S. ROBERTO DE LA CHAISE-DIEU (+1067)

Di questo santo abate benedettino, discendente non dai conti di Aurillac (Cantal), in Francia come si era sempre ritenuto, ma dalla famiglia dei Turlande, non conosciamo esattamente né l’anno né il luogo di nascita. Sua madre, sorpresa dalle doglie del parto mentre si recava ad un castello vicino a casa, lo diede alla luce in mezzo ad un bosco. Da quell’incidente, ci fu chi pretese concludere che il bambino sarebbe diventato un giorno un celebre eremita. Si dice pure che la mamma, rimasta senza latte, abbia dato a balia il figlio successivamente a due donne, ma che Roberto si sia rifiutato di prendere da loro il latte per la cattiva vita che conducevano.

I genitori affidarono il santo ancora in tenera età agli ecclesiastici di St-Julien de Brioude (Alta Loira) perché lo formassero alla pietà oltre che alla scienza. Alla scuola di quegli eccellenti maestri, Roberto trascorse una giovinezza innocente e virtuosa. Per le belle qualità che mostrava di possedere fu ammesso alla tonsura, e quindi fu nominato canonico della chiesa di San Giuliano. Sovente passava la notte in preghiera, e tutti i giorni si prendeva cura dei poveri e dei malati fino a lavare loro le piaghe, A contatto delle sue mani diversi infelici furono miracolosamente guariti. Questa tenerezza per gli sventurati anziché diminuire crebbe in lui con l’età. Per sovraspendersi più facilmente per essi fece costruire a Brioude un ospedale e ve li riunì. Dopo che fu ordinato sacerdote, Roberto fu visto celebrare ogni giorno la santa Messa con grande devozione, convertire molti peccatori con la continua e ardente predicazione della parola di Dio, e specialmente con l’esercizio di tutte le virtù. Ciononostante, nella sua umiltà, egli si riteneva un servo inutile e il minimo di tutti.


L’amore della contemplazione gl’ispirò il desiderio di abbandonare il mondo per darsi a Dio nella solitudine. In quel tempo godevano grande reputazione in Europa i monaci di Cluny, governati dal santo abate Ugo (+1109), perché vivevano conforme al primitivo rigore della regola benedettina. Insieme con un compagno, Roberto cercò di raggiungerli nel più grande segreto, ma appena la notizia della fuga si diffuse tra il popolo, qualcuno insorse e, come se si trattasse della salvezza del paese, gli corse dietro e lo costrinse a ritornare a Brioude. Pieno di vergogna per essere stato scoperto, fu assalito da così grande dolore che ammalò. Quando si ristabilì, cercò di praticare nel mondo la vita monastica, ma mille difficoltà si frapposero all’esecuzione di quel disegno. Allora, conforme alla consuetudine del tempo, si recò in pellegrinaggio a Roma e sulla tomba dei Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, chiese a Dio la grazia che gli facesse conoscere la sua volontà.


Al ritorno, Roberto attese con fiducia che il Signore esaudisse la sua preghiera. Un giorno, un soldato, di nome Stefano, andò a consultarlo riguardo a quello che doveva fare per ottenere la remissione delle proprie colpe e farne la penitenza. Il santo gli consigliò di rinunciare al mondo e alle sue massime, e di arruolarsi nella milizia di Gesù Cristo. Il soldato gli rispose che avrebbe fatto volentieri quel sacrificio, ma in compagnia di lui. Il servo di Dio, sorpreso e rapito da quella risposta, scoprì a Stefano, che considerava come un angelo inviatogli dal cielo, il desiderio che anche lui provava di servire Dio nella solitudine. Insieme progettarono dunque quello che avrebbero fatto e i mezzi che avrebbero adottato. Senza indugiare oltre, Stefano, armato di una grande fede, andò in pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora du Puy-en-Velay (Alta Loira) per implorare dalla Madre di Dio la benedizione del suo divino Figlio sulla loro intrapresa. Nel ritorno, egli scoprì nelle montagne, a venti chilometri da Brioude, i resti di una chiesa abbandonata. Ritenendo quel luogo molto adatto al loro ritiro, andò a farne la descrizione a Roberto.


In quel tempo Stefano guadagnò a Dio un altro soldato, di nome Dalmazio, che Roberto associò con gioia alla loro vita. Per qualche mese egli li mise alla prova, poi prese con loro il cammino dell’eremo. Tutti e tre, privi di ogni cosa, si rallegrarono della loro indigenza alla considerazione dei beni eterni. Gli abitanti circostanti nella loro rozzezza furono ostili a quegli eremiti. Invece di assisterli fornendo loro quanto occorreva per vivere, li contristarono con ingiurie e minacce ritenendoli forse dei fannulloni. I solitari non si persero d’animo per questo, anzi, in mezzo alle rovine sistemarono un oratorio in cui radunarsi a pregare nelle ore stabilite del giorno e della notte, attorno al quale costruirono con frasche delle piccole celle.


Mentre Stefano e Dalmazio attendevano ai lavori manuali e alla coltivazione della terra per la sussistenza della comunità, Roberto si dava allo studio e all’istruzione di quanti chiedevano di abbracciare quel genere di vita. Oltre che pregare in comune, essi prendevano pure insieme il cibo frugale. Senza preoccuparsi del domani, distribuivano ai poveri e ai viandanti buona parte dei raccolti e dei viveri. Il Signore benedisse la loro generosità. Una volta Roberto donò ad un bisognoso tutto il pane che il giorno prima era avanzato. Dalmazio non seppe nascondere il suo disappunto ad uno dei due canonici del Puy, che avevano venduto quella terra ai tre eremiti. Prima del tramonto del sole costui mandò loro tre cavalli carichi di ogni ben di Dio.


La fama delle penitenze, delle elemosine e delle preghiere di quei solitari si diffuse ben presto nella regione. L’avversione degli abitanti dei paesi vicini a poco a poco cessò. Anzi, diversi giovani e parecchi ecclesiastici chiesero e ottennero di unirsi ad essi per consacrare a Dio il restante della loro vita. Non era impossibile infatti sottrarsi al fascino degli esempi di Roberto, rimanere insensibili alle sue esortazioni, non riconoscere il dito di Dio nei prodigi che operava a favore dei malati e degli ossessi benché, per modestia, li attribuisse ai santi Agricola e Vitale, ai quali l’oratorio era stato dedicato.


Il numero degli eremiti divenne ben presto considerevole. Si ritenne perciò necessario costruire un monastero allo scopo di favorire di più la vita di comunità e garantire la buona formazione degli aspiranti alla vita religiosa. Generosi benefattori contribuirono all’esecuzione dell’opera, offrendo denaro o destinando beni considerevoli al sostentamento dei futuri monaci. In tale maniera fu possibile a Roberto fondare, nel 1050, l’abbazia de la Chaise-Dieu (Casa di Dio). Il vescovo di Clermont, Rencone, andò alla corte del papa S. Leone IX (+1054) per ottenere la necessaria autorizzazione all’erezione canonica della nuova abbazia. Roberto, dal canto suo, si recò alla corte del re di Francia, Enrico I (+l060), per fare ratificare le donazioni che erano state fatte. Allorquando furono entrambi di ritorno, il vescovo fece la dedicazione del monastero, diede l’abito ai primi monaci ed elesse, come loro abate, Roberto, secondo quanto aveva deciso il Sommo Pontefice.


Ai religiosi, che in poco tempo raggiunsero il numero di trecento, Roberto impose la regola di S, Benedetto. Tuttavia egli non limitò il suo zelo all’ambito del monastero, ma si adoperò per ristabilire il culto divino in più di cinquanta chiese della regione che erano state danneggiate dalle guerre.


Dio fece conoscere al santo il giorno in cui sarebbe morto. Prima di mettersi a letto, Roberto volle celebrare l’ultima Messa a costo di farsi sostenere all’altare, poi convocò i discepoli, li abbracciò a uno ad uno e li esortò a lavorare seriamente alla propria santificazione. Morì il 17-4-1067.


Al momento del trapasso un monaco vide l’anima di Roberto salire al cielo sotto la forma di un globo di fuoco. Per i grandi miracoli che avvenivano sulla tomba di lui, Clemente VI, che era stato abate de la Chaise-Dieu, lo canonizzò nel 1351 ad Avignone.


 


Sac. Guido Pettinati SSP,


I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 217-220.


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