VALORE ED EQUIVALENZA NELLA ECONOMIA SOCIALE

P. L. Taparelli d'A. S.J., 1. L'equivalenza è natural presupposto della permutazione – 2. e non dipende dai contraenti. – 3. È applicazione dell'idea Valore,- 4. risultante dal desiderio subbiettivo e da proprietà obbiettive – 5. e chiarito dalla stima sociale. – 6. Influenze della società nel modificarlo.- 7. Nei contratti si patteggia di valore pubblico. – 8: Vantaggi economici del progresso. – 9. Competenza delle autorità in tali materie. – 10. Assurdità necessarie in chi vuol negarla. – 11. Epilogo degli elementi di valore. – 12. Presuppongono il desiderio o domanda. -13. Considerazioni sulla legge economica di domanda-offerta, – 14. la quale dee modificarsi con la giustizia e benevolenza; 15.  come avviene nelle società cattoliche -16. benché imperfette. -17. Epilogo intorno al soggetto materiale dell'economia.
 

VALORE ED EQUIVALENZA NELLA ECONOMIA SOCIALE
«La Civiltà Cattolica», 1858, a. 9, Serie III, vol. IX, pp. 401-416.

SOMMARIO
1. L'equivalenza è natural presupposto della permutazione – 2. e non dipende dai contraenti. – 3. È applicazione dell'idea Valore,- 4. risultante dal desiderio subbiettivo e da proprietà obbiettive – 5. e chiarito dalla stima sociale. – 6. Influenze della società nel modificarlo.- 7. Nei contratti si patteggia di valore pubblico. – 8: Vantaggi economici del progresso. – 9. Competenza delle autorità in tali materie. – 10. Assurdità necessarie in chi vuol negarla. – 11. Epilogo degli elementi di valore. – 12. Presuppongono il desiderio o domanda. -13. Considerazioni sulla legge economica di domanda-offerta, – 14. la quale dee modificarsi con la giustizia e benevolenza; ­15; come avviene nelle società cattoliche -16. benché imperfette. -17. Epilogo intorno al soggetto materiale dell'economia.

1. Vedemmo nel precedente quaderno con quanta ragione molti savii economisti affermino essere essenzialmente connessa l'idea di permutabilità, ossia di venalità con l'idea di ricchezza presa nel senso proprio, ossia economico. Ben potrà un oratore vantare le ricchezze del nostro cielo italiano, dei nostri zeffiri soavi, dei fiumi che fecondano in tanta copia la zolla italiana, degl'ingegni che vi splendono; della lingua che vi suona: ma tutte coteste ricchezze non rispondono se non metaforicamente a quel soggetto che sotto nome di Ricchezza viene contemplato dagli economisti, accumulato dagli avari, invidiato dal volgo. Questa ricchezza invidiabile non può essere esposta a disposizione di chiunque la brama; giacché se tale fosse, più non sarebbe invidiabile: e chi mai invidia in altrui ciò che tiene in sua mano?
Senza vietare dunque a chicchessia l'usare metaforicamente questo vocabolo, crediamo più conforme al sano criterio filologico l'appellare ricchezza nel senso proprio quegli averi di persona o di nazione, i quali, essendo desiderevoli per qualche utilità materiale che arrecano, e limitati sì, che non tutti possano averli quei che li bramano, acquistano nella società, come suol dirsi, un valore permutabile, che agli occhi di un retto stimatore fornisce la misura, secondo la quale può determinarsi la giustizia delle permutazioni. I due che vogliono permutare non vogliono regalare; ma cedono il proprio per riceverne un equivalente. In che consiste cotesta equivalenza, questa uguaglianza di valori? Ecco, lettore, il soggetto, del presente articolo, continuazione, come vedete, di quegli articoli, coi quali andiamo analizzando ed esaminando i concetti elementari di pubblica economia, per correggere, se mai vi s'incontrasse, qualche infezione eterodossa, rinsanguinandoli con l'idea cattolica.
Che questa equivalenza sia essenzialmente presupposta nelle mer­ci fra loro permutabili e richiesta a rigore di giustizia, voi lo vedete da ciò che gli economisti ci spiegano intorno al nascimento della permutazione. Datisi gli operai d'un Comune alla produzione esclusiva ciascuno d'una derrata, e ciò non ostante volendo ad ogni modo usufruttuare per sé le opere proprie, secondo il diritto conceduto loro da natura (il quale in certi casi è anche un dovere); non possono cedere la derrata propria, senza ottenere un equivalente nelle altrui. Se l'una o le altre eccedessero l'equivalenza, è chiaro che chi cede quel soprappiù ha impiegato l'opera sua non per sé, ma per l'altro. Così la pensa, così parla ogni idiota. Se io sono disposto a tutto dedicarmi al mio forno panificando, per tutto il Comune, se per dare al Comune il comodo di avere pane migliore, dismetto ogni pensiero di vesti, di calzari ecc.; non è già questo perché io intenda faticare gratuitamente pei miei concittadini. Questo potrò farlo talvolta per ispontanea generosità, ma nel permutare intendo ricevere l'altrettanto di quello che io cedo. Ora niuno può acquistare il dominio del mio se io non intendo cederlo. Dunque se i miei concit­tadini non contraccambiano il mio pane con merce equivalente, ben potranno involarmelo, ma appropriarselo non mai. Nelle permutazioni dunque l'equivalenza degli oggetti permutati è condizione talmente essenziale, che il contratto senza questa è naturalmente nullo (1).

2. Tenete bene presente questa conclusione la quale potrà riuscirvi di molto lume per rispondere a qualche economista, che tutta la giustizia dei contratti vorrebbe ridurre al consenso non violen­tato dei contraenti. Se il valore delle cose fosse un'entità tutta soggettiva determinabile arbitrariamente da costoro, una tale dottrina potrebbe correre; giacché gli stessi contraenti che hanno diritto a volere l'equivalente nel permutare, avrebbero anche la potenza di creare cotesta equivalenza: cotalché contratto lesivo sarebbero due vocaboli contraddittorii. Ma se il valore (come fra poco diremo) non è determinabile ad arbitrio, ma trova i suoi fondamenti obbiettivi nella natura delle cose; allora voi capite che nelle permutazioni è richiesta necessariamente l'equivalenza delle merci permutate; se questa equivalenza è indipendente in gran parte dai contraenti; essi ben potranno cambiare il contratto (p. e. la permutazione in donazione parziale), ma permutare giustamente merci non equivalenti mai nol potranno. E se uno dei contraenti dice nell'urgenza della sua necessità di accettare cotesta disuguaglianza, sarà questo un rassegnarsi ad una ingiustizia, ma non sarà mai un costituire equivalenza e giustizia in un contratto non giusto di cose non equivalenti. La ragione per cui sembra a certuni; che, lasciata ai contraenti la libertà di tassarne il prezzo, sia impossibile che quel con­tratto offenda la giustizia, suol essere questa. Se si potesse avere, dicono, quella merce a minor prezzo, il compratore non consen­tirebbe ad un prezzo superiore; se poi vi consente, ciò dimostra che quel prezzo maggiore è quello appunto che corre e che dee correre nella società.
Questo raziocinio, come vedete, sarebbe giustissimo, se nei contratti fosse sempre possibile al compratore l'andar picchiando al­l'uscio di tutti i proprietarii per comperare dal più discreto, e in caso d'indiscrezione universale sospendere la compera; ovvero se fosse a questi impossibile (o per onestà di coscienza o per la vigilanza del magistrato) il collegarsi ad opprimere i compratori necessitosi. Sventuratamente, se voi sopprimete la legge che tassa i prezzi, coteste due ipotesi più non sussistono; giacché da un canto i necessitosi che comprano, stanno col laccio alla gola della fami­gliuola affamata che chiede il pane; dal lato opposto i grandi capitalisti, che sogliono essere pochi e collegati per naturali corrispondenze, non solo possono concertarsi fra di loro per esigere più del dovere, ma anche senza tale convenzione sono tutti concordemente incitati (se la coscienza taccia) dalla cupidigia a trarre il più che si possa dal proprio capitale. Quali sono dunque i termini, in cui si stabilisce realmente il contratto fra cotesti due contraenti? Udiamolo da loro medesimi.

Compratore. Signore, vorreste vendermi dieci moggia di fru­mento per la mia famiglia?
Venditore. Volentieri: Ma quanto me lo pagherete?
Compratore. Signore, io capisco che voi non volete regalarmelo. Ma voi capirete eziandio che il danaro, con cui intendo pagarlo è sudore della mia fronte destinato a rigore di natural giustizia al sostentamento dei poveri figli miei. Intendo dunque pagarvelo a prezzo equivalente.
Venditore. Come sarebbe a dire?
Compratore. Se io mi fossi dedicato al mestiere di colono, avrei dovuto impiegare per ottenere codesto frumento 100 giornate di lavoro, compresovi l'affitto del terreno. Queste giornate, questo affitto ed altri carichi del terreno voi lo pagaste ad altri: tocca a me di compensarlo a voi, Siete contento?
Venditore. Non ne faremo niente.
Compratore. E perché?
Venditore. Perché io non voglio perdere quel frutto che nelle circostanze presenti ne posso ritrarre.
Compratore. E quali sono queste circostanze?
Venditore. Voi per sostentarvi non potete trovare il grano a tal prezzo: giacché è impossibile che voi andiate a comprarvelo in Ancona o in Sinigaglia; i soli che nel contado qui attorno potrebbero venderne; mi hanno assicurato che non lo cederanno a minor prezzo. Dunque o aggiungete due scudi al moggio, o provvedetevi come potete.
Compratore. Ma di grazia, con qual giustizia potete pretendere un tale aumento sul valore della merce?
Venditore. Io non pretendo niente, non fo violenza a nessuno: chi vuole il mio grano, il prezzo è cotesto.
Compratore. Or bene converrà passare per costì ed io vi dovrò dare le 100 giornate di lavoro che veramente costa il frumento, più quelle altre che voi volete aggiungere, ma che la merce veramente non vale. Avvertite peraltro che non ci sarà in tal guisa l'equivalenza nel contratto, e che io darò più per ricevere meno.
Venditore. Chiacchiere, chiacchiere! Se voi consentite a comprare il mio grano, vuol dire che il prezzo vi par che sia ragionevole.
Compratore. Perdonate, Signore: vuol dire che un povero padre ama meglio di essere spogliato di 20 scudi, che vedersi innanzi rifiniti e boccheggianti per la fame i suoi figli. Ma la fame dei miei figli non farà mai che con 100 giornate di lavoro io non avessi potuto produrre le 10 moggia di grano: e che per conseguenza la giunta di 20 scudi non rompa l'equità della permutazione.
Venditore. E perché dunque non produrvi il grano da voi medesimo?
Compratore. Perché il grano non si produce nei due giorni, e la fame non può aspettare un anno: perché l'arte da me abbracciata non posso cambiarla a un tratto con quella del bifolco: perché sperava (trattando con galantuomini) di ricevere da loro il frutto di loro fatiche con quella medesima equità, con la quale io cedo le mie.
Venditore. Gran codino voi siete, se ancor la pensate in tal modo! ma se voi non sapete fare i vostri interessi, peggio per voi, noi non vogliamo perdere i nostri. E finché siamo certi ch'altro grano non venga di fuori, potete essere certo anche voi che non ne scemeremo il prezzo sul mercato.

Questo dialoghetto vi fa comprendere quanto corra divario fra l'equità del contratto in sé e il consenso delle parti contraenti: l'e­quità del contratto dipende dalla naturale equivalenza delle merci, il consenso dei contraenti dalla maggiore o minore urgenza dei bi­sogni. Di che vedete come cotesto consenso, lungi dal determinare l'equivalenza, potrebbe anzi nell'ipotesi di coscienze malvage pre­supporre precisamente il contrario. La proposizione vi parrà strana, ma per poco che vi riflettiate, siamo certi che v'apparirà matematicamente evidente: ed eccone la dimostrazione.
Il consenso dipende dai bisogni: ora i bisogni sono, generalmente parlando, disuguali: dunque il consenso dipende generalmente da cause disuguali. Ma cause disuguali dànno effetti disuguali: dunque, generalmente parlando, se i contratti sono regolati a pura forza di bisogni, senza il correttivo della coscienza, il consenso dee supporre disuguaglianza nella permutazione: disuguaglianza che sta sempre in favore del più ricco che ha minori bisogni. E pur troppo lo sapete voi esser questa la condizione dei contraenti; onde corre in proverbio, che La Roba va alla roba, e per l'opposto.

Il povero uomo non fa mai ben,
Se muor la vacca gli avanza il fien
Se la vacca scampa, il fìen gli manca (2).

Bando dunque a cotesto principio spietato che, mentre abbandona il povero in mano all'avaro, aggiunge al danno lo scherno di­cendolo libero pagatore della propria oppressione, e derivando dal­la soggettiva disuguaglianza dei contraenti l'obbiettiva equivalenza delle merci. Ma in che consiste dunque cotesta equivalenza?
Capite facilmente che l'equivalenza altro non è, che una speciale applicazione dell'idea di valore. Quando questo valore è uguale nel­le due merci, esse equivalgono. Ora l'idea di valore già venne (e crediamo con sufficiente chiarezza) spiegata nel quinto volume di questa serie, incominciando da pagina 398, e compendiata poscia a pagina 402, né noi staremo qui a ripeterla. Ma solo, restringendo il detto colà, vi ricorderemo che il valore permutabile delle cose altro non è, se non il complesso di quelle condizioni che muovono la volontà a contraccambiare l'altrui prodotto: che queste condizioni si riducono, 1° all'utilità, con cui esso soddisfa ad un qualche nostro bisogno determinando così come causa finale la tendenza di nostra volontà: 2° al diritto che altri ha di non cederlo senza equo com­penso; il quale diritto si riduce alla proprietà: 3° alla rarità della materia, alla qualità e quantità delle forze impiegate per trasfor­marla. La prima di queste ragioni, l'utilità, è una relazione di due termini, vale a dire, del desiderio sentito e della proporzione della merce ad acquietarlo. Il desiderio è puramente soggettivo, e però non può entrare come quantità determinante nel giudicare il va­lore. Tocca al compratore di vedere quale sia in lui la forza di tal desiderio, e a quali sacrifizii potrà esserne indotto. E voi sapete che quanto una fantasia è più matta e una passione più accesa, tanto sono più matte e strane le risoluzioni a cui è strascinata una volon­tà che se ne renda schiava. Di che vedete che dare al desiderio la funzione di determinare i valori, egli è confidare ad un matto la funzione di giudice.

4. Stabilito poi l'intento di soddisfare il desiderio, il rimanente è obbietto proprio della facoltà giudicatrice: a lei tocca p.e. il giudicare che tanto pane è necessario a soddisfare la tua fame; che co­testa quantità di pane al prezzo corrente di quel frumento, di quel fornaio, coi mezzi odierni di panificazione, equivale alla tale somma di moneta metallica. E lo stesso dite del panno che comprate pel vestito, dell'argenteria che per la tavola ecc. Ognuna di coteste merci allorché si presenta sul mercato determina il giudizio del compratore: prima con la materia ond'egli guarderà se l'abito è di panno e di qual panno; se la posata è d'argento e di qual carato; e gran differenza passerà fra il ricambio che egli vorrà dare per lo panno e quello che mi concederà per l'argento: gran differenza tra il panno di Verviers e quel d'Arpino, tra l'argento di bassa e di alta lega. La quale differenza si ripete in gran parte dalla rarità e difficoltà di rinvenire cotesta materia. Vista poi l'opportunità e il valore intrinseco della materia, a cui le intrinseche proprietà si appoggiano, dovrà considerare l'esterna forma sopraggiuntavi relati­vamente al bisogno che egli vuole soddisfare (p. e il taglio dell'abito e la perfezione della cucitura, la forma della posata e la forbi­tezza del lavoro) e alla forza, con cui venne prodotta. Quanto mag­giore è la perfezione del lavoro, tanto crescerà agli occhi della ragione il valore della merce. Ma questo lavoro medesimo, oltre il pregio graduale di sua perfezione, ha una ragione specifica di pre­gio essenziale dalla facoltà, con cui si opera; altro essendo il pre­gio di una facoltà mentale, altro di una facoltà meccanica, altro del misto di entrambe, altro di certi voli straordinarii d'ingegno raris­simi ad incontrarsi. La facoltà del matematico che regola il meccanismo d'una officina, è molto più rara e sublime della robustezza di quel facchino che mette in movimento la ruota maestra, o alimenta il vapore nella caldaia. Pure anche la facoltà del matematico, potendosi da molti conseguire, mediante lo studio, sottostà di gran lunga nel mercato al genio di un Owerberck o di un Bellini, il cui delicato sentire con niuno studio potrebbe acquistarsi. Il compratore dunque pagherà di vantaggio la merce offerta se la vegga procedere dalla potenza mentale del matematico che se dalla materiale forza del facchino; di vantaggio se vi ravvisi la scintilla dell'ingegno inventivo, che se la fatica soltanto del calcolo bene eseguito.

Utilità dell'oggetto, pregio della materia, dignità della forza produttrice, ecco tre elementi che indurranno il compratore ad aumentare il valore nel ricambio. Ma notate che la forza produttrice va soggetta a due condizioni di tempo, che influiscono sul valore; cioè di tempo passato, in cui si predispone, e di tempo corrente, in cui si esercita. Gli studii dunque e remoti e immediati, con cui il produttore dovette prepararsi all'opera, gli alimenti ed agiatezza necessarii nell'atto stesso del lavoro a sostentare la forza esecutrice, sono due nuovi elementi che debbono ragionevolmente determinare il valore di un prodotto, ossia la quantità d'altro prodotto che potrà pareggiarglisi nella permutazione.

5. Tutti cotesti calcoli potrebbero sembrare così complicati, che un galantuomo avesse a perderci il cervello. Ma a spianarli e rendere liscia liscia la bisogna, interviene lo stato sociale, nel quale come nasce il bisogno e il desiderio delle permutazioni, così viene somministrata una norma facile ed universale per ben discernere i gradi del valore: e la norma sta nella consuetudine delle persone oneste, ridotta a formola esatta e universalmente intelligibile per mezzo della moneta. Norma tanto più necessaria per la grande mutazione che in tale stato soffrono i valori delle cose, divenendo più o meno rara la materia col maggiore o minore numero cui dee soddisfare, più o meno singolari gl'ingegni e le forze secondo la popolazione, la capacità, l'istruzione, l'educazione eccetera, del paese in cui vi trovate. Vendete panno od argento? Le 100 misure che ne avete in magazzino appena troveranno compratori in un casale di 50 fuochi.
Passate in un borgo di 500 famiglie, quanto sembrerà maggiore la rarità della nostra derrata! E quanto più se la trasporterete in una popolatissima capitale! All'opposto le forze con cui si lavorò la mercanzia, nel picciolo casale erano uniche. Ma trasportate nella capitale, quanto perdono di pregio e per la concorrenza di forze migliori e pel comodo di crescerle associandole!

6. Quindi vedete che il giudizio portato dalla ragione intorno ai valori, deve commisurarsi principalissimamente allo stato sociale e ad esso acconciarsi. Infatti che dic'egli l'oracolo della ragione tassando l'equivalenza? Egli dice che con una quantità n, di frumento p. e., potrò ottenere una quantità q di vestimenta. Or che io possa avere realmente la quantità q, dipende precisamente dalla condizione di società, in cui mi trovo. Fuori di tale condizione, patteggiando in terre inospite, fra uomini estrasociali, la cosa potrebbe andare tutt'altrimenti. In terra selvaggia il mio vicino imperito di sartoria avrà impiegato una settimana a cucirsi malamente alcune pelli per vestimento: e se io desidero averlo per me è pur giusto che gli paghi quella settimana di lavoro. Ma se in una società incivilita il sarto mandriano mi offerisse il suo rozzo zamberlucco a sì alto prezzo, perché v'impiegò una settimana: «Peggio per te, rispon­derei, se non sai il tuo mestiere! Io comprerò l'abito da un sarto, e a metà di prezzo avrò doppiamente pregevole il lavoro.»

7. Lo vedete, lettore, nella società civile il valore, intorno al quale si patteggia fra contraenti, è il valore sociale, non l'individuale. Il compratore che vuole fare negozio non è obbligato a rivedere i libri del venditore o le sue officine per sapere quanto costò a lui la materia prima, quante giornate di lavoro furono impiegate da lui a trasformarla o trasportarla: basta conoscere il prezzo che corre sul mercato. Quando questo non sia evidentemente e artificialmente falsato, dee corrispondere alla materia e al lavoro di conscienziati produttori: una superiorità eccessiva indicherà imperizia o cupi­dità nel produttore; una smodata inferiorità al prezzo corrente sarà all'opposto un grave indizio di merce o adulterata o rubata. Indi­zio, diciamo, e non certa prova, per essere molte le cause, donde, senza tali frodi, può nascere talora anche repentinamente gravissimo squilibrio nelle merci.
Quando queste ragioni non ìntervengano, vede il lettore ciò che al principio abbiamo accennato, le cause determinatrici dei valori essere tutt'altro che soggettive; queste cause sortire gravi muta­zioni quando passano da relazioni individuali a relazioni pubbliche. In queste relazioni essere anche più assurdo che nelle private il dire che i prezzi vengono determinati dalla discussione dei due privati. I due privati che discutono ben potranno per frode, per sciocchezza, per errore, per bisogno urgente alterare in quel fatto i prezzi correnti, ma non potranno far mai che se il prezzo pubblico della derrata è 10, per la loro discussione divenga 12.

8. E qui permetteteci, lettore, una breve intramessa per tesservi un panegirico del Progresso. Povero progresso! Dobbiamo sì spes­so farlo il malarrivato, dannandolo a vitupero ed infamia, grazie ai maleficii, di cui da certuni gli viene addossata la complicità! Ora che ci viene il destro di attribuirgli pur qualche vanto, non voglia­mo lasciarne sfuggire l'occasione. Questa ci si presenta dal poco che abbiamo detto intorno all'origine del valore sociale, il quale nasce con la permutabilità dalla divisione e suddivisione del lavoro. Se con tal divisione e suddivisione ogni operaio acquista facilità e perfezione nei suoi lavori, vede il lettore come a misura che le arti progrediscono, i compratori si trovano naturalmente in possesso di maggiori utilità con minore dispendio, se non di moneta, certo almeno di fatica. Quando nella rozza società io voleva vestirmi di pelli, doveva pagare coteste pelli a più caro prezzo che oggi non pago un panno fino: e a proporzione della materia doveva pagare il lavoro. E perché ciò? Perché un mandriano senza pratica impiega una settimana, dove un sarto civile impiega un giorno; perché le pelli sono più rare in società rozza, che i panni in società industre. Quanto più dunque verrà agevolata l'industria, tanto andrà crescendo a parità del resto l'agiatezza nel popolo.
Ciò non vuol dire che la felicità di quel popolo ne pareggerà sempre il progresso, essendo cose diversissime agiatezza e felicità.
Ma poiché una certa somma di agiatezza è realmente voluta dal Creatore, finché il progresso agevolerà alla comunanza civile il possedimento di tale agiatezza, esso dovrà dirsi un vero bene della società, la quale è destinata a compiere gl'intenti del Creatore.

9. Posto poi che tanto influisce la diversa condizione dello stato sociale nelle diverse proporzioni del valore, si comprenderà esservi certi doti, per cui il pubblico ordinatore ben può essere e indotto e illuminato a tassare equamente certe permutazioni più usitate, quando vi sia pericolo che l'improbità di qualche privato costringa, con la necessità o con la frode, i compratori a tollerare l'alterazione dei valori. Così veggiamo il pubblico magistrato civile tassare su i mer­cati la così detta meta del pane e di altre civaie: così i giudici nei tribunali condannare i monopolii artificiosi e le lesioni enormi. Quegli economisti, che ogni ragione del valore riducono all'estima­zione dei contraenti, gridano qui, come nell'usura e nelle altre materie, contro i vincoli arbitrarii del commercio. Ma se il nostro lettore avrà approvato ciò che abbiamo detto intorno alla permutazione e al valore, egli vedrà che cotesto grido di libertà nei privati contratti vuole in gran parte (non diciamo in tutto) accoppiarsi con tutti gli altri gridi di libertà eterodossa. Può certamente un Municipio, un tribunale or prendere abbaglio, or abusare l'au­torità tassando falsamente l'equivalenza o su i mercati o fra litiganti: e sarà cotesta o sventura o colpa. Ma inferirne l'assoluta condanna d'ogni ingerenza autorevole nella tassa dei valori sarebbe trarre conseguenza universale da premesse, non solo particolari, ma eccettuative.

10. Per asserire in generale che mai non sia lecito all'autorità intervenire nel contratto fra i privati, converrebbe sostenere una delle proposizioni seguenti:
L'equivalenza delle merci permutate non è richiesta per giustizia delle permutazioni:
L'equivalenza delle merci non ha alcun dato intrinseco, ma tutta si riduce all'arbitraria determinazione dei contraenti.
Qualunque sia il principio, da cui viene determinato il valore, i contraenti sono incapaci di violare nei contratti le leggi della giustizia.
La violazione di queste leggi non ha alcuna influenza sull'ordine pubblico, e però non va soggetta al pubblico ordinatore.
Chi non ha coraggio di affermare qualcuna di queste quattro proposizioni da noi o dall'evidenza stessa dimostrate false, dovrà confessare che alla pubblica autorità può competere in tali materie una qualche ingerenza; e che l'escludernela assolutamente e sempre per qualche fallo dei governanti, è un volerci esporre a tutti gl'inconvenienti delle passioni volgari, per impedire qualche inconveniente dell'autorità protettrice: egli è un ridurre i cittadini in ma­teria d'interesse alla condizione degli Americani in materia di pubblica sicurezza: i quali, diceva un giornale americano, per non sottostare agli abusi della polizia sono costretti, se vogliono sicura la vita, ad avere pronto sempre un muro, a cui appoggiare le spalle e un revolver con cui ribattere di fronte l'assassino. Non sare­mo certo noi che prenderemo a fare il panegirico degli abusi di polizia. Ma nell'alternativa li preferiremmo a quei della piazza; e questa stessa alternativa non la crediamo una necessità sociale, finché almeno può avere qualche forza la legge e la coscienza cattolica.

11. Concludiamo dunque che il valore delle cose venali dipende 1° dalla materia considerata nel suo pregio intrinseco e nella sua rarità; 2° dal lavoro considerato secondo il pregio della facoltà, da cui deriva, secondo il grado di perfezione, con cui venne impiegata, secondo il dispendio delle preparazioni richieste a perfezionarla, secondo i mezzi di sostentamento e di agiatezza necessarii ad esercitarla; 3° dallo stato sociale più o meno colto, in cui il contratto viene patteggiato, e che toglie alle influenze soggettive dell'individuo la tassa dei valori, trasportandola nell'or­dine oggettivo delle condizioni sociali.
12. A queste tre condizioni regolatrici del valore venale dee presupporsi il bisogno, il desiderio, la domanda ecc: in quanto senza bisogno non vi sarebbe domanda, né senza domanda, permutazione: e se i bisogni, le domande, le permutazioni fossero pochissime, la materia perdendo il pregio della rarità perderebbe un elemento che influisce realmente, come poc'anzi è detto, sulla tassa dei valori: di che voi vedete che l'offerta e la domanda, ossia il bisogno del venditore e del compratore, lungi dall'essere i supremi determinatori del valore, non vi hanno altra influenza che quella di rendere più o meno rara la merce: danno bensì un impulso alla permutazione, ma non danno immediatamente in una società onesta e cattolica le leggi e le misure dell'equivalenza.

13. L'osservazione è nella pratica di molta importanza, specialmente quando trattasi di fissare il valore all'opera degli operai. Nelle altre merci si può per lo più o sospendere le pattuizioni, o invocare dall'autorità qualche provvedimento: e così il valore può in qualche modo dibattersi fra le parti, ordinariamente a condizioni poco meno che uguali. Ma i poveri operai, il cui numero di giorno in giorno va crescendo, possono eglino aspettar la domane, pel vitto quotidiano, come i padroni possono aspettarlo per mettere mano al lavoro? Incalzati dalla fame, essi corrono ad offrire le braccia; e la copia ed urgenza di questa offerta, secondo l'economia dell'interesse, dee naturalmente farne abbassare il prezzo a quell'infima tassa che appena basta a campar la vita. E sapete voi, lettor mio cortese, quanto purtroppo sia nei paesi eterodossi fedelmente ridotta in pratica la legge degli economisti?

14. Ma introducete nella società col sentimento cattolico le due leggi di giustizia e di carità, delle quali altrove parlammo, e vedrete cangiare ad un tratto quella tassa spietata. Il padrone che dee condurre un operaio a giornata, sarà egli il primo a calcolare il giusto valore del vitto quotidiano che a lui non potrebbe equamente negarsi: e dall'affollata moltitudine delle offerte, invece di trarre la spietata conseguenza di ribassare il salario, inferirà l'estremo della miseria e della fame, alla quale quei miseri, sono ridotti. Donde risulterà una legge economica assai diversa dalla precedente: vale a dire che quando l'offerta delle braccia è cagionata dal caro dei viveri, a proporzione di questo deve crescere lo stipendio degli operai.

15. Ed affinché non crediate essere queste leggi d'economia cattolica un sogno di medio evo, permetteteci che vi ricordiamo
qual­che fatto, dal quale potrà vedersi che le utopie del medio evo in ciò che è perfezione sociale, ben possono riprodursi anche a mez­zo il secolo XIX tostoché si ristori il sentimento cattolico.
Dedurremo l'esempio da quei tempi di calamitosa carestia del 1855 e 1856, nei quali l'antico Ministro della Ristorazione Conte di Montebel, mentre tutti i salarii scemavano per la miseria che costringeva il popolo ad offrire le braccia, ordinava al suo agente di aumentare di un sesto le liste presentate dai taglialegna, e zappatori nella sua terra di Vauxbois, e di un ottavo quelle dei chiavaiuoli, stipettieri, muratori e simili artigiani: e ciò per compensare il caro degli alimenti (3).
Se non che intendiamo benissimo che un Ministro della Ristorazione, codino incipriato, se mai ne fu, non farà grande autorità presso gli avversarii. Ma che diranno essi se ricorderemo loro ciò che notava la Patria di Torino (16 Novembre 1855) che in quell'epoca stessa, mentre i capi di fabbrica inglesi deliberavano di scemare concordemente lo stipendio agli operai, i francesi all'opposto andavano formando associazioni, ove si prendeva l'impegno di con­cordemente aumentarlo?
Ecco qual è l'influenza del principio giuridico e del religioso nel calcoli del valore! L'aumento delle derrate agli occhi del Francese cattolico aumentava il valore di quelle opere, che dalle derrate dovevano trarre l'alimento: laddove l'Inglese coll'interesse nel cuore e con la legge economica della domanda-offerta alla mano, trovava un nuovo titolo per condannare a fame più rigida del consueto i sempre famelici suoi artigiani, scemandone il salario come ne ridondava l'offerta.

16. E per maggiore evidenza dell'argomento notate, lettore accorto, la Francia è ben lungi dall'essere adesso ciò che fu altre volte, una nazione pienamente, universalmente, praticamente cattolica. Eppure tanto ancora vi può il sentimento del Cattolicismo! fate ragione se in una nazione ove il Cattolicismo fosse pieno, universale e pratico, la tassa dei valori condotta con tali principii sarebbe un'utopia, o non piuttosto una realtà pratica ed universale.

17. Raccogliamo da ultimo sotto una sola occhiata il tema dei tre ultimi articoli.
Andavamo investigando il soggetto materiale della sociale economia; di quella cioè che indirizza il governante a bene ordinare i sudditi nelle loro relazioni spettanti all'uso degli averi. Il soggetto materiale di tale scienza sono, abbiamo detto, gli averi. Ma quali averi? Quelli propriamente, i quali stanno a disposizione dei sudditi e presentano così l'occasione di violare le leggi di giustizia e di benevolenza scambievole.
Averi a disposizione dei sudditi non sono le loro persone, né le cose non possedibili o non permutabili equamente. Equamente permutabili rimangono soltanto o le cose materiali o le opere misurabili col tempo, che nel trasformare esse cose vengono impiegate. Gli averi dunque si riducono, alle cose e alle opere materiali, che possono in altre cose ed in altre opere trovare l'equivalente.
Ma qual è la norma per misurare l'equivalenza? È il valore; quale, abbiamo detto, ha la sua prima cagione nel desiderio supposto di provvedere ad un qualche bisogno. Presupposto poi un tal desiderio, riceve la sua determinazione dalla ragione giudicatrice, a proporzione 1° dell'utilità a soddisfare il bisogno; 2° della rarità della materia; 3° della quantità e qualità delle forze trasformatrici; 4° delle condizioni sociali.
Il giudizio complessivo risultante da cotesti elementi o premesse, difficile per sé a ridursi in formola esatta e sicura, viene agevolato dal giudizio sociale di tutta la comunanza ed espresso in formola universalmente intelligibile per mezzo della moneta.
Qui peraltro veggiamo il bisogno di dare qualche schiarimento intorno a queste ultime parole, e sì lo faremo nel seguente articolo aggiungendo alcune osservazioni economiche intorno alla moneta.

NOTE

1) E qui fate un paragone che chiarirà viemeglio anche altre quistioni. Che nella permutazione sia richiesta a rigor di giustizia, l'equivalenza delle merci è verità. generalmente ammessa: e non ci ricorda aver mai udito che un negoziante voglia farsi pagare, oltre la mercanzia, il servigio che egli presta nel venderla ai compratori. E non ridereste voi se andando a comperare un cappello e interrogando del prezzo, il cappellaio vi rispondesse: Il valore di un cappello è 12 paoli? Ma perché io vi rendo il servigio di vendervelo, ed ogni servigio merita ricompensa, avrete la bontà di pagarmene 13. – Siamo certi che gli rispondereste: I miei 12 paoli valgono quanto il vostro cappello e il cederveli è un servigio che vi rendo e che merita esso pure il pagamento d'un altro paolo. Or bene questo fatto che non suol farsi quando si vendono altre merci, si vanta come giustissimo quando trattasi della merce moneta: e fra le tante ra­gioni che si dicono a dimostrare che il prestito del danaro li sempre per sé fruttifero, una è cotesta: «Chi impresta, rende, un servigio, ed ogni servigio merita un premio». La qual ragione, come ognun vede, potrebbe ritorcersi dal mutuatario nel dì della restituzione, giacché la somma restituita è precisamente in sé il servigio medesimo che la somma imprestata.

2) GIUSTI, Proverbii toscani.

3) Univers 16 Decembre 1856.