DECALOGO

"Cardinale Pietro Parente; Mons. Antonio Piolanti; Mons. Salvatore Garofalo: Voci selezionate dal Dizionario di Teologia Dogmatica". DECALOGO (dal gr. = dieci parole, cioè comandamenti). Il nome è ispirato dalla stessa Bibbia (Es, 34, 28; Deut. 4, 13; lO. 14) e designa i precetti di indole religiosa e morale che costituivano il fondamento del patto da Dio concluso sul Sinai con Israele per farne un popolo eletti.

Si tratta, ad eccezione del precetto del sabato, cioè della festa, di leggi di natura e perciò esse hanno valore universale e restano in vigore con i perfezionamenti apportati da Cristo nella Chiesa cristiana (Mt. 5, 17-47). Il patto conteneva anche una serie contingente di disposizioni di diritto civile (Es. 21, l – 23,19) ordinate alla vita della nazione israelitica. Poiché il Decalogo fu da Dio stesso consegnato a Mosè scritto su due tavole di pietra che vennero poi conservate nell\’Arca (Es. 40. 20) in testimonianza del patto concluso, è probabile che la sua forma originale sia quella di brevi sentenze come è per la maggior parte degli attuali precetti Nella redazione letteraria posteriore si aggiunse qua e là qualche spiegazione (Es. 20. 1-17; Deut. 5. 6-21).
 L\’ordine di alcuni comandamenti non è costante nella tradizione del testo.
 Viene discussa in modo particolare l\’estensione della formola del primo comandamento: «(Es. 20. 2) Io sono il Signore. Iddio tuo… (v. 3) non avere altro) Dio di fronte a me (v. 4). Non ti fare scultura né immagine alcuna di cosa che sia lassù in cielo o quaggiù in terra ovvero nell\’acqua sotterra… (v. 5) non prostrarti ad esse, né servir loro; poiché io, il Signore Iddio tuo, sono un Dio geloso, che punisco l\’iniquità dei padri nei figli fin alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano; (v. 6) ma uso clemenza fino alla millesima verso coloro che mi amano e osservano i miei precetti».
 I vv. 4-6 sono evidentemente una spiegazione del comandamento vero e proprio contenuto nei vv. 2-3, perciò i cattolici (con gli antichi Giudei di Palestina e i Luterani) non li considerano come un comandamento distinto dal precedente; essi proibiscono semplicemente qualsiasi figurazione della divinità perché il culto delle immagini presso i popoli che venivano a contatto con Israele era, senza eccezioni, al servizio del politeismo e della idolatria. I Giudei ellenisti. i Padri della Chiesa greca, i Calvinisti e alcuni cattolici moderni considerano i vv. 4-6 come un nuovo – il secondo – comandamento, e in conseguenza unificano gli ultimi due precetti (la proibizione di desiderare la roba e la donna degli altri) che, più logicamente. vengono divisi dagli altri che vedono nei vv. 2-6 un solo comandamento con annessa spiegazione, perché la passione che inclina l\’uomo a desiderare le sostanze del prossimo è diversa da quella che lo spinge a desiderarne la donna.
 A torto, dunque, alcuni Protestanti rimproverano alla Chiesa Cattolica di aver soppresso nel Decalogo il precetto relativo alle immagini. L\’estensione reale dei testo del comandamento non è una questione teologica, ma un problema esegetico liberamente discusso tra studiosi di varia fede e di diverse confessioni cristiane.