PUNIRE?

Non vi è cosa più crudele e falsa per il fanciullo stesso di quella bugiarda sensibilità che consiste nell’acquiescenza ai suoi capricci, adducendo come pretesto che è un bambino.

* A volte non basta il solo rimprovero: bisogna castigare una disubbidienza grave, una palese menzogna, un furto sfacciato.

* Al periodo in cui il bambino è tenuto continuamente nella culla succede il tempo in cui viene nutrito col cucchiaino: accade allora che il bambino nella sua esuberanza si diverta a picchiare il tavolo con quell’utensile. La prima volta la mamma gli farà capire che disapprova quel gioco; gli terrà la mano e con calma e chiarezza gli dirà: “Questo non va bene“. Se la cosa si ripete, protesterà un po’ più energicamente. Certamente bisognerà ritornarci su più di due o tre volte, ma si ripeta anche cento volte, se fosse necessario, la proibizione; la mamma non può esimersi senza danno. Il “questo non va bene“, sarà più necessario quando si tratterà di condurre il bambino in un parco. Più sarete severa in principio e meno ripeterete le vostre proibizioni. A partire da questa età il fanciullo incomincia a far resistenza: se fino ad ora ha sbagliato solo per esuberanza di vitalità, d’ora in poi mancherà per disubbidienza. Sapete come ciò avvenga: se un bambino porta alla bocca qualche oggetto non a ciò destinato e lo rimproverate, può giungere a rifare il gesto guardandovi caparbiamente in faccia. Se il “questo non va bene” è inutile, significa che il fanciullo per ubbidire spontaneamente abbisogna di uno stimolo più energico. Un leggero tocco alla mano colpevole, avrà certamente più effetto delle parole. Non vieto quindi di battere qualche volta, sempre che “battere” significhi un lieve colpetto.

* Non vi è cosa più crudele e falsa per il fanciullo stesso di quella bugiarda sensibilità che consiste nell’acquiescenza ai suoi capricci, adducendo come pretesto che è un bambino. Non si tratta certo di essere brutale: ma sarebbe un’assurdità, che farebbe del fanciullo un tiranno, voler elevare a principio che “non bisogna dare ai bambini nessuna pena, anche leggera“.

* Il bimbo per sua natura è un’anarchia di tendenze, e perciò non c’è da meravigliarsi che da un momento all’altro una tendenza perversa si faccia strada. È ufficio dell’educatore intervenire a volte energicamente per far sorgere nello spirito, e anche nella carne del bambino, l’idea di pena unita alla trasgressione di un comando.

* La punizione per essere educativa, cioè per essere formatrice della coscienza, deve essere sempre proporzionata all’età del fanciullo, al suo carattere, al suo temperamento e anche alle circostanze della mancanza. Saper distinguere tra inettitudine e cattiveria; tra sventatezza e mancanza di rispetto.

* Una sola correzione, ben fatta, può operare una radicale e definitiva guarigione, là dove lamentele, rimproveri e punizioni lievi e ripetute non fanno che innervosire inutilmente.

* È uno sbaglio castigare un ragazzo per un’azione che non credeva proibita e riprensibile. E’ bene, prima di punirlo, accertarsi se fosse o no conscio della proibizione.

* L’educatore cerchi di evitare in tutti i modi ogni apparenza di lotta o di sfogo personale e di far capire al fanciullo che lui stesso è la causa di tutte le noie che gli piovono addosso. Si può persino tentare di lasciar scegliere a lui la durata della punizione, purché non la sconti prima che abbia riconosciuto lo sbaglio e risolto di correggersene.

*Ogni punizione, possibilmente, deve rivestire un carattere pacifico. È vero però che, soprattutto per i più piccoli, un colpo sulla mano o una sculacciata è la soluzione migliore; però la sanzione è vantaggiosa soltanto quando porta il colpevole alla calma e alla riflessione.

* Chi ben ama, ben corregge, dice il proverbio. Perciò ogni castigo, perché sia conveniente, deve procedere dall’amore: da un amore più forte dell’amore sensibile. Non bisogna forse saper calpestare il proprio cuore di carne per punire un essere debole e amato teneramente? A volte però è la migliore testimonianza di amore che gli si possa rendere. D’altra parte il fanciullo non s’inganna: distingue subito la punizione meritata da quella immeritata. Una punizione giusta, data con calma e fermezza, non diminuisce mai il rispetto e l’amore verso i genitori.

* L’educatore, cosciente del suo compito, che non vuole abbandonare i fanciulli a se stessi, ne, d’altra parte, asservirli facendone degli strumenti, si sente così unito ad essi che la loro ignoranza, le loro miserie e le loro colpe gli pesano come se fossero sue e lui ne fosse responsabile. Così correggendoli per dovere e non per esercitare un diritto, soffre con essi come se infliggesse a se stesso le correzioni, le punizioni e gli sforzi che loro domanda… Le minacce e le punizioni hanno, in questo caso, soltanto l’apparenza della costrizione, come castighi che uno impone a se stesso. Il fanciullo, pur subendoli, comincia a sottomettersi completamente: da solo non se li infliggerebbe, ed è appunto per questo che sono necessari; attraverso essi una coscienza parla in lui e una coscienza che innanzi tutto supplisce la sua, svegliandola e rischiarandola.

* Non bisogna mai punire con aria trionfante, come se si trattasse di conti da saldare: “Ti accorgerai se non sono il più forte!… Ti insegnerò io ad ubbidirmi“. L’educazione non è una lotta in cui ci sia un vincitore e un vinto, ma una collaborazione tanto più efficace quanto più è impregnata di confidenza e d’amore.

* Spezzando la volontà si impoverisce sempre l’essere, ma non sempre si annulla la ribellione.

* Evitare che il fanciullo si faccia l’idea di essere per sempre un reietto dalla società normale, tanto per la sua colpa come per la punizione incorsa.

* I bambini puniti troppo spesso finiscono col sopportare allegramente il castigo come sopportano i momenti spiacevoli della loro esistenza.

* Come comportarsi quando ad una punizione il fanciullo risponde:”Non me ne importa“?
1) Non rispondere pronto: “Neanche a me“; o: “Meglio ancora se non te ne importa!“.
2) Non minacciare una pena più grave: “Siccome non te ne importa, vuol dire che non ti ho picchiato abbastanza…“.
3) Dire semplicemente: “II mio scopo non è di rendermi spiacevole, ma di farti riflettere, di calmarti e d’impedirti di essere fastidioso agli altri“. Il più delle volte, questa dolcezza dopo la correzione farà comprendere al fanciullo il vero scopo del vostro intervento.

* Riflettere prima di minacciare. Le minacce non eseguite diverranno per il fanciullo uno scherzo senza importanza, un vero gioco. Un giorno due fanciulli, stanchi delle ripetute minacce della madre, continuarono a comportarsi male e confessarono: “Abbiamo voluto sperimentare fino a quando avremmo potuto comportarci male senza che tu ci punissi…“.

* Evitare le punizioni umilianti, inconcepibili e antieducative. Umilianti: come il berretto d’asino; assurde: privare il fanciullo d’andare a Messa, dagli scouts o al circolo; antieducative: far copiare molte volte: “Ho disubbidito a mamma” (a meno che non gli si faccia copiare una frase positiva: “Io voglio ubbidire sempre meglio!“).

* Un bambino andava soggetto a tali ostinazioni che avevano preso l’abitudine di chiuderlo finché non si fosse sottomesso. Innanzi tutto il padre s’affacciava ogni tanto alla porta della prigione e chiedeva con voce burbera: “Hai finito, adesso?… Sta’ attento… Se non cambi resterai qui tutta la giornata, se è necessario“. Questa maniera d’intimidazione era infruttuosa poiché il fanciullo non rispondeva o rispondeva con un’energica repulsa; e l’ostinazione si prolungava senza fine. Finalmente un giorno i genitori pensarono di cambiare sistema. Continuarono senza dubbio a rinchiudere il fanciullo ostinato, ma senza sgridarlo fortemente gli dicevano: “Va’ a riflettere un po’ da solo. Cercherai di calmarti poiché sembri assai nervoso e quando si è nervosi non si è capaci di riflettere come si dovrebbe. Quando poi avrai compreso che bisogna essere ragionevoli ritornerai tra noi“. Il padre poco dopo andò a trovarlo non in burrasca, ma mormorando con un tono di voce incoraggiante e persuasivo gli disse: “Hai riflettuto?… Non è vero che ora sei ragionevole?… Sapevo che avresti compreso subito… Benissimo! Vieni dunque…“. Il risultato fu immediato; la crisi cessò come per incanto (e le seguenti furono risolte nello stesso modo, finché furono del tutto scongiurate). Ben inteso, si procurò al fanciullo un ritorno onorevole; potè riprendere il suo posto in mezzo ai suoi, con la persuasione confortante di aver riportato una vittoria su sé stesso e da sé stesso, non una sconfitta imposta da altri. L’educatore, obbligato a rimproverare, non deve mai perdere di vista il principio essenziale: essere vigile e far coincidere il bene con un’impressione di riuscita e di rasserenamento. Se invece il bambino, eseguendo ciò che deve fare, prova un’impressione di vergogna e di oppressione, si è commesso un errore pedagogico le cui conseguenze non si potranno misurare.

* Nell’applicare le punizioni non bisogna mai essere inesorabili e senza remissione. Occorre dare al fanciullo la possibilità di riparare con la confessione e lo sforzo. La sanzione irrevocabile scoraggia la volontà di riparare.

* Più il fanciullo cresce e più ci si deve adoperare per ottenere l’assenso interno alla punizione meritata. A nulla vale l’esecuzione materiale di una sentenza se la volontà non si sottomette. Il fanciullo deve comprendere in che è reprensibile. Non abusare però del tasto sensibile o drammatico: “Tu mi farai morire di dispiacere…” o: “Finirai sul patibolo“, e men che meno delle minacce: “Ti chiuderò in una casa di correzione“.

* Non ritornate mai su una punizione giusta. Togliere una punizione giusta non è perspicacia ma, piuttosto, segno di debolezza. Ricordiamoci che la volontà del fanciullo ha bisogno di essere sostenuta da un’autorità logica e ferma.

* Quando il vostro ragazzo sbaglia, non scagliatevi su di lui come l’aquila sulla preda. Si curverà come un uccello sotto la grandine e fuggirà. Nel qual caso non imiterete quella povera donna che inseguiva il bambino gridando: “Marcello, vieni qui, che ti devo dare uno schiaffo!“.

* Sforzatevi di comprendere la ragione degli sbagli dei vostri bambini. Ecco uno che tira sassi per la strada: chiamatelo con voce normale e cercate di fargli comprendere che rischia di rompere un vetro o di colpire un passante. Indirizzate però la sua voglia di lanciare qualcosa, incoraggiandolo, per esempio, a giocare al tennis, a palla o a fare a rimbalzello su uno stagno.

* Non si deve punire tutto. Vi sono piccolezze che bisogna far finta di non vedere, soprattutto quando non suscitano conseguenze morali o sociali. Ma una cosa proibita una volta lo deve essere per sempre, finché le circostanze non siano cambiate.