Donne e sacerdozio

Card. Ratzinger: “E’ la donna che sconta piu’ duramente le conseguenze della confusione, della superficialita’ di una cultura frutto di menti maschili”

 CAPITOLO QUINTO
J. Ratzinger, “Rapporto sulla fede”, ed. Paoline 1985, tratto dal sito: http://utenti.tripod.it/armeria/Rap_fede_05.htm )
SEGNALI DI PERICOLO


 


“Una teologia individualista”


Dalla crisi della fede nella Chiesa come mistero dove il Vangelo vive, affidato a una gerarchia voluta dal Cristo stesso, il Cardinale vede discendere come logica conseguenza la crisi di fiducia nel dogma proposto dal Magistero:


“Molta teologia – dice – sembra aver dimenticato che il soggetto che fa teologia non è il singolo studioso ma è la comunità cattolica nel suo insieme, è la Chiesa intera. Da questa dimenticanza del lavoro teologico come servizio ecclesiale, deriva un pluralismo teologico che in realtà è spesso un soggettivismo, un individualismo che ha poco a che fare con le basi della tradizione comune. Ogni teologo sembra ormai voler essere “creativo”; ma il suo compito autentico è approfondire, aiutare a capire e a annunciare il deposito comune della fede non ” creare “. Altrimenti, la fede si frantuma in una serie di scuole e di correnti spesso contrastanti, con grave danno dello sconcertato popolo di Dio. La teologia in questi anni si è energicamente dedicata ad accordare fede e segni dei tempi per trovare vie nuove alla trasmissione del cristianesimo. Molti, però, sono arrivati a convincersi che questi sforzi hanno spesso contribuito più ad aggravare che a risolvere la crisi. Sarebbe ingiusto generalizzare questa affermazione, ma sarebbe anche falso negarla puramente e semplicemente”.


Dice, continuando la sua diagnosi: “In questa visione soggettiva della teologia, il dogma è spesso considerato come una gabbia intollerabile, un attentato alla libertà del singolo studioso. Si è perso di vista il fatto che la definizione dogmatica è, invece, un servizio alla verità, un dono offerto ai credenti dall’autorità voluta da Dio. I dogmi – ha detto qualcuno – non sono muraglie che ci impediscano di vedere; ma, al contrario, sono finestre aperte sull’infinito”.


“Una catechesi frantumata”


Le confusioni che il Prefetto registra nella teologia si traducono, per lui, in gravi conseguenze per la catechesi.


Dice: “Poiché la teologia non sembra più poter trasmettere un modello comune della fede, anche la catechesi è esposta alla frantumazione, a esperimenti che mutano continuamente. Alcuni catechismi e molti catechisti non insegnano più la fede cattolica nel suo complesso armonico – dove ogni verità presuppone e spiega l’altra – ma cercano di rendere umanamente ” interessanti ” (secondo gli orientamenti culturali del momento) alcuni elementi del patrimonio cristiano. Alcuni passi biblici vengono messi in rilievo perché considerati “più vicini alla sensibilità contemporanea”; altri, per il motivo opposto, vengono accantonati. Dunque, non più una catechesi che sia formazione globale alla fede, ma riflessi e spunti di esperienze antropologi che parziali, soggettive”.


All’inizio del 1983, Ratzinger tenne in Francia una conferenza (che fece gran rumore) proprio sulla “nuova catechesi”. In quell’occasione, con la consueta chiarezza, disse tra l’altro: “Fu un primo e grave errore sopprimere il catechismo dichiarandolo “sorpassato”; una decisione che è stata universale in questi anni, nella Chiesa, ma ciò non toglie che sia stata erronea o, almeno, affrettata”.


Mi ripete ora: “Occorre ricordarsi che sin dai primi tempi del cristianesimo appare un “nucleo” permanente e irrinunciabile della catechesi, dunque della formazione alla fede. È il nucleo, poi, utilizzato anche da Lutero per il suo catechismo, alla pari di quello Romano deciso a Trento. Tutto il discorso sulla fede, cioè, è organizzato attorno a quattro elementi fondamentali: il Credo, il Pater Noster, il Decalogo, i Sacramenti. È questa la base della vita del cristiano, è questa la sintesi dell’insegnamento della Chiesa basato su Scrittura e Tradizione. Il cristiano trova qui ciò che deve credere (il Simbolo o Credo), sperare (il Pater Noster), fare (il Decalogo) e lo spazio vitale in cui tutto questo deve compiersi (i Sacramenti). Ora questa struttura fondamentale è abbandonata in troppa catechesi attuale, con i risultati che constatiamo di disgregazione del sensus fidei nelle nuove generazioni, spesso incapaci di una visione di insieme della loro religione”.


Nelle conferenze francesi raccontò di aver parlato, in Germania, con una signora che gli disse che “il figlio, scolaro delle elementari, stava apprendendo la ” cristologia dei lógia del Kyrios ” ma non aveva ancora sentito nulla dei sette sacramenti o dei dieci comandamenti…”.


“Spezzato il legame tra Chiesa e Scrittura”


Alla crisi di fiducia nel dogma della Chiesa si accompagna, per Ratzinger, la contemporanea crisi di fiducia nella morale proposta dalla Chiesa stessa. Poiché però questo discorso sull’etica è a suo avviso talmente importante da esigere un discorso assai articolato, ne riferiamo più avanti.


Qui diamo conto di quanto ci è stato detto a proposito di un’altra conseguenza della crisi dell’idea di Chiesa: la crisi di fiducia nella Scrittura così come è letta dalla Chiesa stessa.


Dice: “Il legame tra Bibbia e Chiesa è stato spezzato. Questa separazione è iniziata da secoli in ambiente protestante e si è estesa di recente anche tra gli studiosi cattolici. L’interpretazione storico-critica della Scrittura ha certamente aperto molte e grandiose possibilità nuove di comprendere meglio il testo biblico. Ma essa, per sua stessa natura, – può illuminarlo solo nella sua dimensione storica e non nella sua attuale valenza. Se si dimentica questo limite essa diventa non solo illogica, ma anche, proprio perciò, non-scientifica; si dimentica allora anche che la Bibbia come messaggio per il presente e per il futuro può essere compresa solo nel collegamento vitale con la Chiesa. Si finisce così per leggere la Scrittura non più a partire dalla Tradizione della Chiesa e con la Chiesa, ma a partire dall’ultimo metodo che si presenti come “scientifico”. Questa indipendenza è diventata, in alcuni, addirittura una contrapposizione; tanto che la fede tradizionale della Chiesa a molti non sembra più giustificata dall’esegesi critica ma appare soltanto come un ostacolo alla comprensione autentica, ” moderna ” del cristianesimo”.


È una situazione sulla quale ritornerà (individuandone le radici) nel testo che riportiamo a proposito di certe “teologie della liberazione”.


Qui anticipiamo la sua convinzione, secondo la quale “la separazione tra Chiesa e Scrittura tende a svuotarle entrambe dall’interno. Infatti: una Chiesa senza più fondamento biblico credibile diventa un prodotto storico casuale, un’organizzazione accanto alle altre, quella cornice organizzativa umana di cui parlavamo. Ma anche la Bibbia senza la Chiesa non è più la Parola efficace di Dio, ma una raccolta di molteplici fonti storiche, una collezione di libri eterogenei dai quali si cerca di tirare fuori, alla luce dell’attualità, ciò che si ritiene utile. Una esegesi che non viva e non legga più la Bibbia nel corpo vivente della Chiesa diventa archeologia: i morti seppelliscono i loro morti. In ogni caso, in questo modo l’ultima parola sulla Parola di Dio in quanto Parola di Dio non spetta più ai legittimi pastori, al Magistero, ma all’esperto, al professore, con i loro studi sempre provvisori e mutevoli”.


Per lui, dunque, sarebbe necessario “che si cominciassero a vedere i limiti di un metodo, che, pur valido in sé, diventa sterile quando lo si assolutizza. Quanto più si va oltre la mera constatazione di fatti del passato e si desidera una comprensione attuale di essi, tanto più vengono ad essere coinvolte anche concezioni filosofiche, che solo apparentemente sono un prodotto della ricerca scientifica sul testo. Fino ad arrivare ad esperimenti assurdi come “l’interpretazione materialistica” della Bibbia. Per fortuna, però, è iniziato oggi un intenso dibattito tra gli esegeti sui limiti del metodo storico-critico e degli altri metodi moderni di esegesi”.


“Per opera della ricerca storico-critica – continua – la Scrittura è ridiventata un libro aperto, ma anche un libro chiuso. Un libro aperto: grazie al lavoro dell’esegesi, noi percepiamo la parola della Bibbia in modo nuovo, nella sua originalità storica, nella varietà di una storia che diviene e che cresce, carica di quelle tensioni e di quei contrasti che costituiscono contemporaneamente la sua insospettata ricchezza. Ma, in questo modo, la Scrittura è tornata ad essere anche un libro chiuso: essa è divenuta l’oggetto degli esperti; i laici, ma anche lo specialista in teologia che non sia esegeta, non possono più azzardarsi a parlarne. Essa sembra ormai sottratta alla lettura e alla riflessione del credente, poiché ciò che ne risulterebbe sarebbe dichiarato “dilettantesco “. La scienza degli specialisti erige un recinto attorno al giardino della Scrittura, inaccessibile ormai al non-esperto”.


Dunque, chiedo, anche un cattolico che voglia essere ” aggiornato ” può ricominciare a leggere la sua Bibbia senza troppo preoccuparsi di complesse questioni esegetiche?


“Certamente. Ogni cattolico deve avere il coraggio di credere che la sua fede (in comunione con quella della Chiesa) supera ogni ” nuovo magistero ” degli esperti, degli intellettuali. Le ipotesi di costoro possono essere utili per capire la genesi dei libri della Scrittura, ma è un pregiudizio di derivazione evoluzionistica che si capisca il testo solo studiando come si è sviluppato e creato. La regola di fede, oggi come ieri, non è costituita dalle scoperte (vere o ipotetiche che siano) sulle fonti e sugli strati biblici, ma dalla Bibbia come sta, come è stata letta nella Chiesa, dai Padri a oggi. È la fedeltà a questa lettura della Bibbia che ci ha dato i santi, spesso illetterati e comunque spesso inesperti di complessità esegetiche. Eppure, sono loro quelli che meglio l’hanno capita”.


“Il Figlio ridotto, il Padre dimenticato”


Da questa serie di crisi è per lui ovvio che derivi una crisi anche nei fondamenti stessi: la fede nel Dio Trinitario, nelle sue Persone. Mentre sarà trattato a parte il tema ” Spirito Santo”, riferiamo qui quanto ci è stato detto a proposito di Dio Padre e del Figlio, Gesù Cristo.


Dice dunque: “Temendo, naturalmente a torto, che l’attenzione sul Padre Creatore possa oscurare il Figlio, certa teologia tende oggi a risolversi in sola cristologia. Ma è una cristologia spesso sospetta, dove si sottolinea in modo unilaterale la natura umana di Gesù, oscurando o tacendo o esprimendo in modo insufficiente la natura divina che convive nella stessa persona del Cristo. Si direbbe il ritorno in forze dell’antica eresia ariana. Difficile, naturalmente, trovare un teologo ” cattolico ” che dica di negare l’antica formula che confessa Gesù come “Figlio di Dio”. Tutti diranno di accettarla, aggiungendo però ” in quale senso ” quella formula dovrebbe secondo loro essere intesa. Ed è qui che si operano distinzioni che portano spesso a riduzioni della fede in Cristo come Dio. Come già dicevo, sganciata da una ecclesiologia che sia anche soprannaturale, non solo sociologica, la cristologia tende essa stessa a perdere la dimensione del Divino, tende a risolversi nel ” progetto-Gesù “, in un progetto cioè di salvezza solo storica, umana”.


Quanto al Padre come prima Persona della Trinità – continua -, la sua ” crisi ” presso certa teologia è spiegabile in una società che dopo Freud diffida di ogni padre e di ogni paternalismo. Si oscura l’idea del Padre Creatore anche perché non si accetta l’idea di un Dio al quale rivolgersi in ginocchio: si ama parlare solo di partnership, di rapporto di amicizia, quasi tra uguali, da uomo a uomo, con l’uomo Gesù. Si tende poi a mettere da parte il problema di Dio Creatore anche perché si temono (e dunque si vorrebbero evitare) i problemi sollevati dal rapporto tra fede nella creazione e scienze naturali, a cominciare dalle prospettive aperte dall’evoluzionismo. Così, ci sono nuovi testi per la catechesi che partono non da Adamo, dal principio del libro della Genesi; ma partono dalla vocazione di Abramo o dall’Esodo. Ci si concentra cioè solo sulla storia evitando di confrontarsi con l’essere. In questo modo, però – se ridotto al solo Cristo, magari solo all’uomo Gesù – Dio non è più Dio. E difatti, sembra proprio che una certa teologia non creda più a un Dio che può entrare nelle profondità della materia; c’è come il ritorno dell’indifferenza, quando non dell’orrore della gnosi per la materia. Da qui i dubbi sugli aspetti “materiali” della rivelazione, come la presenza reale del Cristo nell’eucaristia, la verginità perpetua di Maria, la risurrezione concreta e reale di Gesù, la risurrezione dei corpi promessa a tutti alla fine della storia. Non è certo per caso che il Simbolo apostolico comincia confessando: ” Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra “. Questa fede primordiale nel Dio creatore (dunque, un Dio che sia davvero Dio) costituisce come il chiodo a cui tutte le altre verità cristiane sono appese. Se qui si vacilla, tutto il resto cade


“Rifar posto al peccato originale”


Per tornare alla cristologia, c’è chi dice che essa sia messa in difficoltà anche dalla dimenticanza, se non dalla negazione, di quella realtà che la teologia ha chiamato ” peccato originale “. Alcuni teologi avrebbero fatto proprio lo schema di un illuminismo alla Rousseau, con il dogma che è alla base della cultura moderna, capitalista o marxista che sia: l’uomo buono per natura, corrotto solo dalla educazione sbagliata e dalle strutture sociali da riformare. Intervenendo sul ” sistema ” tutto dovrebbe sistemarsi e l’uomo potrebbe vivere in pace con se stesso e con gli altri.


Dice al proposito: “Se la Provvidenza mi libererà un giorno da questi miei impegni, vorrei dedicarmi proprio a scrivere sul ” peccato originale ” e sulla necessità di riscoprirne la realtà autentica. In effetti, se non si capisce più che l’uomo è in uno stato di alienazione non solo economica e sociale (dunque un’alienazione non risolvibile con i suoi soli sforzi), non si capisce più la necessità del Cristo redentore. Tutta la struttura della fede è così minacciata. L’incapacità di capire e presentare il ” peccato originale ” è davvero uno dei problemi più gravi della teologia e della pastorale attuali”.


Per Ratzinger – lo vedremo ampiamente – il concetto chiave di tante teologie di oggi è quello di ” liberazione ” che sembra avere sostituito quello tradizionale di “redenzione” In questo spostamento qualcuno ha visto anche un effetto della crisi del concetto di ” peccato ” in generale e di ” peccato originale ” in particolare. Si osserva infatti che il termine “redenzione” richiama direttamente una misteriosa “caduta”, una situazione oggettiva di peccato dalla quale solo la forza onnipotente di Dio può redimere; mentre tale legame sarebbe meno diretto nel concetto di ” liberazione ” cosi come è abitualmente inteso.


Comunque sia, gli chiedo se il disagio non si manifesti anche a livello linguistico: è ancora adeguata la vecchia espressione, di origine patristica, di “peccato originale”?


“Modificare il linguaggio religioso è sempre molto rischioso. La continuità, qui, è di grande importanza. lo non vedo modificabili le espressioni centrali della fede che derivano dalle grandi parole della Scrittura: ad esempio “Figlio di Dio”, “Spirito Santo”, “Verginità” e “Maternità divina” di Maria. Concedo invece che possano essere modificabili espressioni come ” peccato originale ” che, nel loro contenuto, sono anch’esse di diretta origine biblica, ma nell’espressione manifestano già lo stadio della riflessione teologica. In ogni caso, occorre procedere con molta cautela: le parole non sono insignificanti, sono anzi legate in modo stretto al significato. Credo comunque che le difficoltà teologiche e pastorali davanti al ” peccato originale “non siano certo solo semantiche ma di natura più profonda”.


E cioè?


“In un’ipotesi evoluzionistica del mondo (quella alla quale in teologia corrisponde un certo “theilardismo”) non c’è ovviamente posto per alcun “peccato originale”. Questo, al massimo, non è che un’espressione simbolica, mitica, per indicare le mancanze naturali di una creatura come l’uomo che, da origini imperfettissime, va verso la perfezione, va verso la sua realizzazione completa. Accettare questa visione significa però rovesciare la struttura del cristianesimo: Cristo è trasferito dal passato al futuro; redenzione significa semplicemente camminare verso l’avvenire come necessaria evoluzione verso il meglio. L’uomo non è che un prodotto non ancora del tutto perfezionato dal tempo, non c’è stata una “redenzione” perché non c’era nessun peccato cui riparare ma solo una mancanza che, ripeto, sarebbe naturale. Eppure, queste difficoltà di origine più o meno ” scientifica ” non sono ancora la radice della odierna crisi del ” peccato originale “. Questa crisi non è che un sintomo della nostra difficoltà profonda di scorgere la realtà di noi stessi, del mondo, di Dio. Non bastano di certo, qui, le discussioni con le scienze naturali, come ad esempio la paleontologia, anche se questo tipo di confronto è necessario. Dobbiamo essere consapevoli che siamo di fronte anche a delle precomprensioni e a delle predecisioni di carattere filosofico”.


Difficoltà comunque giustificate, osservo, visto l’aspetto davvero “misterioso” del “peccato originale”, o come lo si voglia chiamare.


Dice: “Questa verità cristiana ha un aspetto di mistero ma anche un aspetto di evidenza. L’evidenza: una visione lucida, realistica dell’uomo e della storia non può non scoprirne l’alienazione, non può non rivelare che c’è una rottura delle relazioni: dell’uomo con se stesso, con gli altri, con Dio. Ora, poiché l’uomo è per eccellenza l’essere-in-relazione, una simile rottura raggiunge le radici, si ripercuote su tutto. Il mistero: se non siamo in grado di penetrare sino in fondo realtà e conseguenze del peccato originale, è proprio perché esso esiste, perché lo sfasamento è ontologico, sbilancia, confonde in noi la logica della natura, ci impedisce di capire come una colpa all’origine della storia possa coinvolgere in una situazione di peccato comune”.


Adamo, Eva, l’Eden, la mela, il serpente… Che dobbiamo pensarne?


“La narrazione della Sacra Scrittura sulle origini non parla alla maniera storiografica moderna ma parla attraverso le immagini. È una narrazione che rivela e nasconde allo stesso tempo. Ma gli elementi fondanti sono ragionevoli e la realtà del dogma va in ogni caso salvaguardata. Il cristiano non farebbe abbastanza per i fratelli se non annunciasse il Cristo che porta la redenzione innanzitutto dal peccato; se non annunciasse la realtà dell’alienazione (la ” caduta “) e al contempo la realtà della Grazia che ci redime, ci libera; se non annunciasse che per ricostruire la nostra essenza originaria c’è bisogno di un aiuto al di fuori di noi; se non annunciasse che l’insistenza sull’auto-realizzazione, sull’autoredenzione non porta alla salvezza ma alla distruzione. Se non annunciasse, infine, che per essere salvati occorre abbandonarsi all’Amore”.