Grazie degli ebrei romani alle suore che li hanno salvati

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Durante la Seconda Guerra Mondiale le religiose Maestre Pie Filippini, a sprezzo del pericolo, ospitarono in via delle Botteghe Oscure tantissimi perseguitati: lo afferma suor Margherita Marchione in questa intervista. Le false accuse contro Pio XII sono anche contro la Chiesa e contro tutti quegli ebrei che alla fine del conflitto ringraziarono in mille modi la Santa Sede.

Ad una statua della Madonna gli ebrei romani hanno affidato il «grazie» alle suore che li hanno salvati

«Come faccio a non dedicare a Pio XII tutte le mie ricerche storiche? Ho scelto di impegnarmi per offrire una preziosa testimonianza di verità». Suor Margherita Marchione, religiosa statunitense di origini italiane, sta conducendo da anni un appassionato studio storico sulla figura e sull’opera di Papa Pacelli soprattutto nel periodo della seconda guerra mondiale.
Dopo aver pubblicato nel 1997 un volume negli Stati Uniti d’America («Your is a precious witness» Paulist Press), suor Marchione sta continuando instancabilmente a raccogliere inediti documenti storici con entusiasmo giovanile. L’abbiamo incontrata a Roma, «tappa» obbligatoria per le sue ricerche.

«La mia attenzione sull’opera di Pio XII nasce, in pratica, nel 1957 quando il Papa ebbe la bontà di benedire un mio lavoro su Clemente Rebora, pubblicato da don Giuseppe De Luca per le edizioni «Storia e letteraturale» spiega la religiosa. Se, infatti, la sua opera di ricercatrice, come preferisce definirsi, è incentrata su Pio XII, suor Margherita ha scritto tantissimi libri su Rebora,  su Filippo Mazzei e soprattutto su Giuseppe Prezzolini, della quale fu allieva e poi collaboratrice ed amica. Tanto che, incontrandola per la prima volta, Ungaretti le disse: «Finalmente conosco la suora di Prezzolini!»
La passione storica di suor Margherita per Pio XII non nasce solo dal fatto che la benedizione del grande Pontefice è all’«origine» dei suoi lavori. «Scaturisce soprattutto dalla mia vocazione religiosa – afferma -. La Congregazione delle Maestre Pie Filippini, alla quale appartengo, da 300 anni è sempre rimasta la figlia della Santa Sede. Nel 1707 Clemente XI ci ha chiamate da Montefiascone a Roma per aprire le scuole per la gioventù e da allora ci sentiamo legate con un unione speciale al Papa».
Compiendo alcune ricerche sulla storia della Congregazione suor Margherita si è imbattuta nella vicenda del convento in via delle Botteghe Oscure a Roma durante la seconda guerra mondiale.
«Rimasi sorpresa, folgorata» confida. Ebbe infatti l’opportunità di raccogliere le testimonianze dirette delle sue consorelle più anziane che avevano vissuto i drammatici giorni dell’occupazione di Roma. Alcune di queste suore sono ancora vive. Venne così a conoscenza dell’eroica sollecitudine cristiana, a sprezzo di ogni pericolo, con la quale queste «suorine» tennero nascoste tantissime persone perseguitate, non soltanto molti ebrei del vicino ghetto. «Intendo offrire questi documenti e non fare lo storico – dice la religiosa -. Se infatti qualcuno cerca la scienza di uno storico deve leggere Padre Pierre Blet o Padre Robert Graham». A questo proposito, «L’Osservatore Romano» ha pubblicato venerdì 27 marzo scorso un articolo scritto da Padre Blet su «La Civiltà Cattolica» (n. 3546 – 21 marzo 1998) – intitolato «La leggenda alla prova degli archivi» –  che si occupa delle ricorrenti accuse contro Pio XII.
«Tantissimi testimoni diretti – racconta suor Margherita – mi hanno confermato come, seguendo la volontà del Papa, i conventi romani, per restare a quanto accadde nella Città Eterna, aprirono le loro porte a chiunque avesse bisogno, senza distinzione di religione o di idee politiche. Così fecero anche le mie consorelle di via delle Botteghe Oscure. Fu un rischio enorme nascondere per più di un anno 114 persone, uomini e donne, adulti e bambini. Ma le suore non ebbero mai alcuna esitazione».
I documenti di suor Margherita sono chiarissimi. Le suore accolsero i perseguitati romani in tre conventi: in via delle Botteghe Oscure, in via Caboto e in via delle Fornaci. Nel primo sessanta persone furono sistemate «comodamente» in appartamenti con stanze da letto, lavanderia e servizi. Durante i bombardamenti tutti, suore ed «ospiti», si rifugiavano nella cantina che – riferisce suor Margherita – «ancora oggi assomiglia quasi ad una catacomba».
Ecco, in sintesi, alcune testimonianze tra le tante raccolte da suor Margherita. Suor Maria Pucci fu una delle protagoniste. «Nella nostra casa in via Caboto – ha detto suor Maria a suor Margherita – erano raccolte 25 persone: qualche anziano, sposi giovani e anche bambini. Una quindicina erano barricate nel teatrino dello stabile. Mentre i soldati tedeschi si preparavano a fare irruzione pensando che fosse un rifugio o un nascondiglio di armi, un signore, dalla finestra, avvertì che quella era solo una scuola elementare. I tedeschi se ne andarono…»

Questa un’altra testimonianza raccolta da suor Margherita: «Suor Lucia Mangone andava ogni giorno al mercato per poter dare da mangiare alle persone rifugiate, ma non era certo facile reperire sempre il cibo necessario per sfamare tutti. Alle suore non mancava il coraggio così suor Lucia si presentò ad un generale tedesco ed ottenne il permesso di comprare un camion
di riso. Ovviamente non disse chi lo avrebbe mangiato…».
«Suor Assunta Crocenzi invece – prosegue – conosceva il tedesco e poteva quindi parlare con facilità con i soldati. Per sviare ogni sospetto sul fatto che nel convento erano ospitati ebrei, decise di invitare alcuni tedeschi a pranzo. Invece di bussare al numero civico 20 di via delle Botteghe Oscure, i soldati si fermarono al numero 19 dove, appunto, erano ospitati gli ebrei. La suora che faceva la guardia non conosceva il tedesco e a gesti fece capire che non avrebbe aperto la porta perché quello era un luogo di clausura. Grazie al cielo, i soldati alla fine capirono e bussarono alla porta successiva».

La serie di testimonianze potrebbe continuare a lungo e coinvolgere evidentemente non solo le suore, e tra queste suor Lelia (nella foto), ed interessare non solo Roma.
Alla fine della guerra un gruppo di donne ebree ospitate dalle suore in via delle Botteghe Oscure vollero lasciare un segno della loro gratitudine. È il «grazie» commosso a quelle suore che se fossero state scoperte sarebbero state fucilate: «Il loro dono è stato una statua della Madonna che ancora oggi si può ammirare nei locali del convento dove gli ebrei vennero accolti» rivela suor Margherita.
Queste sono solo alcune testimonianze, relative ad un «piccolo» convento di Roma, raccontate da suor Margherita.
«Le faccio una confidenza: sto fisicamente male quando sento dire con protervia che la Chiesa non ha fatto abbastanza per aiutare i perseguitati e gli ebrei in particolare – conclude -. Chi lo afferma non ha mai letto un solo documento, lo dice per partito preso. Non è solo un’accusa falsa contro Pio XII, ma contro la Chiesa e, se vogliamo, anche contro tutti quegli ebrei che alla fine della guerra hanno ringraziato in mille modi la Santa Sede e tanti cristiani per ciò che hanno fatto. Ho abbandonato tutti gli altri studi per cercare di rispondere a questa menzogna. Così continuerò a mettere tutto il mondo sottosopra e a cercare le lettere dei prigionieri che confermino, anche se in effetti non ce ne sarebbe bisogno, la verità».

GIAMPAOLO MATTEI
L’OSSERVATORE ROMANO Venerdì 17 Luglio 1998