Storia greca – Cap. V

Alberto Torresani

 

Storia greca

CAP. 5 – L’EGEMONIA DI ATENE

 

     Le guerre persiane rappresentano uno spartiacque della storia greca: prima c’è la giovinezza radiosa e un po’ svagata potentemente espressa dalla poesia epica, dalla poesia lirica e dallo stile dorico arcaico; dopo viene la maturità espressa dalla poesia tragica, dalla storiografia e  dallo stile classico che trova il suo compendio più felice nel Partenone. Dopo le guerre persiane il mondo greco diviene consapevole della propria originalità, avendo battuto il più grande Impero dell’Asia, erede degli Imperi babilonese ed egiziano, e perciò i Greci ritengono di poter tutto osare, dando vita a una società eminentemente agonistica che premia il più forte, il più abile, il più intelligente, il più audace, il più intraprendente.

     La società greca non fu mai una società opulenta: ciò significa che le virtù più apprezzate non erano il lavoro indefesso, il risparmio, l’investimento del denaro in attività produttive, bensì la magnanimità, il valore, il rischio, il successo e la lode dei propri concittadini.

    Scrive Jacob Burckhardt nella sua Storia della civiltà greca: “L’uomo greco ha una spiccata vita individuale, è libero da influenze di casta o di razza ed è in continua gara con i suoi simili, dai giochi nelle feste fino al predominio nella polis, dall’arena di Olimpia alle piazze e ai portici della città natia, fino ai concorsi di canto e nelle arti figurative. E dove non si tratti di serio gareggiare, ne troviamo uno in forma di scherzo o beffa quotidiana, nella continua critica del prossimo; lo spirito umoristico greco si compiace instancabilmente del contrasto insito nelle cose, fra come sono e come dovrebbero essere. L’Oriente non è agonistico, anzitutto perché l’ordinamento delle caste non tollera gare e i Greci, da parte loro, non ammisero mai un barbaro nelle loro arene”.

     Il perno dell’alleanza vincente contro i Persiani fu Atene ed era naturale che quella città si ponesse a capo del mondo greco per guidarlo nello sfruttamento della vittoria. Atene per prima comprese che i tempi della città-stato erano finiti e che occorreva conservare intatto lo strumento che aveva permesso la vittoria, ossia una potente flotta sempre pronta a prendere il mare per scongiurare ogni ritorno offensivo dei Persiani la cui potenza era stata fermata, ma non distrutta.

     Tuttavia, per mantenere una potente flotta occorrevano molti denari  che si potevano avere solamente sviluppando l’economia di mercato: dal punto di vista sociale ciò significa che occorreva mettere da parte l’antica aristocrazia con i suoi ideali di vita individualisti ed eroici, facendo ascendere ai posti di comando la borghesia industriale e commerciale i cui ideali apparivano più prosaici, più volgari, ma sicuramente più redditizi.

     Il personaggio chiave per operare questa profonda trasformazione del costume fu Pericle che, pur appartenendo alla famiglia più aristocratica dell’Attica, portò al potere i ceti sociali più umili di Atene e riuscì nel difficile compito di far accettare a una parte dei Greci l’egemonia di Atene.

  

5.1                               LA GRECIA DOPO IL 478 A.C.

 

Ritengo opportuno tracciare i confini dell’area geografica che nel V secolo a.C. si può ascrivere al mondo greco, ricordando che, per un verso, esso era più esteso della Grecia attuale, e per un altro verso molto meno esteso.

I confini del mondo greco     Appartenevano al mondo greco le coste africane da Tripoli a Cirene; la maggior parte dell’isola di Cipro; le coste dell’Asia Minore da Rodi fino all’Ellesponto e al Ponto Eusino sul quale si affacciavano alcune città greche; le coste del mar Adriatico fino all’attuale Albania; la parte meridionale dell’Italia comprendente la Puglia e il Salento, la Basilicata, la Calabria e la Campania; gran parte della Sicilia. Non appartenevano al mondo greco la Tracia e la Macedonia; anche la Tessaglia appariva solamente in parte greca.

I fattori della cultura greca     Ciò che in primo luogo distingueva i Greci dai barbari era la lingua greca, anzi i vari dialetti greci, perché una lingua comune non esistette mai. I dialetti ionici erano parlati nelle isole dell’Egeo e nelle città della costa dell’Asia Minore a nord di Mileto; i dialetti attici erano parlati, oltre che ad Atene, nell’isola Eubea; i dialetti eolici prevalevano in alcune grandi isole come Lesbo; i dialetti dorici erano parlati in Arcadia e a Cipro oltre che in Laconia. Ogni greco trovava ridicola la parlata degli altri Greci, ma era sempre in grado di capire e farsi capire. I letterari adottarono la convenzione, che a noi sembra strana, di comporre in dialetto dorico la lirica corale, in eolico la poesia lirica, in attico le parti dialogiche della tragedia e della commedia. Un altro fattore aggregante era la comune religione olimpica: i santuari di Delfi, di Olimpia, di Delo, di Dodona, di Efeso ecc. erano panellenici, ossia frequentati da tutti i Greci, così come lo erano i grandi giochi di Olimpia, di Nemea, dell’Istmo e di Delfi, tanto calati nel costume greco da dar luogo a una generale tregua sacra per permettere le gare. Infine, i Greci erano collegati da una comune paideia, un’educazione di base per cui i concetti di democrazia, sapienza, geometria, musica, filosofia avevano un significato compreso da tutti.

Agricoltura     Un altro fattore caratteristico della società greca era la tenace passione per l’agricoltura. Pochi popoli hanno avuto una terra più avara di quella greca e pochissimi hanno saputo sfruttarla meglio. Purtroppo non abbiamo più gli antichi trattati di agricoltura, ampiamente utilizzati dagli agronomi romani, ma tutte le fonti sono concordi nell’affermare che i greci furono insuperati nella coltivazione dell’olivo, della vite, del fico che crescono bene in zone aride: per quanto riguarda l’olivo si può affermare che i Greci di fissarono solo in zone in cui fu possibile acclimatare quella pianta. Il frumento e l’orzo furono sempre coltivati, ma un’abbondante produzione poteva avvenire solamente in terreni di pianura che in Grecia sono rari, a eccezione della Tessaglia che gravitava nell’orbita della Macedonia. I fichi secchi, l’uva passa, l’olio e il vino venivano prodotti in quantità eccedente i bisogni locali e perciò furono oggetto di un commercio intenso con cui ci si procurava il frumento e l’orzo sempre scarsi. I terreni non coltivati erano destinati al pascolo di pecore, capre, bovini allevati più per il latte che per la carne, rimasta sempre un cibo relativamente raro per i Greci.

Edilizia     La passione per l’architettura è molto meglio documentata. Ogni europeo quando pensa alla Grecia pensa ai suoi templi, ai suoi teatri, alle sue acropoli giunti fino a noi. Gli stili principali (dorico, ionico, corinzio) nacquero come stili regionali, ma in seguito imitati ovunque si diffuse la cultura greca che seppe scoprire una sottile relazione armonica, la proporzione matematica, tra le varie parti dell’edificio.

La guerra     Ancora più informati siamo sulla guerra, in parte perché le fonti antiche (Erodoto, Tucidide, Senofonte, Polibio ecc.) esaminarono soprattutto le vicende belliche, in parte perché l’attività militare era considerata il culmine della formazione di un uomo: fin da Omero, mentre le attività atletiche erano considerate attività paramilitari (una delle gare di Olimpia era la corsa degli opliti con atleti che gareggiavano con l’armatura completa). Di fatto, fin dall’età arcaica, i Greci fornivano  i migliori mercenari che combattevano in Egitto, in Asia, in Italia, favorendo tra l’altro la coniazione di monete d’argento nei paesi che li ingaggiavano, essendo le monete il più semplice dei mezzi di pagamento. Come avveniva in Europa ancora in tempi recenti, i mercenari erano reclutati da abili ufficiali in grado di impartire un rigoroso addestramento, che si mettevano a disposizione di quei governi che ritenevano più conveniente l’impiego di mercenari, invece di armare i propri cittadini sottraendoli alle attività di lavoro. Al termine del servizio, se sopravviveva, il mercenario poteva investire  i suoi risparmi in un podere e formare una famiglia avendo acquistato uno status di sicuro prestigio: con un poco di fantasia  si poteva considerare simile ad Odisseo che aveva combattuto e visto il mondo, accorgendosi infine che non esisteva luogo più bello della propria isola.

I conflitto sociali     I principali fattori di aggregazione dei Greci tra loro erano l’appartenenza geografica alla stessa città-stato e la consapevolezza di appartenere a una determinata stirpe. Com’è noto, il principio più forte risultò il secondo, ossia il vincolo di sangue che separava ogni stirpe greca dalle altre, tanto forte da impedire di prendere in considerazione l’unificazione politica di tutti i Greci in un unico Stato nazionale che, date le spiccate doti politiche, diplomatiche, militari, scientifiche dei Greci nel loro complesso, avrebbe potuto farli assurgere al rango di grande potenza. Ma come abbiamo visto, la scarsità di cibo e di materie prime spinse i Greci alle attività commerciali e all’industria in un clima di accesa competizione  tra le varie stirpi, estesa alle colonie da loro fondate. I grandi guadagni conseguiti da alcuni individui in ogni città-stato accesero competizioni sociali per impedire che il potere della ricchezza si unisse al potere politico e molto spesso quelle lotte sociali produssero la rovina di industrie e commerci che dovettero migrare altrove, lasciando tutti i cittadini ugualmente poveri, anche se liberi come essi volevano.

 

5.2                                    UNA SOCIETA’ AGONISTICA

 

I cinquant’anni intercorsi tra la fulgida vittoria dei Greci sull’Impero persiano e l’inizio della guerra del Peloponneso non apparvero ai contemporanei e ai posteri immediati con l’aura di importanza che hanno i periodi di incubazione che solamente i grandi storici sanno riconoscere. Ma la Grecia, fra i tanti tesori d’arte che seppe creare in quel periodo, ebbe la fortuna di dare i natali a uno dei massimi storici dell’umanità, Tucidide.

La pentacontaetia     Tucidide è la fonte più attendibile della storia dei cinquant’anni (“pentacontaetia”) impiegati da Atene per costruire il suo impero marittimo. L’attacco persiano era stato respinto a Platea nel 479 a.C. ma la Persia rimaneva una minaccia permanente che esigeva una difesa costante della Grecia. Le città-stato dovettero affrontare il problema di conciliare la necessità di unirsi per far fronte ai pericoli esterni con la passione per l’autonomia e l’indipendenza. Inoltre, l’esperienza del conflitto appena terminato aveva mostrato che ancor più importante dell’esercito, era una poderosa flotta in grado di tenere aperti gli stretti che collegano l’Egeo col Ponto Eusino e di controllare la flotta fenicia al servizio dei Persiani, ottenendo sicuri rifornimenti di frumento e vie aperte per l’espansione del commercio greco.

La ricostruzione di Atene     Durante l’invasione persiana, Atene aveva sperimentato la singolare situazione di un popolo senza territorio: l’unico suo presidio era stato la flotta (i muri di legno dell’oracolo di Delfi). Era naturale che il primo compito degli Ateniesi fosse la ricostruzione della loro città: templi, case, mura. Le case furono ricostruite in fretta con materiali di recupero. Le mura apparivano ancora più importanti: gli Spartani cercarono di impedire la costruzione di bastioni particolarmente robusti, ma Temistocle riuscì a superare ogni opposizione e già nell’estate del 478 a.C. veniva terminata una muraglia di circa sei chilometri appoggiata su un alto zoccolo di pietra che rivestiva una gettata di pietre e terra, sormontata da un muro di mattoni crudi spesso da tre a cinque metri.

Cipro e Bisanzio sentinelle della Grecia     Appariva evidente a tutti i Greci che si dovesse sfruttare la vittoria assicurandosi il possesso dei probabili punti di passaggio che i Persiani avrebbero potuto utilizzare per ripetere l’invasione della Grecia. Nella primavera  del 478 a.C. una flotta di venti triremi ateniesi e trenta spartane, al comando di Pausania reggente di Sparta, dapprima veleggiò verso Cipro che fu rapidamente conquistata, poi raggiunse Bisanzio, occupata nell’autunno dello stesso anno. Le due imprese finirono per concentrare un potere eccessivo nelle mani di Pausania, che cominciò a divenire sensibile ai tentativi di corruzione messi in opera dai Persiani, mentre l’oligarchia spartana diveniva sempre più diffidente nei suoi confronti e gli altri alleati protestavano per la supposta egemonia spartana. Pausania fu richiamato in patria e processato, ma la condanna fu mite: al suo posto fu invito a Bisanzio un altro comandante, Dorchide (estate 477 a.C.), ma nel frattempo Aristide aveva conquistato l’importante base di Sesto sull’Ellesponto per cui i federati greci non accolsero il comandante spartano.

La lega navale delio-attica     A Sparta si era rafforzato il partito conservatore che mirava a stabilire una solida egemonia fondata sull’esercito di terra del Peloponneso. Perciò, quando Dorchide ritornò coi suoi soldati a Sparta, pochi compresero l’enorme fatto nuovo che si stava realizzando, ossia che le forze navali della Grecia passavano sotto il comando di Atene: questo evento sarebbe stato determinante per tutta la storia successiva di Atene e della Grecia. Nell’inverno 477 a.C. la lega navale fu trasformata da temporanea in permanente. Essa comprendeva la maggior parte delle isole e delle città dell’Egeo; le Cicladi ioniche; l’Eubea (tranne Caristo); le città della Propontide. Atene avrebbe ricevuto il comando, ma gli alleati pretendevano pari dignità. Scopo della lega navale era la difesa contro i Persiani: ognuno degli alleati si impegnava a fornire navi e ed equipaggi. Ben presto, su suggerimento di Atene, gli alleati trovarono conveniente sostituire il contingente di navi ed equipaggi con un contributo in denaro, ad eccezione delle grandi isole di Chio, Samo e Lesbo che avevano proprie tradizioni navali e preferivano fornire navi con propri equipaggi. Aristide, da tutti ammirato per la specchiata onestà, fu incaricato dalla lega di stabilire l’ammontare dei singoli tributi. Non abbiamo dettagli circa i criteri seguiti: se l’ammontare dei tributi fosse legato all’esistenza di dazi o dogane, oppure se dovesse dipendere dall’estensione e produttività del territorio. Secondo la testimonianza di Tucidide l’ammontare complessivo del tributo era di circa 460 talenti annui (il talento era un’unità di conto ed equivaleva a circa 26 chilogrammi d’argento). Quella cospicua somma veniva depositata nel tempio di Apollo a Delo sotto il controllo dell’Assemblea federale, ed era amministrato da dieci cassieri ateniesi, uno per tribù, chiamati ellenotami.

Sparta     Mentre Atene gettava le basi della sua futura grandezza, Sparta riprese la sua politica di espansione territoriale attaccando, al comando del re Leotichida, la Tessaglia, col progetto di assumere la maggioranza in seno all’anfizionia di Delfi, escludendo Tessali, Tebani, Argivi. Leotichida fallì il suo compito perché si fece corrompere dal denaro dei Tessali e anche perché Temistocle si oppose al disegno egemonico spartano. Leotichida perse il titolo di re e fuggì a Tegea ponendosi alla guida di un partito antispartano che diveniva sempre più forte nel Peloponneso. Re di Sparta divenne Archidamo, costretto ad affrontare un pericoloso movimento democratico sorto con l’ampliarsi dell’economia di mercato, col fascino che esercitava anche nel Peloponneso la vita di città. Ne derivò la guerra di Mantinea, Argo e Tegea contro Sparta, vinta da quest’ultima, ma con fatica.

Conflitto tra Temistocle e Cimone     Ad Atene, si comprese che erano possibili due politiche, o andare a fondo con la politica navale, con sviluppo della democrazia e priorità dell’industria e del commercio, ma a prezzo del pericolo di uno scontro durissimo con Sparta; oppure mantenere allo Stato ateniese la sua passata fisionomia che vedeva in posizione di preminenza i grandi proprietari terrieri che, pur propugnando l’ampliamento del commercio, non intendevano entrare in conflitto con Sparta. Anima del primo partito era Temistocle, un uomo di Stato lucido, ma anche temuto perché troppo tenace, ardito e duttile: ben presto divenne bersaglio di campagne diffamatorie che alla fine ebbero successo. A capo del partito conservatore c’era Aristide, che appariva invecchiato. Era nato nel 540 a.C. e risultava rigido, indeciso, legalista. Il partito conservatore trovò un capo idoneo in Cimone, figlio di Milziade il vincitore di Maratona, ricchissimo, ben visto a Sparta, aristocratico. Dato che la guerra era divenuta un fatto permanente, l’ufficio di comandante in capo (strategòs) divenne in Atene il più importante: esso comprendeva il comando delle forze di terra e di mare, perciò dettava di fatto la politica estera di Atene, guidava i lavori dell’assemblea popolare e di quella dei cinquecento e indirizzava anche la politica interna con prestigio immenso, a patto di vincere le guerre. Cimone divenne stratega nel 476 a.C.: subito fu inviato in missione col compito di sloggiare, da Bisanzio e da Sesto, Pausania che di propria iniziativa aveva occupato quei punti strategici riprendendo gli intrighi coi Persiani. Cimone recuperò le due città e poi anche Eione in Tracia e l’isola di Sciro; fece molti prigionieri e sistemò sul territorio molti coloni ateniesi. Finalmente tornò in patria riportando le ossa di Teseo (almeno così si credeva), cosa che non mancò di dare alla sua impresa un carattere religioso.

Tramonto di Pausania e di Temistocle     Pausania si era rifugiato nella Troade cercando protezione presso il satrapo persiano di quella regione. Fu richiamato in patria per rispondere dell’accusa di aver fatto sollevare gli iloti ed ebbe la temerità di accogliere l’ingiunzione, forse perché non vedeva altra via per realizzare i suoi piani rivoluzionari, fidando sulla fama delle sue passate imprese.. Gli Spartani lo fecero morire di fame nel tempio in cui aveva cercato rifugio in un anno che non conosciamo con precisione (forse il 471 a.C.). Negli stessi anni tramontò la stella di Temistocle, vittima dell’opposizione congiunta dei conservatori ateniesi e dell’ostilità degli Spartani: fu condannato all’esilio di dieci anni (ostracismo) impiegati nel vano tentativo di sollevare gli iloti del Peloponneso contro Sparta per poi finire ingloriosamente al servizio di Artaserse, il nuovo re di Persia. Intorno all’anno 461 a.C. anche Temistocle morì.

Nuova sconfitta della Persia     Verso il 470 a.C. Serse, approfittando delle discordie tra i Greci (Atene era allora alle prese con la rivolta di Nasso e Sparta doveva sottomettere la rivolta del Peloponneso), cominciò a reclutare contingenti militari in Cilicia e in Fenicia. Nel 468 a.C. Atene inviò Cimone con una flotta di duecento triremi per sottomettere le città egee della Caria. La flotta fenicia al servizio di Serse tentò di sottrarsi al combattimento risalendo il fiume Eurimedonte, ma Cimone riuscì a sbarcare gli opliti che vinsero il combattimento terrestre e distrussero la flotta avversaria (468 a.C.). Dopo questa duplice vittoria, Cimone riuscì a intercettare altre ottanta navi fenicie, prontamente sbaragliate. Cimone poté così tornare ad Atene carico di gloria riuscendo anche a battere gli avversari politici.

Crisi della lega delio-attica     La vittoria dell’Eurimedonte, tuttavia, ebbe un effetto perverso. La Persia era stata cacciata da tutte le coste dell’Egeo, ma con la scomparsa del pericolo persiano gli alleati della lega delio-attica cominciarono a defezionare. Si è già parlato della rivolta di Nasso del 470 cui si aggiunse la rivolta di Taso nel 465. La posizione di Taso, all’ingresso dell’Ellesponto, era di vitale importanza: da quell’isola si controllava l’invio di legname tracio essenziale per la flotta alleata, il grano del Ponto Eusino, l’oro e l’argento provenienti da Taso stessa e dalla penisola Calcidica. La rivolta di Taso trovò in Sparta un’alleata in grado di concentrare un attacco congiunto contro Atene: il progetto non si realizzò a causa di un terremoto che distrusse Sparta e provocò la ribellione degli iloti, aiutati dai Messeni (464 a.C.). L’anno dopo, Taso fu costretta alla resa, condannata a distruggere le mura, a consegnare la flotta, a pagare la multa di duemila talenti e a cedere le sue famose miniere (462 a.C.). La rivolta degli iloti e dei Messeni costrinse Sparta a chiedere aiuto ad Atene, ma poco dopo tali aiuti furono respinti, causando la fine della politica filo-spartana di Cimone.

 

5.3                                           PERICLE AL POTERE

 

La personalità di Pericle ha avuto un peso enorme nella storia della Grecia e merita un approfondimento.

Trionfo dei democratici ad Atene     Dopo la cacciata di Temistocle da Atene, il partito democratico aveva trovato un nuovo capo capace in Efialte, affiancato da Pericle che era ancora più geniale e duttile. Entrambe appartenevano alla famosa famiglia degli Alcmeonidi. Essi si proposero di acquistare seguito rendendo ancora più democratico l’esercizio del potere in Atene. Il mezzo venne trovato ricorrendo a una sorta di indennizzo per coloro che prendevano parte alle attività politiche, ossia la paga del più modesto operaio. Efialte e Pericle condussero la loro battaglia contro i conservatori attaccando i poteri ancora detenuti dall’Areopago, composto di aristocratici (eupatridi). Poi venne attaccato Cimone, condannato all’ostracismo che durava dieci anni (461 a.C.). Efialte fu assassinato, ma il patito democratico non fu indebolito perché Pericle apparve ancora più abile e deciso del defunto. Il controllo dell’attività legislativa e delle cariche civili e militari passò direttamente all’assemblea popolare. Nel 457a.C. cadde l’ultimo privilegio degli eupatridi di accedere in esclusiva all’arcontato. Infine, quasi tutte le cariche, meno quelle militari e tecniche, furono assegnate per sorteggio.

Nuova crisi con la Persia     Alla morte di Serse seguirono torbidi in Egitto nel tentativo di ripristinare un faraone indigeno. Subito Atene si alleò con Argo e con i Tessali per garantirsi contro Sparta e poi trasferì la flotta e l’esercito da Cipro all’Egitto (459 a.C.). Sparta approfittò della lontananza delle forze militari ateniesi per condurre un attacco in Attica. Tale attacco fu respinto, ma il pericolo corso indusse gli Ateniesi a costruire le Lunghe Mura, ossia un corridoio fortificato lungo circa sette chilometri per congiungere la città col nuovo porto del Pireo, anch’esso fortificato (457 a.C.). In quello stesso anno ci fu lo scontro a Tanagra in Beozia, tra Spartani e Beoti da una parte, Ateniesi, Tessali e Argivi dall’altra, con sconfitta degli ultimi.

Il ritorno di Cimone     Nel momento del maggior pericolo, Cimone si presentò sul campo di battaglia, ma fu respinto. Tuttavia, dopo la sconfitta, fu scelto dagli Ateniesi per guidare la loro delegazione nelle trattative di armistizio. Due mesi dopo la sconfitta di Tanagra, gli Ateniesi poterono rifarsi con la vittoria di Oenofite, di grande importanza perché Tebe fu costretta a inviare in esilio la fazione antiateniese perdente, mentre Focea ed Egina tornavano sotto il controllo ateniese rientrando nella lega delio-attica. In Egitto, il corpo di spedizione ateniese fu assediato su un’isola del Delta e costretto alla resa, mentre una spedizione di soccorso di cinquanta navi, ignara della capitolazione avvenuta, finì nelle mani dei Persiani che così poterono ristabilire il loro dominio in Egitto. L’eco della sconfitta indusse la lega di Delo a decretare il trasferimento del tesoro dal tempio di Apollo in quell’isola, cha ora appariva troppo esposta a possibili incursioni della flotta persiana, all’acropoli di Atene, difesa da nuove mura (454 a.C.). Queste operazioni erano costate molti uomini e molto denaro. A Cimone, tornato in patria, fu affidata la spedizione  a Cipro col compito di cacciare i nemici da Cizio, ma l’assedio durò a lungo senza dare risultati e Cimone morì di malattia. La flotta fu ritirata e si arrivò alla pace di Callia (o di Cimone perché fu da lui consigliata sul letto di morte) con la Persia in forza della quale tutto il tratto di costa da Bisanzio fino alla Licia doveva risultare interdetto alla navigazione della Persia alla quale veniva ceduto il controllo di Cipro. Nel 449 a.C. Atene stipulò una pace di cinque anni con Sparta, più tardi confermata per la durata di trent’anni. La fase più acuta della lotta tra Grecia e Persia veniva sopita per qualche tempo, ma ormai era prossimo lo scontro tra Atene e Sparta.

 

5.4                                             L’APOGEO DI ATENE

 

Con la morte di Cimone cadde la possibilità per il partito conservatore di bloccare l’evoluzione democratica di Atene. Con la pace Atene poteva cogliere i frutti della politica lungimirante iniziata da Temistocle e proseguita da Efialte e Pericle.

Pericle     Forse è opportuno ricordare che Pericle governava mediante la carica di stratega assegnata dall’assemblea popolare ogni anno. Tucidide così caratterizza la figura di Pericle: “Egli era dotato di autorità grazie alla considerazione dei cittadini, alle sue qualità intellettuali e al fatto che si era rivelato chiaramente incorruttibile di fronte al denaro, reggeva saldamente la folla, pur nella libertà, e la guidava più di quanto fosse da essa guidato; infatti, non avendo ottenuto la sua autorità con mezzi illeciti, non ricorreva all’adulazione, ma era in grado di opporsi, grazie alla considerazione di cui godeva, anche alla collera dei concittadini (Guerra del Peloponneso, II, 65). Secondo una notizia non sicura di Plutarco, verso il 448 a.C. Pericle avrebbe tentato di ottenere da un congresso panellenico il riconoscimento dell’egemonia di Atene per sancire la fine ufficiale delle guerre persiane, ma il progetto sarebbe fallito per l’opposizione di Sparta.

La potenza economica di Atene     Atene era divenuta un grande centro di consumo e di commercio. Secondo le affermazioni contenute in uno scritto di autore anonimo, denominato Vecchio Oligarca, ad Atene accorreva la produzione di tutto il mondo e vi regnava un’abbondanza ignota a paesi ben più ricchi dell’Attica. Il Pireo era un porto internazionale. Purtroppo non abbiamo dati statistici precisi, ma la popolazione libera di Atene doveva essere poco più numerosa di 150.000 persone. Con l’abbondanza del commercio era cresciuto anche il costo della vita e quindi il numero di coloro che, pur essendo liberi, incontravano crescenti difficoltà a procurarsi il necessario per vivere. Furono perciò frequenti le cleruchie, ossia le assegnazioni di terra all’estero a favore di cittadini ateniesi disposti a trasferirsi altrove formando un nucleo di popolazione fedele ad Atene e in grado di presidiare territori strategici confiscati ai nemici.

Le cleruchie     Parecchie migliaia di cittadini ricevettero terra in Eubea, a Lemno a Imbro, tre isole vitali per Atene: la prima perché posta alle porte di casa, le altre due perché poste davanti all’Ellesponto, la porta del frumento. Col sistema delle cleruchie si sarebbe potuta tentare l’assimilazione delle popolazioni non attiche legandole ad Atene con la concessione della cittadinanza, ma era proprio ciò che gli altri Greci non tolleravano. Più tardi, nel 436 a.C., fu fondata una cleruchia ad Anfipoli in Tracia, vitale per i rifornimenti di legname, e un’altra cleruchia a Turi nella Magna Grecia, accanto alle rovine dell’antica Sibari (ne fece parte anche Erodoto): si trattava di una fondazione panellenica, forse perché molti ateniesi nullatenenti preferivano rimanere nella loro splendida città occupati come operai nei numerosi cantieri che costruivano quei complessi architettonici rimasti la gloria più duratura di Atene.

Le finanze ateniesi     Le entrate finanziarie di Atene erano formate dai dazi imposti alle merci che entravano nel Pireo, dalle tasse sui contratti di compra-vendita, dalle miniere, dalle cave di marmo, dalle terre demaniali. Queste entrate (circa mille talenti all’anno) confluivano in casse particolari per far fronte alle spese dello Stato, escluse quelle per le guerre. Poi c’erano i contributi degli alleati della lega delio-attica che ammontavano a circa 460 talenti annui da spendere per tenere in efficienza le navi. Infine c’erano i tesori dei templi da destinare alle spese di culto, ma che venivano considerati anche un fondo di riserva nel caso di gravi necessità.

I lavori pubblici     La prima grande opera pubblica fu il muro costruito tra Munichia e il porto del Falero: esso distava circa uno stadio (167 metri) dalle Lunghe Mura. Poi furono costruiti i ripari delle navi, con una spesa di 1000 talenti, alloggiate nei tre porti, i granai e altri depositi di merci. Il Pireo divenne una città con un reticolo di strade ad angolo retto secondo un piano regolatore tracciato da Ippodamo di Mileto. Intorno al 446 a.C. Ictino e Callicrate iniziarono la costruzione del Partenone, mentre Fidia terminava la grandiosa statua criso-elefantina (di avorio e oro) che rappresentava Atena, preziosissima: era valutata 800 talenti. L’architetto Mnesicle predispose l’entrata trionfale nell’acropoli, i Propilei, costati 2100 talenti. Seguì il tempietto di Atena Nike, l’Odeon destinato a spettacoli musicali, i bagni pubblici, la pinacoteca, l’Eretteo, il Liceo e il Teseion. Così scrive Plutarco nella Vita di Pericle: “Furono usati come materiali la pietra, il bronzo, l’avorio, l’oro, l’ebano, il cipresso; furono impiegate le arti che li trattano e li lavorano, cioè falegnami, scultori, fabbri, scalpellini, tintori, modellatori d’oro e d’avorio, pittori, arazzieri, intagliatori, per non dire coloro che importano e trasportano tutte queste merci: armatori, marinai e piloti in mare, carradori, allevatori, conducenti, cordai, tessitori, cuoiai, terrazzieri e minatori. Ogni categoria aveva poi schierata sotto di sé, come un generale il proprio corpo d’armata, una folla particolare di manovali, che erano le membra di cui si serviva per disimpegnare la sua mansione”.

Atene scuola dell’Ellade     Le grandi realizzazioni dell’architettura, della scultura, della pittura si unirono al mirabile sviluppo della tragedia, dell’eloquenza, della storiografia, aspetti che saranno esaminati più attentamente in un capitolo successivo. L’affermazione di Pericle nel suo famoso discorso per onorare i caduti del secondo anno di guerra che Atene era la scuola dell’Ellade non appare una vuota vanteria. Nessun’altra città greca poteva presentare una simile prodigiosa fioritura di geni che con apparente semplicità davano vita a capolavori a ritmo costante. Era contemporaneo di Pericle anche Socrate che impresse alla filosofia una svolta epocale, risvegliando la vocazione filosofica del più grande pensatore dell’occidente, Platone, che successivamente suscitò un altrettanto grande discepolo, Aristotele. Tuttavia, in questo mirabile organismo c’erano i germi della sua decomposizione.

Gli organi politici di Atene     Nell’età di Pericle la politica di Atene veniva decisa dalla classe più bassa dei cittadini impegnati nella navigazione, nel commercio, nell’industria. Il centro di gravità politico era l’assemblea popolare che decideva le questioni più importanti di politica estera, la guerra, i rifornimenti della città. L’assemblea esprimeva, per la durata di trentasei giorni un consiglio esecutivo (pritania): al termine del mandato l’assemblea rivedeva gli atti di quei magistrati col potere di sospenderli e di sottoporli a processo in caso di irregolarità. In questo modo i magistrati potevano eseguire solamente le decisioni dell’assemblea. Ogni membro dell’assemblea aveva diritto di parola e di iniziativa di legge. Ogni nuova legge veniva approvata da uno speciale comitato: se risultava contraria a una legge già esistente, il proponente poteva venir multato o anche condannato a morte. Prima di Pericle, i progetti di legge venivano elaborati da un apposito comitato, discussi nel consiglio dei pritani e infine approvati dall’assemblea: come si nota, la democratizzazione di Atene era davvero spinta.

Gli strateghi     Esisteva un corpo di dieci strateghi, uno per tribù, che acquistò grande importanza, costituendo una sorta di governo. Tutta la politica interna ed estera di Atene era concentrata nelle loro mani. Se avevano successo militare, potevano venir rieletti per molti anni di seguito; in caso di fallimento delle loro operazioni, potevano venir condannati a morte o all’esilio. Esisteva infine un grande numero di funzionari, anch’essi nominati per un anno mediante sorteggio, preposti alle finanze dell’impero ateniese.

L’Eliea     Infine esisteva l’Eliea, un’assemblea giudiziaria che finì per monopolizzare le principali questioni giudiziarie di Atene. L’Eliea era composta di seimila giudici, seicento per ogni tribù, divisi in comitati di cinquecento giurati. Costoro dovevano giudicare tutte le questioni che venivano loro sottoposte dai magistrati: per questo compito ricevevano un indennizzo giornaliero. Nel corso del processo non erano ammessi avvocati: le parti in causa dovevano sostenere accusa e difesa di persona. Il verdetto veniva deciso a maggioranza semplice. Il processo avveniva in due momenti: nel corso della prima parte si doveva decidere la colpevolezza o meno dell’imputato; con un secondo procedimento si doveva decidere la pena da infliggere, nel caso di riconosciuta colpevolezza dell’imputato, il quale aveva il diritto di proporre la pena ritenuta adeguata per espiare la colpa. Questa forma di democrazia estrema applicata agli affari interni ed esteri non dette risultati brillanti e ad essa si deve attribuire il crollo di Atene al termine della dura guerra con Sparta.

Fragilità dell’impero ateniese     A ben riflettere, tutta la potenza di Atene si fondava su una base politica artificiale, su equilibri sociali difficili da mantenere, di continuo insidiata da vicini in attesa del primo passo falso. La compagine dello Stato ateniese, se non voleva dissolversi, doveva conservare l’impero marittimo, anzi cercare di estenderlo. Solamente i tributi degli alleati permettevano di mantenere il regime democratico descritto sopra e alimentare l’immensa rete di assistenza pubblica che erogava ai cittadini di Atene un sussidio anche quando andavano a teatro e assistevano, per tre giorni consecutivi dall’alba al tramonto, alle tre tetralogie ammesse al concorso finale. Il commercio marittimo doveva estendersi vincendo la concorrenza delle altre città. Sarebbe occorsa una tensione estrema e uno sforzo costante per parare i colpi provenienti dall’interno e dall’esterno dello Stato ateniese. Le rivolte dell’Eubea e di Samo erano risultate dispendiose, ossia la guerra costava più dei benefici che si potevano sperare anche quando era vittoriosa. Per di più, in Sicilia e in Macedonia si stavano addensando tensioni che ben presto sarebbero esplose.

La Sicilia     In Sicilia avanzavano da occidente i Cartaginesi, solo per poco tempo bloccati dalla battaglia di Imera del 480 a.C.; a Siracusa si era consolidata la tirannide di Gelone e Gerone; ad Agrigento si era affermato Terone. Ben presto, però, anche in Sicilia la democrazia aveva avuto il sopravvento ed erano ricominciate le guerre intestine tra Greci. Infine, ci furono rivolte di Siculi indigeni guidati da Ducezio, represse con difficoltà (445 a.C.). Siracusa uscì vincitrice, intenzionata a riprendere l’antico progetto di imporre ai Greci d’occidente la sua egemonia per guidarli nella lotta contro gli Etruschi e contro i Romani, sviluppando la prosperità interna. Siracusa aveva una popolazione pari a quella ateniese e un territorio che superava quello dell’Attica. Per di più, anche in Siracusa, fiorivano le lettere e le arti per opera di artisti locali o attirati dalla crescente fama della potenza siciliana (Eschilo, Pindaro, Epicarmo…). A tutto ciò si deve aggiungere il fatto che talune colonie siciliane erano di origine corinzia o dorica e quindi ostili ad Atene.

La Macedonia     In Macedonia quelle fiere popolazioni cominciavano a premere contro le città greche della costa che le escludevano dal mare: lungo la valle dell’Ebro, in Tracia, fu necessario stabilire buoni rapporti col regno degli Odrisi il cui re venne accettato come cittadino di Atene (431 a.C.) pur di averlo alleato al tempo della difficile guerra di successione esplosa in Macedonia tra i figli di Alessandro I.