La dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale (9)

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Documento In questi ultimi decenni. Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale, 30 dicembre 1988: OR 28.6.1989, inserto tabloid. APPENDICE II. Testi del magistero sociale della chiesa corrispondenti ad alcune note più significative degli “Orientamenti”

APPENDICE II
Testi del magistero sociale della chiesa corrispondenti ad alcune note più significative degli “Orientamenti”

(7) “Mentre notiamo con soddisfazione che in vari istituti già da tempo tale dottrina viene insegnata, ci preme esortare ad estenderne l’insegnamento con corsi ordinari e in forma sistematica a tutti i seminari e a tutte le scuole cattoliche di ogni grado…” (Mater et magistra, 232).

(10) “La dottrina sociale della chiesa non è una “terza via” tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nei contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale” (Solliciludo rei socialis, 41).

(14) “L’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo” (Evangelii nuntiandi, 29). “Tra evangelizzazione e promozione umana – sviluppo, liberazione – ci sono infatti dei legami profondi. Legami di ordine antropologico, perché l’uomo da evangelizzare non è un essere astratto, ma è condizionato dalle questioni sociali ed economiche. Legami di ordine teologico, poiché non si può dissociare il piano della creazione da quello della redenzione che arriva fino alle situazioni molto concrete dell’ingiustizia da combattere e della giustizia da restaurare. Vincoli dell’ordine eminentemente evangelico, quale è quello della carità: come infatti proclamare il comandamento nuovo senza promuovere nella giustizia e nella pace la vera, l’autentica crescita dell’uomo?” (Evangelii nuntiandi, 31).

(18) “La chiesa è portatrice e banditrice di una concezione sempre attuale della convivenza. Principio fondamentale in tale concezione è, come emerge da quanto fin qui si è detto, che i singoli esseri umani sono e devono essere il fondamento, il fine e i soggetti di tutte le istituzioni in cui si esprime e si attua la vita sociale: i singoli esseri umani visti in quello che sono e che devono essere secondo la loro natura intrinsecamente sociale, e nel piano provvidenziale della loro elevazione all’ordine soprannaturale. Da quel principio fondamentale, che tutela la dignità sacra della persona, il magistero della chiesa ha enucleato, con la collaborazione di sacerdoti e laici illuminati, specialmente in questo ultimo secolo, una dottrina sociale che indica con chiarezza le vie sicure per ricomporre i rapporti della convivenza secondo criteri universali rispondenti alla natura e agli ambiti diversi dell’ordine temporale e ai caratteri della società contemporanea, e perciò accettabili da tutti” (Mater et magistra, 227-229).

(19) “… occorre premettere il princìpio, già da Leone XIII con tanta chiarezza stabilito: che cioè risiede in noi il diritto e il dovere di giudicare con suprema autorità intorno a siffatte questioni sociali ed economiche… Certo alla chiesa non fu affidato l’ufficio di guidare gli uomini a una felicità solamente temporale e caduca, ma all’eterna. Anzi non vuole ne deve la chiesa senza giusta causa ingerirsi nella direzione delle cose puramente umane. In nessun modo però può rinunziare all’ufficio da Dio assegnatele, d’intervenire con la sua autorità, non nelle cose tecniche, per le quali non ha né i mezzi adatti né la missione di trattare, ma in tutto ciò che ha attinenza con la morale. Infatti in questa materia, il deposito della verità a noi commesso da Dio e il dovere gravissimo impostoci di divulgare e d’interpretare tutta la legge morale ed anche di esigerne opportunamente l’osservanza” sottopongono ed assoggettano al supremo nostro giudizio tanto l’ordine sociale quanto l’economico” (Quadragesimo anno, 41).

(23) “È dovere permanente della chiesa di scrutare i segni
dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche” (Gaudium et spes, 4).                                          

(57) “II fine ultimo e fondamentale di tale sviluppo non consiste nel solo aumento dei beni prodotti ne nella sola ricerca del profitto o del predominio economico, bensì nel servizio dell’uomo integralmente considerato, tenendo cioè conto delle sue necessità di ordine materiale e delle sue esigenze per la vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa; diciamo di ciascun uomo e di ciascun gruppo umano, di qualsiasi razza o zona del mondo. Pertanto l’attività economica è da realizzare secondo leggi e metodi propri dell’economia ma nell’ambito dell’ordine morale, in modo che così risponda al disegno di Dio sull’uomo” (Gaudium et spes, 64).                         

(58) “Nello stesso tempo, i conflitti sociali si sono dilatati fino a raggiungere le dimensioni del mondo. La viva inquietudine, che si è impadronita delle classi povere nei paesi in fase di industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno un’economia quasi esclusivamente agricola; i contadini prendono coscienza, anch’essi, della loro “miseria immeritata”. A ciò s’aggiunga lo scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell’esercizio del potere…” (Populorum progressio, 9).                                 

(59) “Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del concilio ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità” (Populorum progressio, 1).

(60) “Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor di più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca di un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori d’amore, d’amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane, a condizioni più umane”  (Populorum progressio, 20).

(61) “Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni. Più umane: l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più umane, altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane, ancora; il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine. Più umane, infine e soprattutto; la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini” (Populorum progressio, 21).

(62) “Se nel presente documento ritorniamo di nuovo su questo problema (del lavoro umano)… non è tanto per raccogliere e ripetere ciò che è già contenuto nell’insegnamento della chiesa, ma piuttosto per mettere in risalto… il fatto che il lavoro umano è una chiave e probabilmente, la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo” (Laborem exercens, 3b).

(63) “La chiesa è convinta che il lavoro costituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra. Essa si conferma in questa convinzione anche considerando tutto il patrimonio delle molteplici scienze, dedicate all’uomo: l’antropologia, la storia, la sociologia, la psicologia, ecc.: tutte sembrano testimoniare in modo irrefutabile questa realtà. La chiesa, tuttavia, attinge questa sua convinzione soprattutto alla fonte della parola di Dio rivelata e, perciò, quella che è una convinzione dell’intelletto acquista in pari tempo il carattere di una convinzione di fede. La ragione è che la chiesa – vale la pena di osservarlo fin d’ora – crede nell’uomo; essa pensa all’uomo e si rivolge a lui non solo alla luce dell’esperienza storica, non solo con l’aiuto dei molteplici metodi della conoscenza scientifica, ma in primo luogo alla luce della parola rivelata del Dio vivente” (Laborem exercens, 4a).                       

(75) “La comunità politica e la chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane… Sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo diritto predicare la fede e insegnare la dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini e dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime. E questo farà, utilizzando tutti e soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tutti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni” (Gaudium et spes, 76).                       

(78) “Dall’indole sociale dell’uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti. Infatti, il principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità” (Gaudium et spes, 25).         

(87) “Deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può lare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervenzione nella società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle” (Quadragesimo anno, 80).

(90) “Al tempo stesso che il progresso scientifico e tecnico continua a sconvolgere il paesaggio dell’uomo, i suoi modi di conoscenza, di lavoro, di consumo e dì relazione, una duplice aspirazione si esprime in questi nuovi contesti, sempre più viva man mano che si sviluppano l’informazione e l’educazione; aspirazione all’uguaglianza, aspirazione alla partecipazione:  due forme della dignità e della libertà dell’uomo” (Octogesima adveniens, 22).

(93) “Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il “comproprietario” del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita” (Laborem exercens, 14).

(100) “La convivenza umana… deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale: … come anelito ad una mutua e sempre più ricca assimilazione di valori spirituali; valori nei quali trovano la loro perenne vivificazione e il loro orientamento di fondo le espressioni culturali, il mondo economico, le istituzioni sociali, i movimenti e i regimi politici, gli ordinamenti giuridici e tutti gli altri elementi esteriori, in cui si articola e si esprime la convivenza nel suo evolversi incessante” (Pacem in terris, 16).
“Non è difficile constatare che nel mondo contemporaneo il senso della giustizia si è risvegliato su vasta scala… Lo chiesa condivide con gli uomini del nostro tempo questo profondo e ardente desiderio di una vita giusta sotto ogni aspetto, e non omette neppure di sottoporre alla riflessione i vari aspetti di quella giustizia, quale la vita degli uomini e delle società esige. Ne è conferma il campo della dottrina sociale cattolica, ampiamente sviluppata nell’arco dell’ultimo secolo… Tuttavia, sarebbe difficile non avvedersi che molto spesso i programmi, che prendono avvio dall’idea di giustizia e che debbono servire alla sua situazione nella convivenza degli uomini, dei gruppi e delle società umane, in pratica subiscano deformazioni. Benché essi continuino a richiamarsi alla medesima idea di giustizia, tuttavia l’esperienza dimostra che sulla giustizia hanno preso il sopravvento altre forze negative, quali il rancore, l’odio e perfino la crudeltà. In tal caso, la brama di annientare il nemico, di limitare la sua libertà, o addirittura di imporgli una dipendenza totale, diventa il motivo fondamentale dell’azione; e ciò contrasta con l’essenza della giustizia che, per sua natura, tende a stabilire l’eguaglianza e l’equiparazione tra le partì in conflitto… L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa, se non si consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni” (Dives in misericordia, 12).

(101) “La solidarietà è un’esigenza diretta della fraternità umana e soprannaturale. I gravi problemi socio-economici, che oggi si pongono, non potranno essere risolti se non creando nuovi fronti di solidarietà: solidarietà dei poveri tra di loro, solidarietà con i poveri, alla quale son chiamati i ricchi, solidarietà dei lavoratori e con i lavoratori” (Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede su Libertà cristiana e liberazione, 89).
“L’indebitamento dei paesi in via di sviluppo si pone nell’ambito del più vasto campo delle relazioni economiche, politiche, tecnologiche che dimostrano l’accresciuta interdipendenza delle nazioni e la necessità di una concertazione internazionale per perseguire gli obiettivi del bene comune. Per essere conforme all’equità, questa interdipendenza, anziché condurre al dominio dei più forti, all’egoismo delle nazioni, alle ineguaglianze e alle ingiustizie, deve far sorgere delle forme nuove ed allargate di solidarietà che rispettino l’eguale dignità di ciascun popolo” (Pontificia commissione “lustitia et pax”, Al servizio della comunità umana; un approccio etico ai debito internazionale. I, 1).

(102) “Così la soluzione della maggior parte dei gravi problemi della miseria si trova nella promozione di una vera civiltà del lavoro. Il lavoro è, in qualche modo, la chiave di tutta la questione sociale… Se il sistema dei rapporti di lavoro, posto in atto dai protagonisti diretti – lavoratori e datori di lavoro – con l’indispensabile sostegno dei pubblici poteri, riesce a dare origine a una civiltà del lavoro, si produrrà allora, nel modo di vedere dei popoli e perfino nelle basi istituzionali e politiche, una pacifica e profonda rivoluzione” (Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede su Libertà cristiana e liberazione, 83).

(104) “… Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tantoché un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all’infinita moltitudine dei proletari un giogo poco men che servile” (Rerum novarum, 2).

(106) “… Da qui derivano diffidenze e inimicizie, conflitti ed amarezze, di cui l’uomo è a un tempo causa e vittima” (Gaudium et spes, 8).

(107) “II dovere di solidarietà che vige per le persone vale anche per i popoli: “Le nazioni sviluppate hanno l’urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo”… Ciascun popolo deve produrre più e meglio, onde dare da un lato a tutti i suoi componenti un livello di vita veramente umano, e contribuire nel contempo allo sviluppo solidale dell’umanità. Di fronte alla crescente indigenza dei paesi in via di sviluppo, si deve considerare come normale che un paese evoluto consacri una parte della sua produzione al soddisfacimento dei loro bisogni; normale altresì che si preoccupi di formare degli educatori, degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati, che poi metteranno scienza e competenza al loro servizio” (Populorum progressio, 48).

(108) “… vari sistemi ideologici o di potere, come anche nuove relazioni, sorte ai diversi livelli della convivenza umana,hanno lasciato persistere ingiustizie flagranti o ne hanno creato di nuove” (Laborem exercens, 8).

(112) “Nel caso del marxismo, quale all’occorrenza s’intenda utilizzare, la critica previa s’impone, tanto più che il pensiero di Marx costituisce una concezione totalizzante del mondo, nella quale numerosi dati di osservazione e di analisi descrittiva sono integrati in una struttura fìlosofico-ideologica, che predeterminano il significato e l’importanza relativa che si riconosce loro. Gli a priori ideologici sono presupposti alla lettura della realtà sociale” (Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede su alcuni aspetti della Teologia della liberazione, VII, 6).
“Sarebbe illusorio e pericoloso… accettare gli elementi dell’analisi marxista senza riconoscere i loro rapporti con l’ideologia, entrare nella prassi della lotta di classe e della sua interpretazione marxista trascurando di avvertire il tipo di società totalitaria e violenta alla quale questo processo conduce” (Octogesima adveniens, 34).

(113) “Così il cristiano che vuol vivere la sua fede in un’azione politica intesa come servizio, non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione a sistemi ideologici che si oppongono radicalmente o su punti sostanziali, alla sua tede e alla sua concezione dell’uomo: né alla ideologia marxista…, né alla ideologia liberale” (Octogesima adveniens, 26).

(117) “In questo rinnovato accostamento delle diverse ideologie, il cristiano attinge alle sorgenti della sua fede e nell’insegnamento della chiesa i princìpi e i criteri opportuni per evitare di lasciarsi sedurre e poi rinchiudere in un sistema, i cui limiti e il cui totalitarismo rischiano di apparirgli troppo tardi se egli non li ravvisa nelle loro radici. Al di là di ogni sistema, senza per questo omettere l’impegno concreto al servizio dei fratelli, egli affermerà, al centro stesso delle sue opzioni, l’originalità dell’apporto cristiano a vantaggio di una trasformazione positiva della società” (Octogesima adveniens, 36).

(118) “Una dottrina sociale non va solo enunziata, ma anche tradotta in termini concreti nella realtà. Ciò tanto è più vero della dottrina sociale cristiana, la cui luce è la verità, il cui obiettivo è la giustizia e la cui forza propulsiva è l’amore” (Mater et mugistra, 235).

(123) “Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali… Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di iscrivere la legge divina nella vita della città terrena” (Gaudium et spes, 43).
“L’apostolato dell’ambiente sociale, cioè l’impegno d’informare dello spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità in cui uno vive, è un compito e un obbligo proprio dei laici così che dagli altri non può mai essere debitamente compiuto” (Apostolicam actuositatem, 13).
“Una delle condizioni per il necessario ritorno alla retta teologia è la rivalutazione dell’insegnamento sociale della chiesa. Questo insegnamento non è per niente chiuso, ma, al contrario, è aperto a tutti i nuovi problemi che non mancano di porsi nel corso del tempo… L’insegnamento della chiesa in materia sociale fornisce i grandi orientamenti etici. Ma perché possa guidare direttamente l’azione, esso esige delle personalità competenti sia dal punto di vista scientifico e tecnico, che nel campo delle scienze umane e della politica. I pastori dovranno essere attenti alla formazione di tali personalità competenti, che vivano profondamente il Vangelo. I laici, il cui compito specifico è di costruire la società, vi sono coinvolti in maniera particolare” (Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede su alcuni aspetti della Teologia della liberazione, XI, 12.14).

(127) “Degnissimi d’encomio sono molti tra i cattolici, che conosciute le esigenze dei tempi, fanno ogni sforzo al fine di migliorare onestamente la condizione degli operai. E presane in mano la causa, si studiano di accrescere il benessere individuale e domestico, di regolare, secondo equità, le relazioni tra lavoratori e padroni; di tenere viva e profondamente radicata negli uni e negli altri la memoria del dovere e l’osservanza dei precetti evangelici” (Rerum novarum, 45).

(130) “Non basta ricordare i princìpi, affermare le intenzioni, sottolineare le stridenti ingiustizie e proferire denunce profetiche: queste parole non avranno peso reale se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e da una azione effettiva” (Octogesima adveniem, 48).

(131) “Nello spazio degli anni che sono passati dalla pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum, la questione sociale non ha cessato di occupare l’attenzione della chiesa. Ne danno testimonianza le enunciazioni dei singoli episcopati; ne da testimonianza l’attività dei vari centri di pensiero e di concrete iniziative apostoìiche, sia a livello internazionale che a livello delle chiese locali” (Laborem exercens, 2).

(135) “La chiesa, che in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana… Ma sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo diritto predicare la fede e insegnare la sua dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini e dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime” (Gaudium et spes, 76).

(139) “È diritto dei fedeli laici che venga loro riconosciuta nella realtà della città terrena quella libertà che compete ad ogni cittadino; usufruendo tuttavia di tale libertà, facciano in modo che le loro azioni siano animate dallo spirito evangelico e prestino attenzione alla dottrina proposta dal magistero della chiesa, evitando però di presentare nelle questioni opinabili la propria opinione come dottrina della chiesa” (Codice di diritto canonico, can. 227).

(140) Ҥ 1. I chierici favoriscano sempre in sommo grado il mantenimento, fra gli uomini, della pace e della concordia fondate sulla giustizia.
§ 2. Non abbiano parte attiva nei partiti politici e nella guida di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio dell’autorità ecclesiastica competente, non lo richiedano la difesa dei diritti della chiesa o la promozione del bene comune” (Codice di diritto canonico, can. 287).

(145) “Con tutta la sua dinamica l’insegnamento sociale della chiesa accompagna gli uomini nella loro ricerca. Se esso non interviene per autenticare una data struttura o per proporre un modello prefabbricato, non si limita neppure a richiamare alcuni princìpi generali: esso sì sviluppa attraverso una riflessione condotta a contatto delle situazioni mutevoli di questo mondo, sotto l’influsso del Vangelo come fonte di rinnovamento, allorché si accetta il suo messaggio nella sua totalità e nelle sue esigenze” (Octogesima adveniens, 42).

(146) “Nella cura pastorale si conoscano sufficientemente e si faccia buon uso non soltanto dei princìpi della teologia, ma anche delle scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia” (Gaudium et spes, 62).
“Si insegni anche a fare uso degli aiuti che possono essere offerti dalle discipline sia pedagogiche sia psicologiche sia sociologiche, secondo i giusti metodi e le norme dell’autorità ecclesiastica” (Optalam totius, 20).

(148) “Sebbene tutta la formazione degli alunni del seminario persegua una finalità pastorale, si dia in esso una formazione strettamente pastorale, con la quale gli alunni, avendo anche attenzione alle necessità del luogo e del tempo, apprendano i princìpi e i metodi per l’esercizio del ministero di insegnare, santificare e governare il popolo di Dio” (Codice di diritto canonico, can. 255).

(150) “I vescovi, poi, cui è affidato l’incarico di reggere la chiesa di Dio, devono insieme con i loro preti predicare il messaggio di Cristo in modo tale che tutte le attività terrene dei fedeli siano pervase dalla luce del Vangelo” (Gaudium et spes, 43).

(151) “Ricordino i pastori tutti che essi con la loro quotidiana condotta e sollecitudine mostrano al mondo la faccia della chiesa, in base a che gli uomini si fanno un giudizio sulla efficacia e sulla verità del messaggio cristiano” (Gaudium et spes, 43).
“È mediante la vita che bisogna verificare la fecondità della dottrina sociale cristiana; ed è mediante l’impegno concreto, la testimonianza sul lavoro, l’azione di promozione, che bisogna irradiare sugli altri la benefica luce del Vangelo” (Giovanni Paolo II, Discorso commemorativo del 90° anniversario della “Rerum novarum”, 3).