S. VINCENZO FERRERI (1350-1419)

II Ferreri (in catalano Ferrer) è giustamente considerato come uno dei più grandi predicatori di tutti i tempi. Nacque a Valenza (Spagna) nel 1350 da una famiglia borghese. Uno dei suoi fratelli, Bonifacio, divenne più tardi Priore della Grande Certosa. Egli stesso vestì l’abito religioso nel convento domenicano della sua città natale (1367). I primi suoi biografi ci dicono che nell’anno di probazione egli fu “di una umiltà senza finzione, di un’orazione senza tiepidezza, di un’assiduità senza noia, di un’affabilità senza ombre”. In vari conventi dell’Ordine, ma specialmente nello studio di Tolosa (Francia) ricevette una solida formazione intellettuale. Dovette apparire d’ingegno non comune se fu incaricato, appena ventenne, d’insegnare logica a Lérida (Spagna).

Il santo giovane fu consacrato sacerdote nell’anno in cui scoppiò il grande Scisma d’Occidente. A Gregorio XI (+1378), dopo un anno che era ritornato da Avignone a Roma, era succeduto Urbano VI, uomo di pietà e di zelo, ma di carattere aspro e violento. I cardinali francesi, atterriti, si erano radunati in conclave a Fondi, sotto la protezione di Giovanna I D’Angiò, regina di Napoli, e avevano eletto antipapa Clemente VII, il quale fu riconosciuto dalla Francia, Spagna, Savoia, Lorena e Scozia. Siccome in Italia il popolo ubbidiva a Urbano VI, egli dovette fuggire ad Avignone dopo aver invano tentato di conquistare la Città Eterna. In quel tempo il Ferreri trascorse la giovinezza e i primi anni della maturità nella predicazione, nella cura degli orfani e delle donne cadute. Fu anche scelto come lettore di teologia nella cattedrale di Valenza (1383-89). Non gli fu perciò difficile estendere le sue relazioni sociali ed entrare nell’intimità della famiglia reale aragonese che seguì nell’adesione al papa di Avignone.


Scrisse persino un Trattato sullo scisma moderno nel quale, in buona fede e nella confusione generale, negò la legittimità del papa romano a motivo delle intimidazioni perpetrate dal popolo che aveva gridato intorno al palazzo del conclave: “Romano lo volemo, o almanco italiano”. L’aragonese Pietro de Luna, succeduto a Clemente VII nel 1394 col nome di Benedetto XIII, lo chiamò quindi presso di sé in qualità di cappellano e consigliere privato. Il nuovo papa in conclave aveva promesso che, se fosse stato necessario, per l’unità della Chiesa avrebbe deposto il papato “come svestiva la tonaca ogni sera”. Invece, bellicoso e ostinato com’era, una volta eletto non ne volle più sapere, tanto che Carlo VI, re di Francia, gli sottrasse momentaneamente l’ubbidienza. Il Ferreri stesso attraversò una crisi di coscienza molto viva e rapida. Per estinguere lo scisma egli aveva predicato, pregato e macerato talmente il suo corpo da cadere malato. Il Signore gli apparve, lo consolò, lo risanò e gli raccomandò di percorrere le nazioni della terra annunciando il giudizio universale. Benedetto XIII, persuaso che le solenni missioni tenute un po’ dovunque da quel suo dignitario avrebbero giovato alla sua causa, gli conferì i poteri di legato a latere Christi (1399).


Per una decina d’anni Vincenzo percorse il Delfinato, la Savoia, la Svizzera e il Piemonte e convertì intere vallate di Valdesi, costituenti il più antico nucleo di “evangelici” mantenutosi in vita fin da tre secoli prima della Riforma. Verso il 1410 il santo passò in Spagna. Da questo momento i suoi spostamenti assunsero l’importanza di una perpetua manifestazione europea. Ovunque le popolazioni accorsero in massa davanti al suo pulpito eretto sulle piazze essendo le chiese incapaci di contenerle tutte. Il predicatore itinerante vi giungeva a dorso di una mula, circondato da alcuni confratelli e dalla turba ognor crescente dei suoi discepoli. Allorché il corteo penetrava in città, essi cominciavano a martellare senza pietà i loro dorsi nudi a colpi di flagelli. Il predicatore preparava egli stesso i canti che dovevano accompagnare quel gesto di penitenza, vigilava perché non sorgessero scandali e poi procedeva alla rigenerazione della città con la liquidazione delle bische, la soppressione della mala vita, la pacificazione delle famiglie, la conversione di quanti vivevano ai margini del cristianesimo. Per ottenere più facilmente il ravvedimento dei peccatori più ostinati fece oggetto della sua predicazione la fine del mondo e il giudizio universale.


Allora si era indotti a vedere il compimento dei segni precursori della parusia nelle tristi conseguenze della peste nera (1348-49) che aveva portato via un terzo degli europei; dello Scisma d’Occidente, che aveva diviso in due la Cristianità; della guerra dei Cent’anni, scatenata da Edoardo III, re d’Inghilterra, bramoso di rivendicare a sé la corona di Francia (1337-1453); delle lotte che facevano i cristiani tra di loro e contro i turchi per impedire la caduta di Costantinopoli. La predicazione apocalittica del Ferreri gli valse il titolo di “angelo del giudizio”. Essa fu comprovata da strepitosi miracoli, come si deduce dai processi di canonizzazione. Nella cattedrale di Salamanca l’uditorio, sconvolto dall’audace ardore della sua predicazione, gli domandò un giorno: “A buon conto, che prodigi precederanno il giudizio finale? Rassicurateci una volta per sempre al riguardo”. “Mia buona gente, rispose il figlio di S. Domenico, che segno migliore posso io darvi dell’ultimo giudizio che la misericordia di Dio? Essa ha operato finora mediante questo peccatore che vi sta dinanzi più di 3.000 miracoli”.


Dio, veramente, è sempre stato mirabile nei suoi santi. In modo speciale egli lo fu con il Ferreri, che amava definirsi “l’angelo dell’apocalisse”, perché oltre il potere di compiere miracoli, gli aveva concesso pure il dono delle lingue. Per vent’anni enormi masse semianalfabete dell’Europa sud-occidentale accorsero a sentirlo parlare di Dio. Benché ovunque egli si esprimesse in catalano-valenzano, lo comprendevano nella propria lingua, lo gustavano e lo seguivano. Anche i più lontani dal suo pulpito sentivano distintamente la sua voce come i più vicini. Nella mente degli uditori sorgevano dei dubbi? Il santo glieli scioglieva immediatamente. Qualcuno li scriveva su pezzetti di carta che abbandonava ai piedi del pulpito? Il giorno dopo il santo aveva la risposta pronta per ciascuno di essi benché non li avesse ancora letti.


Alla fine del mondo giudei e infedeli, secondo una costante tradizione cristiana, si convertiranno. È del tutto naturale perciò che il Ferreri, credendo possibile la prossimità del giudizio universale, si sia applicato con zelo particolare alla conversione dei giudei e dei mori così numerosi nelle città spagnole. Nei suoi sermoni vi sono frequenti allusioni ad essi. Egli suggeriva di condurli alla fede soprattutto con il buon esempio. Una grande persecuzione era stata scatenata contro i giudei nel 1391, odiati per la loro sfrenata sete di guadagno, in tutta la Spagna. In molti casi fu lasciata loro soltanto la scelta tra la morte e il battesimo. Fra questi nuovi cristiani chiamati “marranos” pochissime furono le conversioni sincere e complete. Nella sua predicazione tra il 1410 e il 1414 S.Vincenzo Ferreri ottenne tra loro numerosi conversioni con la sua vita penitente e il dono dei miracoli. Ma oltre che per la conversione di mori ed ebrei il santo operò per la pacificazione politica del suo paese. A Caspe (1412) nove giudici delegati dalle popolazioni elessero re di Catalogna-Aragona, come successore di Martino l’Umano, morto senza eredi, Ferdinando d’ Antequera, delfino di Castiglia, contro il diritto di Giacomo, conte di Urgel. Il membro più influente di quel compromesso fu il Ferreri il quale così preparava l’unità della Spagna, costituita ancora da un complesso di stati, di feudi e di paesi protetti gli uni contro gli altri dai loro statuti, dalle loro libertà locali.


Molto importante dovette essere pure l’azione svolta dal nostro santo per estinguere lo Scisma d’Occidente se i catalani lo biasimarono per aver causato la caduta di Benedetto XIII. Questi era stato eletto a condizione che contribuisse all’estinzione della divisione. Rifiutandovisi ostinatamente, anche per il Ferreri si fece strada l’idea che un concilio fosse per quell’occasione l’unico mezzo adatto ad eleggere un papa legittimo all’infuori del concorso dei cardinali. Dopo tante discussioni molti cardinali delle due ubbidienze avevano indetto a Pisa un concilio (1409), avevano deposto il papa di Roma e di Avignone ed eletto l’arcivescovo di Milano, Pietro Filargo, col nome di Alessandro V. Siccome però un papa legittimo non poteva essere deposto nemmeno da un concilio, fu riconosciuto soltanto da una piccola frazione della cristianità. Ne risultò così che i papi contemporanei erano tre. Per riparare alla confusione generale l’imperatore Sigismondo di Lussemburgo (11437) ottenne con abilità che fosse convocato un nuovo concilio a Costanza (Svizzera) nel 1414, che fu il 16° ecumenico. GregorioXIl, il papa romano, abdicò, gli altri due e cioè l’avignonese e il pisano, furono deposti.


Nell’estate del 1415 Sigismondo si diresse con splendido corteo e coi documenti comprovanti la rinuncia del papa romano a Perpignano per tentare di ridurre a più miti consigli Benedetto XIII con l’ausilio del suo antico confessore, S. Vincenzo Ferreri, che in quel tempo stava evangelizzando la Francia sud-orientale. Quando si accorse che si voleva assolutamente la sua rinuncia, egli fuggì nell’imprendibile bicocca di Peniscola, sul mare di Valenza, dove resistette a molti assalti, convinto che tutta la Chiesa fosse con lui come tutta l’umanità nell’arca di Noè. Nonostante avesse minacciato la scomunica contro quei principi che si fossero sottratti alla sua ubbidienza, a Narbona il re d’Aragona, di Castiglia e Navarra, lo abbandonarono al suo destino (30-1-1416), spronati da S. Vincenzo. Giovanni Gersone, principale artefice della composizione dello scisma, gli scrisse riconoscente da Costanza: “Senza di voi un simile accordo non si sarebbe mai fatto. Grazie a questa grande opera che è la vostra, noi tutti speriamo di giungere al bene tanto desiderato della pace”.


Il santo al concilio non comparve perché riprese la sua predicazione. A Besancon s’incontrò con S. Coletta (+1447), che per incarico di Benedetto XIII aveva riformato molti conventi di Urbaniste e con lei s’intrattenne sulle necessità della Chiesa. Suo compito fu quello di percorrere la Francia per alleviare i mali fisici e morali derivanti dallo scisma e dalla guerra dei Cent’anni, nonché di ristabilire la perfetta osservanza nei conventi domenicani. Il compendio dei suoi insegnamenti ai religiosi è contenuto nel Trattato sulla vita spirituale. Raggiunse pure i principali feudatari del re di Francia, comparve alle corti di Borgogna e di Bretagna e predicò davanti a Enrico V, re di Inghilterra, e ai suoi soldati a Caen (Normandia) meravigliandoli col dono delle lingue. Carlo VI, dopo la sconfitta francese di Azincourt (1415), lo aveva nominato suo erede e successore.


Era stabilito che il Ferreri finisse i suoi giorni a Vannes (Bretagna), anziché a Valenza, in seguito ad una specie di rapido invecchiamento causato dalla durezza della sua vita itinerante. A forza d’insistere, chi ne ebbe cura riuscì a fargli svestire il cilicio, accettare un materasso e qualche pozione fortificante. Morì il 5-4-1419. Fu sepolto nella cattedrale di Vannes e canonizzato nel 1458 da Pio II. La curia romana ritenne come autentici 873 miracoli ottenuti per sua intercessione.



Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 74-78.


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