Il Leone di Münster e Pio XII

  • Categoria dell'articolo:Apologetica

di Stefania Falasca. Il New York Times definì il vescovo von Galen «l’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano». Il suo coraggio e le sue dure prediche contro Hitler, pronunciate dal pulpito del duomo di Münster, fecero il giro del mondo. E papa Pacelli gli scrisse per manifestare il suo pieno appoggio e la sua gratitudine

«Le tre prediche del vescovo von Galen procurano anche a noi, sulla via del dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e una soddisfazione, che da molto tempo non provavamo. Il vescovo ha scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio»1. Con queste parole di gratitudine e di piena approvazione, Pio XII, scrivendo il 30 settembre 1941 al vescovo di Berlino, Konrad von Preysing, commentava l’attacco frontale sferrato al regime di Hitler dal pulpito del duomo di Münster in quell’estate del ’41 da Clemens August von Galen. Non solo. Pio XII concludeva la lettera al presule di Berlino manifestando tutto il suo sostegno: «Non occorre pertanto che assicuriamo espressamente te e i tuoi confratelli che vescovi i quali, come il vescovo von Galen, intervengono con un tale coraggio e con una tale irreprensibilità, troveranno sempre in noi appoggio»2. La missiva di Pacelli ebbe un’immediata risposta da parte del vescovo di Berlino. Il 17 ottobre von Preysing prese carta e penna e non esitò a rispondere al Papa così: «Mi riempie di vera gioia il fatto che l’operare del vescovo von Galen sia stato di consolazione per il cuore di Vostra Santità» 3.
 
 Ma qual è stata l’azione di questo vescovo al quale Pio XII fa giungere il suo incoraggiamento e il suo plauso? Chi era Clemens August von Galen? Il New York Times nel 1942, in piena guerra, pubblicava una serie di articoli su uomini di Chiesa che si opponevano a Hitler. L’8 giugno di quell’anno, il quotidiano statunitense apriva la rassegna dal titolo Churchmen who defy Hitler proprio con un articolo sul vescovo von Galen, definendolo così: «L’oppositore più ostinato del programma nazionalsocialista anticristiano».
 Il primo biografo di von Galen, il sacerdote tedesco Heinrich Portmann, che dal ’38 al ’46 fu suo segretario privato, ha fatto notare una coincidenza: «Von Galen ha governato come vescovo per un lasso di tempo uguale a quello di Adolf Hitler. Fu consacrato vescovo nove mesi dopo che Hitler era salito al potere ed è morto all’incirca nove mesi dopo la morte del Führer»4.
 Nato nel 1878 nel castello di Dinklage, nei pressi di Münster, Clemens August conte di Galen, figlio di una cattolicissima nobile famiglia della Westfalia, prima di essere consacrato vescovo da Pio XI aveva passato ventitré anni del suo sacerdozio in una parrocchia di Berlino. Ma quando il 5 settembre del ’33 Pio XI lo nomina successore alla cattedra di san Ludgero, gli elmetti d’acciaio con le croci uncinate del Terzo Reich presenti alla solenne cerimonia del suo insediamento non immaginavano ancora quanto filo da torcere questo presule di nobili origini e di radicati sentimenti patriottici avrebbe dato loro. Von Galen fu il primo vescovo eletto dopo il Concordato del Reich, siglato con la Santa Sede il 20 luglio del ’33, e fu uno dei primi vescovi tedeschi non solo ad intuire e a smascherare con estrema lucidità e fermezza il pericolo dell’ideologia neopagana del nazismo, ma anche a denunciare con forza e pubblicamente le violenze e la barbarie del terrore nazista.
 
 La condanna del “catechismo del sangue”
 Nec laudibus nec timore. Questo il motto episcopale scelto dall’imponente presule tedesco. E l’intrepidezza di quel nec timore si dimostrò subito.
 Già due mesi dopo la sua consacrazione, nel novembre del ’33, prende atto che i patti appena firmati col governo non vengono rispettati e protesta energicamente contro le violazioni del Concordato. E quando all’inizio del ’34 Alfred Rosenberg, il principale teorico del nazionalsocialismo, nominato sostituto del Führer per la direzione spirituale e ideologica del partito, fa diffondere massicciamente il suo Mito del XX secolo, von Galen, nella sua prima lettera pastorale diocesana della Pasqua del ’34, condanna senza riserve la Weltanschauung neopagana del nazismo evidenziando nettamente il carattere religioso di questa ideologia: «Una nuova nefasta dottrina totalitaria che pone la razza al di sopra della moralità, pone il sangue al di sopra della legge […] ripudia la rivelazione, mira a distruggere le fondamenta del cristianesimo […]. È un inganno religioso. A volte accade che questo nuovo paganesimo si nasconda perfino sotto nomi cristiani […]. Questo attacco anticristiano che stiamo sperimentando ai nostri giorni supera, in quanto a violenza distruttrice, tutti gli altri di cui abbiamo conoscenza dai tempi più lontani»5. La lettera conclude con un’ammonizione ai fedeli a non lasciarsi sedurre da un simile «veleno delle coscienze» e invita i genitori cristiani a vigilare sui figli. Il messaggio pasquale colpì come una bomba ed ebbe un effetto liberatorio sul clero e sul popolo, originando un’eco non solo in Germania, ma anche all’estero.
 Nella Pasqua del ’35 un altro contraccolpo. Ed è ancora la teoria razziale e il «catechismo del sangue» di Rosenberg nel mirino del vescovo. Von Galen, non potendo tacere contro aberrazioni tanto pericolose per i fedeli, fa allegare al bollettino diocesano uno studio contro Il mito del XX secolo e si adopera per sfavorirne la diffusione. La risposta del regime non si fa attendere. Il capo della Gestapo Hermann Göring invia una circolare in cui chiede l’esclusione del clero dall’insegnamento nelle scuole. Rosenberg piomba a Münster e pronuncia parole di fuoco contro il vescovo, nel tentativo di aizzare il popolo contro di lui e liquidarlo. Ma il popolo della Westfalia, in maggioranza cattolico, fa cerchio intorno al suo vescovo; l’8 luglio le manifestazioni di solidarietà culminano in una processione massiccia dei fedeli. Le vicende di Münster varcano di nuovo i confini nazionali e la stampa estera registra la battaglia lodando il comportamento coraggioso del vescovo tedesco: «Se i cattolici vengono accusati di occuparsi di politica, in realtà è il nazionalsocialismo a occuparsi della religione» commenta laconicamente da Parigi Le Figaro 6.
 
 
 Von Galen non era certo l’unico presule tedesco a reagire chiaramente contro la dottrina del nazismo, e già a partire dal ’32 i vescovi si erano espressi anche nella loro collegialità. Celebri restarono le predicazioni del ’33 del cardinale Michael von Faulhaber, arcivescovo di Monaco. Ma con l’ascesa al potere di Hitler la Chiesa tedesca si trovò a fronteggiare un regime che sempre più insidiosamente e sfacciatamente si attribuiva il totale predominio nel campo religioso ed ecclesiastico, annientando i diritti civili ed umani. Così nel giro di pochi anni la Chiesa dovette pagare lo scotto di una violenta persecuzione. Persecuzione che s’incrudelì dopo la pubblicazione, sollecitata dagli stessi vescovi tedeschi, dell’enciclica pontificia Mit Brennender Sorge, nel 1937. L’enciclica di Pio XI, «una delle più severe condanne di un regime nazionale che il Vaticano avesse pronunciato»7, venne dichiarata dalle autorità naziste «un atto di alto tradimento contro lo Stato». Arresti e sequestri seguirono la sua diffusione. Von Galen, nella sua diocesi, ne aveva fatte stampare 120mila copie. Gli atti intimidatori diretti contro la sua persona aumentarono, crebbe al contempo il suo prestigio e la grande autorità morale che ne faceva un punto di riferimento riconosciuto da tutti, anche dagli ebrei. E alla vigilia della guerra, il vescovo di Münster, per aver «attaccato fortemente le basi e gli effetti del nazionalsocialismo», veniva registrato dalla Cancelleria del Reich come uno dei più pericolosi avversari del regime.
 Ma è con le prediche dell’estate del ’41 che il vescovo divenne famoso in tutto il mondo. Guadagnandosi sul campo l’appellativo di “Leone di Münster”.
 
 «Io grido: esigiamo giustizia!»
 Sabato 12 luglio 1941 il vescovo riceve la comunicazione dell’occupazione delle case dei gesuiti che si trovano nella Königstrasse e a Haus Sentmaring. Con l’avanzare della guerra i capi supremi del partito intensificarono il sequestro dei beni delle confessioni cristiane, e proprio nei giorni in cui Münster aveva subito gravi danni a causa dei bombardamenti, la Gestapo cominciò sistematicamente a deportare religiosi e ad occupare e confiscare i conventi. Anche i conventi delle suore di clausura furono sequestrati. I religiosi e le religiose insultati e cacciati. Il vescovo si mosse immediatamente. Affrontò personalmente gli uomini della Gestapo, dicendo loro che stavano compiendo «un incarico infame e vergognoso», e li chiamò con molta chiarezza e franchezza «ladri e briganti». Ritenne allora giunto il momento di intervenire pubblicamente. Era pronto a prendere tutto sopra di sé per Dio e per la Chiesa, anche se questo avrebbe potuto costargli la vita. Il giorno seguente, preparata con cura la predica, salì sul pulpito deciso a chiamare le cose con il loro nome. «Nessuno di noi è al sicuro, nemmeno se in coscienza fosse il cittadino più onesto, sicuro di non venire un giorno prelevato dalla propria abitazione, spogliato della propria libertà, rinchiuso nei campi di concentramento della polizia segreta di Stato. Sono cosciente che questo oggi può accadere anche a me…»8. E non esita a smascherare davanti a tutti le vili intenzioni della Gestapo, ritenendola responsabile di tutte le violazioni della più elementare giustizia sociale: «Il comportamento della Gestapo danneggia gravemente larghissimi strati della popolazione tedesca… In nome del popolo germanico onesto, in nome della maestà della giustizia, nell’interesse della pace… io alzo la mia voce nella qualità di uomo tedesco, di cittadino onorato, di ministro della religione cattolica, di vescovo cattolico, io grido: esigiamo giustizia!»9. Con forza e sicurezza le frasi uscivano come tuoni dalla sua bocca. Con indomito ardore denunciò uno per uno gli «atti infami» e i soprusi dei quali era venuto a conoscenza. «Gli uomini e le donne», ricorda un testimone, «si alzarono in piedi, si sentirono voci di consenso e anche di terrore e di indignazione, cosa che generalmente è impensabile qui da noi, in chiesa. Ho visto persone scoppiare in lacrime»10.
 
 L’effetto di questa prima predica fu dirompente. E alla seconda predica del 20 luglio la chiesa era stracolma. La gente veniva da lontano per ascoltarlo. Von Galen aprì ancora gli occhi sulla follia del progetto perseguito dal potere che avrebbe portato il Paese alla miseria e alla rovina, e tuonò ancora «contro l’iniqua, intollerabile azione che imprigiona i sacerdoti, caccia come selvaggina i nostri religiosi e le nostre care sorelle… che perseguita uomini e donne innocenti…»11. Dichiara vani tutti i tentativi e le suppliche inoltrate in favore di tanti cittadini ingiustamente offesi: «Ora noi vediamo e sperimentiamo chiaramente che cosa c’è dietro la nuova dottrina che da anni ci viene imposta: Odio! Odio profondo, come un abisso, nei confronti del cristianesimo, nei confronti del genere umano…»12. Ma è la terza predica del 3 agosto, quella sul V comandamento, che, per la virulenza delle parole, fu giudicata dal Ministero della Propaganda «l’attacco frontale più forte sferrato contro il nazismo in tutti gli anni della sua esistenza». Il vescovo era venuto a diretta conoscenza del piano di sterminio dei disabili, dei vecchi, dei malati di mente e dei bambini handicappati nelle case di cura della Westfalia. Il piano era tenuto nascosto dai nazisti. Commenta un testimone: «Solo chi ha sperimentato il tempo della dittatura nazista può misurare il significato delle seguenti parole che un vescovo ha osato pronunciare: “Vengono adesso uccisi, barbaramente uccisi degli innocenti indifesi; anche persone di altra razza, di diversa provenienza vengono soppresse… Siamo di fronte a una follia omicida senza eguali… Con gente come questa, con questi assassini che calpestano orgogliosi le nostre vite, non posso più avere comunanza di popolo!”. E applicava alle autorità del nazismo le parole dell’apostolo Paolo: “Il Dio dei quali è il ventre”»13.
 Le prediche ebbero una diffusione enorme, fecero in breve il giro del mondo. Vennero stampate e lette ovunque. Giunsero anche tra i soldati al fronte. Basta dire che la gente ambiva a tal punto di possederle che si ponevano come condizione per lo scambio di merci. Il popolo tedesco, cristiano e non, le aveva accolte con enorme riconoscenza. Risulta dalla documentazione ritrovata tra le macerie di Berlino che nell’inverno del ’41-42 parecchi ebrei vennero arrestati dalla Gestapo per la diffusione delle «prediche sobillatrici» del vescovo di Münster14. Per questi interventi tutti pensavano, compreso il vescovo, che di lì a poco egli sarebbe stato giustiziato. Il capo delle organizzazioni giovanili delle SS pubblicò questa dichiarazione: «Io lo chiamo il porco C. A., cioè Clemens August. Questo alto traditore e traditore del Paese, questo porco è libero e si prende la libertà di parlare contro il Führer. Deve essere impiccato»15. Invece questo non accadde.
 Il “caso von Galen” venne minuziosamente discusso dal Ministero della Propaganda e nella Cancelleria del partito. Anche il “delfino” di Hitler, Martin Bormann, voleva impiccarlo. Il ministro della Propaganda Joseph Goebbels consigliò invece il Führer di rimandare la sua esecuzione, per calcoli di opportunità politica. La tattica del regime era quella di non farne un martire, e ucciderlo avrebbe significato alienarsi il consenso di parte della popolazione, in particolare dei soldati al fronte. I nazionalisti avevano rimandato così «la resa dei conti» con von Galen dopo la “vittoria finale”. Allora, dichiarò Hitler il 4 luglio 1942, si sarebbero fatti i conti con lui «fino all’ultimo centesimo».
 Così testimonia il fratello di von Galen, il conte Franz: «Anche se non fu imprigionato, mio fratello continuava ad essere esposto agli attacchi, ai soprusi e alle ingiurie dei nemici della Chiesa. Conservò ciononostante il suo atteggiamento eretto e continuò ad annunciare intrepidamente la verità. Un giorno gli chiesi che cosa dovessimo fare nel caso fosse stato arrestato. “Niente” fu la sua risposta. “Anche san Paolo è stato rinchiuso per molti anni e il Signore non aveva timore che i pagani non fossero convertiti per tempo”. Condivideva con me che le forze diaboliche si fossero messe all’opera, ma accennò anche alle parole confortatrici del Signore: “Le porte dell’inferno non prevarranno sulla Chiesa”»16.
 Per Clemens August von Galen è stato aperto nell’ottobre del ’56 il processo di canonizzazione. Il 20 dicembre dello scorso anno è stato proclamato il decreto sulla eroicità delle virtù e la causa procede a grandi passi verso la beatificazione.
 «La lotta che il vescovo von Galen ha condotto contro quelli che considerava veri nemici della Chiesa», afferma il domenicano tedesco Ambrogio Eszer, relatore della causa di canonizzazione di von Galen, «dimostra univocamente che il servo di Dio considerava la difesa della fede come il suo più alto scopo e dovere. E nei confronti dello spirito del regime totalitario di allora, il vescovo von Galen ha mostrato una fortezza eroica ma anche una prudenza eroica».
 
 Pacelli-von Galen: uno stretto legame
 Ma Pio XII conobbe personalmente von Galen? Eugenio Pacelli era stato nunzio in Germania per dodici anni. Prima a Monaco, dal 1917 al 1925, e poi a Berlino fino al ’29.
 «È durante la sua permanenza a Berlino che Pacelli ebbe occasione di conoscere von Galen» ci spiega il gesuita tedesco Peter Gumpel, uno dei massimi esperti di Pio XII e relatore della sua causa di canonizzazione, «e già allora si era formato un’ottima idea di questo zelante e audace pastore d’anime, aperto alle necessità sociali del tempo».
 «Von Galen» spiega Gumpel «era cugino di Konrad von Preysing, l’uomo di fiducia di Pio XII in Germania. Von Preysing rappresentava certamente l’orientamento più fermo di opposizione al regime all’interno dell’episcopato tedesco. Von Preysing e von Galen, non solo erano parenti, erano legati da una stretta amicizia». «La considerazione e la fiducia di Pacelli verso von Galen, unitamente a quella verso lo stimatissimo von Preysing» continua Gumpel, «è tra l’altro testimoniata anche dalla loro presenza a Roma, nel gennaio del ’37, per la preparazione dell’enciclica Mit Brennender Sorge. Pacelli, che contribuì notevolmente alla stesura dell’enciclica di Pio XI, volendo essere ampiamente informato della situazione tedesca, chiese infatti di ascoltare il loro parere, oltre a quello dei cardinali tedeschi».
 Ma la sintonia con l’operato di von Galen da parte di Pacelli è provata già nel ’35. Durante la lotta contro Rosenberg. In quell’occasione, il segretario di Stato Pacelli inviò una severa nota al Ministero degli Esteri tedesco appellandosi alla base giuridica del Concordato, e il Vaticano sostenne massicciamente von Galen, tanto che L’Osservatore Romano, assecondando il volere del segretario di Stato, prese apertamente le difese del vescovo di Münster, attaccando Rosenberg come «il più rabbioso e sacrilego distruttore del cristianesimo»17.
 Riguardo invece alle famose tre prediche, non risulta che von Galen abbia ricevuto anticipatamente delle indicazioni da parte di Pio XII. Von Galen, come attestano le testimonianze processuali, agì di propria iniziativa, «ma sapeva» afferma Gumpel «d’incontrare il consenso del Papa. Pio XII ebbe a spiegare molto chiaramente, in una lettera del 30 aprile del ’43 a von Preysing, la sua posizione. Un intervento del Papa, in tempo di guerra, avrebbe potuto essere interpretato come una presa di posizione contro la Germania, con conseguenze negative per la Chiesa, già duramente perseguitata, e per il popolo tedesco. Lasciava quindi ai pastori sul posto di valutare, nelle circostanze, la scelta e la responsabilità delle decisioni. Incoraggiava così i vescovi nella linea seguita dalla Santa Sede dal tempo dell’enciclica di Pio XI, senza tuttavia imposizioni. Anche perché non è possibile ordinare il martirio».
 E quanto l’intrepida azione del “Leone di Münster” e «la forza della sua protesta» fossero state di consolazione al cuore di papa Pacelli lo dice il fatto che quelle famose prediche Pio XII volle leggerle personalmente persino ai suoi stessi familiari. Questo risulta dagli atti della causa di canonizzazione di von Galen. Nella sua deposizione, il sacerdote Heinrich Portmann, una delle migliori fonti del processo, dichiara di essere venuto a conoscenza di questo particolare da uno scritto del vescovo di Innsbruck indirizzato a von Galen il 18 settembre del ’41. In quello scritto il vescovo di Innsbruck riferisce che, durante un’udienza in Vaticano, il Papa, manifestando la sua profonda venerazione per il vescovo di Münster, gli confidò di aver letto le sue omelie ai propri cari.
 
 Sì, Pio XII lo riteneva un eroe. Lo disse esplicitamente ricevendo alcuni sacerdoti della Westfalia nel dicembre del ’45. Anche questa testimonianza, fornita dal sacerdote Eberhard Brand, è agli atti: «Il Santo Padre ci disse: “Il vescovo von Galen verrà presto a Roma. Poi aggiunse a voce alta: è un eroe”»18.
 Del resto il segno più eloquente dell’alta stima per «i meriti incalcolabili» acquisiti nella strenua difesa della Chiesa e dei diritti umani dalla violenza del nazismo è la porpora cardinalizia, che proprio papa Pacelli gli conferì il 18 febbraio del ’46. Von Galen fu «il vero eroe di quel concistoro», ebbe a commentare l’arcivescovo di Colonia.
 La Radio Vaticana aveva reso nota la nomina del vescovo di Münster a principe della Chiesa alla vigilia del Natale del ’45, insieme a 32 nuovi porporati. Tra questi anche altri due presuli tedeschi che si erano distinti nel fronteggiare il terrore nazista: l’arcivescovo di Colonia Joseph Frings e il vescovo di Berlino Konrad von Preysing. Per l’episcopato e il popolo tedesco quelle nomine erano «la dimostrazione che il Papa non era disposto a partecipare alle voci di odio che in quei tempi sorgevano ovunque contro i tedeschi», e al tempo stesso erano «il segno di un giusto premio per la resistenza coraggiosa che proprio uomini come questi avevano fatto, e tra di essi, il primo posto spettava certamente al vescovo di Münster»19. In una dettagliata relazione della solenne cerimonia per la consegna della berretta cardinalizia, il sacerdote che era stato designato caudatario di von Galen attesta: «Quando, all’entrata dei cardinali in San Pietro, Clemens August comparve sulla porta, un mormorio passò tra la folla dei presenti: “Eccolo, è lui”. Dato che, come caudatario, camminavo immediatamente dietro al cardinale, potevo sentire cosa la gente diceva, e mentre la sua gigantesca figura attraversava la navata centrale si alzò un uragano di entusiasmo. L’applauso giunse al culmine nel momento in cui il cardinale salì verso il trono del Santo Padre. “La benedico. Benedico la sua patria” gli disse Pio XII. Un noto giornale romano scrisse il giorno seguente: “Particolarmente lungo e forte l’applauso per il cardinale von Galen, l’eroico vescovo di Münster, propugnatore dell’antinazismo, che il Papa tenne presso di sé chiaramente più a lungo rispetto agli altri”»20.
 La stampa, dunque, riportava ciò che in quel momento era a tutti evidente: von Galen era il simbolo di quell’altra Germania che non si era fatta uniformare, e riconosceva nel conferimento della dignità cardinalizia «un’onorificenza di quel virile difensore della verità cristiana e dei diritti inalienabili dell’uomo che nello Stato totalitario dovevano essere estirpati»21. Così scriveva il settimale tedesco Die Zeit il giorno della sua morte, avvenuta appena un mese dopo il ricevimento della porpora, definendo von Galen «un combattente per la giustizia, un grande benefattore dell’umanità». Al suo funerale a Münster partecipò una folla di oltre cinquantamila persone.
 Quando l’ultimo ambasciatore del Reich in Vaticano, Ernst von Weizsäcker, che nel ’46, ritiratosi dalla vita politica, viveva ancora a Roma, inviò alla Santa Sede le condoglianze per la morte di von Galen, l’allora sostituto alla Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini, il 28 marzo 1946 lo ringraziò a nome di Pio XII con queste parole: «Con la morte di questo prelato, il suo Paese ha perso una delle più grandi personalità del nostro tempo».
 
 E Pio XII scrisse: «Hai tutto il mio appoggio»
 Ma non è tutto. Ci sono anche altri documenti che mostrano e siglano con chiarezza il rapporto di stima e di sintonia tra papa Pacelli e il “Leone di Münster”: la loro corrispondenza. Risulta dai documenti dell’Archivio segreto vaticano che Pio XII indirizzò direttamente a von Galen delle lettere.
 Quattro di queste missive scritte dal Papa in lingua tedesca sono contenute nel secondo volume degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde guerre mondiale, la monumentale opera in 11 volumi e 12 tomi curata da studiosi gesuiti che raccoglie la documentazione della Segreteria di Stato e dell’Archivio segreto vaticano attinente a quegli anni. Opera che, come è noto, fu voluta da Paolo VI, quando, sul principio degli anni Sessanta, fece aprire anticipatamente la consultazione degli Archivi vaticani in seguito al crescere della leggenda nera costruitasi attorno alla figura del suo predecessore. Le lettere inviate al vescovo di Münster recano queste date: 12 giugno 1940; 16 febbraio 1941; 24 febbraio 1943; 26 marzo 1944.
 In questa corrispondenza Pio XII sottolinea più volte la sua gratitudine, la convergenza di vedute e l’apprezzamento verso l’operato del presule tedesco. Nella lettera del 24 febbraio ’43, ad esempio, nel­l’esprimergli la sua viva «consolazione» ogniqualvolta viene «a conoscenza di una parola chiara e coraggiosa da parte di un vescovo», tiene anche a rassicurarlo del fatto che quei vescovi, che agiscono con «interventi risoluti e coraggiosi a favore della verità e del diritto e contro l’ingiustizia, non arrecano danno alla reputazione del loro popolo all’estero», anzi, «gli sono di giovamento», seppure qualcuno dovesse accusarli del contrario. Pio XII ringrazia inoltre espressamente von Galen per aver «preparato», con le sue lettere pastorali, il terreno al suo Messaggio natalizio del 24 dicembre 1942. Messaggio che il New York Times apprezzò per «le parole chiare in difesa degli ebrei» e per aver «denunciato al mondo la strage di tanti innocenti»; e la cui divulgazione, in Germania, fu considerata dalle alte uniformi del Reich «un crimine contro la sicurezza dello Stato, passibile di pena di morte»22.
 I testi di queste importanti missive (due delle quali, insieme alla lettera a von Preysing, vengono ora presentate all’attenzione dei lettori) non erano mai stati tradotti e pubblicati integralmente in italiano.
 
 E l’importanza di queste lettere è tanto più incisiva quanto più si considera il contesto in cui sono comprese. Le lettere a von Galen, infatti, fanno parte di un corpus di 124 missive indirizzate da Pio XII ai presuli tedeschi nel corso degli anni 1939-1944. Il motivo di questa corrispondenza fu espresso dallo stesso Pio XII ai quattro cardinali di lingua tedesca giunti a Roma nel marzo del ’39 in occasione del conclave che lo elesse Papa. Dopo il conclave, i cardinali prolungarono il loro soggiorno nella Città eterna per esaminare con il nuovo Pontefice la situazione della Chiesa in Germania, situazione che il Papa aveva seguito da vicino, prima come nunzio e poi come segretario di Stato. A loro pertanto così disse: «La questione tedesca è per me la più importante. Mi riservo di trattarla io stesso»23. Pacelli, in via eccezionale, aveva quindi invitato i cardinali, e, attraverso loro, l’episcopato, a scrivergli direttamente. Nella sua prima lettera all’episcopato tedesco del 20 luglio 1939 Pio XII, con animo commosso, rievocò i suoi anni trascorsi in Germania e le relazioni che ancora vi conservava: «… perché questo ci ha permesso di avere oggi, della situazione, delle sofferenze, dei compiti, delle necessità dei cattolici della Germania, quella conoscenza approfondita che sola può nascere dall’esperienza personale diretta e prolungata nel corso di molti anni»24. Con l’inizio della guerra queste relazioni dirette sarebbero divenute ancor più preziose. Invitandoli a scrivergli, il Papa aveva loro mostrato che la nunziatura di Berlino possedeva una via sicura di corrispondenza con Roma. La corrispondenza, che venne mantenuta fino all’ultimo anno di guerra, mostra come i vescovi si servirono ampiamente di questa possibilità che veniva loro straordinariamente offerta di comunicare con il capo della Chiesa, e a lui indirizzarono regolarmente tutte le possibili informazioni, allegando a queste anche le copie dei documenti più importanti.
 Le Lettres de Pie XII aux évêques allemands, documenti noti agli studiosi, restano tuttavia ancora sconosciute ai più. Eppure le dichiarazioni contenute in queste missive sono d’importanza capitale per comprendere non solo la resistenza cattolica in Germania, lo stato di persecuzione sotto il nazismo e la posizione dell’episcopato tedesco troppo spesso a torto considerato filonazista, ma, come spiega il gesuita padre Pierre Blet nel suo Pio XII e la Seconda guerra mondiale negli Archivi vaticani, «costituiscono un documento eccezionale del pensiero di Pio XII, delle sue intenzioni e del suo operato»25. Quell’intento e quel pensiero comuni a chi, senza timore, aveva osato gridare in faccia ai nazisti: «Non posso più avere comunanza di popolo con degli assassini che giustificano l’uccisione di innocenti… Il vostro Dio è il ventre.
 
 NOTE
 1 Lettera di Pio XII al vescovo di Berlino, vedi p. 50.
 2 Ibidem.
 3 Lettres de Pie XII aux évêques allemands, in Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde guerre mondiale, Città del Vaticano 1967, vol. II, nota a p. 229.
 4 Positio super virtutibus beatificationis et canonizationis servi Dei Clementis Augustini von Galen, vol. I, Summarium, p. 427.
 5 C. A. Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile. Le grandi prediche di sfida al nazismo, a cura di R. F. Esposito, Padova 1985, p. 47.
 6 Le Figaro , 28 luglio 1935.
 7 A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature .1922-1945, Milano 1973, p. 211.
 8 C. A. Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile, op. cit., p. 122.
 9 Ibidem, p. 122.
 10 Positio, op.cit., vol. I, Summarium, p. 418.
 11 C. A. Graf von Galen, Un vescovo indesiderabile, op. cit., p. 128.
 12 Ibidem, p. 129.
 13 Positio, op. cit., vol. I, Summarium, p. 422.
 14 Riguardo al rapporto del vescovo di Münster con gli ebrei si veda nelle biografie su von Galen: Max Bierbaum, Nicht Lob nicht Furcht, Münster 1974; Joachim Kuropka, Clemens August Graf von Galen. Neue Forschungen zum Leben und Wirken des Bischofs von Münster, Münster 1992.
 15 R. A. Graham, Il “Diritto di uccidere” nel Terzo Reich – Preludio al genocidio, in La Civiltà Cattolica, 15 marzo 1975, vol. I, p. 154.
 16 Positio, op. cit., vol. I, Summarium, p. 65.
 17 L’Osservatore Romano, 10 luglio 1935.
 18 Positio, op. cit., vol. II, Documenta, p. 505.
 19 Neue Westfälische Zeitung, 28 dicembre 1945.
 20 Positio, op. cit., vol. II, Documenta, p. 507.
 21 Die Zeit, 28 marzo 1946.
 22 G. Sale, Hitler, la Santa Sede e gli ebrei. Con i documenti dell’Archivio segreto vaticano, Milano 2004, p. 221.
 23 Pierre Blet, Pio XII e la Seconda guerra mondiale negli Archivi vaticani, Cinisello Balsamo 1999, p. 81.
 24 Ibidem, p. 79.
 25 Ibidem, p. 83.