I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: L’ Impurità.

1. L’impurità è un
peccato mortale di sua natura
2. Avvilimento dell’impudico.
3. Funesti effetti dell’impurità:
1° effetto, i tormenti; 2° danni spaventosi; 3° lo
scandalo; 4° l’accecamento; 5° la schiavitù
4. I piaceri della carne sono cosa da
poco, pieni di amarezza, e di molestie.

5. Quali sono le principali cause
dell’impurità?

6. In quanti modi si cade nel vizio
della disonestà.
7. Quanto sia difficile uscire
dall’impurità

8. Castighi e dannazione
dell’impudico.
9. Rimedi contro l’impurità.

1. L’IMPURITÀ
È UN PECCATO MORTALE DI SUA NATURA. – L’impudico consacra il
suo culto alla carne… Egli adora quello che adoravano i pagani;
venera con loro il medesimo dio. Ora l’idolatria è un delitto
enorme. «Il mio popolo, dice Iddio, ha cangiato la sua gloria
per un idolo. Stupite, o cieli, e voi, o potenze del cielo, vestitevi
a lutto» (IEREM. II, 11-12). «L’impudico cambia la
gloria del Dio incorruttibile, nella sembianza dell’uomo
corruttibile», dice S. Paolo (Rom. I, 23).
Lo stesso Apostolo
dice ancora: «Quelli che si deliziano nella carne, non possono
piacere a Dio; se voi vivrete secondo gli appetiti della carne,
morrete» (Rom. VIII, 8, 13). «Non illudetevi: né
i lussuriosi, né gli idolatri, né gli adulteri
possederanno il regno dei cieli» (1 Cor. VI, 9-10);
«perché la carne e il sangue non possono stare con Dio,
né la corruzione immedesimarsi con l’incorruttibilità»
(Ib. XV, 50). «Non sapete che voi siete il tempio di
Dio, che i vostri corpi sono membri di Gesù Cristo e che in
voi abita lo Spirito Santo? Adoprerete adunque i membri di Gesù
Cristo per farne membri di una prostituta? Ma se alcuno profana il
tempio santo di Dio, il qual tempio siete voi, Dio lo sterminerà»
(Ib. III, 16-17; VI, 15). «Sappiate e vi stia ben fisso
in mente, che nessun fornicatore o impudico avrà parte
all’eredità del regno di Cristo e di Dio» (Eph.
V, 5).
Formale è il
precetto di Dio: Non fornicare (Exod XX. 14), né meno
chiara è la sua sentenza che nella città di Dio non
v’entrerà nulla di macchiato (Apoc. XXI, 27). «E
Dio, dice S. Pietro, sa riservare i malvagi al giorno del giudizio
per castigarli e quelli principalmente che accarezzano la carne
vivendo secondo le voglie della carnale concupiscenza» (II,
II, 9-10). Infatti è peccato così enorme l’impurità
e così abominato da Dio, che, come dice S. Agostino, è
il più gradito a Dio l’abbaiare dei cani, il muggire dei buoi,
il grugnire dei porci, che non il canto dei suoi servi impudichi (In
Levit.
).
«Non cambiate i
vasi sacri in vasi d’ignominia», esclama S. Pier Damiani; ora,
già l’abbiamo inteso dall’Apostolo, i cristiani sono i tempi,
i vasi sacri del Dio vivente. Se un profanatore sacrilego dirocca una
chiesa, abbatte un altare, spezza un vaso sacro, di quale odioso
delitto non si rende colpevole! Ben più orrenda e indegna è
la profanazione che fa il lussurioso della sua anima, del suo cuore,
del suo corpo e infinitamente più enorme è il suo
misfatto. Infatti, se è vera la sentenza di S. Tommaso, che
per la lussuria l’uomo si allontana infinitamente da Dio (De
Peccat.
)», e se è vero che il peccato è un
abbandono che fa l’uomo di Dio, ben può ciascuno calcolare
l’enormità del peccato d’impudicizia; quindi S. Bernardo non
si contenta di dire: Guai, ma aggiunge, molti e grandi guai
all’incontinente (Serm. in Cantic.).
E non si creda che per commettere
peccato grave in questa materia, bisogni arrivare agli estremi limiti
di questo abominevole vizio: sarebbe questo un deplorevole e
grossolano inganno perché non solamente un’azione di tal
genere è colpa mortale, ma anche un semplice pensiero, o
desiderio, o sguardo fatto con consenso deliberato.
Possono i coniugati
medesimi farsi rei di gravissime colpe in questa materia, quando non
abbiano per iscopo e freno il santo timor di Dio. Ricordatevi, o
sposi, la parola di S. Paolo: «Si porti rispetto da tutti al
matrimonio e si conservi il talamo immacolato; perché Dio
giudicherà i fornicatori e gli adulteri» (Hebr.
XIII, 4); vi atterrisca la sentenza del Signore: «Il seme degli
empi non attecchirà» (Psalm. XXXVI, 28). Dio
destinava alla vita ed al cielo tanti bambini; ora dove sono essi? O
sciagurati che respingete nel nulla esseri destinati a benedire,
lodare e godere Dio eternamente! La Scrittura ci narra che l’infelice
Onan, perché impediva con un’azione detestabile che si
compisse la volontà divina, fu dal Signore colpito di morte
(Genesi XXXVIII, 9-10) Una tale profanazione è
contraria alla legge naturale ed alla santità del matrimonio.
Questo delitto è un omicidio. Vi sono dei genitori che si
lagnano delle loro disgrazie, delle malattie, della morte dei loro
ragazzi. Pensino se non sono forse castighi di Dio che li punisce in
quello medesimo in cui hanno peccato.
Dove si possono
trovare parole che bastino a flagellare come conviene l’infame
delitto dell’adulterio e tutti i mali che trascina con sé?
L’adultero: 1° scioglie la fedeltà coniugale; 2° viola
il matrimonio, perché la natura, e l’autore della natura,
Iddio, esigono che gli sposi rispettino la loro unione (Gen.
II, 24); 3° profana il sacramento; 4° fa grave ingiuria ai
figli legittimi; 5° commette un’enorme ingiustizia; 6° si fa
reo di un orrendo scandalo… L’adultero pecca contro Dio, di cui non
vuole riconoscere l’autorità, rifiutando di adempirne il
comando; pecca contro la persona che gli è unita, perché
non le mantiene la data fede; pecca contro se medesimo, perché
si macchia l’anima e il corpo; pecca contro i figli legittimi che
danneggia; pecca contro il complice medesimo dell’adulterio,
essendogli cagione od occasione di peccato… .
«Non sapete, o adulteri, che
l’amicizia di questo mondo è nemica di Dio?» (IACOB. IV,
4). Il mondo è adultero; amare il mondo è un adulterio
spirituale; chi consacra l’anima sua al mondo, la ruba a Gesù
Cristo sposo delle anime…
Il Signore
nell’antica legge ordinava che l’adultero fosse lapidato; per bocca
del Savio dice che sarà punito su la pubblica piazza; che si
darà alla fuga come puledro scavezzato, ma sarà
sorpreso là dove meno si pensa; sarà disonorato nel
cospetto di tutti; lascerà la sua memoria in maledizione, e la
sua infamia non sarà cancellata (Eccli. XXIII, 36). I
castighi che piombano su Davide e la sua famiglia, a cagione del suo
adulterio, sebbene da lui con amarissima penitenza espiato, bastano a
darci un’idea di quello che deve aspettarsi dalla giustizia divina
l’adultero impenitente.



2. AVVILIMENTO
DELL’IMPUDICO. – Una viva immagine dell’abbrutimento e della
degradazione del lussurioso ce la fornisce il figliuol prodigo del
Vangelo, il quale si mise al servizio di un padrone e fu mandato a
pascolare i porci (Luc. XV, 15); assai più vile di un
gregge di maiali è la folla dei pensieri immondi, dei
disonesti affetti, delle lubriche voglie che egli accoglie e
custodisce nella sua anima. Ecco la sorprendente ma giusta
metamorfosi del libertino e del suo stato! ecco il castigo inflitto
alla sua licenza ed alla sua folle libertà! Colui che aveva
rifiutato di essere devoto figlio di nobilissimo e generoso padre, si
vede costretto a diventare schiavo di uno straniero, di un incognito,
di un tiranno. Ecco l’impudico… respinge l’autorità di Dio,
rifiuta di obbedirgli; non vuole rimanere con lui ed eccolo obbligato
a servire il diavolo più che da schiavo. Il prodigo non volle
abitare nel palazzo del padre, e cacciato alla campagna tra il
servitorame più abbietto, abbandonato alla fame, alla sete,
alla nudità. Non volle avere per compagni di tavola e di casa
il padre ed il fratello, è condannato a dividere il cibo e
l’alloggio coi porci. Ebbe a nausea il pane e le eccellenti vivande
della casa paterna, ora si stimerebbe fortunato se potesse empirsi
dei miseri avanzi di schifosi animali! (Luc. XV, 16). «Che
crudele, desolante condizione è mai questa, esclama il
Crisostomo, non poter nemmeno mangiare del cibo dei porci, dovendo
vivere coi porci! (Serm. I)». Ecco dove va a finire il
lussurioso!
S. Paolo ci avverte
che Dio abbandona gli impudichi in balìa ai desideri Immondi
dei loro errori, alle ignominiose voglie della carne, affinché
vituperino se medesimi nei loro corpi; finché disperando della
loro salute, si abbandonano ad ogni sorta di più laida
dissolutezza (Rom. I, 24-26), (Eph. IV, 19); e si
avvoltolano nel brago delle più schifose dissolutezze,
appunto, dice S. Pietro, come un porco che si tuffa nel fango (II
PETR. II, 22), e mettono, dice S. Giuda, in mostra le loro
turpitudini (IUD. 13).
Non c’è vizio
più ributtante, più vergognoso, più degradante
dell’impudicizia; a ragione S. Pietro raffigura l’impudico nel porco.
Perché: 1° egli ama le cose sporche…; 2° è
nei suoi portamenti sordido e stomachevole…; 3° si delizia, a
somiglianza dei maiali, del fango e della mota…; 4° il porco
non guarda che alla terra, non si occupa che del ventre, si corica
sul suolo, non è che un informe massa di carne; non
diversamente è dell’impudico…; 5° il porco è
senza riconoscenza anche verso il suo padrone; il lussurioso non
perde egli forse ogni sentimento e discernimento?… In lui si avvera
l’imprecazione di David: «Copri la faccia loro d’ignominia»
(Psalm. LXXXII, 15).
«Il dissoluto,
scrive S. Eucherio, non si differenzia punto dalle pecore o dai
porci, perché mette i suoi piaceri negli sfoghi carnali; fa
suo dio della propria carne e volge in argomento di sua gloria quel
che in lui vi è di più vergognoso (Epist.)».
La stessa cosa già scriveva S. Paolo ai Filippesi: «Il
cui dio è il ventre e la gloria nella propria vergogna»
(III, 19). Anche Clemente Alessandrino lasciò scritto che gli
«uomini lussuriosi guazzano nelle loro turpitudini come i
lombrici nella melma. Sono uomini porcini, poiché i porci
preferiscono la loia all’acqua chiara (Exhort. ad Gent.)».
Si legge nella vita di S. Ignazio
di Loyola, che per correggere un libertino il quale portavasi in una
casa di mal affare, egli si tuffò un giorno nell’acqua, e
quando vide passare di là quell’infelice, gli disse: Va’,
sciagurato, ai tuoi disonesti piaceri; non vedi la rovina che ti
minaccia? Io mi sono imposte dure penitenze, per allontanare dal tuo
capo i fulmini divini che stanno per incenerirti.
La voluttà è
giudicata da S. Gregorio Nazianzeno l’alimento di tutti i vizi, l’amo
a cui facilmente restano colti gli animali vili ed abbrutiti (In
Tetract.
).

Perciò il
Crisostomo afferma che se potessimo vedere 1’avvilimento, la
degradazione dell’anima di un lussurioso, preferiremmo un fetido
sepolcro a un tale stato (Homil. XXIX, in Matth.); il profeta
Abacuc piangeva su la sorte di coloro che fanno intorno a sé
mucchi di spesso fango (II, 6). E questi mucchi figurano, dice S.
Gregorio (lib. VI, Moral.), i desideri, le voghe, gli sfoghi
d’una laida concupiscenza; da questo fango, il Salmista pregava Dio
che lo preservasse (Psalm. LXVIII, 15).
Che cosa vi è
di più corrotto e di più laido, domanda
l’Ecclesiastico, del pensiero della carne? ogni pane, anche il
più cattivo, riesce buono al fornicatore (XVII, 30), (XXIII,
24). E non è forse vero che all’uomo abbrutito
nell’incontinenza fa gola qualsiasi creatura? Sia bella o brutta,
povera o ricca, pulita o sozza, giovane o vecchia, egli non guarda
pel sottile; purché lo serva ai suoi brutali sfoghi, d’altro
non gl’importa; appunto come un affamato dà di morso in
qualunque tozzo di pane, comunque nero, muffito o duro, gli capiti
tra mano.
S. Bernardo osserva
che gli uomini carnali non hanno un cuore di uomo, perché
avendolo tutto imbrattato nelle vergognose passioni, è
cambiato in cuore di bestia. Ed applicando a loro quelle parole del
Salmista: «Il mio cuore si è liquefatto come cera in
mezzo alle mie viscere» (Psalm. XXI, 14), dice: «Il
loro cuore fuso al fuoco della passione carnale, esce dal suo luogo e
cade nel fango, altro più non gustando che la passione, tutto
confondendo, corrompendo e degradando, cambia l’affetto naturale e
legittimo dell’amicizia in un appetito bestiale e sregolato; brama
ciò che è illecito, ignominioso e vergognoso perfino
alla carne stessa; dimentica a tal punto la sua antica grandezza e
nobiltà di figlio di Dio, che quelli ch’egli corrompe e coloro
che corrompono lui, non lo credono ornai più altro se non un
luogo di pubblica prostituzione, la sede naturale della lussuria.
Infelici, mille volte infelici coloro che soffocando la voce della
ragione e della coscienza sono discesi a tanto avvilimento, che più
no e stimano e prostituiscono a Satana quell’anima che creata da Dio,
apparteneva a Lui, ed essi ne hanno fatto la dimora e il trono del
diavolo, la sentina di tutte le sporcizie, la fogna di tutte le più
infami debolezze» (De nat. et dign. amoris, c. I).
Con tutta ragione
pertanto Eusebio sentenzia che la lussuria abbassa e degrada l’uomo
al disotto delle bestie (In Chronic.); S. Pier Crisologo
afferma che l’impudico «muore alla virtù cresce ai
vizi oscura la sua gloria, seppellisce la sua riputazione e vedrà
la sua follia crescere fino al furore (Serm.)». Ah sì!
bisogna dire col profeta che l’uomo, posto in alto stato, non ha
compreso il suo destino, si tenne uguale ai giumenti e divenne simile
a loro (Psalm. XLVIII, 12); si corruppe e diventò
abominevole (Psalm. XIII, 1), perciò Dio li ha
abbandonati all’ignominia eterna (Psalm. LXXVII, 66).
L’uomo impuro, dice
S. Agostino, invece di spiritualizzare il suo corpo, abbrutisce e
materializza l’anima sua (De Morib. Eccl.), e ne
forma il covo prediletto del demoni i quali amano di stare nei
lussuriosi più che in altri peccatori; come si vede figurato
in quel fatto del Vangelo dove si narra che i demoni, scacciati dal
corpo di un ossesso, chiesero in grazia a Gesù Cristo che li
confinasse in un branco di maiali che stavano pascolando là
vicino (MATTH. 31-32).
Quando un anima disprezza la
gloria e la grandezza a cui era chiamata, allora alla riputazione
succede lo scandalo e la follia; alla gloria, l’ignominia; alla
ricchezza, la miseria; la grazia cede il luogo all’odio; il
rispetto, al disprezzo; il guadagno, alla perdita; l’intenzione
è corrotta, basso e vile il pensiero, disonesta l’azione…
Osservate l’avvilimento, la degradazione in cui cadde e giace
quell’adultero, quella donna, da trivio, quella giovane spudorata. O
Dio, come mettono schifo e ribrezzo non solo agli altri, ma ai loro
medesimi corruttori! Il demonio medesimo, dopo di averle macchiate,
le canzona, le disprezza, le calpesta. Obbrobrio della società
e della famiglia esse si vedono fatte ludibrio agli scherni degli
uomini e all’indignazione di Dio; sono la favola dl tutto il
mondo, derise dal cielo, dalla terra, dall’inferno, in uggia e
abominio a se stesse…
Donde può mai venire, domanda S.
Bernardo, quella così grande e cosi miserabile abiezione, per
cui una creatura così bella e nobile, capace dell’eterna
beatitudine e del godimento di Dio; un essere creato a immagine di
Dio, riscattato col sangue di un Dio, adottato dallo Spirito Santo,
dotato della fede, nutrito di un Dio, fatto per Iddio e per
l’immortalità; donde può mai essere, dico, che
una tale creatura non arrossisca di tuffarsi e di vivere nella
corruzione della carne e del sensi? Ah! è questa una giusta
punizione dell’avere abbandonato uno sposo quale è Gesù
e di avere amato simili nefandezza; giusta punizione, il bramare i
rifiuti degli animali e non averli! Giusto castigo, per questo
orgoglioso che preferì custodire questi animali, anziché
rimanersi nella casa del padre suo! O stupido lavoro! o sudore male
speso è questo mai col quale l’uomo si consuma intorno a un
cadavere in putrefazione! «O insensati mortali, deh! non amate
quello che amato v’insozza, posseduto vi schiaccia e perduto vi
tormenta (De Convers. Cler.
c. XII)».
Finalmente, anche i
saggi pagani convengono con la Scrittura e coi padri, che
l’impudicizia è cosa laidissima e degradante e vergognosa più
di qualunque altra. Platone e Cicerone, per esempio, dicono che la
voluttà carnale è il nutrimento dei cuori abbietti e
corrotti (De Senect.). Orazio chiama i libidinosi «porci
della mandra d’Epicuro». – La libidine, dice Seneca, è
propria non dell’uomo, ma della bestia (Epist. XLI). Il
filosofo Panezio osservava che l’amore impuro è cosa vile
tanto in colui che ama, quanto in colui che è amato. Poiché
questo amore impuro non fa altro che convertire in putredine il corpo
e quanto si prende in cibo e bevanda. L’oggetto che l’impudico ama di
disonesto amore rimane nella sua memoria come una divinità nel
suo tempio, divinità alla quale egli sacrifica non un toro né
un capro, ma l’anima ed il corpo. Non si rende egli adunque quanto si
può dire abominevole e vile, se per un ignobile piacere di un
istante, si dà in balìa di una carne corrotta, o meglio
si fa schiavo del più lurido dei demoni? (Anton. in
Meliss
.).

3. FUNESTI EFFETTI
DELL’IMPURITÀ: 1° I tormenti. – Il primo dei
funesti effetti dell’impudicizia è di accendere nel cuore e
nelle ossa del libidinoso un fuoco che lo cruccia, lo cuoce, lo
divora: perché come una fiamma che si apprende al solaio di
una casa, scoppia ben presto in vasto incendio che consuma tutta la
casa con tutto quello che si trova in essa, così l’impurità,
appigliatasi ad un’anima, divampa, se tosto non è spenta, in
tale incendio, che nell’uomo non vi rimane più nulla d’illeso,
né mente, né cuore, né sensi, né membra.
Inoltre, come il fuoco si dilata di casa in casa, finché
riduce in cenere un’intera città, così la fiamma
libidinosa facilmente si stende da uno o da più a molti e
diventa, un focolare d’incendio. L’impurità è poi
ancora un fuoco, perché vicina al fuoco dell’inferno.
L’inferno alimenta questo fuoco e questo fuoco popola l’inferno.
Sodoma accesa di fuoco impuro, è divorata dalle fiamme di un
fuoco disceso dal cielo.
«Il fuoco delle
passioni divora la gioventù », dice il Salmista ­
(Psalm. LXXVII, 63), e «la fiamma impura si accende tra
i dissoluti e finisce per incenerirli» (Psalm. CV, 19).
«L’impurità, dice Giobbe, è un fuoco che non si
spegne se non quando più nulla vi resta da consumare»
(IOB. XXXI, 12). Su queste parole, così scrive S. Gregorio
«Che cosa è la passione impura, se non un fuoco e che
cosa sono i pensieri disonesti, se non paglia? Ora chi non sa che una
scintilla gettata nella paglia, in poco tempo incendia un intero
pagliaio, se non si spegne subito?» (In Iob.).
«L’impurità,
dice S. Ambrogio, è un fuoco crudele che non cessa mai un
istante; brucia notte e giorno e la sua vampa toglie perfino il
sonno» (In Psalm. I). «O lussuria, fuoco
infernale esclama S. Gerolamo, la cui materia è la gola, la
cui fiamma è l’orgoglio, le cui scintille sono i
discorsi disonesti, il cui fumo è la follia e il termine è
l’inferno! (In Epist.)». Poiché, come dice S.
Agostino, «quel che diletta passa, ma quel che tormenta e
strazia dura in eterno (Confess.)».
«O impudichi, esclama Isaia ecco che voi
accendete il fuoco e, cinti di fiamme, camminate al loro bagliore e
in mezzo all’incendio da voi acceso» (ISAI. L, 11).
S. Gregorio vede in
quella caldaia bollente di cui parla Geremia (I, 13), il cuore del
lussurioso infiammato di voglie carnali, acceso da Satana, scaldato
dal consenso; escono da questa caldaia infocata, come tanti sprizzi,
i desideri di abbandonarsi ad opere nefande (Moral. lib.
XVIII, c. 11).
«L’anima impura
è figurata in una caldaia bollente, dice S. Tommaso: 1° a
cagione del fuoco della concupiscenza; 2° a cagione delle azioni
brutali; 3° per la nerezza della macchia. Essa è poi
riscaldata: 1° dal furore di un cieco amore; 2° dal fuoco
della collera e del litigio; 3° dal fuoco dell’inferno» (De
Peccat.). Ed ecco perché Osea paragona gl’impudichi ad
un forno acceso (OSE. VII, 4); e la Scrittura parlando dei vecchioni
incontinenti che attentarono alla pudicizia di Susanna, dice che
furono investiti dalle fiamme della concupiscenza (DAN. XIII, 8).
Il demonio si unisce
alla passione e tutti e due fanno a gara per soffiare nel cuore del
dissoluto il desiderio del peccato; essi gridano del continuo ai
sensi e alle creature: Portate, portate… «Di tal natura sono
i piaceri sensuali, dice S. Gregorio, che mentre non si hanno, ci
accendono di desiderio; appena gustati, ce ne sentiamo ristucchi e
nauseati. Per contrario i piaceri spirituali, finché non si
hanno, ci dispiacciono; ma appena assaggiati, stimolano l’appetito e
tanto più ardentemente si desiderano, quanto più
copiosamente si godono (Homil.)». Il desiderio delle
cose spirituali, osserva il medesimo papa, rallegra, l’appetito delle
carnali tormenta; questo è abbietto e vile, quello nobile e
grande. I piaceri della carne presto saziano e la sazietà
genera nausea; ma quelli dello spirito saziano senza disgusto e la
sazietà sollecita il desiderio; perché quanto più
si gustano, tanto più si conoscono e si amano. Perciò
non può amarli chi già non li prova, perché non
ne conosce le dolcezze. I diletti corporali escludono quelli
spirituali e ne tolgono perfino il senso (Homil.).
Danni
spaventosi
. – Un altro effetto, non meno deplorevole del primo,
produce la libidine, col togliere ogni sorta di bene nell’anima e nel
corpo della sua vittima: «Non vi può rimanere niente di
salvo e intatto, dice S. Cesario, in colui che è investito dal
fuoco della concupiscenza (Homil.)». «E tutti
coloro, dice Salviano, che cadono e rimangono nel fango delle
lubriche passioni, si seppelliscono sotto le loro medesime rovine»
(Lib. ad Ecclesiast.). E infatti, non si dice forse del
figliuol prodigo, figura e modello dell’impudico, che andato in paese
lontano, diede fondo ad ogni sua sostanza e fu indotto sul lastrico
dalla sua vita di libertinaggio? (Luc. XV 13).
Questa è la sorte che tocca
ai libertini di professione. Fanno getto di tutti i doni di natura e
di grazia…: perdono la carità ed ogni sorta di virtù…
Questo vizio acceca l’intelligenza, cosicché non si conosce
più né Dio, né la virtù… Spegne la
memoria della legge e dei benefizi di Dio… Indebolisce la volontà
e la deprava a tal punto, che si preferisce il vizio alla virtù,
la voluttà alla ragione, la creatura al Creatore, la carne
allo spirito, il rimorso alla pace, la terra al cielo, il demonio a
Dio, la morte alla vita, l’inferno al paradiso, il sommo ed eterno
male al sommo ed eterno bene. Si svestono le insegne di Gesù
Cristo e s’indossa la livrea di Satana…
Il voluttuoso diventa stupido,
sconsigliato, avventato, senza ragione, senza spirito, senza cuore,
senz’animo… Tutte le forze dell’anima e del corpo, destinate a
servire il Creatore, sono da lui sciupate dietro la creatura, la
concupiscenza, i piaceri del senso. Disprezza i doni del senso.
Disprezza i doni della grazia, calpesta le promesse del battesimo; la
nobiltà scompare sotto il fango, e l’attitudine spirituale
alle grandi cose ed alle sublimi virtù è spenta.
Udite come parla S.
Cirillo: «Per la voluttà la carne si corrompe, il vigore
dell’animo è fiaccato, l’ardore dei vizi imbaldanzito; il
giogo delle virtù diventa intollerabile; le passioni entrano
nel cuore e lo splendore della ragione si oscura. La voluttà
ha prostrato Sansone prodigio di forza, ha abbattuto Davide modello
di santità, ha sedotto Salomone oracolo di sapienza. La
voluttà avvelena col soffio di dragone; invita tutta dolce,
penetra tutta soave, s’impadronisce da assassino e distrugge ogni
cosa (Homil.)». «L’impurità, continua S.
Cipriano, è rabbia venefica, incendio della coscienza, madre
del1’impenitenza, rovina del1a più bella età, onta del
genere umano, nemica giurata del sangue e della famiglia (Lib. de
bono pudic.
)».
«L’incontinente,
come già notava il Savio, non rispetta né il principio
della vita, né la santità del matrimonio (Sap.
XIV, 24). Né v’è da stupire; poiché, come volete
che rispetti ancora qualche cosa questa gente la quale è
zimbello di un vizio tale che, come dice S. Bonaventura, schianta
perfino le barbe di ogni virtù (In Specul) e, secondo
S. Agostino, non lascia nemmeno più pensare all’avvenire ed ai
novissimi (Confess.), e per testimonianza di S. Ambrogio, fa
traviare dalla retta fede? (Epl. XXXVI ad. Sabin.).
A buon diritto S.
Basilio chiama la libidine: «Amor del diavolo che trae a morte;
madre del peccato, nutrice del verme che roderà in eterno
(Exhortat. ad Baptis.)». S. Giovanni Damasceno la
chiama: «Metropoli di tutti i mali (Lib. Paral. c.
XXVIII)» ; e S. Ambrogio: «Semenzaio e origine di tutti i
vizi (Epistola XXXVI ad Sabin.)». S. Remigio poi si
spinse fino ad asserire che la maggior parte dei reprobi si trova
all’inferno a cagione di questo vizio (De Impurit.).
Su questo versetto
dell’Esodo – «La terra li ha divorati» (XV, 12),
così scrive Origene: «Se vedi una persona abbandonata ai
piaceri del senso, una persona nella quale l’animo non ha più
impero, ma che è dominata dalla lussuria, di pure che la terra
l’ha divorata e ben presto la inghiottirà l’inferno (In
psalm. Homil.
)».
La lussuria è
una catena che mette l’anima in balìa del corpo, che la
vincola e l’assoggetta per tal modo alla carne, che non ascolta più
altri che il corpo, non vive se non di lui e per lui, e diventa, come
lui, materia e fango. Questa verità conobbero e confessarono.
anche i pagani. Euripide cantava che la massima delle pazzie è
l’incontinenza (LAERTIUS); era detto di Antistene, che preferiva di
divenire pazzo piuttostochè voluttuoso; perché può
bene un medico guarire talora un pazzo, ma quando la libidine si è
impossessata di un’anima, diventa un male quasi incurabile (Anton.
in Meliss
.).
L’effeminatezza dei
Romani fu, per testimonianza di Tito Livio, la cagione delle loro
sconfitte sotto Annibale, perché ne aveva indebolito le forze
e spento il cuore (Histor. Rom.). Cicerone riporta come
sentenza di Archita tarentino, non esservi al mondo peste né
più pericolosa né più funesta della voluttà.
Da lei i tradimenti della patria, i rovesciamenti dei troni, le
guerre delle nazioni; non darsi misfatto o delitto al quale la
libidine non spinga. Quanti avvelenamenti! quanti infanticidi! quante
risse! (De Senect.).
I piaceri carnali hanno per
conseguenza malattie, febbri, piaghe, mali di ogni sorta, perciò
Claudiano dava per avviso: «Di tenere chiuso il cuore
all’incantevole voce della voluttà carnale, poiché chi
le dà retta, si compra la propria rovina per mezzo del
dolore».
La lussuria toglie all’uomo
l’ingegno, il giudizio, la forza fisica e morale; uccide la ragione,
abbrutisce l’uomo. Quest’abominevole passione ubriaca i sensi,
indebolisce la vista, altera i lineamenti del volto, mena a precoce
vecchiaia, distrugge ogni buona disposizione, fiacca il coraggio e
rende, in una parola, simili a quelle statue che hanno occhi,
orecchi, piedi e mani, e intanto non vedono, non odono e non fanno
nulla. Inoltre, distrugge il buon nome, fa schiava la volontà,
incatena i buoni desideri, istupidisce i sensi e fa dell’uomo un
animale di infima specie. Questa passione è un delirio
dell’anima; una ubriachezza in cui si perdono le ricchezze, la
nobiltà, la dignità, la fama, la santità, la
vita, la pace, la tranquillità, la felicità, l’anima,
lo spirito, il cuore, il tempo, l’eternità…
Lo
scandalo
. – Il terzo effetto dell’impurità è lo
scandalo che ne deriva. «La terra è macchiata dalla
lussuria, è infetta dalla prostituzione» (Psalm.
CV, 37). Il voluttuoso è macchiato e macchia gli altri, egli
manda un fetore di morte che uccide, secondo l’espressione di S.
Paolo (II Cor. II, 16). L’impudicizia corrompe tutto dove
essa penetra; è uno scandalo dovunque si mostri, sia nei
conviti, sia nei festini, sia nei balli, sia nei teatri, sia nelle
conversazioni, sia nelle veglie, sia nella solitudine, sia nei
cattivi libri… Non vi è scandalo peggiore dello scandalo che
dà l’impudico; egli scandalizza in tutto e dappertutto. Per
lui non vi è nulla di santo, niente di sacro; non rispetta né
l’innocenza, né l’età, né il sesso, né
la debolezza, né le lagrime, né il tempo, né il
luogo, nemmeno le cose e le persone sacre.
Ecco il quadro che
degli impudichi scandalosi ci ha tracciato la Sapienza. «Essi
dissero, folleggiando nei loro storti pensieri: Corto e tedioso è
il tempo di nostra vita e non vi è riparo per l’uomo dopo il
suo fine e non vi è, che si sappia, chi sia tornato
dall’inferno. Noi siamo nati dal nulla e saremo come se non fossimo
stati mai, perché il fiato delle nostre narici è un
fumo; la loquela è una scintilla che viene dal movimento del
nostro cuore: spenta questa, il corpo nostro sarà cenere e lo
spirito si dissiperà come un’aura leggera e la nostra vita
passerà come la traccia di una nuvola e si scioglierà
come nebbia battuta dai raggi del sole e sciolta dal calore di
esso… Su via dunque, godiamo dei beni presenti e serviamoci in
fretta delle creature, finché siamo giovani. Coroniamoci di
rose prima che appassiscano, non vi sia prato per cui non passeggi la
nostra lussuria. Non vi sia nessuno di noi che non partecipi alla
nostra lubrica vita, lasciamo per ogni dove le tracce della nostra
dissolutezza, ché questa è la nostra porzione e la
sorte nostra… Così hanno pensato e sono caduti in errore;
perché la loro malizia li ha accecati» (Sap. II,
1-10, 21).
Rapire l’onore, l’onestà, la salute, la
felicità, la vita alle vittime dei suoi sfoghi brutali è
per il lussurioso un nulla, una galanteria. Ah! quanto è vera
la sentenza di S. Cirillo, «che la furibonda lussuria non vede
nulla perché è cieca (Homil.)».



L’accecamento.
– Queste parole di S. Cirillo non solo ci spiegano i tanti scandali
che seminano i lussuriosi, ma ci svelano ancora il quarto effetto
dell’impudicizia, che è l’accecamento, effetto già
avvertito da S. Paolo: «L’uomo animalesco non capisce nulla di
ciò che appartiene allo spirito di Dio; poiché questo
egli tiene per follia e non lo può capire» (I Cor
II, 14).
Il voluttuoso ha occhi, ma non
vede, ha mente, ma non comprende, perché e quelli e questa
sono per l’impurità divenuti una massa di carne. Egli è
come uccello che si lascia invischiare nella pania, o pesce che morde
nell’amo. Esso gode quando, non vedendo l’amo, ingoia l’esca; ma
quando il pescatore comincia a tirarlo, si sente prima straziare le
viscere, poi cavare e gettare fuori dell’acqua che è
l’elemento di sua vita; e così quel cibo ingannatore che
formava poco prima la sua delizia, si è fatto causa della sua
morte e della sua distruzione. Viva immagine della sorte che tocca al
lussurioso!…
Non c’è vizio che tanto oscuri la
ragione, quanto il nefasto vizio dell’impudicizia. Essa è la
madre e la nutrice della frivolezza, dell’incostanza, della
precipitazione, dell’imprudenza, dell’amore di sé, dell’odio
di Dio, del desiderio sregolato della vita presente, dell’orrore
della morte e del giudizio… Dove trovare accecamento simile a
quello di quei giovani i quali si vituperano, corrono mille
avventure, affogano in un mare di pene, vanno incontro a un’infinità
di disgusti, distruggono il loro avvenire, per un momento di
follia?… Accecamento prima della passione, per studiare il modo di
appagarla… Accecamento nel soddisfare la passione… Accecamento
dopo sbramata la passione, per stordirsi e giacere nel disonore e nel
delitto…
La
schiavitù
. – Se per sentenza infallibile di Gesù
Cristo, chiunque si fa reo di un peccato, si rende per ciò
schiavo del peccato (IOANN. VIII, 34), ognuno può, da quanto
si è detto delle conseguenze della disonestà, rilevare
in quale dura e infamante schiavitù essa trae i suoi amanti.
Il prodigo del Vangelo, che ridotto alla miseria dalle dissolutezze,
si fa schiavo di un padrone duro e spietato il quale lo condanna ad
abitare e mangiare coi porci, è una sbiadita immagine della
triste schiavitù in cui cade il disonesto.
Egli è come quel cieco giumento che gira
continuamente attorno ad una macina essendo l’impudicizia la catena e
la prigione dell’anima. E la sciagurata vittima della lussuria non è
forse continuamente affaccendata, non corre notte e giorno, non
parla, non supplica per soddisfare la sua vile e animalesca
inclinazione?… Schiavo della più infame delle passioni,
schiavo della creatura che egli ha sedotto o da cui fu sedotto;
schiavo dei suoi capricci; schiavo di quanto in lui vi è di
più vile; schiavo del demonio…; non è questa la più
ignobile, la più obbrobriosa, la più degradante delle
schiavitù?
«O miserabile
servitù, esclama S. Agostino, miserabile schiavitù, è
quella della lussuria! Lo schiavo dell’uomo, stanco dei duri
trattamenti del suo padrone, può talvolta sottrarsi con la
fuga; ma dove può mai rifugiarsi, per ricuperare la sua
libertà, lo schiavo dell’impudicizia? Dovunque vada, vi
trascina se stesso» (Tract. XLI).
«La carne, dice
S. Bernardo, è lo strumento, o piuttosto la fune, con cui
Satana arresta e lega il disonesto» (Serm. XXXIX). Il
demonio se ne fa suo zimbello, ora lo spinge, ora lo ferma, lo
conduce dove a lui talenta, per le spine, i sassi, i bronchi, nei
burroni, nei precipizi. Lo fa cadere e ricadere, finché il
vizio diventa abitudine e l’abitudine una necessità che lo
tiene tra le sue morse, come schiavo tra i ceppi, secondo
l’osservazione di S. Agostino: «La consuetudine cui non si
resiste, si cangia in natura (Lib. Confess.)». Il
lussurioso non ha più volontà propria, l’ha mancipata
alla passione; e siccome senza volontà non si può fare
nulla, perciò egli rimane stordito nella sua dura schiavitù
i cui ceppi gli vengono ribaditi.

4. I PIACERI DELLA
CARNE SONO COSA DA POCO, PIENI DI AMAREZZA E DI MOLESTIE. – L’uomo è
fatto per Iddio e nessuna creatura può appagarlo; il suo cuore
è insaziabile perché è quasi immenso nei suoi
desideri; solo Iddio, come bene immenso ed infinito, può
appagarli. «Può bene, dice S. Bernardo, l’anima
ragionevole occuparsi di mille oggetti, ma nessuno non può
riempirla (Serm. in Cant.)». Se ciò è vero
in quanto ad ogni sorta di beni, di piaceri, di gioie che l’uomo può
ricavare dalla terra, dal mondo, dalle passioni, è più
che mai evidente se si applica ai piaceri che il disonesto trae dalla
carne. Che cosa resta infatti all’incontinente, dopo lo sfogo della
sua passione?.. Perché cerca avido nuovi godimenti?.. O come è
povera la voluttà! Non può nutrire né l’anima,
né la mente, né il cuore e intanto stanca e uccide il
corpo; scava un abisso spaventoso nell’interno dell’uomo. Ecco tutto
il guadagno!
Che cosa trova l’uomo nei piaceri
carnali? V’incontra la viltà e la miseria…, l’inutilità…,
l’insaziabilità…, la brevità… l’instabilità….
la falsità…, l’insensibilità…, l’infedeltà…,
il disinganno…, l’incertezza…, un monte di croci.
«La voluttà
è tanto poca cosa, dice Seneca, che svanisce l’istante
medesimo in cui si gusta; tocca già al fine, quando è
appena cominciata (De vita beata, cap. VII)». Ma
pensate, dice S. Agostino, che «se momentaneo è ciò
che diletta, eterno sarà quello che tormenta (Homil.
CCL)».
Se per ogni peccato,
come osserva S. Bernardo, il godimento passa e più non torna,
ma l’affanno rimane e più non parte (Serm. in Cant.);
tanto più questo si avvera nel peccato dell’incontinenza.
Quindi nei piaceri carnali succede al voluttuoso il rovescio dei suoi
desideri. Egli vorrebbe che il diletto rimanesse sempre e non
mescolato di angoscia e questo non ha luogo. Vorrebbe che la
melanconia e l’affanno non venissero mai a intorbidare il godimento,
ed essi sono sempre alle porte del suo cuore per cacciarne il piacere
non appena vi ha posto piede. Vorrebbe la soddisfazione della carne
senza la punizione del peccato, e prova il castigo senza gustare il
piacere. Infatti la suprema giustizia di Dio non si regola, né
può regolarsi a norma dei colpevoli desideri del dissoluto.
No, Dio non consulta, per punire giustamente, i voti e i disegni del
lussurioso, che sono così ingiusti. Impudico, tu brami adunque
piaceri eterni senza mistura di amarezza; ma sappi che non ti sarà
mai dato di trovare ciò nelle tue passioni. Soffoca le tue
passioni e allora l’avrai ucciso l’affanno; ritorna a Dio con animo
ravveduto e sincero e vedrai pienamente soddisfatta la tua voglia di
veri piaceri ed eterni. Questo desiderio di godere sempre dei
piaceri, afferma che il tuo cuore è fatto per Iddio. Quello
che nella voluttà solletica e blandisce, presto scompare;
quello che è triste, amaro, vergognoso e pungente viene di
galoppo e rimane. Questa è giustizia… «Osservate, dice
Platone, la differenza che vi passa tra la virtù ed il vizio:
all’effimera dolcezza del!a voluttà, succede una pena
continua, dolori ed ansietà perpetue; alle corte e lievi pene
della virtù succedono la pace e la felicità eterna»
(Lib. de Republ.).
«Me infelice!
esclamava Gionata, ho appena gustato un po’ di miele, ed eccomi
condannato a morte » (I Reg. XIV, 43). Non cessino mai
queste parole dal risonare nelle orecchie dei disonesti e se ne
facciano l’applicazione. Sì, la voluttà spreme su le
labbra dell’impudico una sola stilla di miele, per poi affogarlo in
un mare di fiele; mentre nella purità una leggera amarezza si
perde ben tosto in un oceano di dolcezza… «Un istante di
voluttà, dice S. Agostino, prepara all’anima infelice un
obbrobrio ed un tormento eterno (Homil. CCL)». «E
stoltissimo, dice San Cirillo, colui che si uccide col piacere e
tanto più grande è la sua stoltezza quanto più
irreparabile è la sua rovina (Cathech.)». La
dolcezza del piacere carnale è la lubricità del verme
che si pasce della corruzione (IOB. XXIV, 20); e ai lussuriosi si può
applicare quel detto di Osea (OSE. X. 13) Voi avete mangiato il
frutto di menzogna; perché la concupiscenza promette la
felicità è non dà che tormenti; è una
sirena incantatrice che attira, ammalia, addormenta, per divorare.
«La voluttà,
dicono i Proverbi, distilla il miele su le labbra, ma in fondo
alle viscere diventa assenzio e le strazi a come spada a doppio
taglio» (Prov. V, 3-4.). Come queste parole piene di
verità si adempiono esattamente nei disonesti! L’amarezza di
quest’assenzio e la punta di questa spada, si sentono dai lussuriosi
nelle loro malattie, nella perdita della fortuna, della sanità,
del riposo, della tranquillità; nella confusione. nel
disonore, nei rimorsi, nei litigi, nelle risse, nelle noie, nei
dispiaceri, nel pianto, nella disperazione, nella morte, nella
condanna, nella eterna riprovazione che li aspetta.
La dissolutezza
avvelena la vita, abbrevia i giorni; è un piacere pernicioso,
simile al frutto di cui Dio aveva proibito ad Adamo di mangiare,
sotto pena di morte (Gen. II, 17). La concupiscenza, il
demonio, il mondo dicono, come Satana al primo uomo: Vana paura;
invece di morirne, se gustate di questa dolcezza, sarete felici come
Dio (Ib. III, 4-5). Maledetta concupiscenza! tu prometti al
disonesto diletti e gioie, ma se questi ti dà retta, gliene
deriva disgusto, rimorso, vergogna; sì, egli diventa simile
agli dèi, ma agli dèi delle favole, dèi adulteri
ed infami, dèi corrotti e bestiali, degni idoli dei lupanari.
«O cielo, esclama S. Agostino, quante calamità, quanti
affanni vanno insieme con i piaceri carnali! quante sollecitudini e
angosce non costano in questa vita, senza contare poi l’inferno.
Guardati, o lussurioso, che tu già non sii inferno a te stesso
fin d’ora (In Psalm. CII)».
«Vivo è
il colore delle rose, dice S. Fulgenzio, ma il gambo loro è
irto di spine; bella figura della libidine! ha anch’essa il suo
rossore per l’obbrobrio che fa alla verecondia, ma non si può
toccare senza essere lacerati dalla spina del peccato. E come la rosa
diletta, ma in breve svanisce, così la voluttà
solletica un momento, poi fugge per sempre (Lib. Mytabl.
in Omer
.)». Ma fuggendo vi
lascia, nefasta eredità! i germi di perniciosissima malattia,
come scrive S. Leone (Lib. IX, de Quadrag. c. I); o, come dice
S. Pier Damiani, vi abbandona, vittime destinate alla morte eterna,
in balia del demonio, il quale si ciberà di voi come di
ghiottissima vivanda (Epistola).
Nei voluttuosi si
avvera quella minaccia di Dio al popolo d’Israele: «Io li
ciberò di assenzio, li abbevererò di fiele; li
perseguiterò con la spada finché di loro non rimanga
più orma» (IEREM. IX, 15-16). Sì, per i disonesti
tutto si risolve in pena, tormento ed affanno. Le acque dolci dei
fiumi, sboccate in mare, prendono del salmastro; ogni diletto carnale
cominciato nella dolcezza termina nell’amarezza. Non vi sia chi si
lusinghi, avverte il Crisostomo, di cogliere dall’albero della
concupiscenza il frutto del piacere senza sentirsi lacerare e
insanguinare dal rimorso e dall’angoscia; è ciò tanto
impossibile, quant’è impossibile il maneggiare rovi spinosi
senza sentirsene punte le mani (Hom. XLV in Matth.).
A buon diritto
pertanto conchiude S. Cesario, che per l’impudico non vi è
giorno di gioia e di festa, ma sempre roso dal rimorso e
dall’affanno, si consuma di melanconia e di tristezza (Homil.).

5. QUALI SONO LE
PRINCIPALI CAUSE DELL’IMPURITA’ – «La lussuria, dice S.
Bernardo, è il cocchio del delitto, della morte, del demonio,
dell’inferno; poggia su quattro ruote, che sono l’indolenza, la
vanità, la ghiottoneria, l’immodestia; è tirato da due
focosi cavalli, che sono la prosperità e l’abbondanza; vi
siedono poi a cassetta l’indifferenza e la falsa confidenza»
(Serm. XXXIX in Cantic.).
I gradi per i quali si precipita
nell’impurità, sono: 1° il lauto vivere; 2° il bere
troppo; 3° gli spettacoli i quali sono pericolosissimo scoglio
alla castità ed al pudore, perché i più ci vanno
per vagheggiare ed essere vagheggiati; 4° i canti osceni, i libri
cattivi, le pitture disoneste; 5° i regali offerti ed accettati;
6° l’amore eccessivo del riposo; 7° la compagnia dei
dissoluti; 8° i geniali convegni con persone di diverso sesso.
Pensate alla caduta di Sansone, di
Davide, di Salomone e riconoscendo quanto voi siate lungi dalla
fortezza del primo, dalla santità del secondo, dalla sapienza
del terzo, temete e tremate. Pensate se potrete tenervi saldi in
mezzo ai pericoli, voi deboli canne, voi fragili vetri, mentre
caddero di quelli che erano cedri robusti, saldi macigni. L’impurità
è fuoco, non forniamogli alimento.

6. IN QUANTI MODI SI CADE NEL
VIZIO DELLA DISONESTÀ. – Cinque strade mettono al baratro
della disonestà: i pensieri, i desideri, le parole, gli
sguardi, le azioni.
1° I pensieri;
perché i pensieri disonesti allontanano da Dio (Sap. I,
3) al quale sono in abominio (Prov. XV, 26). Infatti, come
dice S. Cesario d’Arles, si sprigiona da essi un tale fetore che al
suo paragone la puzza della più fetida cloaca è un
nulla (Hom. XI).
Dove è il
vostro pensiero, scrive S. Bernardo, vi è il vostro affetto:
se esso si porta a cose brutte, lo Spirito Santo si allontana da voi
e il tempio di Dio diventa il castello del demonio, perché
Satana s’impadronisce di ciò che Dio abbandona. Perciò,
quando si affaccia alla vostra mente un pensiero cattivo, scacciatelo
subito, non acconsentitegli, non lasciatelo entrare nel vostra cuore.
Respingetelo subito e vi lascerà più facilmente. Un
pensiero disonesto genera il piacere; il piacere muove al consenso;
il consenso porta all’azione; l’azione diventa abitudine; l’abitudine
si cambia in necessità; la necessità porta con sé
la morte (De inter. domo, c. XXXIX). Ecco a quale precipizio
conduce un pensiero cattivo!
I pensieri cattivi sono scintille
le quali se non sono spente su l’istante, accendono il fuoco della
concupiscenza che cova nella cenere della carne e suscita un vasto
incendio. Quindi ogni ragione vuole che loro non si dia tregua, ma si
combattano e scaccino inesorabilmente, da qualunque parte vengano,
sia dalle creature, sia dalla nostra propria concupiscenza.
2° Si cade
nell’impurità con i desideri. E chiarissima la sentenza di
Gesù Cristo: «Chiunque guarda una donna per desiderarla,
ha già commesso in cuor suo adulterio con essa» (MATTH.
V, 28). Perciò S. Paolo inculca ai Romani, che non accarezzino
la carne nei corrotti suoi desideri (Rom. XIII, 14).
3° Si va all’impurità
per mezzo delle parole. «La bocca dà di quello di cui
abbonda il cuore», dice Gesù Cristo (MATTH. XII, 34). Un
parlare osceno è dunque segno ed effetto di un cuore impuro.
Ciò nondimeno, quante persone non si fanno leciti d scorsi
disonesti! È per burla, si risponde; ma badate che col peccato
non si burla; la violazione della legge di Dio, lo scandalo del
prossimo non sono cose da burla.
Date ascolto
all’avviso di S. Cesario: «Innanzi tutto, in qualunque luogo vi
troviate, non vi escano mai di bocca parole disoneste o turpi (Homil.
XII)». E di quello che sa di lussuria, non se ne faccia nemmeno
parola, come conviene a cristiani (Eph. V, 3).
4° Si cade
nell’impurità con gli sguardi. Leggiamo nell’Ecclesiastico,
che la persona si conosce negli occhi (Eccli. XIX, 26), e vi
sono tali occhi, dice S. Pietro, che riboccano di adulterio e di
malizia (II, II, 14). Quindi S. Agostino scriveva: «Nessuno
dica che ha l’anima pura, se ha gli occhi impudichi: l’occhio
lussurioso è il segnale di un’anima disonesta, di un cuore
impuro (Epistola CIX. – In Reg. ad Servos Dei)».
Grandissima è la forza
degli occhi per ferire mortalmente l’anima e il cuore. L’oggetto
veduto e tanto più se considerato, passa dalla pupilla
nell’interno dell’uomo, vi stampa la sua immagine la quale vi resta
impressa e come scolpita, anche dopo che l’oggetto non è più
presente e questo non può avvenire senza che se ne generi o
l’amore o l’odio nello spirito e nel cuore… Ah! lo sguardo è
saetta infuocata che penetra nelle midolle del cuore e le consuma.
Davide cadde nell’adulterio e nell’omicidio, perché non fu
vigilante a contenere la vista. Gli occhi sono le guide e le scorte
di Cupido ossia dell’amore impuro: è impossibile che freni la
passione chi non frena gli occhi; il fuoco brucia da vicino, gli
occhi bruciano da vicino e da lontano.
«È cosa
certa, dice S. Bernardo, che quando gli occhi si sono fermati con
compiacenza sopra un oggetto disonesto, l’anima resta subito
macchiata d’impurità, poiché lo sguardo è il
precursore, la guida dell’impudicizia, come le mani e il tatto ne
sono i ministri. Bisogna guardarsi dalle occhiate immodeste, come dal
morso di una vipera (Homil. de legend. Lib.)».
«La morte, dice Geremia, salì per
le nostre finestre e introdottasi in casa nostra, mena strage dei
ragazzi e dei giovani» (IX, 21). Le finestre della nostra
casa sono gli occhi e per essi entra la disonestà nell’anima.
Come non servono a nulla i bastioni e le torri se restano aperte
all’entrata del nemico le porte della cittadella, così tutti i
ripari, tutti i mezzi di difesa che ci fornisce la grazia a nulla
valgono, se teniamo aperte le porte dei sensi a ricevere nell’anima
i pensieri e i desideri della carne. Severissima pertanto ha da
essere la chiusura e vigilantissima la guardia da farsi ai sensi e
principalmente agli occhi, giacché per mezzo loro entra
nell’anima o la vita o la morte. Chi condusse i due infami vecchioni
a desideri nefandi verso la casta Susanna? i loro occhi (DAN. XIII,
8). Il consenso al peccato tiene sempre dietro allo sguardo
volontario… O Dio! quanti dannati nell’inferno per occhiate impure!
Seneca medesimo così
esclama: «O quanto spaziosa e facile strada è aperta
alle passioni per mezzo degli occhi e quanto meglio sarebbe che
fossero strappati, anziché lasciare che vedano cose le quali
corrompono il cuore! Gli occhi mostrano a questo l’adulterio, a
quello l’incesto, a un terzo il potere; ed è fuori di dubbio
che gli occhi sono gli strumenti attivi del vizio, i precursori dei
misfatti» (Lib. de Remed, fortuit.).
5° Si va alla lussuria per
mezzo delle azioni disoneste, sia sul proprio corpo, sia su la
persona altrui; e in tutte queste varie maniere d’impurità vi
è peccato mortale, quando vi si trova la volontà ed il
consenso deliberato.

7. QUANTO SIA DÌFFICILE
USCIRE DALL’IMPURITÀ. – E’ cosa facilissima il
cedere alle seduzioni della voluttà, perché questa
passione si accende più facilmente che la paglia al fuoco; ma
quanto difficile riesce il liberarsene e spegnere gli ardori di tale
incendio! Come dura e laboriosa impresa è quella di
correggersi e uscire da tale cloaca, per chi vi è affogato con
frequenti cadute e con lunga abitudine!
E infatti, chi li
aiuterà a togliersi da tale pantano? Forse Dio? Sì, Dio
è pronto ad aiutarli e a sé li invita con le chiamate
del divino Spirito, ma essendo la vita loro tutta di carne, sono
divenuti carne e l’uomo carnale, ossia animalesco, poco intende la
voce dello spirito (Rom. VIII, 5), (1 Cor. II, 19). «In
essi non è più traccia, dice S. Giacomo, della sapienza
che viene dall’alto, non vi rimane che la terrena,
l’animalesca, la diabolica» (IACOB. III, 15). Ora, si può
sperare che una tale sapienza si pieghi a darsi vinta ai puri e dolci
influssi della sapienza divina?
Forse la vergogna naturale, il
ribrezzo che certe nefandezze provocano negli animi onesti? Nemmeno
questo; perché abbandonati da Dio al furore delle loro malnate
cupidigie, lasciati in balìa al reprobo senso, si spogliano di
ogni rossore, non distinguono più la sconcezza della lussuria
dalla bellezza dell’onestà: sono, come li chiama S. Giuda,
uomini di vita animale, privi di senno (IUD. 19).
Si lasceranno almeno
commuovere e guadagnare alla grazia? Non possono, risponde S.
Bernardo; «perché, come chi ha gustato le dolcezze della
grazia, trova insipidi tutti i piaceri della carne, così chi
trova appetitosi i piaceri del corpo, non sente più nessun
gusto nelle dolcezze, nelle attrattive della grazia (De Convers.
ad Cler.
)».
Sarà il
terrore dei divini giudizi che rimetterà in senno i lussuriosi
e li spingerà a togliersi dal fango? Non ci credete, dice S.
Agostino, perché l’incontinenza distoglie dal pensiero dei
novissimi (Confess.).
Non hanno maggiore
forza su l’animo degli impudichi gli avvertimenti, i consigli, le
ammonizioni; nessuna di queste cose, per testimonianza del
Crisostomo, non può scuotere e salvare dal naufragio l’anima
che affoga nella lussuria (Hom, XLV in Matth.). Anzi, come
osserva S. Cirillo, «il libidinoso invece di accogliere di buon
grado gli ammonimenti, con cui si cerca di strapparlo alla vergognosa
sua condizione, li prende in mala parte (Homil.)». Egli
diventa un impasto di caparbietà, di orgoglio, di accecamento,
di stupidezza, cosicché invano intorno a lui si adopera, e Dio
e l’uomo.
«Colti in
questa diabolica rete di Satana, oh! quanto è difficile e raro
esclama S. Gerolamo, che nel usciamo! (Epist.)». Perciò,
dice S. Tommaso, il demonio si rallegra quando riesce a prendere
un’anima nella lussuria, perché è cosa vischiosissima e
difficilmente si riesce a liberarsene (De peccat.). Questo
vizio è come una palude fangosa in cui, se si estrae un piede,
si affonda l’altro.
Questo spiega perché
Clemente d’Alessandria chiami l’impurità «male
incurabile (Lib. II Paedag. c, ult.)»; Tertulliano,
«vizio immutabile (De Spectac.)» e S. Cipriano
«madre dell’impenitenza (De bono Pudic.)». S.
Dionigi di Chartres afferma che non si trova tra i voluttuosi
abituati, chi abbia dolore del suo peccato perciò quasi tutti
gli impudichi si dannano (In Vita). «E’ quasi
impossibile, scrive Pietro di Blois, che uno riesca a trionfare della
carne, quando la carne ha già di lui trionfato (In Vita)».
Infatti, osserva S. Agostino, «con lo sfogare la libidine, se
ne contrae l’abitudine la quale, a lungo andare, diventa necessità.
La caduta è una catena, la ricaduta e l’abitudine gettano in
prigione, l’abitudine poi, diventa necessità, mura la porta di
questa medesima prigione (Confess.)».
Purtroppo la quotidiana esperienza di tanta
gioventù che si abbandona al vizio e non si ravvede nemmeno
tra il gelo della vecchiaia, è mallevatrice della verità
delle sopraddette sentenze!



8. CASTIGHI E DANNAZIONE
DELL’IMPUDICO. – Bastano a darci un’idea dei castighi che porta con
sé l’impurità i mali e le disgrazie che piombano come
la folgore e la tempesta in capo all’impudico; e quella vita di
nefandezza, di avvilimento di degradazione, d’illusione, d’inganno,
di agitazione, di accecamento, di schiavitù, di rimorso, di
affanno in cui lo vediamo trascinare i suoi giorni. E poi non è
forse il più terribile dei castighi il fatto che Dio li
abbandona ai corrotti appetiti della carne, al reprobo loro senso?
«Deh! non
v’illudete, esclama S. Paolo, Dio non si beffa. L’uomo raccoglierà
quello che ha seminato: chi semina nella carne, raccoglierà
dalla carne, corruzione; chi semina nello spirito, raccoglierà
dallo spirito, vita eterna» (Gal. VI, 7-8). Ed agli
Ebrei ricorda, che Dio farà giudizio dei fornicatori e degli
adulteri (Hebr. XIII, 4). La stessa cosa predica anche Pietro
là ove dice che Dio sa riservare al giorno del giudizio quelli
che devono essere castigati e tra questi sono in prima fila coloro
che si dànno ai piaceri sensuali (II PETR. II, 9-10):
«Iddio, scrive
S. Agostino, fa servire gli stessi peccati ai disegni della sua
giustizia, per modo che quello che è stato strumento di
piacere in mano al peccatore, diviene strumento di castigo in mano a
Dio vendicatore (Confess.)». Il disonesto è dal
Crisostomo paragonato all’indemoniato che non è padrone di se
stesso (Hom. XXIX in Matth.). «Chi fa lega con persone
di mala vita, diverrà sfacciato, dice l’Ecclesastico:
avrà in retaggio la putredine e i vermi; sarà proposto
ad esempio di terrore e di spavento e scancellato dal numero dei
viventi» (Eccli. XIX, 3).
Il più spaventoso castigo
che abbia veduto il mondo, è certamente il diluvio; ora chi
l’ha attirato su la terra? l’impurità del genere umano;
ogni carne si era corrotta e Dio, per purgare il mondo, lo affogò
in un diluvio d’acqua. Chi fece piovere su Sodoma e Gomorra fuoco e
zolfo? l’impudicizia… Chi atterrò i grandi imperi? la
dissolutezza… Donde sbucano la maggior parte delle eresie che
scompigliano la Chiesa di Dio? dal vizio impuro.
Percosso da disgrazie e da castighi nei giorni
della sua vita il lascivo incontra una morte orrenda e spaventosa…;
terribile sarà il suo giudizio…; l’inferno sarà la
sua dimora eterna… Ah sì! l’impurità è un
fuoco che si converte in fiamme eterne e termina nel fuoco
dell’inferno. «I disonesti, scrive il cardinale Gaetano,
portano già in questo mondo dentro se stessi l’inferno e
termineranno con l’andare ad alimentare il fuoco dell’inferno.
L’inferno sarebbe vuoto, cesserebbe, per così dire, la sua
fiamma, quando l’impurità degli uomini cessasse dal fornirle
alimento. La voluttà si cambierà in pece che nutrirà
un fuoco cocentissimo nelle viscere dei lascivi per tutti i secoli.
Oh che infelicità, che sventura prepara mai a se stesso
l’impudico, nel tempo e nell’eternità!».



9. RIMEDI CONTRO
L’IMPURITÀ. – «La voluttà è simile al
cane, osserva S. Giovanni Crisostomo; se lo cacciate, si allontana;
se lo carezzate, più non vi lascia (Homil. XXII
ad pop
.)». Bisogna dunque
scacciare e fuggire questa sirena incantatrice che è
l’impurità, come già ne avvisava i giovani Seneca
medesimo (Ap. Laert. lib. II).
Altro rimedio ci
suggerisce S. Basilio, ed è che si castighi il corpo e si
tenga custodito e domato come animale furioso (Homil. de legend.
lib. gentil
.), malmenando con penitenze e rigori questo nostro
vestimento di carne e di sozzura, come lo chiama l’apostolo S.
Giuda (IUD. 23). Poiché la mortificazione del corpo, dice S.
Basilio, forma la sanità e il vigore dell’anima (Ib.).
Siccome questa
passione invita con le lusinghe, attrae col solletico della felicità
e del piacere, si impadronisce per uccidere e rovina quanto trova
nell’uomo, è necessità non mai porgerle orecchio, non
prestarle fede, non affidarsele, ma diffidarne, temerla,
studiosamente e prontamente fuggirla. «Chi vuole praticare le
virtù, scrive S. Gregorio, e non impedirne il crescere, deve
spegnere in se stesso il fuoco impuro in modo tale che a forza di
vigilanza non se ne lasci mai toccare neppure leggermente»
(Moral.).
Il rimedio, che ci premunisce
contro le fiamme del fuoco impuro, sta nell’averne un grande orrore;
nel non accostarvisi; nel fuggirne più lontano che si può;
e questo si ottiene con la vigilanza e con la preghiera, dicendo
Gesù: «Vigilate e pregate, acciocché non
v’incolga tentazione; perché anche dove lo spirito è
pronto, la carne è debole» (MATTH. XXVI, 41).
Mezzi validissimi a vincere la
voluttà sono: considerare la brevità del piacere e la
lunghezza dei patimenti che vengono dopo; convincersi che la lussuria
è il più pericoloso e mortale nemico dell’uomo e la
causa principale di tutte le sue sciagure; meditare attentamente su
la differenza immensa che passa tra le ricchezze, le consolazioni, le
soavità della grazia, della continenza e la miseria,
l’amarezza, l’angoscia, gli strazi dell’impurità,
dell’incontinenza.
L’umiltà è buon
talismano contro gli incantesimi della lussuria: dove non vi è
umiltà, rarissimamente vi è castità. Adamo per
orgoglio si ribella a Dio, ed ecco tosto ribellarsi a lui la carne;
si vede nudo, arrossisce ed è costretto a nascondersi…
Bisogna che si sottometta a Dio, che a lui obbedisca chi vuole avere
la carne soggetta e obbediente allo spirito…
Per respingere gli
assalti della voluttà, è pure ottima difesa il lavoro.
«La libidine resta fiaccata e spenta dalle fatiche corporali»,
scrive S. Isidoro (De forma bene vivendi); quindi quell’aureo
avviso di S. Gerolamo: «Bada che il demonio ti trovi sempre
occupato al lavoro (Epist.)»; non dimenticare però
di unire al lavoro la preghiera la quale è, come dice S.
Gregorio, «la guardia del pudore (Moral.)».
Finalmente il digiuno, i sacramenti, il pensiero della presenza di
Dio, la divozione alla Vergine Maria, la considerazione dei novissimi
sono tali mezzi che vincono sicuramente e prostrano il vizio
dell’impurità.