I Sacramenti e la loro origine

Sacramenti: Natura-Forma, sacramentali

Mons. Francesco Spadafora. Lo studio dei sacramenti alla loro origine mostra come l’insegnamento perenne della Chiesa cattolica corrisponda a cio’ che narrano i Vangeli

I Sacramenti e la loro origine


di Mons. Francesco Spadafora

Il termine «sacramentum» esprimeva il giuramento prestato dalle reclute al loro ingresso in servizio; indicava pertanto l’impegno che esse assumevano verso la divinità.

Ispirandosi alla «militia Christi», analogia spesso adoperata da san Paolo, Tertulliano applicò per primo il termine «sacramentum» al battesimo, che egli giustamente considera come il giuramento per eccellenza, un impegno, una consacrazione fino al sacrificio di sé. Egli apre in tal modo la via all’adattazione ulteriore del termine, al concetto d’iniziazione cristiana, all’oggetto stesso della promessa battesimale (la fede) e alla sinonimia tra «sacramentum» e «signaculum».

Al pari dell’iniziazione pagana, quella cristiana riveste un carattere, un aspetto simbolico e un’efficacia purificatrice.

Così da san Cipriano in poi sono acquisiti i diversi significati del termine «sacramento»: l’idea di segno e l’idea di santificazione, un segno sacro, perché simboleggia una realtà santa; un segno efficace perché produce, esso stesso, la santificazione dell’anima.

Il sacramento, dunque, è un simbolo efficace di santificazione.

I protestanti, affermando di attenersi alla Sacra Scrittura, rigettarono l’insegnamento della Chiesa cattolica e, in particolare, hanno rivoluzionato la nozione stessa di sacramento. I nostri fratelli separati hanno ridotto i sacramenti praticamente a quello che noi chiamiamo un «sacramentale»: un atto esterno, un segno sensibile, un simbolo, senza efficacia intrinseca. Qualcosa di esterno capace di suscitare in noi qualche buon sentimento, qualche atto di fiducia nei meriti del Cristo; questi meriti ci vengono applicati, coprendo, non cancellando i nostri peccati.

Si tratta, come vedete, di un punto fondamentale della dottrina rivelata. Risaliamo pure alle fonti; studiamo i sacramenti alla loro origine, per rilevare come l’insegnamento perenne della Chiesa cattolica risponda effettivamente ai dati trasmessici dagli apostoli e dagli altri autori ispirati.

Risaliamo all’insegnamento, ai comandi dello stesso Redentore, all’insegnamento e alla prassi dei primi apostoli, di san Paolo, alla vita della Chiesa primitiva.

Ebbene, nel Nuovo Testamento, noi risentiamo con chiarezza, il duplice aspetto costitutivo del sacramento: un segno sensibile e intrinsecamente efficace, veramente santificatore.

Quel che ci interessa rilevare è il secondo aspetto, davvero essenziale: un segno che effettivamente dona la grazia, che opera per se stesso.

Possiamo facilmente renderci conto della divergenza al riguardo tra noi e i nostri fratelli separati, se consideriamo il battesimo dei bimbi. Se questo rito esterno, da sé, intrinsecamente, applica i meriti della redenzione, da sé, intrinsecamente, ci rinnova, ci fa rinascere spiritualmente, donandoci questa partecipazione della stessa vita divina, che è la vita soprannaturale della grazia, allora, è evidente, è logico che il sacramento del battesimo sia conferito ai bambini, incapaci di sentimenti personali. Se, invece, nulla conferisce direttamente e da sé, ma rimane qualcosa di semplicemente esterno che dovrebbe soltanto suscitare dei buoni sentimenti, favorevoli disposizioni, allora è affatto inutile concederlo ai bambini.

Fortunatamente, come vedremo più giù, tra gli stessi protestanti, questo caso del battesimo dei bimbi o – come dal greco essi amano dire – del pedobattesimo, ha suscitato recentemente una vivace discussione; essa ha condotto a un riesame dei testi biblici, e ha fatto concludere alla necessità di rivedere la stessa definizione di sacramento, messa su polemicamente ed astrattamente dalla riforma protestantica.

E’ un fatto molto significativo e, dopo secoli, sostanzialmente si ritorna alle posizioni cattoliche così leggermente rigettate.

In realtà, si resta davvero perplessi, meravigliati, quando si scorrono le pagine del Nuovo Testamento; le parole di Gesù, l’insegnamento degli apostoli, la prassi della Chiesa primitiva, esprimono con chiarezza la natura, l’efficacia dei riti che noi chiamiamo «sacramenti». Per due di essi, in particolare, c’è una vera messe di testi; basterebbe fermarsi al battesimo e all’Eucaristia; e, dalla chiarissima dottrina che ne risulta, trarre le dovute conseguenze, anche per gli altri.


I sacramenti nel Nuovo Testamento



L’essenza e lo scopo della risurrezione sono spesso espressi da Gesù medesimo e dagli apostoli: «Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita, e l’abbiano in maniera sovrabbondante» (Gv. 10, 10). «In principio era il Verbo … In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini … A quanti lo accolsero egli diede il potere di divenire figli di Dio… Ad essi che nascono da Dio» (Gv. 1, 1-14). «lo sono la vite, voi i tralci» (Gv. 15, 5).

Questa vita ci è comunicata mediante i sacramenti[1].

Il battesimo, è la porta d’ingresso; costituisce l’innesto al Cristo; ci fa rinascere; rimette i peccati. E’ l’inizio della vita soprannaturale.

La prima parola di Gesù, netta, chiarissima, sul battesimo, sulla sua efficacia intima, sulla sua assoluta necessità, la troviamo nel colloquio con Nicodemo (Gv. 3, 1-15), tenuto a Gerusalemme, in occasione della Pasqua, all’inizio del suo ministero. Il regno di Dio, che il Messia è venuto a fondare, è un regno di natura spirituale; il Messia non era il re, atteso dai giudei, ai quali avrebbe donato un impero che avrebbe preso il posto di quello romano, assoggettando loro tutti gli uomini, ma un Messia tutto inteso a salvare le anime, un Messia che per essi immolerà se stesso, vittima di espiazione sulla croce. Se si tratta di un regno dello spirito pertanto, è necessario, per parteciparvi, per potervi entrare, un rinnovamento intimo delle disposizioni, della mentalità, tale da adeguarci alla vita nuova portata da Gesù. «Se uno non rinasce per mezzo dello Spirito Santo e dell’acqua, non può entrare nel regno di Dio». E’ richiesta una nuova nascita, una nascita dall’alto (è la stessa cosa), diversa da quella per cui siamo immessi nella comunità degli uomini.

A quest’ultima, comunità razziale, naturale, c’immette una nascita di eguale natura: per il regno soprannaturale, per ottenere la partecipazione alla vita divina è necessaria una nascita o rinascita di natura soprannaturale: opera dello Spirito Santo e del rito esterno. Il lavacro esterno opera tale rinascita, cancella ogni peccato, c’incorpora al Cristo: il lavacro esterno che opera insieme allo Spirito Santo.

Tale azione interiore è espressa, con mirabile energia, dal precursore Giovanni, il battezzatore, quando distingue con chiarezza e precisa la natura del suo rito, da quella del rito che il Cristo istituirà e comanderà alla sua Chiesa.

«Io vi battezzo nell’acqua per prepararvi alla penitenza; ma colui che viene dopo di me è più potente di me; a lui io non sono neppur degno di portare i calzari: egli (Gesù) vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco» (Mt. 3, 11; Lc. 3, 16).

La purificazione interiore che solo può essere realizzata dallo Spirito Santo, nel battesimo istituito dal Cristo (vi battezzerà, vi immergerà nell’acqua), è paragonata alla purificazione che il fuoco opera. il rito conferito da Giovanni dispone soltanto alla penitenza; ad esso, egli oppone il battesimo che Cristo ordinerà di conferire, battesimo che purifica interiormente, per la virtù divina datagli dal Redentore.

«Tutti noi siamo stati battezzati in un unico spirito, per formare un sol corpo» (1 Cor. 12, 13). «Voi siete infatti tutti figli di Dio, per la fede nel Cristo Gesù. Perché voi tutti che siete andati al Cristo mediante il battesimo, avete rivestito il Cristo. Non c’è più né giudeo né gentile, non c’è più né schiavo né libero… perché voi tutti siete uno (una sola cosa) nel Cristo Gesù» (Gal. 3, 26-28).

E rileggiamo le pagine bellissime dello stesso apostolo Paolo nella lettera ai Romani, circa il simbolismo e l’intrinseca efficacia del battesimo.

Per dimostrare l’universalità e l’efficacia della redenzione del Cristo, unica fonte di vita, l’Apostolo istituisce il parallelismo tra l’opera nefasta di Adamo peccatore, capo e iniziatore dell’umanità decaduta e l’opera del Cristo, antitipo, capo e causa dell’umanità riscattata. Si contrappongono due rapporti di solidarietà efficaci: Adamo – tutti gli uomini; Cristo – tutti gli uomini. La prima solidarietà stabilisce il regno del peccato e della morte, la seconda quello della grazia e della vita.

La salvezza è offerta a tutti gli uomini, mediante l’adesione volontaria al Cristo (cf. Rom. 3, 21-31). Tale adesione è l’unica condizione sufficiente e necessaria perché ogni uomo, a qualsiasi razza appartenga, si appropri dei benefici reali della redenzione, partecipi di questo dono, elargitoci così amorevolmente da Dio.

In realtà (Rom. 5, 12-21), la redenzione ha ricondotto l’umanità allo stato di figli di Dio, liberandola dalla schiavitù del peccato, abolendo l’impero della morte (quale separazione da Dio). Peccato e morte universali per la disobbedienza di Adamo: grazia e vita, universali, a tutti offerte e possibili, purché lo vogliamo, per l’obbedienza redentrice del Cristo. Il peccato e la morte fluivano dalla solidarietà naturale (o di natura) di tutti gli uomini con il loro capostipite; la grazia e la vita sono effetto della volontaria solidarietà nostra col nuovo capostipite della nuova umanità.

Solo che l’efficacia della redenzione è infinitamente superiore a quella del primo peccato.

La vita cristiana ha pertanto inizio ed unico sostentamento nell’unione intima col Cristo Gesù: «Io sono la vite e voi i tralci». L’innesto al Cristo avviene nel battesimo, mediante il battesimo (Rom. 6), imitazione della morte e della risurrezione di Gesù, il quale è sempre causa efficiente ed esemplare della nostra salvezza.

L’immersione nell’acqua, simbolo della morte e della sepoltura di Gesù, significa la morte dell’uomo vecchio, sepolto sotto l’acqua; uscendo dal bagno, emergendo dall’acqua, come il Cristo dal sepolcro, il cristiano ha ricevuto nel battesimo una vita nuova.

Come il Cristo è morto ed è risorto, così ogni uomo, per ricevere la vita, deve morire e risorgere: morire al peccato, alla mentalità del passato, mondana e terrena; risorgere alla nuova vita soprannaturale recataci da Gesù e sostanziata dalla fede, dalla speranza e dalla carità.

L’immersione nell’acqua rappresenta misticamente questa morte; l’uscita da essa, compiuto il rito battesimale, rappresenta l’inizio di questa nuova vita, già conferita all’anima dal sacramento ricevuto.

Il cristiano battezzato si è consacrato al Cristo. Deve quindi rendere perenne questa pasqua, questo passaggio dalla morte alla vita, come unica e perenne è la gloria del Cristo. Innestati al Cristo, i battezzati formano con lui un sol corpo, devono pertanto essere membra sante; il peccato non deve mai più regnare su di loro.

Ecco il «sacramentum», l’impegno solennemente giurato. Un impegno che dobbiamo curare, giorno per giorno, per tutta la nostra vita. Nulla vi è di decisivo in noi, di immutabile finché viviamo: si può sempre passare dal male al bene e, purtroppo, dalla vita soprannaturale, d’intima adesione a Gesù si può ritornare al peccato.

La libertà è il nostro vanto, la fonte del nostro merito, ma insieme il pericolo, sempre latente e continuo, per la nostra fragilità.

Il battesimo dunque è la porta di ingresso e non si può passare se non per questo lavacro di rigenerazione, come lo chiama san Paolo nella lettera a Tito (3, 5 ss.). Prima che apparisse il Cristo noi eravamo peccatori, ignoranti specialmente nelle cose di religione, brancolavamo nel buio. Ora, dopo che è apparsa la benignità, l’umanità di Gesù, abbiamo ricevuto la luce, la vita. San Paolo identifica redenzione e benevolenza di Dio verso di noi. Benevolenza verso di noi, rinati per mezzo del lavacro che opera la rigenerazione: una nuova nascita, per cui il cristiano è definito, altrove, dallo stesso apostolo: «Una nuova creazione» (Gal. 6, 17). C’è tutto un mutamento di idee, di mentalità; è il lievito immesso dal Cristo, che tutto trasforma. Si pensi al discorso del monte, con quei paradossi che tanto colpiscono scrittori e pensatori.

E’ la nuova nascita necessaria per far parte del regno di Dio (Gv. 3, 4-7); primo effetto benefico e immediato della redenzione; a tutti coloro che mediante la fede aderiscono al Verbo, questi concede il grande dono di divenire «figli di Dio» (Gv. 1, 12 ss.). Dono che si riceve per mezzo del battesimo (Gv. 3, 7; Tit. 3, 5 «Bagno di rigenerazione»).

Cristo ne è la causa efficiente con la sua morte e risurrezione (1 Pt. 1, 4) e insieme causa esemplare, ché il battesimo per immersione rappresenta appunto la morte e la nuova vita del battezzato (Rom. 6, 4; Col. 2, 12 ss.). Questi diviene un «uomo nuovo» (2 Cor. 5, 17; cf. Gal. 6, 17), partecipe della natura divina (2 Pt. 1, 4).

Per quaranta giorni, il Cristo dopo la risurrezione si intrattenne visibilmente con gli apostoli, parlando loro del «regno di Dio» (Atti, 1, 3). Esplicitamente, san Leone Magno (Sermo I in Ascens.), così si esprime: «Magna in eis (in quei giorni) confirmata sacramenta, magna revelata sunt mysteria». Gesù diede agli apostoli le istruzioni necessarie per la vita della Chiesa; e, prima di tutto, diede le ultime precisazioni sui mezzi da lui stabiliti per comunicare la vita, scopo della redenzione: «Io sono venuto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in maniera sovrabbondante». Siamo edotti esplicitamente per il battesimo, per l’Eucaristia, per l’Ordine e per il sacramento della Confessione o della penitenza.

Mt. 28, 19: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra». Questo potere trasmetto a voi, dice il Risorto agli apostoli. «Andate, dunque, e rendete a voi soggette tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnando loro ad osservare quanto vi ho comandato. Ed io sarò con voi, sempre, fino alla fine del tempo».

Mc. 16, 15 ss. «Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato».

La prassi della Chiesa primitiva risulta dagli Atti e dagli altri scritti ispirati. I primi cinquemila che aderiscono alle parole di Pietro nel giorno stesso della Pentecoste (Atti, 2, 37 ss.), domandano: «Cosa dobbiamo fare?». E san Pietro: «Fate penitenza, convertitevi e ciascuno sia battezzato nel nome di Gesù Cristo (espressione della fede piena in Gesù), sí da ottenere la remissione dei vostri peccati; e riceverete così il dono celeste che è lo Spirito Santo».

I testi evangelici, il precedente e gli altri testi degli Atti, parlano sempre di adulti. Per questo è espressa la necessità della preparazione degli animi mediante il riesame della propria coscienza, e la necessità dell’esplicita adesione al Cristo, dell’accettazione integrale dell’Evangelo.

Il battesimo è amministrato, sempre, anche quando il Signore con qualche miracolo ha testimoniato dell’adesione di un’anima al cristianesimo: così nel caso del centurione Cornelio (Atti, 10, 44-48), così per Saulo, appena convertito (Atti, 9, 18).

L’interna efficacia del battesimo è confermata, infine, dal suo conferimento ai neonati. Negli Atti si parla di intere famiglie battezzate (16, 16.33; 18, 8; cf. ancora 1 Cor. 1, 16); se si considerano gli usi del tempo, il vivo concetto di solidarietà allora vigente, l’ammissione dei bimbi ai misteri pagani insieme ai loro genitori, l’analogia con la circoncisione, si può asserire con certezza che nelle espressioni degli Atti: «con tutta la loro famiglia», «con tutta la loro casa», sono compresi i bimbi. A partire da sant’Ireneo (Adv. Haeres. Il, 22, 4), inoltre, il battesimo dei bimbi è attestato esplicitamente come prassi abituale nella Chiesa primitiva[2].

Ancor più chiari, se possibile, sono i testi riguardanti l’istituzione e la natura della SS. Eucaristia. Effettivamente, le parole pronunziate dal ministro producono quello che significano, rendono presenti il corpo e il sangue del Cristo, rendono presente Cristo Signore sotto le specie del pane, sotto le specie del vino.

L’Eucaristia fu istituita da Cristo come sostituzione della Pasqua giudaica (1 Cor. 5, 7: «Cristo, la nostra vittima pasquale, è stato immolato»), per permettere a tutti i fedeli la partecipazione al sacrificio della croce, col mangiare le carni della Vittima immolata.

I testi sono al riguardo molto espressivi. In ordine di tempo, dopo l’Evangelo di Mt. 26, 26-29, son da porre le pagine chiarissime di san Paolo (1 Cor. 11, 17-34; 10,4. 15-22); quindi Mc. 14, 17-25; Lc. 22, 14-20 – paralleli a Mt. -; e, per la prassi della Chiesa primitiva, oltre la 1 Cor., Atti, 2, 42. 46; 16, 3 )4; 20. 7-11. Infine, Gv. 6, 51-65.

Il Cristo sanciva la nuova alleanza col sacrificio della croce; i fedeli diventano anch’essi contraenti, offerenti col Cristo del grande e unico sacrificio, condividono diritti e doveri di tale alleanza, mangiando le carni della Vittima immolata. Le parole del Cristo: «Chi non mangia le mie carni non avrà la vita» (Gv. 6, 53) ritengono pertanto intero il loro pieno significato. Gesù, particolarmente, nel suo discorso di Cafarnao (Gv. 6, 51-65), ha parlato della SS. Eucaristia come la cena sacrificale – del sacrificio del Golgota; la cena che gli offerenti consumavano nel tempio subito dopo l’immolazione a Dio della vittima da loro presentata[3].

La presenza reale del Cristo, sotto le due specie, risalta nettamente dal carattere stesso del rito (natura e scopo), ed è richiesta perentoriamente dalla equazione affermata da Gesù: «Questo è il mio corpo»; «Questo è il mio sangue». Il precetto: «Fate questo in memoria di me», rileva che si tratta di un’istituzione da perpetuarsi fino alla fine del tempo «finché il Signore non ritornerà», come si esprime san Paolo (1 Cor. 11, 26); fino a che durerà la fase terrestre del regno di Dio.

«”Questo calice – scrive san Paolo (ib.) – è il nuovo patto nel mio sangue; ogni qualvolta ne berrete, fatelo in memoria di me”. Poiché tutte le volte che mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. Cosicché chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole (del) verso il corpo e il sangue del Signore».

Se il corpo e il sangue del Cristo non fossero presenti, come verrebbero profanati da chi se ne ciba indegnamente?

E l’Apostolo insiste: «Costui mangia la propria condanna, perché non tratta come si conviene il corpo del Signore» (v. 29).

Nel c. 10 della stessa lettera, san Paolo illustra chiaramente la natura di cena sacrificale. Come la cena consumata dai sacrificatori, mangiando parte delle carni già immolate alla divinità, era atto essenziale del sacrificio, ché il mangiarle era per loro unirsi in qualche modo allo stesso Dio, così nella Eucaristia si mangiano le carni della Vittima divina immolatasi sulla croce, e rese presenti con le parole della consacrazione, richiamando e misticamente riproducendo l’unico ed eterno sacrificio[4].

L’Eucaristia pertanto (1 Cor. 10, 17) è la sorgente dell’unità, la linfa del corpo mistico: «Noi siamo un sol corpo, perché ci cibiamo di un sol pane», evidentemente il corpo di Cristo, unico ed uno per tutti i fedeli.

L’Eucaristia, infatti, termina e completa la nostra incorporazione al Cristo, – cf. quanto scrive san Giovanni Crisostomo, in Joannem, hom. 46, 2-3.

«Nella figura del pane ti è dato il corpo e nella figura del vino ti è dato il sangue, affinché tu divenga, partecipando al corpo e al sangue del Cristo, concorporeo e consanguineo al Cristo. Così, noi diveniamo cristofori distribuendosi nelle nostre membra il corpo del Cristo e il suo sangue. Così, secondo il beato Pietro, noi diveniamo partecipi della natura divina» – scrive san Cirillo di Gerusalemme (Catech. mystag. IV, 3).

E sant’Agostino: «Questo pane che vedete sull’altare, santificato dalla parola di Dio, è il corpo del Cristo. Questo calice, o piuttosto quanto il calice contiene, santificato dalla parola di Dio, è il sangue di Cristo… se voi l’avete ben ricevuto, voi siete ciò che avete ricevuto. Perché l’Apostolo dice: “Un sol pane, un sol corpo, benché siamo numerosi”» (Sermo 227).

Nel tract. 26, 13 in Joannem: «i fedeli conoscono il corpo di Cristo, se non dimenticano di essere il corpo del Cristo… O sacramento di pietà! O segno di unità! O legame di amore! Colui che vuol vivere, ha il mezzo di vivere, la fonte della vita. Che egli venga, che creda, che sia incorporato, per essere vivificato!».

Sacramento della confermazione o cresima. Abbiamo visto come mediante il battesimo siamo innestati al Cristo; la solidarietà con lui è una solidarietà volontaria. La volontà che ha aderito a Cristo, deve praticarne l’insegnamento. Deve perseverare nella adesione iniziale. Il battesimo, che ci comunica la vita soprannaturale, non elimina le tendenze della nostra natura che inclina così spesso al disordine morale, all’ingiustizia, al peccato.

Se dovessimo andare dietro alle spinte dei sensi, violeremmo spesso la legge di Dio.

La confermazione «ci arma contro i ritorni offensivi dell’Adamo ribelle e peccatore», ci aiuta, ci dona i mezzi «per la conservazione, la difesa, il libero rigoglio della vita attinta all’Eucaristia».

È lo Spirito Santo che viene in noi con i suoi doni (Is. 11, 2): spirito di sapienza e d’intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di timore di Dio[5].

Sono tre binomi. Il primo è in ordine alla vita intellettiva. Il dono «della sapienza» è conoscere le cose secondo il criterio divino, secondo la loro connessione col fine ultimo; valutare ciascuna alla luce della dottrina evangelica. L’intelligenza è la facoltà di ben discernere e di giudicare rettamente. E’ sapere operare la cernita tra ciò che è bene e ciò che è male.

Il secondo binomio si riferisce alla vita pratica o all’azione. Il «consiglio», frutto dei due doni precedenti, è la facoltà di scegliere i mezzi adatti a raggiungere il nostro fine soprannaturale, a superare le varie difficoltà che ad esso si oppongono. La «fortezza» è il dono soprannaturale o abito per cui l’animo, con coraggio e perseveranza, alacremente attua i propositi, adopera i mezzi prescelti col dono precedente.

Infine, il terzo binomio è in ordine alle nostre dirette relazioni con Dio. La «scienza» è la vera conoscenza di Dio; «conoscere Dio» non è solo riconoscerlo per quello che è, e sapere ciò che egli comanda, ma anche conformare la propria vita alle esigenze di Dio giusto e santo (Cf. Os. 4, 1; 5, 4; Ger. 8, 7). Il «timor di Dio» è la riverenza, l’ossequio, l’obbedienza, l’amore verso Dio (Prov. 1, 7). E’ un’espressione che abbraccia la pietà e la virtù di religione, cioè il sentimento intimo e gli atti del culto esterno. La pietà dispone a venerare con affetto Iddio qual nostro padre; il timore a fuggire il male per la riverenza dovuta al Signore.

Troviamo attestato il conferimento di tale sacramento negli Atti, 8, 14-25. Il diacono Filippo evangelizza, converte la Samaria al cristianesimo, battezza (8, 4-13). Pietro e Giovanni allora da Gerusalemme si portano a Samaria: «impongono le mani sui battezzati e questi ricevono lo Spirito Santo» (v. 15-17), dopo aver pregato per essi.

Sacramento dunque distinto dal battesimo e conferito dagli apostoli: segno sensibile, l’imposizione delle mani, che simboleggia la discesa dello Spirito santo nelle anime; che realizza immediatamente quanto esprime: «imponevano loro le mani e ricevevano lo Spirito Santo», come confermano i segni esterni, anche miracolosi, che accompagnavano il resto (Cf. Gal. 3, 13). Altro esempio negli stessi Atti, 19, 1-6.

Per il sacramento della confessione, che permette al peccatore il ritorno all’amicizia con Dio, il reinserirsi nella vita della grazia, mi limito alle parole dell’istituzione, del mandato lasciato dal Cristo risorto agli apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gesù era il plenipotenziario del Padre: Gv. 5, 19-31; egli ora che sale al cielo, stabilisce suoi plenipotenziari gli apostoli). Vi comunico il mio potere. «E detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimettete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritirati» (Gv. 20, 19-23).

Gesù conferisce agli apostoli il potere di dare una sentenza; devono giudicare se assolvere o negare l’assoluzione, naturalmente dopo aver ascoltato il penitente e avere valutato le disposizioni.

Abbiamo visto, per il battesimo e l’Eucaristia, la espressa volontà del Cristo di istituire riti perenni, per i suoi fedeli, fino alla fine della fase terrestre del regno di Dio.

«Sarò con voi – dice agli apostoli – fino alla fine del tempo» (Mt. 28, 20), esplicitamente affermando la perennità dei capi preposti alla sua Chiesa, amministratori dei sacramenti, dispensatori dei misteri di Dio (1 Cor. 4, 1).

Per essi, a tale scopo, egli istituì il sacramento dell’ordine. La loro missione è espressa fin dalla chiamata definitiva ai primi apostoli: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini» (Mt. 4, 19; Cf. Mc. 1, 16-20). La elezione degli apostoli è preceduta dalla preghiera del Cristo: «Dopo aver pregato, chiamò i suoi discepoli, e scelse dodici tra essi, che chiamò apostoli» (Lc. 6, 13; Cf. Mt. 10, 2-4).

Li istruì a parte, (Mt. 13, 10; Lc. 8, 10); li mandò in missione, con particolari raccomandazioni (Mt. 10). E chiaramente, nel discorso d’addio, dopo la cena: «Non voi avete scelto me, ma io elessi voi, e vi ho costituiti allo scopo che andiate e portiate molto frutto e il vostro frutto permanga» (Gv. 15, 16).

Gesù istituì questo sacramento, nella stessa cena, quando diede agli apostoli il potere e il comando di celebrare la SS. Eucaristia: «Fate questo in memoria di me» (Lc. 22, 19); Cf. Gv. 20, 22: il potere di rimettere i peccati; Mt. 16, 13-20; Gv. 21, 15-17: il primato di Pietro, e dei suoi successori, ai quali affidò il regime supremo della Chiesa[6].

Segno sensibile: l’imposizione delle mani, simbolo della comunicazione dei poteri soprannaturali conferiti dal Cristo: Atti, 6, 6; 13, 3; 14, 22. È così che Paolo ha consacrato vescovo (lo si desume dai poteri esercitati ad Efeso) il suo prediletto Timoteo: 2 Tim. 1, 6 ss.; Cf. 1 Tim. 4, 14; è così che Paolo costituisce la gerarchia nelle singole chiese: Atti, 14, 22; «i presbiteri» il cui compito, dice lo stesso Apostolo, è di «reggere la Chiesa di Dio»; compito affidato loro dallo Spirito Santo (Atti, 20, 28).

L’imposizione delle mani da parte degli apostoli e lo Spirito Santo, sono le due cause che agiscono nell’ordine, come lo Spirito Santo e l’acqua nel battesimo.

Per gli ultimi sacramenti, matrimonio ed estrema unzione abbiamo nel Nuovo Testamento due accenni diretti. Si tratta di accenni occasionali, che ricevono luce e determinazione dall’insegnamento infallibile della Chiesa[7].

Per il matrimonio, Ef. 5, 22-23. Dopo aver citato Gen. 2, 23 ss. circa l’unione dei due sposi, e pertanto l’amore scambievole che da essa deriva, san Paolo aggiunge: «Grande è questo mistero (in latino, nella Volgata, troviamo «sacramentum», ma col significato di verità densa di significato e nascosta), cioè in rapporto al Cristo e alla Chiesa».

L’unione dell’uomo e della donna, enunziata nella Genesi «e così saranno i due una sola carne», e che Dio ha voluto, è un mistero importante e sublime, perché, oltre al significato immediato del dono e dell’accettazione mutui dei due sposi, figura l’unione del Cristo e della Chiesa. Ecco il profondo significato (mistero) che va riconosciuto alle parole della Genesi. Questo rapporto esiste già nel matrimonio, semplice contratto naturale, come istituito da Dio; ma esso è pieno, adeguato soltanto nel matrimonio sacramento, per gli effetti della grazia che produce, come è ferace di ogni bene soprannaturale l’unione del Cristo con la sua Chiesa.

Il divin Redentore, che ha onorato con la sua presenza il matrimonio alle nozze di Cana (Gv. 2, 1-11), che ne ha solennemente sancito l’unità e la indissolubilità (Mt. 5, 31 ss.; 19, 3-2): «Quel che Dio ha congiunto l’uomo non separi»; «Chiunque licenzia la propria donna, eccetto il caso di concubinato[8], la espone ad adulterio, e chi sposa la ripudiata, commette adulterio»; (Me. 10, 10 ss.; Le. 16, 18; 1 Cor. 7, 10 ss.; Rom. 7, 2 ss.), lo ha elevato a sacramento, connettendo al contratto naturale tra i battezzati il conferimento della grazia. La Chiesa rende esplicito l’insegnamento implicitamente contenuto negli Evangeli (Mt. 19, 3-12; Gv. 2, 1-11) e particolarmente in 1 Cor. 7 e in Ef. 5, 28-31.

Per l’estrema unzione: lettera di Giacomo (5, 14 ss.). «Si ammala qualcuno in mezzo a voi, chiami i presbiteri; essi preghino, lo ungano nel nome del Signore, e se ha dei peccati, gli saranno rimessi». Rito esterno, l’unzione che lenisce i dolori; conferimento della grazia, che, sola, può rimettere i peccati, per distruggere qualsiasi ostacolo alla intima unione col Cristo.

Così dal nostro affacciarci all’esistenza, fino al momento del nostro passaggio dal tempo all’eternità, il Cristo Gesù ci offre, nella sua Chiesa, i mezzi adeguati per appropriarci dei beni che egli ci ha acquisiti mediante la redenzione, nella sua passione, morte e risurrezione.

Sí, tutto è pronto: «Il regno di Dio è simile ad una mensa riccamente imbandita», basta sedersi; basta accogliere l’invito ripetutamente, continuamente rivolto a tutti, a ciascuno di noi: «Venite alle nozze».

La nostra solidarietà volontaria al Cristo, la nostra incorporazione a lui, è la nostra salvezza, è la nostra santificazione. Essa ha inizio col battesimo, che ci rende tralci dell’unica, vera vite; è completa e si perfeziona con la nostra partecipazione alla cena sacrificale, mangiando le carni del Cristo. I doni dello Spirito Santo, la sua azione santificatrice, mediante il sacramento della confermazione, ci suggeriscono la strada da seguire e ci comunicano l’energia per irrobustirci nella lotta perenne contro le tendenze della natura, e nella pratica della virtù.

Il sacramento della penitenza ci permette di bagnare e purificare nel sangue di Cristo le colpe, le fragilità cui inevitabilmente ogni uomo soccombe; è unico strumento salutare di richiamo, di riflessione, alla nostra deficienza, al riconoscimento della nostra infinita miseria. nei confronti della santità e della benevolenza divina.

Solidarietà volontaria: è necessario rispondere alla voce di Dio, seguire le ispirazioni dello Spirito Santo, ascoltare l’invito di Gesù: «Venite a me, voi tutti affaticati dal lavoro ed oppressi da ogni sorta di miserie ed io vi darò riposante quiete. Prendete su di voi il mio giogo, entrate alla mia scuola, ché io sono mansueto e umile di cuore; e troverete la vostra pace, la vostra gioia; perché il mio giogo è dolce, il mio carico è leggero» (Mt. 11, 28-30).

«Ci aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente… E se non possiamo vivere con quella innocenza di vita che si dovrebbe, concedici almeno di piangere debitamente le colpe che abbiamo commesse, e di servirti più fervorosamente da qui avanti in spirito d’umiltà e nel proposito d’una buona volontà» (Imitazione di Cristo IV, 11 n. 8).





Note


[1]Tutti i sacramenti sono orientati – come il battesimo e l’Eucaristia – verso il bene e lo sviluppo del corpo mistico. Il battesimo ci spoglia del vecchio Adamo… ci incorpora al Cristo; la confermazione ci arma contro i ritorni offensivi del vecchio Adamo ribelle e peccatore; ci agguerrisce per la conservazione, la difesa, il libero rigoglio della vita attinta all’Eucaristia; la penitenza ci permette di essere riconciliati, di riparare le ferite…; l’estrema unzione distrugge i resti del peccato, annienta ciò che potrebbe essere di ostacolo all’immediata fruizione di Dio…; l’ordine è per l’Eucaristia e l’amministrazione degli altri sacramenti; il matrimonio trae la sua virtù santificante perché rappresenta e simbolizza l’unione ineffabile ed efficace del Cristo e della Chiesa, il cui legame è l’Eucaristia.

[2] È questa la conclusione cui pervengono i moderni studiosi protestanti, H. Gressmann, Th. Preiss, Pb. M. Menond, O. Cullmann, A. Benoit: cf. la rivista dell’Università protestantica di Strasburgo, Revue d’Histoire et de Philosophie religieuses 28-28 (1948-49) 132-141; e l’esposizione in F. SPADAFORA,Temi d’Esegesi, Rovigo 1953, p. 477-487: Il battesimo dei bimbi; controversia tra i protestanti.

[3] Per questo aspetto essenziale, come per i testi sopra citati, cf. voce Eucaristia, nel Dizionario Biblico (Ed. Studium, Roma), Il ed., 1957, 226-230.

[4] Per la prassi nella Chiesa primitiva, in ordine alla celebrazione della SS. Eucaristia, fin dall’inizio, cf. i testi degli Atti, illustrati anche in uno studio recentissimo del protestante Ph. M. Menond, nella Revue d’Histoire et de Philosophie religieuses 33 (1853) 21-36.

[5] Cf. I doni dello Spirito Santo nel libro già citato, Temi di Esegesi, p. 196 203.

[6] Cf. F. SPADAFORA, I Pentecostali, Il ed., Rovigo, 1950, p. 50-89. Al riguardo c’è qualcosa di molto significativo in recenti scritti di protestanti: O. CULLMANN, Saint Pierre, Disciple-Apótre-Martyr, Neuchátel, 1952. Recensione e critica, cf. Revue Biblique 60 (1953) 565-579: P. Benoit.

[7] Ph. M. Menond, nello studio già citato circa l’Eucaristia negli Atti degli Apostoli (Revue d’Histoire et de Philosophie religieuses 33 [1953] 21-36), rileva il carattere occasionale degli scritti apostolici: «San Paolo tratta della cena soltanto scrivendo ai fedeli di Corinto, e ancora perché la celebravano in modo cosi disordinato che la sua vigilanza apostolica doveva intervenire. Se quelli avessero preso degnamente «la cena del Signore» e se, d’altra parte, non fossero stati turbati dalla questione degli idolotiti noi probabilmente non avremmo alcuna istruzione dell’Apostolo sull’argomento» (p. 21 ss.).

[8] Così va tradotto l’inciso «nisi fornicationis causa», porneia equivale all’aramaico zenut = matrimonio inesistente, concubinato; cf. Temi d’Esegesi, già cit., p. 345-352.