L’età tardo-antica

Dal Manuale di Storia 


di Alberto Torresani


Da qualche decennio gli storici impiegano il termine “età tardo-antica” per indicare quel periodo che va dalla fine dall’età dei Severi fino a Maometto. È un’età complessa  caratterizzata da tre grandi processi: il cristianesimo soppianta il paganesimo come fondamento culturale; le popolazioni germaniche provocano la rovina della parte occidentale dell’impero sostituendovi la loro più rozza organizzazione sociale; gli arabi divenuti musulmani strappano gran parte dei territori asiatici e nordafricani all’ impero d’Oriente, riportando quei territori sotto un controllo politico e culturale di tipo asiatico. Quando quei tre processi furono completati, il mondo antico e la sua civiltà davvero finirono e si può cominciare a parlare di una nuova epoca.

 Nel III e IV secolo,  dalla morte di Severo Alessandro fino a Teodosio, l’impero d’Occidente conobbe alcuni imperatori di notevole valore che permisero all’impero romano di mostrare la sua maestosa grandezza. Le condizioni di vita delle popolazioni romane, tuttavia, erano sempre più difficili. Per mantenere in efficienza gli eserciti posti a guardia di frontiere sempre più insicure occorrevano mezzi finanziari enormi, ossia si dovevano pagare tasse sempre più gravose. Le tribù germaniche scoprirono i punti deboli della struttura statale romana e penetrarono nell’impero per godere i benefici della civiltà romana, offrendo in cambio la protezione di un tratto di frontiera. Poi giunsero altre tribù germaniche, slave, unne e anch’esse pretesero l’ingresso nell’impero. Ma quando quel vasto movimento di popoli divenne incontrollabile, le già logore strutture politiche romane saltarono del tutto e le popolazioni germaniche, ricorrendo al diritto del più forte, si ritagliarono un territorio e fecero guerra tra loro.


   L’impero d’Oriente superò a fatica la grande crisi del V secolo e probabilmente dovette la sua salvezza al fatto che le popolazioni germaniche  preferirono migrare verso Occidente.


 


1. 1 Dalla grande anarchia militare a Diocleziano


     Nel 235, dopo aver ucciso Severo Alessandro e la madre, i soldati di Massimino il Trace (235-238) iniziarono un tragico periodo di anarchia militare. In circa mezzo secolo si succedettero al potere una trentina di imperatori.


Il disagio degli eserciti Crisi analoghe a quella iniziata nel 235 erano già esplose altre volte, ma la novità dell’ultima crisi era di risultare stabile. Ancora più grave fu l’introduzione nell’esercito di interi contingenti di barbari operata nel corso della lotta per la conquista dell’impero. A loro volta i soldati romani accrebbero la richiesta di donativi, senza preoccuparsi dei problemi finanziari, costringendo gli imperatori a comperare la fedeltà dei soldati.


Scorrerie dei goti Nel 235 l’imperatore Massimino il Trace condusse con successo una campagna contro gli Alemanni per rafforzare il confine del Reno. Lungo il Danubio, al contrario, questo imperatore e i successori non riuscirono a contenere le continue spedizioni di Goti, talvolta sconfitti, mai domati, tanto che si iniziò il costume di pagare ai Goti un tributo annuale. La gravità del pericolo emerse in pieno al tempo dell’imperatore Decio (249-251). Mentre i Goti cercavano di allontanarsi con prigionieri e bottino, Decio li affrontò, ma il suo esercito fu circondato e distrutto: perirono anche Decio e il figlio.


I Goti in Asia Minore e in Grecia Dopo il successo iniziale, i Goti raggiunsero l’Asia Minore e le coste dell’Egeo. L’imperatore Gallieno (253-268) riuscì a tagliare la ritirata ai Goti all’altezza di Naisso in Mesia, ma fu costretto a ritirarsi per fronteggiare un usurpatore in Italia. Il comando delle operazioni fu assunto dal nuovo imperatore, Claudio II il Gotico (268-270) che sconfisse i Goti e le bande ad essi congiunte.


Aureliano L’imperatore Lucio Domizio Aureliano (270-275) era stato comandante della cavalleria. Era un illirico di modesta origine, salito ai gradi più alti di comando per merito. La situazione della capitale dell’impero era tanto incerta che fu decisa la costruzione delle mura aureliane, ancora in gran parte esistenti.


Aureliano riconquista l’Oriente In seguito Aureliano si accinse alla riconquista dell’Oriente, affrontando la guerra contro Odenato e Zenobia che si erano impadroniti della Siria. Durante la marcia verso l’Oriente prese la dura decisione di abbandonare la Dacia Traianea per mancanza di soldati sufficienti a presidiare la regione; la nuova linea di frontiera correva lungo il Danubio. Poi passò in Asia Minore raggiungendo la Siria dove costrinse Zenobia a ritirarsi nell’oasi di Palmira. I palmireni, tuttavia, si ribellarono massacrando la guarnigione romana. Senza esitazioni, Aureliano tornò in Oriente e riconquistò Palmira (273) abbandonandola al saccheggio.


Aureliano riconquista la Gallia.  In Gallia l’usurpatore Tetrico si era ritagliato una fetta dell’impero costringendo Aureliano all’intervento. Dopo aver combattuto a Chalons, la Gallia e la Britannia tornarono sotto l’autorità imperiale.


Il culto del Sol invictus È interessante notare che Aureliano volle edificare in Roma il tempio dedicato al  Sol invictus, perché riteneva di dovere la sua vittoria al dio Sole, proclamato “signore dell’impero romano”. Cercò di frenare l’inflazione, ma senza successo. Come molti predecessori, anche Aureliano perì in seguito a un complotto di militari.


Probo Marco Aurelio Probo (276-282) sembrò l’imperatore in grado di completare l’opera di Aureliano: ristabilire la legalità nelle province e la disciplina nell’esercito. Quelle operazioni ebbero successo e furono concluse con la concessione di terre ai barbari vinti, per assicurare all’esercito nuove reclute. Probo fu assassinato dai soldati.


Caro, Carino e Numeriano Marco Aurelio Caro, prefetto al pretorio di Probo, fu proclamato imperatore. Subito dopo la nomina scelse come cesari i figli Carino e Numeriano. Condusse una vittoriosa campagna in Persia, recuperò l’Alta Mesopotamia e conquistò Ctesifonte. Nel pieno dei successi militari, perì vittima di un attentato organizzato dal prefetto al pretorio (283). I figli furono proclamati augusti: Carino era rimasto a Roma, Numeriano aveva seguito il padre in Oriente. Anche Numeriano fu assassinato e l’esercito acclamò imperatore Diocle, comandante della guardia (284). Carino si diresse col suo esercito contro Diocle, ma fu ucciso dai suoi ufficiali (285). Diocle fu riconosciuto imperatore da tutti i sudditi, adottando il nome di Diocleziano. Con questo imperatore inizia l’ultima fase della storia romana.


Diocleziano Quando Diocleziano (285-305) rimase unico imperatore, nel 285, aveva circa quarant’anni. Era nato a Salona in Illiria. Come già Aureliano e Probo, anche il nuovo imperatore comprese che il primo compito era di conservare l’unità dell’impero contro i nemici interni ed esterni. Diocleziano rafforzò i poteri dell’imperatore e dell’esercito, ritenuto l’unico strumento per affermare la volontà imperiale. Acclamato dall’esercito, l’imperatore considerò superflua la conferma del senato.


Rivolte e invasioni nella Gallia Nel 286, Diocleziano affrontò una rivolta di contadini della Gallia (bagaudae), resi disperati dalle scorrerie germaniche e dal carico delle tasse. Per ristabilire l’ordine, Diocleziano ordinò a Valerio Massimiano di assumere il comando delle operazioni, nominandolo cesare ed erede (filius Augusti). Massimiano stroncò la sollevazione dei bagaudae e rafforzò il limes lungo il Reno respingendo vari attacchi di Franchi, Alemanni e Burgundi (286-288).


La situazione dell’Oriente Anche in Oriente i Goti lungo il Danubio, i Persiani in Mesopotamia e i Blemmi dell’Alto Egitto avevano ripreso le scorrerie. Sul Danubio, Gaio Galerio, nominato cesare nel 293, sconfisse Carpi e Iazigi, rafforzando le difese imperiali della regione.


La tetrarchia Diocleziano non aveva figli maschi e l’esperienza degli ultimi imperatori ammoniva quanto fosse pericoloso andare in guerra senza aver stabilito una chiara successione. Perciò Massimiano era stato nominato prima cesare e poi augusto. Il perdurare della difficile situazione militare aveva costretto l’imperatore a nominare due nuovi cesari, Costanzo Cloro e Galerio: sorse così la tetrarchia, con la presenza di due augusti e di due cesari in funzione di vice imperatori. Era sottinteso che ogni ribellione ai tetrarchi era una ribellione contro gli dèi.


Divisione dei compiti militari Diocleziano conservò la supervisione degli affari in qualità di augusto senior: le forze armate furono divise tra i due augusti e i due cesari. Ciascuno di loro pose la residenza in prossimità della sua parte di limes da difendere: Diocleziano scelse Nicomedia sul Mar di Marmara in Asia Minore, per controllare Tracia, Egitto e Asia. Galerio, che doveva vigilare sulla linea del Danubio, scelse Sirmio sul basso corso della Sava. Massimiano si stabilì a Milano a difesa dell’Italia. Costanzo Cloro, con residenza a Treviri, doveva controllare Gallia e Britannia. Roma cessò d’essere il centro politico e amministrativo dell’impero.


Le riforme di Diocleziano Per difendere lo Stato, Diocleziano accrebbe le forze armate. Le province furono raggruppate in nuove circoscrizioni, denominate diocesi, per meglio provvedere ai problemi di frontiera e indebolire il potere dei comandanti periferici. Tale riforma amministrativa aumentò il numero degli impiegati al servizio dell’impero.


Problemi finanziari L’aumento delle spese, sommato al declino dell’economia generale avvenuto nel III secolo, costrinse Diocleziano a istituire un nuovo sistema di tassazione più uniforme per tutto l’impero. Tuttavia, la svalutazione della moneta di rame e la diminuzione della produzione provocarono l’effetto perverso di un aumento dell’inflazione con grave disagio dei soldati e dei funzionari che indussero Diocleziano a imporre un calmiere. Questo Edictum de pretiis del 301 fissava il prezzo di vendita di molte merci e anche le tariffe di certi servizi. Come è sempre accaduto in casi analoghi, si sviluppò il fenomeno del mercato nero, ossia i produttori non portavano le loro merci al mercato, operando attraverso un mercato parallelo, illegale, ma in grado di remunerare il capitale. Il calmiere fallì lo scopo di difendere i più poveri e poco dopo il provvedimento fu ritirato.


La persecuzione dei cristiani Nei quarant’anni seguiti alla morte di Valeriano, i cristiani non furono perseguitati ed erano cresciuti di numero. Poiché Diocleziano tendeva a enfatizzare l’importanza della protezione degli dèi sull’impero, appariva inevitabile la ripresa del conflitto tra Stato e Chiesa: con tutto ciò passarono circa vent’anni prima che Docleziano prendesse la decisione di costringere i cristiani al culto imperiale. I motivi non sono del tutto chiari. Gli storici cristiani come Eusebio di Cesarea attribuiscono la responsabilità dei provvedimenti anticristiani a Galerio, ma non sembra che Galerio avesse il potere di scatenare un provvedimento così grave. Il primo dei tre editti di Diocleziano, pubblicato nel 303, ordinava la distruzione delle chiese e dei libri cristiani. Col secondo e col terzo editto era ordinato l’arresto di preti e vescovi. Un quarto editto pubblicato nel 304, ordinava, sotto pena di morte, a tutti i sudditi dell’impero di effettuare i tradizionali sacrifici agli dèi. Costanzo Cloro non considerò rilevante il problema cristiano e pubblicò solo il primo editto. Massimiano e Galerio, invece, furono zelanti nell’applicazione degli editti. Quando Diocleziano abdicò, nel 305, la persecuzione era ancora in atto.


Abdicazione di Diocleziano e Massimiano Nel 304, Diocleziano si ammalò e per alcuni mesi rimase lontano dagli affari di Stato. In seguito si ristabilì, ma volle abdicare ugualmente a partire dal 1° maggio 305, inducendo Massimiano a prendere la stessa decisione. I figli di Massimiano e di Costanzo Cloro furono esclusi, a favore di Severo e di Massimino Daia, proposti da Galerio. Diocleziano si ritirò nel suo splendido palazzo di Salona (Spalato).


 


1. 2 Da Costantino a Teodosio: l’impero diventa cristiano


     Ebbe notevole importanza la restaurazione dell’impero romano operata da Costantino, che già la storiografia antica aveva denominato “il grande”.


Costantino   Il padre, Costanzo Cloro, proveniva dalla Dardania, la regione a nord della Macedonia. La madre, Elena, non aveva illustri antenati e fu ripudiata dal marito per ordine di Diocleziano. Costantino nacque intorno al 274 a Naisso nella Dacia. Nel 293, quando Costanzo Cloro fu nominato cesare col compito di reprimere una ribellione in Britannia, Costantino fu condotto alla corte di Diocleziano per prepararsi a responsabilità politiche.


La persecuzione dei cristiani fallisce Nel 305 Diocleziano e Massimiano abdicarono. La permanenza a corte da parte di Costantino gli sembrò pericolosa e perciò fuggì raggiungendo il padre in Gallia. Nel 306 Costanzo Cloro morì a Eboracum (York) e i soldati si affrettarono a nominare augusto Costantino, ancora pagano.


Primo editto di tolleranza Rimanevano a capo dell’impero quattro imperatori: Costantino reggeva Gallia e Britannia; Massenzio l’Italia, la Spagna e l’Africa; Licinio l’Illirico, la Grecia e la Tracia; Massimino Daia l’Asia Minore, la Siria e l’Egitto. I loro rapporti erano determinati dall’atteggiamento assunto verso i cristiani: Costantino e Licinio erano favorevoli ai cristiani; Massenzio e Massimino Daia erano contrari. Sembrò inevitabile un conflitto tra  Costantino e Massenzio in Occidente, e tra Licinio e Massimino Daia in Oriente.


Costantino conquista l’Occidente. Costantino prese l’iniziativa e scese in Italia. Dopo aver vinto due battaglie,  Costantino fu in grado di dirigersi verso Roma costringendo Massenzio a tentare la sorte delle armi nella località ad saxa rubra, nell’ottobre 312. Una carica della cavalleria gallica mise in rotta i soldati di Massenzio.  La vittoria del ponte Milvio fu eternata dall’arco trionfale che ancora si ammira a Roma.


Editto di Milano Costantino lasciò Roma per Milano dove avvenne il matrimonio della sorella Costanza con Licinio. A Milano fu promulgato il famoso editto di tolleranza verso i cristiani: tutti i cittadini dell’impero avevano il diritto di scegliere la loro religione e di praticarla senza impedimenti.


Editto di Nicomedia Durante i festeggiamenti nuziali giunse a Milano la notizia che Massimino Daia aveva attaccato in Oriente Bisanzio e Adrianopoli. Licinio accorse, e sconfisse Massimino Daia, ributtandolo oltre il Bosforo. Massimino Daia morì nel corso dell’estate, e suo erede fu Licinio. Il conflitto sorse in seguito tra Costantino e Licinio.


Primo decennale di governo Fu stipulata la pace che permise a Costantino di tornare a Roma per celebrare il primo decennale di governo. I rapporti tra i due imperatori si guastarono e ancora una volta i cristiani furono l’elemento discriminante. Licinio, infatti, tornò a un atteggiamento di diffidenza, mentre Costantino li favorì apertamente. La guerra scoppiò a causa dei Goti già stanziati nella Dacia Traianea che passarono il Danubio per razziare. Costantino  li respinse, ma durante l’inseguimento era sconfinato nel territorio di Licinio e ciò servì da pretesto per la guerra.


Guerra tra Costantino e Licinio Crispo, figlio di Costantino, fu posto a capo della flotta. Costantino vinse la battaglia per terra nel 323 arrivando ad assalire Bisanzio, mentre Crispo batteva la flotta avversaria entrando nella Propontide (Mar di Marmara).


Rapporti tra Chiesa e Stato


 La serie di vittorie riportate da Costantino fa di lui un grande generale, un condottiero che dalla Britannia giunse fino a Bisanzio. Per il resto del regno, durato fino al 337, Costantino mantenne la pace, un compito non meno difficile. Padrone di tutto l’impero, si poneva il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa. Personalmente era favorevole ai cristiani e tendenzialmente monoteista, ma esigeva che nella Chiesa ci fosse unità e quindi obbedienza al vescovo supremo, al papa, escludendo qualunque Chiesa autocefala, come avveniva in Africa coi donatisti o in Egitto con gli ariani: quelle tendenze centrifughe in seno al cristianesimo potevano allearsi con forze centrifughe in senso politico. Il significato del Concilio di Nicea, convocato e presieduto nel 325 dall’imperatore, va cercato nella volontà di tenere unito il potere.


Ventennale di governo Nel 326 Costantino celebrò il ventennale di governo a Roma. Da allora Costantino non vi tornò più e dedicò le sue cure alla costruzione della Nuova Roma, la città sorta sul luogo dell’antica Bisanzio, chiamata Costantinopoli. Roma era troppo lontana dal Danubio e dall’Eufrate, i due confini caldi. Milano si prestava meglio per controllare il Reno e l’alto Danubio e perciò fu residenza imperiale per tutto il secolo. Costantinopoli svolgeva analoga funzione tra il basso Danubio e l’Eufrate.


Inaugurazione della nuova capitale Facendo venire in fretta oggetti d’arte e abili artigiani da ogni parte dell’impero, nel maggio 330 fu possibile inaugurare la nuova città dominata dal palazzo imperiale, dall’ippodromo e dalla basilica dei Dodici Apostoli.


La successione Giunto al termine della vita Costantino dovette provvedere alla successione. Egli aveva tre figli: Costantino, Costanzo e Costante. A Costantino II lasciò la prefettura della Gallia, a Costanzo la prefettura dell’Oriente e a Costante la prefettura dell’Italia e dell’Illirico. Alla morte di Costantino, nel maggio 337, erano in corso i preparativi per una grande spedizione contro l’impero persiano. I soldati radunati per l’impresa affermarono di non voler altri comandanti che i figli di Costantino e giunsero al punto di massacrare gli altri congiunti, tranne Giuliano e Gallo.


La guerra civile In Occidente, Costantino II cercò di impadronirsi di tutto il potere. Costante si accordò col fratello Costanzo, cedendogli la Tracia e Costantinopoli pur di averlo dalla sua parte. Nel 340 Costantino II attaccò l’esercito di Costante ad Aquileia, ma perì in un agguato. Pertanto Costante poté estendere la sua sovranità sulla Britannia, la Spagna e la Gallia dove condusse campagne contro i barbari. Nel 343 si trasferì in Britannia, ma le esazioni di denaro furono così intollerabili, che Magnenzio, comandante delle truppe speciali, ordì una congiura. Il barbaro Magnenzio indossò la porpora imperiale e si pose all’inseguimento di Costante, raggiunto e ucciso in prossimità della Spagna (350). Dei tre fratelli rimaneva in vita solo Costanzo.


Magnenzio L’usurpatore Magnenzio, intanto, chiedeva la sua legittimazione. Costanzo nominò cesare il cugino Gallo e gli dette in moglie la sorella, mentre Magnenzio raccoglieva denari e truppe, occupando la Pannonia fino a Sirmio. Gallo non dette buona prova di sé e fu condannato a morte. Certo della vittoria, Magnenzio attaccò, ma fu sconfitto lasciando sul campo a Sirmio 24.000 morti (351). Magnenzio fuggì in Gallia dove preferì morire piuttosto che arrendersi.


Giuliano l’Apostata Della famiglia di Costantino rimaneva in vita, oltre Costanzo, solo Giuliano, cugino dell’imperatore. Ebbe come istitutore un ammiratore degli autori classici pagani, divenendo un fervido filosofo neoplatonico, ostile al cristianesimo: fu iniziato ai misteri di Mitra e ai misteri eleusini rinunciando al cristianesimo.


I barbari invadono la Gallia La situazione in Gallia divenne critica e perciò alla corte imperiale fu deciso di inviare Giuliano in Gallia, nella speranza che l’aura della parentela con Costantino il Grande risollevasse le sorti dell’impero.


Giuliano cesare della Gallia Nel dicembre 355 Giuliano partì per la sua nuova residenza a Vienne nella Gallia, dove fu concertato un attacco di Costanzo e di Giuliano i cui eserciti dovevano marciare in parallelo fino a Coblenza e Colonia, stringendo in mezzo i barbari. Nel 356 Giuliano ebbe il comando di tutte le truppe romane presenti nella Gallia. Nel 357 Costanzo andò a Roma per celebrare il ventennale di governo. Nell’anno successivo Giuliano riconquistò la regione del basso Reno. Giuliano  fece buona prova anche come amministratore, ma i rapporti con l’imperatore si guastarono.


Giuliano acclamato augusto Costanzo dovette lasciare Milano per il settore del Danubio, mentre in Oriente i Persiani passarono all’offensiva. Costanzo prese la grave decisione di inviare le truppe ausiliarie dalla Gallia fino in Mesopotamia per rafforzare il confine orientale. A  Parigi, tuttavia, i soldati acclamarono augusto Giuliano ed egli accettò la nomina. Costanzo non scese a patti col cugino e perciò nel 361 scoppiò la guerra civile. Costanzo, dopo aver sistemato in qualche modo la situazione sul fronte orientale, marciò contro Giuliano, ma in Cilicia morì. La politica religiosa di Costanzo, che dedicò gran parte della sua attività di governo a proteggere gli ariani, sarà esaminata nel Cap. 2. Nel dicembre 361 Giuliano fece il suo ingresso in Costantinopoli.


Fallisce la restaurazione del paganesimo Il breve impero di Giuliano si può compendiare in tre tentativi: ripristinare il paganesimo come forza culturale; presentare se stesso come imperatore-filosofo, alla maniera di Marco Aurelio; emulare Alessandro Magno, riconquistando l’Oriente dopo aver sconfitto i Persiani.


   Giuliano fece riaprire i templi pagani e ripristinare i sacrifici; ordinò la restituzione dei beni posseduti dalle corporazioni religiose pagane; ordinò ai collegi sacerdotali di praticare l’assistenza come facevano i cristiani. Infine, organizzò la grande spedizione in Persia, facendo tappa ad Antiochia. Giuliano radunò un esercito di oltre 65.000 uomini per raggiungere Ctesifonte sul Tigri. I Persiani permisero l’avanzata ricorrendo al tradizionale modo di far guerra, basato su fieri attacchi dopo lunghe ritirate, sfruttando la mobilità della cavalleria. Nel corso di un combattimento Giuliano fu ferito gravemente e poco dopo morì (363). Con lui perirono i progetti di restaurazione pagana e la possibilità di proseguire la guerra.


Gioviano I soldati elessero imperatore il cristiano Gioviano che concluse la pace con i Persiani a condizioni umilianti, ma morì prima di esser giunto nella capitale dell’impero (364).


Valentiniano e Valente   Fu nominato imperatore Valentiniano che si associò il fratello Valente. Subito Valentiniano si diresse verso l’Occidente, a Milano, mentre Valente dovette affrontare un tentativo di usurpazione. Il tentativo durò fino al 366. Alcune migliaia di Goti si erano stanziati a sud del Danubio col pretesto di aiutare l’usurpatore.


Difesa delle frontiere In Occidente Valentiniano adottò la politica di difesa a oltranza delle frontiere. Egli negò il tributo agli Alemanni e costoro in ritorsione devastarono una parte della Gallia. Valentiniano pose il quartier generale a Parigi, inviando le truppe nella regione della Mosella. Dopo aver saputo che la Britannia era in piena anarchia, inviò nell’isola il generale Teodosio al comando di rinforzi gallici. Teodosio sconfisse i predoni. Ritornato in Gallia, Teodosio fu nominato magister equitum (370), guidando sul Reno un’azione di contenimento delle tribù germaniche.


Morte di Valentiniano Valentiniano proseguì la difesa della frontiera sul Danubio, dove nel 375 fu colto dalla morte. Dotato di indomita energia, egli aveva cercato di tenere unito l’impero e di dare ai provinciali una vita un po’ più sicura, diminuendo le tasse e custodendo le frontiere con vigilanza indefessa. Gli successero Graziano, che regnò di fatto sulle province appartenute a Valentiniano I, e il fratello minore Valentiniano II .


La disfatta di Adrianopoli In Oriente, nel frattempo, l’impero viveva l’ora più difficile della sua storia. Infatti, incalzati dagli Unni, i Visigoti si rivolsero a Valente chiedendo di esser insediati a sud del Danubio, disposti a offrire reclute per l’esercito. Furono accolti a patto di consegnare le armi e di offrire ostaggi. Ridotti alla disperazione per la mancanza di rifornimenti, i Visigoti si diressero verso la città di Adrianopoli. L’esercito romano occupò i valichi e attese l’arrivo degli aiuti inviati da Graziano. Anche i Visigoti si premunirono facendo accorrere orde di Unni e di Alani. Nel 378 Valente lasciò Antiochia e si recò ad Adrianopoli per congiungersi con le forze di Graziano. Il 9 agosto 378 Valente attaccò battaglia senza attendere l’arrivo di Graziano. La battaglia fu spaventosa e Valente perì con due terzi del suo esercito.


Teodosio Graziano ebbe la felice intuizione di affidare il comando delle truppe in Tracia a Teodosio, figlio dell’altro Teodosio, creandolo augusto. A Sirmio essi si divisero e Graziano rientrò in Gallia. Teodosio riuscì a occupare Tessalonica, dotata di un porto nel quale si poteva far affluire il grano.


L’usurpatore Massimo Graziano in Occidente dimostrava una crescente disaffezione nei confronti degli affari di Stato, dedicandosi alla caccia. Un suo generale, Magno Massimo, aveva riportato una vittoria in Britannia e perciò le truppe l’avevano proclamato augusto.  Massimo lasciò la Britannia e sbarcò alla foce del Reno, proseguendo in direzione di Parigi: Graziano, abbandonato dalle sue truppe, cercò scampo nella fuga, ma a Lione fu raggiunto e ucciso.


Ambrogio vescovo di Milano Valentiniano II, dopo la morte del fratello Graziano, aveva cominciato a regnare in Italia sotto la tutela di Giustina, la regina madre di religione ariana, e di Ambrogio, il grande vescovo di Milano, l’autorità morale più influente nella città. Ambrogio dovette recarsi in Gallia per discutere i termini dell’accordo con Massimo. Quando Teodosio ebbe risolto i problemi di confine con la Persia, si rivolse all’Occidente. Nel 387 l’esercito di Massimo invase l’Italia, costringendo Valentiniano II a fuggire prima ad Aquileia e poi a Tessalonica, dove fu ricevuto da Teodosio, che mosse verso Occidente nel 388. Massimo pose il campo ad Aquileia e dette battaglia ma fu sconfitto e ucciso.


Teodosio a Milano   Nel 389 Teodosio compì la sua visita a Roma dove fece abbattere i simboli del paganesimo e poi tornò a Milano dove avvenne il clamoroso episodio che segna una svolta storica dei rapporti tra Chiesa e Stato. A  Tessalonica erano state acquartierate nelle case di molti abitanti truppe gotiche comandate da Boterico. La popolazione mal tollerava il fatto. Un giorno Boterico fece imprigionare un  auriga: la folla insorse chiedendo la scarcerazione del suo idolo. Al rifiuto di Boterico, la folla rispose assassinandolo. Quando conobbe l’accaduto, la collera di Teodosio non ebbe limiti, temendo che venissero compromessi i rapporti coi Goti; nonostante gli appelli alla clemenza lanciati da Ambrogio, ordinò di ammassare nello stadio di Tessalonica numerosi  cittadini, ordinandone la strage. Conosciuti i fatti, Ambrogio abbandonò Milano, affermando di non poter celebrare l’Eucarestia alla presenza dell’imperatore, al quale scrisse una lettera privata con l’invito a far penitenza. La lettera trovò un interlocutore degno del grande vescovo: Teodosio accettò la penitenza pubblica inflitta da Ambrogio.


Arbogaste Nel 391 Teodosio tornò a Costantinopoli lasciando Valentiniano II in Occidente, ma in Gallia Arbogaste, un franco posto da Teodosio al comando delle truppe, aveva di fatto usurpato il potere. Quando Valentiniano II si recò a sua volta in Gallia, si trovò circondato dall’indifferenza generale: scrisse ad Ambrogio invocando il battesimo dalle sue mani, ma poco dopo fu strangolato. Arbogaste fece nominare augusto un funzionario di nome Eugenio, il primo esempio di imperatore fantoccio eletto da un generale barbaro per manovrarlo a suo piacimento. Seguì una guerra combattuta ad Aquileia, dove Teodosio riportò una schiacciante vittoria. Eugenio fu ucciso, ma anche il vincitore, stroncato dalle fatiche, morì poco dopo (395). Teodosio fu l’ultimo grande imperatore: conosceva le sofferenze dei sudditi e fece di tutto per lenirle. Aveva ricevuto l’Oriente in una situazione caotica che seppe riassestare, ma l’impero era troppo compromesso perché gli sforzi risultassero duraturi.


 


1. 3 Movimento di popoli o invasioni barbariche?


     Dopo quello religioso, il secondo problema che l’impero romano dovette affrontare fu l’impetuosa crescita delle popolazioni germaniche dilagate all’interno dell’impero alla ricerca di bottino, di terra, di gloria.


Struttura sociale dei germani Come tutte le popolazioni primitive anche i Germani avevano una struttura tribale, ossia un insieme di clan famigliari che riconoscevano un’origine comune. La base per la loro sussistenza era l’allevamento del bestiame. L’agricoltura aveva un carattere sussidiario ed era praticata dalle donne.


I Germani entrano nell’esercito romano A partire dal IV secolo divenne pratica usuale l’arruolamento di soldati germanici come milizie ausiliarie, dapprima inquadrati da ufficiali romani, poi si accettò il principio che i Germani dovevano esser comandati dai loro capi.


L’ingresso delle tribù germaniche nell’impero La crisi demografica, divenuta cronica nell’impero, spopolò molte terre che divennero una potente calamita per le tribù germaniche che, a volte con la violenza, a volte pacificamente, chiedevano di occuparle, in cambio di un tributo, con l’impegno di fornire reclute all’esercito romano. Accortisi della loro forza, i Germani cominciarono a compiere scorrerie all’interno dell’impero. Nel IV secolo gli eserciti romani erano formati solamente da truppe germaniche e i loro comandanti arrivarono ai vertici della gerarchia militare.


I generali germanici Le carriere di Arbogaste, Stilicone, Ricimero sono esemplari in questo senso. Ogni tanto sorgevano personalità potenti tra i Germani, come Alarico o Genserico in grado di concepire una possibile germanizzazione dell’impero con divisione dei compiti: ai Romani l’agricoltura l’industria il commercio; ai Germani la guerra. Era riconosciuta la superiorità culturale dei Romani, ma per conservare l’impero occorreva la forza militare dei Germani, ai quali sembrava equo confiscare un terzo delle terre e ricevere tributi sui rimanenti due terzi in cambio della protezione militare.


Germani e cristianesimo Dopo il concilio di Nicea molte tribù germaniche si convertirono al cristianesimo, ma secondo l’eresia ariana che presentava una teologia più semplice. Il vescovo Ulfila tradusse nella lingua gotica quasi tutta la Bibbia: l’arianesimo si prestava a creare Chiese nazionali che non ponevano problemi di rapporto con l’autorità politica, non riconoscendo alcun primato al vescovo di Roma.


Pagani e cristiani davanti ai barbari Osservando la storia dal punto di vista romano, il IV e V secolo furono un periodo di decadenza, perché la vita era sempre più dura e precaria. La letteratura romana rievocava il bel tempo passato, si trastullava con la sua saggezza e la sua raffinata cultura filosofica, come faceva Giuliano l’Apostata, e quindi giudicava un cataclisma l’arrivo delle tribù germaniche. La letteratura cristiana, al contrario, era nel pieno della sua fioritura teologica e ascetica: l’arrivo dei Germani poneva problemi missionari, non problemi religiosi. Per le popolazioni germaniche, invece, quello fu un periodo di epopea, di marce trionfali, di gloria, di arricchimento favoloso.


Roma e i barbari La Chiesa d’Occidente, meno colta e raffinata di quella orientale, seppe accostarsi ai barbari e assimilarli nel corso di alcuni secoli, a differenza di quanto avvenne in Oriente dove si preferì seminare discordie tra le tribù germaniche, mettendo le une contro le altre. Le popolazioni germaniche giunte in Gallia, in Britannia, in Spagna, nell’Africa settentrionale divennero sedentarie e un poco alla volta entrarono in contatto col patrimonio classico e cristiano il cui ripensamento dette luogo alla civiltà medievale.


 


 1. 4 Oriente e Occidente si dividono


     Le guerre e le usurpazioni del IV secolo avevano dissipato somme favolose, estorte con tutti i mezzi da funzionari sempre più spietati nei confronti delle esaurite popolazioni dell’impero.


Crisi delle città Nelle città c’erano sempre meno cittadini disposti ad assumere la carica di decurione, che comportava il pericolo di pagare di tasca propria ciò che non si riusciva a ottenere dai contribuenti.


Fiscalismo opprimente Il prelievo fiscale cominciava a superare quella soglia oltre la quale non conviene produrre di più. Le guerre comportavano anche esazioni in natura, ossia grano, olio, vino, indumenti, calzature: ma, cosa ancora più drammatica, i trasporti erano divenuti insicuri in gran parte dell’impero, sia sulle strade sia lungo le rotte marittime, rendendo intollerabile la vita nelle città, dipendenti dalla sicurezza dei trasporti.


Maggiore vitalità economica dell’Oriente Con la fondazione di Costantinopoli l’asse economico dell’impero si spostò in Oriente che ebbe sempre una bilancia commerciale attiva. Ciò significa che l’Oriente esportava più di quanto importasse dall’Occidente: la differenza doveva venir saldata in oro, che perciò fluiva in Oriente, incrementando le attività manifatturiere.


Distacco crescente tra Oriente e Occidente Fino a Teodosio prevalse l’idea che l’impero fosse unico e che solo in via amministrativa fosse diviso in due parti. Dopo Teodosio gli imperatori cominciarono a pensare ciascuno per sé e per la parte di territorio alle proprie dipendenze.


Arcadio e Onorio I figli di Teodosio, Arcadio e Onorio ancora giovanissimi, non avevano le qualità del padre. Arcadio, il maggiore, ebbe come tutore Rufino. Nel 395, contro il parere di Rufino, Arcadio sposò Eudossia, figlia di un generale franco. Il matrimonio fu favorito da Eutropio, un dignitario di palazzo che così scalzò Rufino come principale ispiratore della politica imperiale. Il fratello minore Onorio, di soli dieci anni, ebbe l’impero d’Occidente, sotto la tutela di Stilicone, dux utriusque militiae, divenuto parente di Teodosio, avendone sposato la nipote Serena.


Alarico I Visigoti avevano occupato la Mesia trovando in Alarico un grande comandante che li condusse fin nei pressi di Costantinopoli. Rufino li allontanò pagando una buona somma di denaro. I Visigoti deviarono verso l’Illirico. In quel tempo gli Unni, dopo aver varcato il Caucaso, erano entrati in Siria.


Stilicone Stilicone comprese che Alarico cercava di crearsi un dominio personale nell’Illirico, una regione contesa tra Oriente e Occidente,  importante come territorio di reclutamento di buoni soldati. Egli condusse una campagna contro i Visigoti, ma ne fu distolto da una rivolta in Mauritania minacciante i rifornimenti di grano africano per l’Italia. Alarico riprese la devastazione dell’Epiro, ricevendo dall’impero d’Oriente denaro e la carica di magister militum nell’Illirico.


Inizio delle invasioni A partire dal 401 in Occidente iniziò un periodo spaventoso di continue invasioni che, alla fine, travolsero l’impero. Alarico si volse verso l’Italia che era stata risparmiata e perciò appariva una preda allettante.


I Vandali I Vandali, uniti agli Alani, avevano lasciato le loro terre tra il Danubio e il Tibisco, raggiungendo il Norico e la Rezia. Alarico si era spinto fino ad Aquileia e si dirigeva su Milano per catturare Onorio. Stilicone affrontò Alarico a Pollenzo, sconfiggendolo (402). Nel 405 Ostrogoti, Alani, Vandali e Quadi penetrarono in Italia giungendo fino a Fiesole: qui furono affrontati da Stilicone e in gran parte distrutti. Nel 406 uno sfondamento ancora più grave avvenne nell’ultimo giorno di dicembre quando Vandali, Alani, Suebi attaccarono Magonza, giungendo fino a Reims. Poi proseguirono in direzione di  Parigi, fermandosi a Tolosa. Stilicone che teneva gli occhi puntati in direzione dell’Illirico, non accorse a difesa della Gallia.


Seconda invasione dei barbari Dopo il primo attacco ne seguì un secondo condotto questa volta dai Burgundi che occuparono il medio Reno, mentre gli Alemanni attaccavano Strasburgo.


Alarico in Italia Alarico approfittò di questa violenta crisi dell’impero occidentale cercando di aprirsi il varco per l’Italia. Chiese e ottenne una enorme somma di denaro e poi accettò di partire per la Gallia. Ma proprio nel 408 a Costantinopoli morì Arcadio, lasciando un figlio di soli sette anni, Teodosio II. Stilicone convinse Onorio a non recarsi in Oriente per rivendicare la successione. La stella di Stilicone volgeva al tramonto: a Bologna ci fu un’insurrezione con massacro dei dignitari favorevoli a Stilicone, il quale a Ravenna, in luogo di far insorgere i suoi soldati, preferì farsi uccidere. I soldati germanici defezionarono in massa, fuggendo presso Alarico nel Norico. Alarico chiese rinforzi al cognato Ataulfo e raggiunse Cremona dove passò il Po senza incontrare ostacoli. Attraverso la via Emilia e il Piceno arrivò a Roma. La città fu assediata e ridotta alla fame. Il senato pagò un enorme tributo. Ottenutolo, Alarico si ritirò in Toscana.


Il sacco di Roma Nel 409 Onorio reclutò un esercito di  Unni mentre Alarico riduceva le sue pretese, chiedendo solo il Norico e rifornimenti di grano. In seguito al rifiuto di Onorio, Alarico decise una nuova marcia su Roma: il 24 agosto 410 le porte furono aperte e le truppe si dettero al saccheggio durato tre giorni. Poi i Visigoti proseguirono verso il sud d’Italia, con l’intento di passare in Sicilia e in Africa. Una tempesta disperse le navi. Verso la fine del 410 Alarico morì: re dei Visigoti divenne Ataulfo che decise di raggiungere la Gallia tenendo come ostaggio Galla Placidia, sorella di Onorio.


I barbari in Spagna Poco tempo prima Alani, Vandali e Suebi avevano conquistato e saccheggiato il nord della Spagna. Dai proprietari romani i barbari ricevettero un terzo delle terre.


I Visigoti in Gallia   Ataulfo passò le Alpi e raggiunse la valle del Rodano. In seguito Ataulfo conquistò altre città della Gallia, ma il blocco delle coste da parte della flotta romana non gli permise di ricevere grano,  costringendolo a cercare scampo nella Spagna.


 


1. 5 L’Italia fino alla deposizione di Romolo Augustolo


     Il periodo che va dal saccheggio di Roma (410) alla deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo (476), è dominato dai movimenti delle popolazioni barbariche.


Insediamento dei barbari nell’impero Nel V secolo i barbari si sono insediati ovunque. Molti hanno occupato la terra abbandonata dai coltivatori romani divenendo inquilini, altri sono entrati nell’esercito come soldati, alcuni capi più intelligenti sono arrivati ai vertici del potere, come Arbogaste e Stilicone.


Potere solo nominale degli imperatori La storia del V secolo si sviluppa intorno a questi rudi guerrieri barbari, mentre Onorio e Valentiniano III sono ridotti al rango di comparse. La forza posseduta da Stilicone, Ezio, Ricimero dipendeva dal loro ascendente sulle tribù barbariche e dalla loro capacità di inserirle nel contesto di piani in qualche misura razionali, evitando che si abbandonassero all’impulso istintivo di cavalcate eroiche che lasciavano il vuoto alle loro spalle.


Secondo sacco di Roma L’uccisione di Ezio, avvenuta nel 454, favorì il nuovo sacco della capitale compiuto dai Vandali nel 455. In Oriente non si ebbe mai un comando militare unico e perciò il magister peditum poteva controllare il magister equitum, indebolendosi a vicenda. Infine, gli imperatori d’Oriente trovarono nell’Isauria una buona zona di arruolamento di soldati nazionali che relegarono in secondo piano le milizie barbariche.


Galla Placidia Nel 412 quando Ataulfo ebbe varcato il Monginevro, in Italia si tirò un sospiro di sollievo. La sorella dell’imperatore Onorio, Galla Placidia, era ostaggio in mano ai Visigoti, ma si parlava di matrimonio e quindi di possibilità di accordo. Alla mano della bella principessa aspirava anche Costanzo, un generale romano, che si era posto a capo del partito filoromano, deciso a sbarazzarsi della tutela barbarica sull’impero. Si aprirono le ostilità e Ataulfo entrò nella Gallia Narbonese, conquistando Narbona. Nel 414 Ataulfo sposò Galla Placidia, ma i promessi rifornimenti di grano non arrivarono e perciò i visigoti furono costretti a passare in Spagna (415). In quello stesso anno Ataulfo fu ucciso da uno dei suoi uomini. Galla Placidia fu restituita ad Onorio in cambio di un grande quantitativo di grano.


Costanzo augusto Nel 417 Costanzo sposò Galla Placidia da cui ebbe due figli, Onoria e Valentiniano III. Nel 421 Costanzo fu elevato al rango di augusto insieme con la moglie. Poco dopo morì e tra Onorio e Galla Placidia sorse un dissidio a causa della nomina del nuovo comandante delle truppe che doveva prendere il posto di Costanzo. Nel 423 anche Onorio morì: era stato un debole imperatore che si era illuso di poter governare stando chiuso in Ravenna a esaminare carte.


Ezio e gli Unni I successivi trent’anni della politica italiana furono dominati da Ezio, un romano nato intorno al 390, da un magister equitum barbaro che aveva sposato una ricca italiana. Ezio visse per un certo periodo tra Unni come ostaggio. Gli Unni, fino al 445, quando Attila li riunì sotto il suo comando, formavano una federazione di tribù vissute a lungo a nord del Danubio, famose per la loro crudeltà e per la loro cavalleria irresistibile.


Valentiniano III Dopo la morte di Onorio l’erede naturale era Valentiniano III, figlio di Galla Placidia, di quattro anni. Solo la concessione di un comando in Gallia indusse Ezio a rimandare al di là del Danubio i 60.000 uomini che aveva arruolato per non farsi escludere dal potere.


Genserico al comando dei Vandali in Africa Dal 429 i Vandali erano guidati da Genserico. Dalla Mauritania Genserico guidò i Vandali contro la città di Ippona di cui era vescovo il grande Agostino, ormai al termine della vita.


Ezio in Gallia Ezio negli stessi anni riusciva a mantenere il controllo della Gallia: i Franchi furono cacciati da Arras; gli Iutungi furono respinti dalla Rezia e dal Norico. Ezio nel 432 divenne dux utriusque militiae, raggiungendo il massimo potere. Galla Placidia temeva Ezio e perciò gli tolse la carica di magister militum.


Nuova guerra civile Ezio fu sconfitto, ma il suo avversario morì. Tuttavia, con l’aiuto degli Unni, nel 433 Ezio costrinse Galla Placidia a restituirgli il potere col titolo di patricius, rimanendo fino alla morte padrone di fatto dell’impero d’Occidente. In Africa ristabilì una pace precaria coi Vandali facendone dei foederati dell’impero.


I Vandali padroni del mare In Africa Genserico, nonostante il trattato di pace, aveva ripreso le ostilità, e i Vandali erano ora in grado di compiere ampie spedizioni per mare: nel 439 conquistarono Cartagine. Genserico ottenne così il controllo del Mediterraneo occidentale (Baleari, Sardegna, Sicilia) e convinse gli Unni a mettersi in movimento, provocando un doppio fronte contro l’impero d’Occidente.


Ascesa degli Unni A  partire dal 440 gli Unni che fino a quel momento non avevano molestato l’impero, iniziarono la loro ascesa politica. Nel 444 Attila, ucciso il fratello Bleda, riunì le tribù unne in un solo organismo, sognando un impero esteso dall’Eufrate all’Atlantico.


Gli Unni contro Costantinopoli Le operazioni cominciarono nel 441 col saccheggio dell’Illirico e della Tracia, giungendo fin sotto Costantinopoli, costretta a comperare la pace al prezzo di 2000 libbre d’oro all’anno. Nel 450 Teodosio II morì e il successore Marciano rifiutò di continuare a pagare il tributo. Attila, invece di attaccare l’Oriente, si rivolse contro la Gallia.


Ezio affronta gli Unni Ezio non aveva soldati perché i suoi mercenari unni si erano messi al servizio di Attila. Tutto dipendeva dai Visigoti, gli unici che potevano arrestare Attila. Nei pressi di Troyes, sui Campi Catalaunici avvenne la famosa battaglia, vinta da Ezio grazie all’aiuto determinante dei Visigoti. Attila poté ritirarsi e l’anno dopo, nel 452, passò le Alpi Giulie e si presentò in Italia: Aquileia cadde e tutto il Veneto fu saccheggiato, poi toccò a Milano e Pavia e nulla sembrava impedire che gli Unni giungessero fino a Roma. Il papa Leone Magno fu incaricato dall’imperatore e dal senato di recarsi in ambasceria da Attila che aveva posto il campo presso Mantova. Forse gli Unni erano desiderosi di tornare col bottino alle basi di partenza, oppure la carestia faceva sentire i suoi effetti. Attila accettò le offerte degli ambasciatori, ritornò in Pannonia e l’anno dopo morì (453).


Uccisione di Ezio   Valentianiano III nel 453 uccise di sua mano Ezio, ma con la fine del suo più valido collaboratore preparò la propria rovina. Intatti il senatore Massimo, deluso di non aver ricevuto le cariche di Ezio, nel 455 fece trucidare Valentiniano III: così anche in Occidente si estinse la dinastia di Teodosio.


Ricimero   Il potere reale era nelle mani del nuovo magister militum il suebo Ricimero. All’interno della confederazione unna era scoppiata la rivolta delle tribù germaniche assoggettate da Attila: Ostrogoti, Gepidi, Eruli, Rugi si collegarono per distruggere la confederazione unna, poi entrarono a far parte dell’esercito romano, stanziandosi in Italia.


Saccheggio di Roma Massimo sposò Eudossia, la vedova di Valentiniano III, per rafforzare un potere durato in tutto 70 giorni: sempre nel 455, infatti, Genserico lanciò un attacco contro Roma con truppe trasportate dalla flotta. Il papa Leone Magno ancora una volta riuscì a ottenere che il saccheggio avvenisse senza violenza contro le vite umane. Massimo fu ucciso mentre cercava di darsi alla fuga.


Avito   Gli successe Avito, magister militum in Gallia. Anche  Avito fu sconfitto da Ricimero a Piacenza: ebbe salva la vita e fu consacrato vescovo. Ricimero ricevette dall’imperatore d’Oriente il titolo di patricius; mentre il senato di Roma eleggeva imperatore Maggioriano che cercò di migliorare le condizioni delle città dell’impero.


Maggioriano Maggioriano volle ricostituire una reale unità dell’Italia con la Gallia, dove sconfisse i Visigoti, riportandoli all’alleanza con Roma. Poi tentò di riunire all’impero anche la Spagna  e di recuperare l’Africa, ma la flotta che aveva radunato ad Alicante fu dispersa da Genserico. L’energia di Maggioriano ingelosì Ricimero che a Tortona affrontò e uccise l’imperatore.


Severo Dopo la morte di Maggioriano niente poteva impedire la fine dell’impero d’Occidente. Infatti il nuovo imperatore Severo era una creatura di Ricimero. Nel 465 anche l’imperatore Severo morì. Dall’Oriente giunse Antemio con un esercito per schiacciare l’inafferrabile Genserico, ma nel 468 anche quella spedizione fallì. Ricimero al comando di un esercito germanico assediò Antemio in Roma per cinque mesi e infine conquistò la città: Antemio fu ucciso.


Giulio Nepote L’anno dopo, nel 473, l’imperatore d’Oriente Leone nominò collega per l’Occidente Giulio Nepote il quale giunse nel 474 in Italia. Ricimero era morto, ma ebbe in Oreste un successore che si scagliò contro l’imperatore costringendolo a fuggire.


Romolo Augustolo Oreste nominò imperatore il proprio figlio Romolo soprannominato più tardi augustolo, l’imperatorello. I mercenari rugi, sciri, eruli, scontenti del trattamento loro riserbato, chiesero a Oreste un terzo delle terre italiane. Al suo rifiuto proclamarono re Odoacre, un erulo, e si presero con la forza ciò che Oreste aveva negato.


Odoacre   Odoacre divenne re il 23 agosto 476: il 28 agosto Oreste era già stato decapitato, Romolo fu risparmiato per la giovane età. Le insegne imperiali furono rimandate a Costantinopoli e da allora fino alla notte di Natale dell’800 non ci fu un imperatore d’Occidente.


 


1. 6 Cronologia essenziale


303 Ultima persecuzione contro i cristiani bandita da Diocleziano a Nicomedia.


305 Abdicazione di Diocleziano e Massimiano.


312 Vittoria di Costantino ad saxa rubra presso Roma.


313 Editto di Nicomedia analogo a quello di Milano: la religione cristiana diviene religio licita.


323 Sconfitta definitiva di Licinio in Oriente: Costantino rimane imperatore unico.


325 Concilio di Nicea per risolvere la crisi ariana.


337 Morte di Costantino: l’impero è diviso tra i tre figli Costantino II, Costanzo, Costante.


361 Morte di Costanzo; Giuliano è proclamato augusto; tentativo di restaurazione del paganesimo.


363 Morte di Giuliano in Mesopotamia nel corso della guerra contro i persiani.


378 Valente è rovinosamente sconfitto ad Adrianopoli dai Goti. Teodosio è nominato augusto e ristabilisce la situazione.


395 Morte di Teodosio. Divisione dell’impero tra Arcadio in Oriente e Onorio in Occidente.


410 I Visigoti di Alarico saccheggiano Roma.


455 Genserico re dei Vandali saccheggia Roma.


476 Odoacre re degli Eruli uccide Oreste e depone Romo