Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (17)

Teologia: fondamentale, ascetica...

…CAPITOLO I. La preghiera degli incipienti. Necessità e condizioni della preghiera. Degli esercizi di pietà degli incipienti. Della meditazione. Conclusione: efficacia della preghiera per la purificazione dell’anima….

PARTE SECONDA


LIBRO I: La purificazione dell’anima o la via purgativa


CAPITOLO I.


La preghiera degl’incipienti.


 


643. Abbiamo già esposto (n. 499-521) la natura e l’efficacia della preghiera. Richiamate coteste nozioni agli incipienti, converrà: 1° inculcar loro la necessità e le condizioni della preghiera; 2° formarli a poco a poco agli esercizi  spirituali che fanno per loro; 3° insegnar loro a meditare.


 


 





























Art. I. – Della preghiera in generale


Necessità.


 


Condizioni.


 


Art. II. – Dei principali esercizi spirituali.


 


 


Nozioni generali.


 


Vantaggi e necessità.


Art. III. – Della meditazione.


Dalla meditazione degl’incipienti.


 


Metodi principali.


 


ART. I. NECESSITA’ E CONDIZIONI DELLA PREGHIERA.


Necessità della preghiera.


 


644. Quanto dicemmo del doppio fine della preghiera, adorazione e domanda (n. 503‑509), ce ne mostra molto bene la necessità. E infatti evidente che come creature e come cristiani siamo obbligati a glorificar Dio con l’adorazione, la riconoscenza e l’amore; e che, come peccatori, dobbiamo offrirgli i nostri doveri di riparazione (n. 506). Qui però si tratta principalmente della preghiera come domanda, e della sua necessità assoluta come mezzo di salute e di perfezione.


645. La necessità della preghiera è fondata sulla necessità della grazia attuale. È di fede che, senza questa grazia, siamo nell’impotenza assoluta di salvarci, tanto più poi di giungere alla perfezione, n. 126. Da per noi, per quanto buon uso facciamo della libertà, non possiamo né positivamente disporci alla conversione, né perseverare nel bene per un tempo notevole, specialmente poi perseverare sino alla morte: “Senza di me, dice Gesù ai suoi discepoli, voi non potete far nulla; non potete avere neppure un buon pensiero. Aggiunge S. Paolo, perché è Dio che opera in noi il volere e il fare: “Sine me nihil potestis facere… non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis quasi ex nobis… operatur in vobis et velle et perficere”[1].


Ora, lasciando la prima grazia che ci è largita gratuitamente senza preghiera come quella che è il principio stesso della preghiera, è inconcussa verità che la preghiera è il mezzo normale, efficace e universale per cui Dio vuole che otteniamo tutte le grazie attuali. Ecco perché Nostro Signore inculca sì spesso la necessità della preghiera per ottenere la grazia: “Chiedete, egli dice, e otterrete, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto; perché chi chiede riceve, chi cerca trova, e si apre a chi bussa”[2]. È come se dicesse, aggiungono quasi tutti i commentatori: se non chiedete non riceverete nulla, se non cercate non troverete nulla. Questa necessità della preghiera Gesù la richiama sopratutto quando si tratta di resistere alla tentazione Vigilate e pregate, affinché non entriate nella tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole: “vigilate et orate ut non intretis in tentationem: spiritus quidem promptus est, caro autem infirma[3]. S. Tommaso ne conchiude che ogni fiducia non fondata sulla preghiera è presuntuosa, perché Dio, il quale non è per giustizia obbligato a darci la sua grazia, non ha promesso di darcela se non dipendentemente dalla preghiera. Egli conosce certamente i nostri bisogni spirituali senza che noi glieli esponiamo; ma pure vuole che le nostre preghiere siano la molla che muove la sua misericordia, affinché lo riconosciamo come autore dei beni che ci concede[4].


646. Così l’intese la Tradizione. Il concilio di Trento, facendo sua la dottrina di S. Agostino, dice che Dio nulla comanda d’impossibile, perché comanda di fare ciò che possiamo e di chiedere ciò che non possiamo e con la grazia sua ci aiuta a chiederlo[5]; suppone quindi chiaramente che vi sono cose impossibili senza la preghiera; ed è appunto la conclusione che ne trae il Catechismo romano: “la preghiera ci fu data come strumento necessario per ottenere ciò che desideriamo; vi sono infatti cose che possiamo ottenere solo col suo aiuto[6]“.


647. Avviso al direttore. È cosa assai importante insistere su questa verità per gl’incipienti; perché molti, imbevuti senza pur saperlo di pelagianismo o di semipelagianismo, s’immaginano di potere con la volontà e con l’energia arrivare a tutto. È vero che l’esperienza viene presto a convincerli che le migliori risoluzioni restano spesso inadempiute nonostante i loro sforzi; ma il direttore se ne gioverà per ripetere, senza mai stancarsi, che solo con la grazia e con la preghiera possono riuscire ad osservarle; e questa dimostrazione sperimentale tornerà di singolar conferma alle loro convinzioni sulla necessità della preghiera; esporrà pure le condizioni della sua efficacia.


 


II. Condizioni essenziali della preghiera.


 


648. Avendo già provata la necessità della grazia attuale per tutti gli atti necessari alla salute, n. 126, ne possiamo conchiudere che questa grazia è pur necessaria a pregar bene. S. Paolo lo dichiara nettamente: “Lo Spirito porge la mano alla fiacchezza nostra; perché quello che s’ha da chiedere, come conviene, non sappiamo; ma lo Spirito stesso l’implora  per noi con gemiti inenarrabili: quid oremus sicut oportet, nescimus, sed ipse Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus[7]. Aggiungiamo che questa grazia è offerta a tutti, anche ai peccatori, e che quindi tutti possono pregare.


Benché lo stato di grazia non sia necessario per pregare, pure aumenta singolarmente il valore delle nostre preghiere, perché fa di noi gli amici di Dio e le membra viventi di Gesù Cristo.


Esamineremo le condizioni richieste dalla preghiera: 1° da parte dell’oggetto: 2° da parte di chi prega.


 


I. Da parte dell’oggetto.


 


649. La condizione più importante, da parte dell’oggetto è di chiedere soltanto i beni che ci conducono alla vita eterna, prima di tutto le grazie‑Soprannaturali, e secondariamente, in quanto saranno utili alla eterna nostra salute, i beni d’ordine temporale. gola fissata da Nostro Signore . Tale è la regola fissata da Nostro Signore stesso: “Cercate in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date di giunta. Quaerite primum regnum Dei et justitiam, ejus, et haec omnia adjicientur vobis[8]. Come infatti abbiamo detto, n. 307‑308, la felicità, come la perfezione dell’uomo, consiste nel possesso di Dio e quindi nelle grazie necessarie a questo fine. Onde non dobbiamo chiedere nulla che non sia in relazione con questo fine.


1° I beni temporali, in se stessi sono troppo al disotto di noi, troppo incapaci di soddisfare le aspirazioni del nostro cuore e di renderci felici, onde non possono essere l’oggetto principale delle nostre preghiere. Ma, avendo noi fino a un certo punto bisogno di questi beni per vivere e assicurar la nostra salute, ci è lecito chiedere il pane quotidiano, tanto quello del corpo come quello dell’anima, subordinando però il primo al secondo. Può darsi infatti che un bene particolare che ci pare desiderabile, poniamo la ricchezza, ci diventi poi pericoloso per l’eterna salute; onde non si può chiederlo che subordinatamente ai beni eterni.


650. 2° Anche quando si tratta di questa o quella  grazia particolare, non conviene chiederla che conforme alla divina volontà. Nella infinita sua sapienza Dio sa meglio di noi ciò che a ogni anima, secondo la sua condizione e il suo grado di perfezione, si conviene. Come belle osserva S. Francesco di Sales, noi dobbiamo voler la nostra salute come la vuol Dio, quindi risolutamente volere e abbracciare le grazie che ci distribuisce, perché è necessario che la nostra volontà sia conforme alla sua[9]; ma quando si tratta di grazie particolari, come sarebbe questa o quella forma di orazione, di consolazione, di aridità ecc., non bisogna chiedere nulla in modo assoluto ma subordinar tutto alla volontà di Dio[10]. Dio distribuisce le grazie di consolazione o di aridità, di riposo o di lotta, secondo i disegni della infinita sua sapienza e i bisogni dell’anima nostra. Non ci resta quindi che rimetterci a lui per la scelta delle grazie che ci sono più utili. Possiamo certo esprimere un desiderio, ma con umile sommessione alla volontà del Padre Celeste:egli ci esaudirà sempre se preghiamo come si conviene; ci concederà talora anche più e meglio di quel che domandiamo, onde noi, non solo non ce ne dobbiamo lamentare, ma dobbiamo anzi benedirnelo[11].


 


II. Condizioni da parte del soggetto.


 


Le condizioni più essenziali per rendere efficaci le nostre preghiere, sono: l’umiltà, la confidenza e l’attenzione, o almeno lo sforzo serio Per stare attenti.


651. 1° L’umiltà nasce dalla natura stessa della preghiera. Essendo la grazia essenzialmente gratuita e non avendovi noi alcun diritto, siamo, dice S. Agostino, rispetto a Dio, dei mendicanti, e dobbiamo implorare dalla sua misericordia ciò che per giustizia non possiamo ottenere. Così pregava Abramo il quale, al cospetto della maestà divina, si riguardava come polvere e cenere: “Loquar ad ominum Deum, cum sim pulvis et cinis [12]; Così pregava Daniele, quando chiedeva la liberazione del popolo ebreo, appoggiandosi non sui meriti suoi e sulle sue virtù ma sulla ricchezza delle divine misericordie: “Neque enim in justificationibus nostris prosternimus preces ante faciem tuam; sed in miserationibus tuis multus[13]; Così pregava il publicano che fu esaudito Deus, propitius esto mihi peccatori[14], mentre il superbo fariseo vide respinta la sua preghiera. Gesù stesso ce ne dà la ragione: ” Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: quia omnis qui se exaltat humiliabitur, et qui se humiliat exaltabitur”. Ben lo intesero i suoi discepoli, e S. Giacomo ripete con insistenza: ” Dio resiste ai superbi e dà le sue grazie agli umili: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam[15]. Ed è giustizia questa: perché il superbo attribuisce a sé l’efficacia della sua preghiera mentre l’umile l’attribuisce a Dio. Or vorremmo noi che Dio ci esaudisse a spese della sua gloria, per nutrire e fomentare la nostra vanità? L’umile invece confessa che tutto gli proviene da Dio; quindi Dio, esaudendolo, lavora per la gloria sua e insieme per il bene del supplicante.


652. 2° Quindi la vera umiltà genera la confidenza, quella confidenza che non si fonda sui meriti nostri ma sull’infinita bontà di Dio e sui meriti di Gesù Cristo.


a) La fede c’insegna che Dio è misericordia, e che quindi si piega con tanto maggior amore verso di noi quanto più noi riconosciamo le nostre miserie; perché la miseria chiama la misericordia. Invocarlo con fiducia, è in sostanza un onorarlo, è proclamare che egli è la fonte di tutti i beni e nulla tanto desidera quanto di largirceli. Ci dichiara quindi le tante volte nella S. Scrittura che esaudisce coloro che sperano in liti: “Quoniam in me speravit, liberabo eum: clamabit ad me et ego exaudiam eum[16]“. Nostro Signore c’invita a pregare con confidenza e per insinuarci questa disposizione ricorse non solo alle esortazioni più premurose ma anche alle più tenere parabole. Dopo avere affermato che chi chiede riceve, aggiunge: ” Chi è mai tra voi che, chiedendogli il figlio del pane, gli porgerà un sasso?… Se dunque voi, cattivi come siete, sapete dare cose buone ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli concederà ciò che è buono a coloro che lo pregano[17]. Ritorna su questo punto nell’ultima Cena: In verità, in verità vi dico… tutto ciò che chiederete al Padre nel nome mio, io lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa in mio nome, la farò[18]… In quel giorno chiederete nel nome mio, e non vi dico[19] che pregherò io pure il Padre per voi. Perché anche il Padre vi ama avendo voi amato me. Sarebbe quindi un diffidare di Dio e delle sue promesse, sarebbe un far poca stima dei meriti infiniti di Gesù e dell’onnipotente sua mediazione, il non avere assoluta fiducia nella preghiera.


653. b) Pare talvolta, è vero, che Dio faccia il sordo alle nostre preghiere, perché vuole che la nostra confidenza sia perseverante a fine di farci meglio sentire la profondità della nostra miseria e il pregio della grazia; ma ci mostra pure, coll’esempio della Cananea[20], che anche quando pare che ci respinga, gode poi di lasciarsi fare dolce violenza. Una donna Cananea viene a supplicar Gesù di guarirle la figlia tormentata dal demonio. Il Maestro non le risponde; essa allora si rivolge ai discepoli, importunandoli con le grida, tanto che essi pregano Gesù d’intervenire. Gesù risponde di essere venuto pei soli figli d’Israele. Senza punto disanimarsi, la povera donna gli si prostra ai piedi, dicendo: “Signore, aiutatemi”. Gesù replica con apparente durezza che non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cani. ‑ E lei: è vero, Signore; ma anche i cagnolini mangiano almeno le briciole che cadono dalla tavola del padrone. ‑ Vinto da così constante e umile confidenza, Gesù le concede finalmente il favore domandato e le guarisce sull’istante la figlia. Poteva farci intendere meglio che se, nonostante il poco buon esito delle nostre preghiere, perseveriamo nell’umile fiducia, siamo sicuri d’essere esauditi?


654. 3° Ma a questa perseverante fiducia è necessario aggiungere l’attenzione o almeno il serio sforzo per pensare a ciò che diciamo a Dio.


Le distrazioni involontarie, quando cerchiamo di respingerle e diminuirne il numero, non sono ostacolo alla preghiera, perché l’anima, appunto per questi sforzi che facciamo, resta orientata verso Dio. Ma le distrazioni volontarie, che deliberatamente accettiamo o che solo fiaccamente respingiamo o di cui non vogliamo sopprimere le cause, nelle preghiere di precetto sono peccati veniali, e nelle altre sono negligenze e mancanze di rispetto verso Dio, che non lo dispongono molto ad esaudirci. La preghiera è un’udienza che il nostro Creatore si degna di concederci, una conversazione col Padre celeste in cui lo supplichiamo che si degni d’ascoltar le nostre parole e badare alle nostre suppliche: “Verba mea auribus percipe Domine… intende voci orationis meae [21]; e nel momento stesso che gli chiediamo di ascoltarci e di parlarci, non faremmo serio sforzo per capir ciò che diciamo e per stare attenti alle divine ispirazioni ? Non sarebbe un’incoerenza e una mancanza di religione? Non meriteremmo il rimprovero che Nostro Signore faceva ai Farisei? “Questo popolo mi onora con la punta delle labbra ma il suo cuore è lontano da me: Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me [22].


655. Bisogna quindi seriamente sforzarsi di cacciar prontamente ed energicamente le distrazioni che si presentano, sapercene umiliare e giovarcene per rinnovar l’unione con Gesù e pregare coi, lui. Il pur necessario diminuire il numero delle distrazioni, combattendone vigorosamente le cause, l’abituale dissipazione della mente, la libertà della fantasia, i pensieri e gli affetti che sopraffanno la mente e il cuore, e abituarsi a poco a poco al pensiero, spesso rinnovato, della presenza di Dio con l’offerta delle proprie azioni e colle giaculatorie. Adoprando questi mezzi, non c’è ragione d’inquietarci delle distrazioni involontarie che ci passano per la mente o ci turbano la fantasia: sono prove e non colpe, e sapendo fare, ci accrescono i meriti e il valore delle preghiere.


656. Triplice è l’attenzione che possiamo porre nelle preghiere: 1) quando badiamo a pronunziar bene le parole, si ha l’attenzione verbale, che suppone già un certo sforzo per pensare. a ciò che si dice; 2) se badiamo di preferenza a ben comprendere il senso delle parole, si ha l’attenzione letterale o intellettuale; 3) se, lasciando da parte il senso letterale, l’anima si innalza a Dio Per adorarlo, benedirlo, unirsi a lui, o per addentrarsi nel mistero che si onora, o per chiedere a Dio tutto Ciò che gli chiede la Chiesa e tutto ciò che gli chiede Gesù, si ha l’attenzione spirituale o mistica. Più che agl’incipienti, quest’ ultima conviene alle anime proficienti. A coloro che cominciano a gustar la preghiera, bisognerà raccomandare l’una o l’altra delle due prime specie d’attenzione, secondo il carattere e le inclinazioni di. ciascuno p le circostanze in cui si trova.


 


ART. II. DEGLI ESERCIZI DI PIETA’ DEGLI INCIPIENTI.


 


657. Essendo la preghiera uno dei grandi mezzi per salvarsi, il direttore inizierà a poco a poco gl’incipienti alla pratica di quegli esercizi spirituali che costituiscono la trama d’una vita seriamente cristiana, tenendo conto dell’età, della vocazione, del doveri del loro stato, del carattere, delle inclinazioni soprannaturali e dei progressi loro.


658. 1° Lo scopo a cui si ha da mirare è di giungere adagio adagio ad abituar le anime alla preghiera, in modo che la loro vita sia fino a un certo punto una vita di preghiera (n. 522). Ma è chiaro che occorre tempo notevole e sforzi diuturni per accostarsi a questo ideale, che non è alla portata degl’incipienti ma che il direttore deve conoscere per meglio guidarvi i penitenti.


659. 2° I principali esercizi che servono a convertir la vita in abituale preghiera, oltre le preghiere del mattino e della sera che i buoni cristiani non mancano mai di fare, sono:


A) La meditazione del mattino, su cui torneremo presto, e la santa messa con la santa comunione che ci mostrano l’ideale a cui dobbiamo tendere e ci aiutano a conseguirlo (n. 524). Vi sono però persone che, per i doveri del loro stato, non possono assistere tutti i giorni alla messa; vi potranno supplire con la comunione spirituale da farsi alla fine della meditazione o anche mentre attendono alle occupazioni manuali. In ogni caso bisognerà ammaestrarle del come trar profitto dalla messa e dalla comunione, quando vi potranno assistere, adattando alla loro capacità quanto abbiamo detto al n. 271‑289; e soprattutto poi del come seguire con intelligenza gli uffici liturgici delle domeniche e delle feste, perché la sacra liturgia ben compresa è una delle migliori scuole di perfezione.


660. B) Nel corso della giornata, bisognerà consigliare, oltre l’offerta spesso rinnovata delle azioni principali, alcune giaculatorie, alcune buone letture adattate allo stato dell’anima sulle verità fondamentali, sul fine dell’uomo, sul peccato, sulla mortificazione, sulla confessione e sugli esami di coscienza, aggiungendovi alcune vite di Santi celebri per la pratica della penitenza; il che sarà luce per l’intelletto, stimolo per la volontà e ottimo mezzo per facilitar la meditazione. La recita di alcune diecine del Rosario meditandone i misteri, accrescerà la devozione alla SS. Vergine e l’abitudine di unirsi a Nostro Signore. La visita al SS. Sacramento, la cui durata varierà con le occupazioni, verrà a rianimar lo spirito di pietà; e ognuno potrà vantaggiosamente servirsi dell’Imitazione, specialmente del libro quarto, e delle Visite al SS. Sacramento di Sant’Alfonso de Liguori.


661. C) La sera, un buon esame ai coscienza integrato dall’esame particolare aiuterà gl’incipienti a rilevar le mancanze, a prevedere i rimedi, a rimettere la volontà nella ferma risoluzione di far meglio, non permettendo così che cadano nel rilassamento e nella tiepidezza. Sarà necessario richiamare anche qui quanto abbiamo detto sugli esami, n. 460‑476, e sulla confessione, n. 262‑269, ricordando che gl’incipienti devono esaminarsi principalmente sui peccati veniali deliberati, essendo questa vigilanza il mezzo migliore per evitare o per immediatamente riparare i peccati mortali in cui si avesse la disgrazia di cadere in un momento di sorpresa.


662. 3° Consigli al direttore. A) Il direttore vigilerà perché i penitenti non si carichino di esercizi di pietà troppo numerosi, che verrebbero poi a nuocere all’adempimento dei doveri del loro stato, o che sarebbero di ostacolo alla vera devozione. Vale certamente meglio recitar qualche preghiera di meno ma mettervi maggior attenzione e pietà. Ce lo dice il Signore stesso: “Nelle preghiere non moltiplicate le parole come fanno i pagani, che pensano d’essere esauditi a furia di parlare. Non li imitate dunque, perché il Padre vostro sa di che avete bisogno prima ancora che glielo domandate[23]”. E appunto allora insegnò quella breve e sostanziale preghiera del Pater, che contiene tutto ciò che possiamo chiedere, n. 515‑516. Ora ci sono incipienti che facilmente pensano di essere tanto più pii quante più preghiere vocali fanno; si rammenti loro la parola del Maestro e si mostri che una preghiera attenta di dieci minuti vale Più di un’ altra di venti seminata di distrazioni più o meno volontarie, e sarà un grande servizio. Per aiutarli a fissar l’attenzione, si rammenti che pochi secondi impiegati a mettersi alla presenza di Dio e ad unirsi a Nostro Signore, assicureranno in modo singolare l’efficacia della preghiera.


663. B) Per le preghiere che si debbono ripetere di frequente, è utile, a schivar l’abitudine, insegnare un metodo semplice e facile onde fissar l’attenzione. Cosi, per esempio, quanto al Rosario, se si bada a meditarne i misteri con la doppia intenzione di onorare la SS. Vergine e di attirare in noi la virtù speciale che corrisponde al mistero, se ne trae maggior vantaggio e la recita diventa una piccola meditazione. Ma sarà anche bene far nota re che non si può, ordinariamente almeno, attendere nello stesso tempo al senso letterale dell’Ave Maria e allo spirito del mistero, e che basta fissarsi o sull’uno o sull’altro.


 


ART. III. DELLA MEDITAZIONE.


 


Esporremo: 1° Le nazioni generali sulla meditazione; 2° i vantaggi e la necessità; 3° i caratteri distintivi della meditazione degl’incipienti; 4° i metodi principali.


 


I. Nozioni generali.


 


664. 1° Nozione ed elementi costitutivi. Abbiamo detto, n. 510, che vi sono due specie di preghiera: la preghiera vocale, che si esprime con parole o con gesti, e la preghiera mentale, che si fa nell’interno dell’anima. Questa si definisce: un’elevazione e una applicazione dell’anima a Dio, porgergli i nostri doveri e diventar migliori alla sua gloria.


Abbraccia cinque elementi principali: 1) i doveri di religione che si rendono a Dio o a Nostro Signor Gesù Cristo o ai Santi; 2) considerazioni su Dio e sulle nostre relazioni con lui per alimentare e rinvigorire le nostre convinzioni sulle virtù cristiane; 3) riflessioni sopra noi stessi per vedere a che punto siamo nella pratica delle virtù; 4) Preghiere propriamente dette per chiedere la grazia necessaria a praticar meglio questa o quella virtù; 5) risoluzioni per far meglio nell’avvenire. Non è necessario che questi atti seguano nell’ordine indicato né che si facciano tutti nella stessa meditazione; ma perché la preghiera meriti il nome di meditazione è necessario che duri un certo tempo, distinguendosi così dalle giaculatorie.


Quando le anime crescono in perfezione e hanno gia convinzioni che basta rapidamente rinnovare, la meditazione si semplifica e consiste talvolta in un semplice sguardo affettuoso, come spiegheremo più tardi.


665. 2° Origine. Bisogna. distinguere bene tra meditazione in sé stessa e metodi di meditazione.


A) La meditazione, sotto una forma o sotto un’altra, ci fu in ogni tempo: i libri dei profeti, i Salmi, i libri Sapienziali, sono pieni di meditazioni che alimentavano la pietà degli Israeliti; e Nostro Signore, coll’insistere sul culto in spirito e verità, col passar le notti in preghiera, col far nell’orto degli Olivi e sul Calvario lunga orazione, preparava la via a quelle anime interiori che dovevano nel corso dei secoli ritirarsi nella cella del cuore a pregarvi Dio in secreto. I libri di Cassiano e di S. Giovanni Climaco, senza parlare delle opere dei Padri, trattano esplicitamente della meditazione o dell’orazione, anche nelle sue forme più alte come la contemplazione. Si può dire che il trattato di S. Bernardo De Consideratione è in sostanza un trattato sulla necessità della riflessione e della meditazione. La Scuola di S. Vittore insiste molto sulla pratica della meditazione per giungere alla contemplazione. E si sa quanto S. Tommaso raccomandi la meditazione come mezzo di crescere nell’amor di Dio e di darsi a lui.


666. B) La meditazione poi od orazione melodica data dal quindicesimo secolo; si trova esposta nel Rosetum di Giovanni Mauburnus e negli autori benedettini della stessa epoca. S. Ignazio, negli Esercizi Spirituali, dà parecchi metodi di meditazione molto precisi e molto vari; S. Teresa descrive meglio d’ ogni altro i vari generi di orazione; e i suoi discepoli espongono le regole della meditazione metodica.  S. Francesco di Sales traccia egli pure un metodo di orazione alla sua Filotea, e la Scuola Francese del secolo XVII avrà presto il suo, che l’Olier e il Tronson perfezioneranno e che oggi vien detto il metodo di S. Sulpizio.


667. Differenza tra la meditazione e l’orazione. I due vocaboli meditazione ed orazione si prendono spesso l’un per l’altro; volendoli distinguere, il primo è riservato a  quella forma di preghiera mentale in cui domina la considerazione o il ragionamento e che è perciò detta meditazione discorsiva; il secondo si applica principalmente quelle forme di preghiera mentale in cui dominano gli affetti pii e gli atti della volontà. Ma la meditazione discorsiva contiene già anch’essa degli affetti, e l’orazione affettiva e generalmente preceduta o accompagnata da alcune considerazioni, tranne quando l’anima viene colta dalla luce della contemplazione.


668. Il genere di orazione che conviene generalmente agl’incipienti è quello della meditazione discorsiva, che è necessaria per acquistare o fortificarne le convinzioni. Vi sono però anime affettive che, quasi fin da principio, fanno larga parte agli affetti; tutti poi devono essere avvertiti che la parte migliore dell’orazione consiste negli atti della volontà.


 


II. Vantaggi e necessità dell’orazione.


 


I. Vantaggi.


669. La meditazione, quale fu da noi descritta, è utilissima all’eterna salute e alla perfezione.


1° Ci distacca dal peccato e dalle sue cause. Se pecchiamo, avviene infatti per irriflessione e fiacchezza di volontà. Ora la meditazione corregge questo doppio difetto.


a) Ci illumina sulla malizia del peccato e sui terribili suoi effetti, mostrandoceli alla luce di Dio, della eternità e di ciò che fece Gesù per espiare il peccato. “È lei, dice il P. Crasset[24], che ci conduce (col pensiero) in quei sacri deserti ove si trova Dio solo nella pace, nella quiete, nel silenzio e nel raccoglimento; lei che ci conduce spiritualmente nell’inferno a vedervi il nostro posto; al cimitero a vedervi la nostra dimora; in cielo a vedervi il nostro trono; nella valle di Giosafat a vedervi il nostro giudice; a Betlemme a vedervi il nostro Salvatore; sul Tabor a vedervi il nostro amore; sul Calvario a vedervi il nostro esempio”. ‑ Ci distacca pure dal mondo e dai falsi suoi diletti; ci ricorda la fragilità dei beni temporali, gli affanni che ci procurano, il vuoto e il disgusto che lasciano nell’anima; ci rinfranca contro la perfidia e la corruzione del mondo e ci fa comprendere che Dio solo può formar la nostra felicità. ‑ Ci distacca specialmente da noi stessi, dalla nostra superbia, dalla nostra sensualità, mettendoci in faccia a Dio che è la pienezza dell’essere, e in faccia al nostro nulla, e mostrandoci che i sensuali diletti ci abbassano al di sotto dei bruti, mentre le gioie divine ci nobilitano e ci innalzano a Dio.


b) Ci invigorisce la volontà non solo dandoci convinzioni, come fu detto, ma guarendo a poco a poco la nostra inerzia, la nostra codardia e la nostra incostanza; infatti solo la grazia di Dio, aiutata dalla cooperazione nostra, può guarire queste debolezze. Ora la meditazione ci fa sollecitare questa grazia con tanto maggior ardore, quanto più abbiamo con la riflessione sentito la nostra impotenza; e gli atti di dolore, di contrizione e di fermo proponimento che facciamo durante la meditazione, con le risoluzioni che vi prendiamo, sono già una attiva cooperazione alla grazia.


670. 2° Ci fa pure praticar tutte le grandi virtù cristiane: 1) illumina la nostra fede, mettendoci sotto gli occhi le verità eterne; regge la nostra speranza, aprendoci l’adito a Dio per ottenerne l’aiuto; stimola la nostra carità, manifestandoci la bellezza e la bontà di Dio: 2) ci rende prudenti con le considerazioni che ci suggerisce prima di operare; giusti conformandoci la volontà a quella di Dio; forti, facendoci partecipare alla divina potenza; temperanti calmandoci l’ardore dei desideri e delle passioni. Non vi sono dunque virtù cristiane che con la meditazione non si possano da noi acquistare: aderiamo per mezzo di lei alla verità e la verità, liberandoci dai vizi, ci fa praticar la virtù: “cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos”[25].


671. 3° Prepara così la nostra unione e anche la nostra trasformazione in Dio. È infatti una conversazione con Dio, che diventa ogni giorno più intima, più affettuosa e più lunga, perché continua poi nel corso della giornata anche in mezzo al lavoro, n. 522. Ora, a forza di frequentare l’autore di ogni perfezione, l’anima se ne imbeve, se ne compenetra, come la spugna che si riempie del liquido in cui viene immersa, come il ferro che, posto nella fornace, s’arroventa, si ammollisce e prende le qualità del fuoco.


 


II. Della necessità della meditazione.


 


672. 1° Per i semplici cristiani. A) La meditazione metodica è efficacissimo mezzo di santificazione, ma non è peraltro necessaria all’eterna salute pei cristiani in generale. Necessario è il pregare per porgere a Dio i nostri doveri e riceverne grazie: il che, com’è chiaro, non può farsi senza una certa attenzione della mente e un qualche desiderio del cuore. Alla preghiera bisogna pure aggiungere riflessioni sulle grandi verità e sui principali doveri cristiani con applicazione a se stessi; ma tutto questo può farsi senza meditazione metodica, ascoltando le istruzioni parrocchiali, facendo buone letture, esaminando la propria coscienza.


673. B) E’ però molto utile e salutare a tutti coloro che vogliono progredire e salvarsi l’anima, tanto agl’incipienti come alle anime più avanzate; si può anzi dire che è il mezzo più efficace per assicurarsi l’eterna salute, n. 669. Tal è l’insegnamento di S. Alfonso che ne dà questa ragione: con gli altri esercizi di pietà, come il Rosario, l’ufficiolo della Madonna, il digiuno, si può purtroppo continuare a vivere in peccato mortale; ma con la meditazione non si può rimanere a lungo nel peccato grave: o si lascerà la meditazione o si rinunzierà al peccato[26]; come può infatti uno presentarsi ogni giorno davanti a Dio, autore d’ogni santità, con la chiara coscienza di essere in istato di peccato mortale, senza prendere, con l’aiuto della grazia, la ferma risoluzione di detestare il peccato e andare a gettarsi ai piedi d’un confessore per ottenere il perdono di cui vede l’assoluta necessità? Se invece non si ha un momento fisso e un sicuro metodo per riflettere sulle grandi verità, uno si lascia trascinar dalla dissipazione e dagli, esempi del mondo e sdrucciola insensibilmente nel peccato.


674. 2° Morale necessità della meditazione per i sacerdoti addetti al ministero. Non parliamo qui di quei sacerdoti che, essendo religiosi e recitando il divino ufficio lentamente e piamente, possono trovare in questa recita e nelle letture e preghiere che fanno, un equivalente della meditazione. Si noti però che, anche negli Ordini in cui si recita l’ufficio in coro, la regola prescrive almeno mezz’ora di meditazione, appunto perché si è persuasi che la preghiera mentale è l’anima delle preghiere vocali e ne assicura la fervorosa recitazione. E, aggiungiamo che le Congregazioni fondate dopo il secolo XVI, insistono anche di più sulla meditazione, e che il Codice di Diritto Canonico prescrive ai superiori di vigilare perché tutti i religiosi, non  legittimamente impediti, consacrino ogni giorno un certo tempo all’orazione mentale[27].


Ma parliamo qui dei sacerdoti di ministero, immersi nelle fatiche apostoliche, e diciamo che la pratica abituale della meditazione, ad ora determinata, è moralmente necessaria alla loro perseveranza e  alla loro santificazione. Hanno infatti numerosi e importanti doveri da adempiere sotto pena di colpa grave, e d’altra parte sono talvolta soggetti a insistenti tentazioni nell’esercizio stesso del loro ministero.


675. A) Ora, per resistere a queste tentazioni adempiere fedelmente e soprannaturalmente tutti i loro doveri, è necessario che abbiano profonde convinzioni e grazie particolari che ne reggano la vacillante volontà; e nella meditazione quotidiana soltanto, come tutti convengono, le une e le altre si acquistano.


Né si dica che possono anch’essi trovar nella santa messa e nel divino ufficio equivalenti alla meditazione. La messa e il breviario, detti con attenzione e devozione, sono certamente mezzi efficaci di perseveranza e di progresso; ma l’esperienza insegna che un sacerdote, tutto occupato nelle fatiche del ministero, non compie bene questi due così importanti doveri se non attinga nell’abituale meditazione lo spirito di raccoglimento e di preghiera. Se trascura questo santo esercizio, come troverà, fra le occupazioni e l’affario onde è assediato, il tempo di seriamente raccogliersi e ritemprarsi nello spirito soprannaturale? E se questo non fa, viene presto assalito da numerose distrazioni anche in mezzo alle occupazioni più sante, le convinzioni gli si affievoliscono, scema l’energia, le negligenze e le debolezze aumentano, sopravviene la tiepidezza; e quando sorga tentazione grave, persistente, rabbiosa, non avendo più presenti alla mente le forti convinzioni necessarie a respingere il nemico, è esposto a soccombere[28]. ” Se fo meditazione, dice Don Chautard[29], sono come rivestito d’un’armatura d’acciaio e invulnerabile ai dardi del nemico. Ma senza la meditazione essi mi coglieranno certamente… O meditazione o grandissimo rischio di dannazione pel sacerdote che è a contatto col mondo, dichiarava senza esitare il pio, dotto e prudente P. Desurmont, uno dei più esperimentati predicatori di esercizi spirituali agli ecclesiastici. Per l’apostolo non c’è via di mezzo tra la santità, se non acquistata almeno desiderata e cercata (soprattutto con la meditazione quotidiana), e la progressiva perversione, diceva a sua volta il Card. Lavigerie”.


676. B) Ma poi non gli basta schivare il peccato: per compiere bene i suoi doveri di religioso di Dio e di salvatore di anime, è necessario che sia abitualmente unito a Gesù, Sommo Sacerdote, che solo glorifica Dio e salva le anime. Ora come potrà stare abitualmente unito a lui fra le occupazioni e i pensieri del ministero se non ha un tempo fisso e abbastanza lungo per ritemprarsi in quest’unione, per lungamente e affettuosamente pensare a questo divino Modello e con la preghiera attirarsene lo spirito, le disposizioni, la grazia? Con quest’unione le sue energie sono centuplicate, la sua fiducia è considerevolmente accresciuta, e assicurata la fecondità del suo ministero non è lui che parla ma Gesù che parla per sua bocca, tamquam Deo exhortante per nos; non è lui che opera, ei non è che strumento nelle mani di Dio; e perché si studia d’imitar le virtù di Nostro Signore, muove le, anime ancor più con l’esempio che con le parole. Ma se cessa di far la meditazione, perderà l’abitudine del raccoglimento e della preghiera e non sarà più che un bronzo sonoro e un cembalo squillante.


677. Quindi il Papa Pio X, di santa memoria, proclamò nettamente la necessità della meditazione pel sacerdote[30]; e il Codice di Diritto Canonico prescrive ai Vescovi di vigilare affinché i sacerdoti consacrino ogni giorno un pò di tempo all’orazione mentale” ut iidem quotidie orationi mentali per aliquod tempus incumbant” (can. 125, 2°); e che lo stesso facciano gli alunni del Seminario: “ut alumni Seminarii singulis diebus… per aliquod tempus mentali orationi vacent” (can. 1367, 1°). Non è questo un dichiarare in termini equivalenti la necessità morale della meditazione per gli ecclesiastici?


È dunque un non intendersi di psicologia il consigliare agli ecclesiastici, occupati nella vita parrocchiale, di metter da parte la meditazione per dire più devotamente la messa e il breviario. L’esperienza dimostra che, quando non si fa più meditazione, la recita devota dell’ufficio riesce quasi impossibile; si dice quando si può, con molte interruzioni, con la mente piena di ciò che si è sentito e di ciò che si dovrà sentire. In verità è la meditazione del mattino quella che assicura la devota celebrazione della messa e fa che uno si raccolga un tantino prima di cominciare il breviario.


678. Ciò che diciamo dei sacerdoti, non si può forse dire, fino a un certo punto, anche di quei generosi laici che consacrano parte del loro tempo all’apostolato? Se vogliono che quest’apostolato riesca fecondo, è necessario che sia avvivato dallo spirito interiore e dalla meditazione. Né si dica che il tempo dato a questo esercizio è rubato alle opere di zelo. Sarebbe rasentar l’errore pelagiano il pensare che l’azione sia più necessaria della grazia e della preghiera, mentre poi l’apostolato è tanto più fecondo quanto più è animato da profonda vita interiore, alimentata à sua volta dalla meditazione.


 


III. Caratteri generali della meditazione degl’incipienti.


 


Abbiamo gia detto che la meditazione degl’incipienti è principalmente discorsiva e che vi domina il ragionamento, pur lasciando un certo posto agli affetti della volontà. Ci resta da esporre: 1° su quali argomenti debbono ordinariamente meditar 2° quali difficoltà v’incontrano.


 


I. Su. quali argomenti debbono meditare gl’incipienti.


 


679. In generale debbono meditare su tutto ciò che può ispirar loro un crescente orrore ‑del peccato, sulle cause delle loro colpe, sulla mortificazione che ne è il rimedio, sui principali doveri del loro stato, sul buon uso e sull’abuso della grazia, su Gesù modello dei penitenti.


680. 1° A concepire un orrore sempre crescente del peccato, mediteranno: a) sul fine dell’uomo e del cristiano, quindi sulla creazione e sull’elevazione dell’uomo allo stato soprannaturale, sulla caduta e sulla redenzione (n. 59‑87); sui diritti di Dio, creatore, santificatore e redentore; su certi attributi divini che possono allontanarli dal peccato, come la sua immensità che lo rende presente a ogni creatura e soprattutto all’anima che è in istato di grazia; la sua santità che l’obbliga a odiare il peccato; la sua giustizia che lo castiga; la sua misericordia che l’inclina a perdonare. Tutte queste verità infatti tendono a farci fuggire il peccato, che è il solo ostacolo al nostro fine, il nemico di Dio, il distruttore della vita soprannaturale largitaci da Dio come il grande segno dei suo amore e dal Redentore restituitaci a prezzo del suo sangue.


b) Sul peccato: la sua origine, il suo castigo, la sua malizia, i suoi terribili effetti, (n. 711‑735); sulle cause che conducono al peccato, la concupiscenza, il mondo e il demonio, n. 193‑227.


c) Sui mezzi di espiare e di prevenire il peccato, la penitenza, n. 705, e la mortificazione delle varie nostre facoltà, delle nostre tendenze viziose e soprattutto dei sette peccati capitali, traendone questa conclusione pratica che non si può star sicuri fino a che queste viziose inclinazioni non siano, state estirpate o almeno padroneggiate: tratteremo presto di tutte queste questioni.


681. 2° Bisogna pure meditare a mano a mano su tutti i doveri positivi del cristiano: 1) doveri generali di religione verso Dio, di carità verso il prossimo, di giusta diffidenza di noi stessi per ragione della nostra impotenza e delle nostre miserie: un incipiente rimarrà specialmente impressionato da ciò che è esterno in queste virtù; il che peraltro servirà di preparazione alle virtù più sode che praticherà poi nella via illuminativa; ‑ 2) doveri particolari riguardanti l’età, la condizione, il sesso, lo stato di vita: fa pratica di questi doveri è infatti la migliore delle penitenze.


682. 3° Essendo capitale nella vita cristiana la parte della grazia, sarà necessario iniziare a poco a poco gl’incipienti a ciò che nella vita cristiana è fondamentale, adattando ad essi ciò che dicemmo dell’abitazione dello Spirito Santo nell’anima, della nostra incorporazione a Cristo, della grazia abituale, delle virtù e dei doni. Da principio non capiranno certamente che i primi elementi di queste grandi verità, ma il Poco che ne intenderanno avrà grandissima efficacia sulla loro formazione e sul loro progresso spirituale; solo quando si medita su ciò che Dio ha fatto e non cessa di fare per noi, uno si sente portato ad essere più generoso nel divino servizio. Non dimentichiamo che. S. Paolo e S. Giovanni predicavano queste verità al pagani convertiti, i quali erano anch’essi incipienti nella vita spirituale.


683. 4° Si potrà allora più facilmente propor loro