenti di Giovanni Paolo II. VI/1
(1983), pp. 1399ssi,
133  LC 66-70: EV 10/283-291; SRS 42: EV 10/2672.
134  SRS 42: EV 10/2673,
135  GS 76: EV 1/1580; SRS 41: EV 10/2669,
136 GS 75: EV 1/1577.
137  GS 43: EV 1/1454.
138  GS 76; EV l/1579ss; Documento di Puebla, nn. 521.523.
139 CIC can. 227: EV 8C/227
140  Documento di Puebla. nn, 526-527; CIC can. 287: EV 8C/287.
141  MM: AAS 53(1961). 453.
142  Mt 5.13-14; 13,13.24