07) La Natura dell’Universo

Filosofia: logica, gnoseologia...

Risolto il problema della conoscenza e’ necessario passare allo studio di quella realta’ con la quale veniamo in contatto per mezzo della conoscenza. Essa forma l’oggetto delle tre grandi parti nelle quali si divide la filosofia dell’essere

LEZIONE VII


La Natura dell’Universo


 


Risolto il problema della conoscenza è necessario passare allo studio di quella realtà con la quale veniamo in contatto per mezzo della conoscenza. Essa forma l’oggetto delle tre grandi parti nelle quali si divide la filosofia dell’essere:
a) Cosmologia, che studia il mondo anorganico. al quale appena accenneremo nella presente lezione.
b) Psicologia, che ha per oggetto il mondo dei viventi e specialmente l’uomo (lez. VIII-XV).
c) Teologia naturale, che ha per oggetto Dio; la sua esistenza e la sua natura (lez. XVI-XX).


1. – UNITA’ E MOLTEPLICITA’.


Tutta la realtà dentro di noi e fuori di noi, distesa nello spazio, che si svolgente nel tempo, la comprendiamo con il nome di universo. Quale ne è la natura, cioè come è fatto? E’ la domanda che si fa spontaneamente l’uomo posto nel mondo e naturalmente portato a indagarne la costituzione come il bambino che rompe il giocattolo per vedere come è fatto. E di fatto vediamo i primi filosofi, ionici, che si affacciano agli albori della storia della filosofia, tutti immersi nella ricerca dell’elemento primordiale, il fondo di tutte le cose, da cui tutte sono scaturite e di cui tutte sono costituite; ascoltiamo le semplici e rozze risposte di Talete che afferma l’acqua principio intrinseco delle cose, Anassimene l’aria, Anassimandro qualcosa di indeterminato osservando perché quel che dà origine a tutte le cose determinate non può essere una di esse. Più profonda e più ricca la speculazione dei Pitagorici che, penetrando l’ordine e l’armonia che regna nell’universo, dissero essere il numero principio delle cose, costitutivo della loro essenza, ragione dei caratteri propri di ciascuna. Ma solo con Parmenide superiamo la concezione fisica degli ionici e la concezione matematica dei Pitagorici e assurgiamo a una concezione filosofica dell’universo che dimostra come le cose hanno una unità più profonda nell’essere; infatti l’acqua è, l’aria è, la terra è, tutto è; l’essere dunque è il principio delle cose.


Ma raggiunto questo concetto vero e profondo, ecco subito proporsi uno dei più assillanti problemi della filosofia che in varie forme risorge nelle varie epoche della sua storia: il problema dell’uno e del molteplice.


Se tutte le cose sono essere, sembra che ogni differenza e molteplicità debba scomparire e che tutto si riduca all’unità di un solo ente. Abbiamo detto infatti che la realtà dell’acqua è essere, dell’aria è essere, della terra è essere, in che dunque differiscono? Si dirà che l’aria è un certo essere e l’acqua un certo altro essere? Ma non importa: ciò in cui differiscono l’aria e l’acqua è o non è essere? Non si può dire che sia essere, perché nell’essere, aria e acqua non differiscono, dunque è non essere; ma il non essere è niente, dunque l’aria e l’acqua differiscono in niente, cioè non differiscono, e conchiudeva Parmenide negando ogni reale differenza e molteplicità e affermando che nonostante le apparenze, realmente l’universo è un unico Essere.


Eraclito, invece, sostenne la molteplicità e varietà attestata dai sensi, ma non sapendo sciogliere il sofisma contenuto nel ragionamento parmenideo, il pensiero antico restò fisso con Parmenide ed Eraclito nella prima antitesi di unità e molteplicità


Ad Aristotele dobbiamo la soluzione del problema con la fondamentale dottrina dell’analogia dell’ente. Egli vede ed afferma che se ogni cosa è essere e fuori dell’essere non vi ha nulla, il concetto di ente non è univoco, ma analogo, cioè le cose convengono nella ragione di essere, ma si differenziano in quella stessa ragione di essere, perché l’essere non è qualcosa di omogeneo e di semplice, ma di complesso, come apparirà presto studiandone la natura, per cui in tanti modi intrinsecamente diversi esso può realizzarsi e quindi moltiplicarsi.


L’oblio di tale importante dottrina causò il risorgere nei secoli del monismo panteista sia realista (Spinoza) sia idealista (Hegel) che ripete in altre forme l’obiezione parmenidea come accennammo nella lezione sull’idealismo.


2. – ESSERE E DIVENIRE


L’universo è dunque un insieme di cose, di enti; quale è la loro intima natura? Due opinioni opposte hanno anche qui diviso i filosofi sino dal primo sorgere della filosofia, opposizione perpetuatasi attraverso i secoli e sussistente tuttora, dovuta ad una imperfetta cognizione della realtà.


Se noi volgiamo il nostro sguardo su tutte le cose che ci circondano, vediamo che esse sono di continuo soggette al movimento. Tutto si muove, tutto diviene. (Intendo per movimento, non il solo moto locale, ma qualunque mutazione: così è moto ogni combinazione chimica, ogni reazione fisica, il nascere, il crescere, il morire d’un vivente).


Orbene il divenire coinvolto con il movimento, sembra inconciliabile con l’essere proprio delle cose. Ciò che infatti diviene, ancora non è; ciò che già è, non può più divenire quello che è; l’essere e il divenire sembrano quindi distruggersi a vicenda. Di qui le due opposte soluzioni del problema: Parmenide per affermare l’essere delle cose, nega il divenire, dichiarandolo pura illusione dei sensi. L’ente è non solo unico e immoltiplicabile, ma immutabile ed eterno; molteplicità e mutabilità sono solo apparenti.


Eraclito invece per affermare il divenire delle cose, ne negò l’essere. La realtà delle cose non è che movimento, un farsi continuo, un puro divenire, senza soggetto e senza causa, senza principio e senza fine. L’essere come qualche cosa di stabile e permanente, è una finzione della nostra mente. E’ la filosofia del divenire che da Eraclito e dalla sua scuola ha trovato difensori sino ai nostri giorni e tuttora sotto varie forme è ripetuta da Bergson, Gentile, ecc.; confutando l’idealismo, già notammo l’assurdità d’un puro divenire senza un soggetto che divenga e l’altra assurdità di un divenire che nega ogni causa estrinseca e quindi la stessa ragione sufficiente del divenire.


L’antinomia che separa le posizioni opposte fu pure risolta nell’antichità da Aristotele, che afferma la realtà dell’essere e del divenire e concilia essere e divenire con la celebre dottrina dell’atto e della potenza.
Ciò che diviene, non può essere il niente (il puro divenire è assurdo), né d’altra parte può già essere in atto (ciò che già è, non diviene), ma è in uno stato intermedio che non è il niente, non è l’atto, ma è la potenza, il divenire è il passaggio dalla potenza all’atto.
Ciò che diviene statua, non è il niente e neppure la statua già fatta, ma è il marmo che è capace di essere statua, che è statua in potenza. Così il seme che diviene pianta, il cibo che diviene carne e via dicendo. Ogni ente che si muta è quindi composto di potenza e di atto.


3. – LE CAUSE DELL’ENTE


Ogni ente mutabile è dunque necessariamente composto di potenza e atto, e si hanno varie specie di potenza e atto secondo le varie specie di mutazioni.


Esse sono: sostanza e accidente, materia e forma che corrispondono alle mutazioni accidentali e sostanziali di cui tosto parleremo; essenza ed essere che toccano la più intima costituzione dell’ente e corrispondono alla più radicale mutazione che è dal non essere simpliciter all’essere; composizione comune a tutti gli esseri creati e perciò contingenti e limitati, ed esclusa solo dalla natura di Dio che è l’Essere increato e perciò necessario e infinito come a suo luogo dimostreremo.


Atto e potenza sono i principi intrinseci costitutivi dell’ente e sono detti anche cause intrinseche (materiale e formale) in opposizione alle cause estrinseche (efficiente e finale) che pure si richiedono alla costituzione dell’ente mutabile. Il marmo infatti (causa materiale) non acquista la forma di statua (causa formale) se lo scultore non agisce (causa efficiente); e lo scultore non opera se un fine, qualunque esso sia (di lucro o di gloria ecc.) non lo muove (causa finale).


Così si è formata la dottrina aristotelica delle quattro cause cioè dei quattro principi che realmente, benché non allo stesso modo, concorrono alla produzione dell’effetto, influiscono nel suo essere; ed ogni ente finito e mutabile che è composto di atto e potenza (causa materiale e formale) ha anche necessariamente una causa efficiente (principio di causalità) e una causa finale (principio di finalità), mentre Dio non avendo come abbiamo detto, cause intrinseche, non ha neppure cause estrinseche, non ha principio e non ha fine, ma Egli è il primo principio ossia la causa prima e il fine ultimo di tutte le cose dell’universo.


4. – SOSTANZA E ACCIDENTE


La prima composizione di potenza e di atto è quella di sostanza e accidente, che ci viene manifestata nelle mutazioni accidentali sia spirituali sia materiali, per es. l’acqua che diviene calda, l’uomo che diviene sapiente.


In queste mutazioni abbiamo infatti un soggetto che permane sostanzialmente lo stesso (l’acqua, l’uomo) e qualche cosa di nuovo che si aggiunge, che accede (il calore, la sapienza). Il soggetto che permane sotto (quod substat) queste mutazioni dicesi sostanza, mentre quel che di nuovo vi si aggiunge (quod accidit) dicesi accidente.


Che la sostanza e l’accidente siano due realtà distinte appare dal fatto che l’acqua può essere acqua senza essere calda e l’uomo può essere uomo anche se ignorante; dunque il calore non si identifica con l’acqua, né la sapienza con l’uomo; e lo stesso potrebbe ripetersi di cento altri accidenti.


Contro tale affermazione insorsero i meccanicisti antichi e moderni (con Descartes) asserendo che tali mutazioni, almeno nell’ordine materiale, non importano nessuna realtà nuova e distinta dalla sostanza, ma solo una varietà di posizione e di movimento nei suoi elementi costitutivi (molecole, atomi, ecc.).


Volentieri concediamo che tali mutazioni importano cambiamenti di posizione e variazioni di moto, ma affermiamo che non si riducono a questo solo; la spiegazione di tali fenomeni importa necessariamente la esistenza di vere qualità accidentali distinte dalla sostanza, come ad esempio l’elasticità, l’energia cinetica, le forze elettromagnetiche, ecc. (cfr. HOENEN, Cosmologia, Roma, Univ. Gregor.). A questo proposito giova osservare che se l’uso della matematica ha giovato moltissimo ai progressi delle scienze fisiche, ha però favorito in certi fisici la tendenza a formarsi una falsa concezione fenomenista e idealista della realtà, con la pretesa di matematizzare la realtà, non accontentandosi di usare della matematica nella fisica, ma volendo ridurre la fisica a matematica, il che è deplorevole e falso astrattismo.


Gli accidenti, benché distinti dalle sostanze, non possono esistere senza la sostanza da cui naturalmente dipendono, salvo in certi casi per un miracolo dell’onnipotenza divina, che per es. nel Sacramento Eucaristico conserva gli accidenti del pane e del vino, mentre la sostanza del pane e del vino è stata convertita nel Corpo e nel Sangue di N. S. Gesù Cristo: miracolo rivelatoci dalla fede, ma ignorato dalla filosofia.


5. – MATERIA E FORMA


L’altra composizione di potenza e atto è quella di materia e forma che ci viene manifestata dalle mutazioni non semplicemente accidentali, ma sostanziali, che penetrano cioè nella natura stessa del soggetto: per es. idrogeno e ossigeno che divengono acqua, cibo che diviene per l’assimilazione carne e sangue del vivente.


Anche in tali mutazioni vi è necessariamente un più profondo sostrato che permane, materia prima, sotto la nuova forma sostanziale che è succeduta alla precedente e di qui è sorta la dottrina dell’ilemorfismo con cui la filosofia aristotelico-tomista intende filosoficamente spiegare la più intima costituzione dei corpi.


Si è detto che la dottrina dell’ilemorfismo, legata alla fisica antica che voleva spiegare la realtà coi famosi quattro elementi, è stata superata col progredire delle scienze dalla fisica moderna, la quale ci ha rivelato l’intima costituzione dei corpi (molecole, atomi, elettroni, protoni ecc.).
Ma conviene osservare innanzi tutto che l’ilemorfismo è una dottrina filosofica da non confondersi con le teorie scientifiche; tra dottrina filosofica e teoria scientifica non ci deve essere opposizione, ma c’è netta distinzione, così che il cadere di una teoria scientifica non importa necessariamente il tramonto di una dottrina filosofica che da essa si distingueva e su di essa non si fondava. Orbene, la dottrina ilemorfica, applicazione al mondo corporeo della dottrina generale dell’atto e della potenza, si fonda non su teorie scientifiche che possono mutare col progresso delle scienze, ma sulle esigenze immutabili della natura stessa dell’essere; e perciò il tramonto delle teorie scientifiche antiche e medioevali non ha importato il cadere della dottrina ilemorfica che come da quelle si distingueva pur senza opporsi, così si distingue dai risultati certi della scienza moderna senza opporsi ad essi. Abbiamo parlato di risultati certi, perché non intendiamo parlare delle numerose ipotesi più o meno probabili che con tanta varietà vengono proposte dai fisici, le quali hanno nella mente stessa dei loro autori solo il valore di un semplice schema rappresentativo, di un mezzo per nuove ricerche, senza pretesa di volere con esse spiegare la realtà.


Tralasciando quindi le ipotesi probabili e considerando solo i risultati certi delle moderne scienze, vediamo che in questi la dottrina ilemorfica non trova opposizione, ma piuttosto conferma.


Infatti la fisica approfondendo la sua analisi riguardo alle più piccole particelle sperimentali che nel loro complesso formano i corpi, ne dichiara la costituzione elettronica. Orbene la costituzione elettronica dei corpi non impedisce che questi nuovi minimi (e i loro costituenti se in seguito si riuscirà a disintegrarli) siano composti di materia e di forma come insegna l’ilemorfismo, che esige questo doppio principio per spiegare l’estensione dei corpi e la loro divisibilità o molteplicità potenziale (derivate dalla materia) e l’unità attuale dei corpi e la loro attività (derivata dalla forma).


Inoltre la fisica antica e moderna attesta il fatto delle mutazioni; la filosofia indaga come siano possibili le mutazioni e ne ritrova la spiegazione nella dottrina ilemorfica che anche qui non si oppone alla scienza, ma sembra in essa trovare una conferma. Infatti la legge di Lavoisier, secondo la quale nelle mutazioni naturali nulla si crea e nulla si distrugge, e il peso del composto chimico equivale alla somma dei pesi dei componenti, è una conferma sperimentale dell’esistenza di quella realtà che rimane invariata nelle mutazioni chimiche e che passa da un corpo all’altro cioè della materia prima. L’esistenza della forma sostanziale parimenti trova una conferma nella scienza moderna e cioè nella teoria psicologica del ” gestaltismo ” (struttura determinata e diverga per ciascuna specie di viventi), nelle leggi che regolano la formazione dei cristalli e in generale nella costanza e fissità delle varie sostanze che appaiono non meri aggregati di più elementi, ma aventi struttura e proprietà ben determinate, la cui ragione è appunto nella forma sostanziale.


Si dice che le reazioni chimiche e le trasformazioni radioattive avvengono per sola cessione o appropriazione di elettroni e così si spiegano le mutazioni, non con l’ilemorfismo.
Rispondo che bisognerebbe prima dimostrare che gli elettroni si trovino attualmente nell’atomo e non solo virtualmente (come insegna l’ilemorfismo) e non siano attualmente soltanto quando si sprigionano sotto l’azione disgregatrice di determinate energie e in determinate condizioni; che anzi la spiegazione scolastica trova conferma nel linguaggio dei fisici moderni che parlano di perdita d’individualità degli elementi subatomici allorchè entrano a far parte dell’atomo o della molecola, il che coincide con quanto l’ilemorfismo dice: che l’elemento perde nel composto la sua-individualità e rimane allo stato virtuale.


Nè finalmente ripugna l’apparente discontinuità della materia, affermata dalla fisica moderna, spiegabile per esempio con una diversa localizzazione delle cariche elettriche negative e Positive inerenti ad una sostanza continua.


Pare dunque che possano conciliarsi ilemorfismo e fisica moderna nella questione della costituzione dei corpi, purché siano rettamente intesi i due principi intrinseci costitutivi di un corpo affermati dall’ilemorfismo, e nella fisica moderna si distingua quello che è il risultato scientifico certamente dimostrato dalle ipotesi più o meno probabili che gli scienziati costruiscono su tali dati.


Abbiamo dovuto limitarci data la brevità del nostro studio a semplici nozioni generali che però ci gioveranno a meglio comprendere l’argomento delle lezioni seguenti, rimandando ad apposite opere il lettore che voglia studiare queste questioni difficili, ma interessanti circa i rapporti tra scienza e filosofia.


Accenniamo solo ad alcune:


1) La relatività di Einstein, da non confondere con il relativismo della conoscenza (cfr. lez. 2-3) “quasi che Einstein abbia dato una dimostrazione sperimentale di questa dottrina falsa. Niente di tutto ciò. La relatività di Einstein (che è un sistema, si noti, piuttosto aprioristico), dice che le nostre misure degli eventi naturali sono in relazione con la nostra posizione locale e col nostro movimento; non escludono però una realtà assoluta, precisamente quella realtà che viene da noi misurata. La stessa unità spazio-tempo (cronotopo), ha un valore assoluto, Inoltre, fuori delle entità considerate da Einstein, cioè fuori dello spazio, del tempo, della massa, dell’energia, della gravitazione, della luce, esistono molte altre cose, che quel sistema non riguarda e non tocca.
“Non c’è, di peggio (dice M. Planck) che lasciarsi fuorviare dalla vuota frase “tutto è relativo”. Anche in fisica essa è sbagliata. Tutte le costanti universali, come la massa o la carica di un elettrone o di un protone, o il quanto elementare di azione, sono grandezze, sono le pietre costruttive, fisse ed immutabili della dottrina atomica”. (STANGHETTI, Da S. Tommaso a Max Planck, in “Acta Pont. Acad. Rom. S. Thom. Aquin.”, Roma, Marietti, 1944, pp. 74-75).


2) Nella teoria di Einstein si parla anche di massa e di energia e della trasformazione dell’una nell’altra.
Ma non bisogna identificare massa con materia, perché la massa o inerzia elettromagnetica. è nella materia, ma da essa si distingue e quindi la trasformazione della massa in energia non significherebbe la trasformazione della materia o sostanza in energia, ma di una qualità in un’altra. Anzi l’esistenza di un dualismo fondamentale e irriducibile tra materia e energia ci sembra confermato da affermazioni della fisica moderna, per esempio dalla teoria del corpuscolo-onda del De Broglie.


3) La teoria dei quanti di Max Planck, secondo cui le energie fisiche sarebbero emesse e propagate non in modo continuo ma per quantità (latinamente quanta) discrete, quasi per granelli o, come dicono, pacchetti di energia, è un’ipotesi che spiega alcuni fenomeni, ma non tutti, e che in ogni modo può spiegarsi senza negare la continuità reale delle energie.


4) Quanto ai rapporti fra principio di indeterminazione di Heisemberg e principio di causalità vedi Lez. 17.


5) Finalmente riguardo alla questione sulle leggi statistiche o dinamiche, nulla pare impedisca che nei casi in cui non si può arrivare alle misure esatte dei fatti individuali, ci si contenti di misurare la media di tali fatti, formulando leggi statistiche che hanno valore reale benché alquanto generico, e non negano l’esistenza di vere leggi dinamiche che reggono la realtà benché da noi solo approssimativamente conosciute. (Vedi Stanghetti, nella conferenza citata).


(Continua)


Bibliografia


HOENEN, Cosmologia, Roma, Univ. Gregor. – NYS, Gosmologie, Louvain – ROSSI, La costituzione dei corpi secondo il tomismo e secondo la scienza moderna, in “Act. Il Congr. Thom. Intern.”, Roma, 1936 -STANGHETTI, Da S. Tommaso a Max Planck, in ” Atti Pont. Accad. S. Tomm. “, IX, Marietti, 1943 – VANNI ROVIGHI, Elementi di Filosofia (Ontologia e Filosofia della natura), Como, Cavalleri – DORE, Il pensiero dei fisici e il pensiero filosofico tradizionale, in “Rendiconti delle Sez. della R. Accad. delle scienze dell’Istit. di Bologna”, Bologna, Azzoguidi.