Contro Theilard (6 di 16)

Louis Jugnet, Riflessioni sul Teilhardismo. I. SITUAZIONE E PRESTIGIO DEL TEILHARDISMO – II. SCIENTISMO

Louis Jugnet
Riflessioni sul Teilhardismo

«La nostra epoca ha degli idoli venerati: Moloch, Mammona, Priapo. Bisogna aggiungervi Belfagor, il demone della confusione mentale». (Giovanni Papini)

«La verità non dipende dalla situazione delle persone; colui che dice la verità non può essere vinto, chiunque sia il suo interlocutore». (S. Tommaso d\’Aquino).

I. SITUAZIONE E PRESTIGIO DEL TEILHARDISMO

Secondo l\’eccellente espressione del nostro amico Marcel De Corte, l\’eminente filosofo belga, «il teilhardismo è divenuto una moda, un\’epidemia, un contagio…». Edizioni di grande tiratura e in più lingue, lanciate e rilanciate da una propaganda talora delirante (si attribuisce al defunto Padre ad un tempo il genio di S. Giovanni e quello di S. Paolo!); trasmissioni radiofoniche che guidano, secondo costumi attualissimi, l\’opinione pubblica: registrazioni su dischi, dove i testi più sospetti approfittano, per sedurre l\’uditore, della voce di un attore di fama; conferenze di autori di successo, congressi sapientemente valorizzati da un clan perfettamente organizzato: tutto è messo in opera per ottenere l\’adesione di un pubblico che va dal professore d\’università alla domestica. Ormai non siamo più allo stadio della persuasione, ma a quello del condizionamento, grazie al montaggio di riflessi che automatizzano le reazioni mentali. Confessiamo che ci prende un senso di ribellione di fronte a questa violenza morale che utilizza i mezzi meccanici per neutralizzare ogni indipendenza critica…
Il teilhardismo è tabù. Lo è, prima di tutto, nel suo stesso nome, che non manca di pittoresco.
Per aver intitolato una conferenza: «Teilhardismo e Marxismo», siamo stati chiamati in causa dal pulpito da un assistente di studenti, che vedeva in questo stesso modo di chiamarlo, una calunnia intollerabile. Eppure lo spinozismo è la dottrina di Spinoza; il kantismo è la dottrina di Kant; il bergsonismo è la dottrina di Bergson. E nessuno trova da ridire su questo modo di esprimersi. Allora? Non vi è dunque un pensiero teilhardiano?
La santa Chiesa, vogliono farci credere, non avrà presto nulla da invidiare alle società moderne, alle quali si vorrebbe allinearla. Pare, infatti, che al suo interno agiscano dei gruppi di pressione il cui punto di spinta resta insondabile. I sociologi chiamano così gli organismi suscettibili di pesare sull\’opinione pubblica e sulle autorità stabilite per influenzare le loro decisioni in una direzione voluta.
È evidente che alcuni cercano attualmente di manovrare il mondo cattolico verso una stessa direzione. Ma sono poco numerosi. A livello internazionale non rileviamo che una ventina di nomi importanti, sempre gli stessi, che si ritrovano ovunque. Fra i giornali e le riviste ve ne sono quattro o cinque che fanno rumore per cento. Si citano e si lodano reciprocamente, seguendo una tattica già analizzata nell\’immortale enciclica Pascendi: fanno pensare a certi palazzi degli specchi che si vedono talvolta nelle fiere e che rimandano la stessa immagine indefinitamente.
Bisognerebbe che in alto loco ci si rendesse di ciò chiaramente conto. Localizzare e misurare un male è già in parte trionfarne. Si smetta quindi di prenderli sul serio, quando vociferano senza sosta: «La Scienza siamo noi! Il Pensiero siamo noi! L\’Avvenire siamo noi!» al solo fine di intimidire chiunque difenda le idee tradizionali e di neutralizzare i loro avversari, il cui torto principale è d\’essere meno fortunati e meno abili demagoghi di loro, ma non per forza più sporchi, né meno rappresentativi di settori sociali qualificati.
Un procedimento favorito dai teilhardiani è impedire all\’avversario in modo più o meno diretto o indiretto di scrivere o di parlare: la tattica va dal sabotaggio dell\’edizione alla congiura del silenzio (Enciclica Pascendi Dominici gregis di S. Pio X contro il Modernismo). Uno studio meritorio non riesce a trovare l\’editore. Un articolo anti-teilhardiano resta arenato nella redazione di una rivista, finché il suo autore, scoraggiato, lo ritira. Un teologo è discretamente pregato di non fare nulla che possa contribuire a «dividere i cattolici», se vuole parlarne. E un\’organizzazione stabilita ufficialmente controlla l\’uso che si fa dei testi del defunto Padre, controlla la loro interpretazione e dà la caccia agli «eretici» del teilhardismo.
Nonostante questo intollerabile ambiente, un certo numero di critiche ragguardevoli ha potuto vedere la luce (un «blocco» non è sempre perfetto).
Eccone un primo elenco, e noi parliamo solo delle opere in lingua francese: ve ne sono anche in spagnolo, in inglese, in tedesco:
– R. P. Bosio, S.I., Civiltà Cattolica, 17-12-1955 (cfr. Documentazione cattolica, 22-1-1956).
– Abate Louis Cognet, Le Père T. de Ch, et la pensée contemporaine (Ed. du Portulan).
– M. Bernard Charbonneau (protestante), Foi et Vie, nov.-dic. 1957.
– Prof. Louis Bounoure, Revue des Sciences religieuses della Facoltà di teologia cattolica di Strasburgo, 1957.
– M. De Corte, Ecrits de Paris, marzo 1958.
– H. Massis in Visage des idées (ultima parte, presso Grasset).
– R. P. Bouyer, serie d\’articoli in La France catholique del 1958.
Due autori in questi ultimi anni hanno fermamente «arrestato. il teilhardismo negli ambienti religiosi: il R. P. Guérard des Lauriers, O.P., che oltre alla sua autorità di teologo e la sua competenza filosofica è docente di scienze: Revue thomiste, luglio-sett. 1965, e Divinitas (organo dell\’Università del Laterano e dell\’Accademia pontificia di Teologia), numero speciale di aprile 1959, consacrato all\’opera di Teilhard. E il R. P. Philippe de la Trinité, O.C.D., prima nello stesso fascicolo di Divinitas poi recentemente nei quaderni della stessa pubblicazione (1952, III).
E\’ per noi un\’occasione per richiamarne i punti principali.

Noi qui vogliamo denunciare uno dei soliti sofismi della propaganda teilhardiana: la pretesa di conquistare gli atei e di moltiplicare le conversioni. Ma anche noi siamo universitari, usciamo da un ambiente ben lontano dal cattolicesimo tradizionale, abbiamo vissuto per molti anni con studenti e professori dell\’insegnamento ufficiale e crediamo di essere in grado di conoscere le reazioni reali meglio di un consigliere progressista che ha con loro solo qualche rapporto saltuario (e che non incontra mai altro che qualcuno di loro, sempre gli stessi, per definizione).

Uno dei nostri vecchi studenti, alunno della scuola normale, ateo, primo assistente di Filosofia, ci disse che non aveva mai potuto leggere più di qualche riga di seguito delle opere di Teilhard. Aggiunse anche dei commenti molto vivaci che preferiamo non riportare. Un eminente professore della Sorbona rifiuta di analizzare in una rivista ufficiale un libro di Teilhard, dicendo che non essendo né Biologia pura né Filosofia non è, per dirla esattamente, «nulla». Altrove, in un centro di ricerche ben noto, si rifiuta una tesi basata sul teilhardismo. Un sondaggio fatto in ambienti in rapporto fra loro, in seguito a una richiesta di un professore straniero, fece emergere che ad eccezione dei cattolici «progressisti» e dei comunisti, il teilhardismo appassiona in realtà poche persone, nell\’élite intellettuale, nonostante le sue grandi tirature e il fracasso. Potremmo moltiplicare senza difficoltà le testimonianze di questo genere, ma non abbiamo, per farlo, né il denaro né gli oratori di cui si è ben provvisti nell\’altro campo. Però anche una tromba un poco acuta riesce qualche volta a farsi sentire: tale è la vera stroncatura del teilhardismo nel libro del filosofo razionalista M. Revel, La Cabale des dévots, che si permette di usare delle espressioni che non si sopporterebbero certamente se fossero scritte da un cattolico tradizionalista.

Resta quindi da delimitare esattamente l\’oggetto del nostro studio:
1) Non faremo un\’esposizione dettagliata e sistematica della dottrina teilhardiana. Ve ne sono già troppe oggi e ognuno consulterà quella che vorrà. Tutt\’al più ricorderemo via via nella nostra discussione i temi fondamentali con qualche testo.
2) Parleremo solo dell\’opera di Teilhard, senza neppure accennare a quella dei suoi epigoni, glossatori, caudatori e apologisti che il Monitum del S. Ufficio chiama in causa come fomentatori di errori allo stesso titolo che il Maestro, e il cui entusiasmo fa sì che siano messi in luce ancor meglio i difetti del pensiero teilhardiano, aggiungendo ad esso qualche sofisma supplementare. Del resto eminenti autori tradizionali hanno fatto passare i loro scritti al setaccio di una sana dottrina.
3) La nostra critica si svolgerà essenzialmente sul piano filosofico toccando solo incidentalmente la biologia e la teologia. Infatti noi riteniamo che si commetterebbe un dannoso errore tattico ad attaccare il teilhardismo principalmente sul piano delle ricerche naturali o consacrare ad esso troppo tempo. È meglio dire «transeat» per le tesi puramente scientifiche e interessarsi a una discussione filosofica e teologica. Intendiamoci bene! Non sosteniamo con questo che la teoria teilhardiana dell\’Evoluzione biologica generalizzata sia provata, né che sia rigorosamente pensabile. Bisognerebbe però che il pubblico fosse informato di questo fatto certo: eminenti specialisti delle scienze naturali sono, attualmente ancora, contrari all\’idea di un\’Evoluzione universale dei tipi viventi. In Francia, un eminente scienziato, il professor Bounoure dell\’Università di Strasburgo, dice chiaramente che cosa ne pensa in ogni occasione (v. per esempio: Déterminisme et Finalité, Flammarion, 1957, l\’intero cap. II). E, per quanto riguarda Teilhard il suo discreto ma fermo studio nella Revue des Sciences religieuses di Strasburgo, 1957, pp. 290-298: «La cosmologia del P. Teilhard de Chardin nei confronti della Biologia sperimentale». Potremmo citare altri nomi di biologi del nostro paese, ma preferiamo insistere sull\’esistenza di una numerosa e notevole scuola di studiosi tedeschi che si chiama la Morfologia ideale (Idealistiche Morphologie): si tratta di studiosi che lavorano generalmente nella Germania del Sud (Baviera, Wurtemberg, ecc.). I loro orientamenti filosofici sono molto diversi, poiché alcuni sono cattolici, altri protestanti, altri atei; alcuni manifestano uno spirito quasi platonico, altri sono kantiani; altri ancora sono legati alla scolastica, con una forte tinta di fenomenologia husserliana. Ma si tratta in tutti i casi di biologi esperti, alcuni di fama mondiale (come von Uexkull). La nostra bibliografia personale (molto incompleta) ne enumera una ventina. Ma l\’insegnamento ufficiale e cattolico è accuratamente preservato dalla loro influenza ostile alla mitologia evoluzionistica classica. E non solo a causa della barriera della lingua: volendo si potrebbe tradurli! Il direttore di una grande biblioteca scientifica francese rispondeva, qualche anno fa, a una proposta d\’acquisto di testi di questi autori: «Non rispecchiano l\’orientamento della facoltà».
Si troveranno ben altre autorità capaci di conciliare questo cieco entusiasmo, come il fisiologo danese (e ateo!) Hermann Nielsen (Il principio vitale), il celebre genetista Héribert Nilsson dell\’Università di Lund (Svezia): Formazione sintetica della specie, ecc.
Per la teologia una critica molto autorevole e profonda alla cristologia teilhardiana è stata fatta dal P. Philippe de la Trinité (Cahiers de Divinitas, III, 1962) il cui essenziale è riportato nelle Nouvelles de Chrétienté (Civitec, 134, me de Rivoli, Paris I, dell\’11 ottobre 1962, n. 365). Si potrà fare riferimento a lui con il più grande vantaggio, soprattutto se si ricorda che l\’autore è il presidente dell\’Accademia pontificia di Teologia…
4) Salvo avviso contrario, le sottolineature (in corsivo) saranno nostre.

II. SCIENTISMO

Si designa con questo nome la sopravvalutazione della scienza (il «romanticismo della scienza», secondo l\’eccellente definizione di un autore contemporaneo). Lo scientismo può prendere due aspetti: può essere assoluto, integrale e negare alla filosofia, in senso tradizionale, tutto il suo dominio. È il caso del positivismo classico e, per l\’essenziale, dell\’idealismo di Léon Brunschvicg. Può anche essere attenuato, mitigato: pur concedendo alla filosofia un contenuto proprio, ne considera la scienza il solo fondamento legittimo. Questa è l\’idea di un certo numero di neo-scolastici moderni della sfumatura «aperta». La posizione teilhardiana non si riconduce, propriamente, né all\’uno né all\’altro di questi due punti di vista. È come incuneata tra i due, come un ascensore bloccato tra due piani. Concede alla filosofia più dello scientismo assoluto e meno dello scientismo moderato. Ammette l\’esistenza di una «Ultrafisica» che non corrisponde a nessun concetto classico della scienza o della filosofia. Vedremo nella 3.a parte quale occhio benevolo il defunto Padre posava sulla «Mistica della Scienza» che va da Condorcet a Renan. Nell\’Univers personnel ci dice che dobbiamo risolvere il problema fondamentale del destino «senza ricorso ingiusto a nessuna filosofia e senza lasciare il dominio dei fenomeni scientifici».
«Non una metafisica, ripetiamolo, ma un\’Ultrafisica… E contemporaneamente anche… una mistica e una religione». È molto chiaro: la Scienza si stira, si distende, si dilata in un certo senso per rispondere ai problemi più alti. (In effetti, siamo di fronte a un miraggio, poiché vi è già qui una metafisica di sostrato, come vedremo più avanti).
La Scienza-Regina è la Biologia. È sempre a partire da questa che ragiona Teilhard. L\’idea stessa di una specificità delle «Scienze umane» (psicologia, sociologia, diritto, storia, ecc.) così familiare anche ad autori completamente atei e ribelli alla metafisica classica, gli è estranea.
Che pensare di questo punto di vista? All\’inizio non sapremmo scagliarci troppo fermamente contro lo scientismo, più o meno mitigato, del P. Teilhard. Vi è una confusione che ci sembra generare delle conseguenze catastrofiche per la filosofia e per la teologia.
Il R. P. Philippe de la Trinité vi ha molto insistito, specialmente nel suo più recente studio già citato. Rimandiamo il lettore a questo e alla notevole Philosophie de la Nature, del R. P. J. de Tonquédec (Lethielleux, 1956, t. L Vedere specialmente le pagg. 6-67 e 71-84. Approfittiamo di questa occasione per raccomandare al lettore colto l\’insieme di questa magistrale opera in 4 voll.).
Siamo qui, con il teilhardismo, in disaccordo fondamentale su due punti: a) prima di tutto sulla specificità e la trascendenza della filosofia in rapporto alle scienze sperimentali; b) poi sul problema dei materiali di base per la filosofia: essa può senza dubbio arricchire e precisare le sue prospettive grazie ad alcune scoperte scientifiche (a condizione però di riassumerle sotto la propria luce). Quindi, nelle sue grandi linee gli basta perfettamente accettare, per interpretarle, alla luce dei principi della ragione, i dati più fondamentali dell\’esperienza immediata, che sono implicati sia per essa che per la scienza sperimentale (sebbene nei due casi sotto aspetti diversi). Rileggiamo un\’eccellente pagina di Yves Simon:
«L\’esperienza, che serve come punto di partenza alla metafisica, è universalissima, come la metafisica stessa. Per avere l\’idea dell\’essere, bisogna senza dubbio aver visto un essere, ma basta averne visto uno; per acquistare l\’idea del bene non vi è affatto bisogno di aver fatto sette volte il giro della terra, basta aver visto un animale alla ricerca del suo nutrimento; per acquistare la nozione di atto, di potenza e di movimento non vi è bisogno di aver frequentati i laboratori, basta aver toccato dell\’acqua fredda e poi della calda e riflettere su questa trasformazione e così via… Consideriamo per esempio i fatti su cui appoggia la teoria aristotelica del movimento e la sua divisione in 4 specie. Esiste nel mondo il movimento, afferma Aristotele contro gli Eleati: bisogna ben ammetterlo, poiché basta aprire gli occhi per vedere gli esseri in continuo mutamento. Esiste un movimento di generazione e di distruzione: infatti tutti gli esseri viventi che vediamo nascono e muoiono; il legno messo nel focolare si consuma; dei gas irrespirabili si spandono nell\’aria, resta della fuliggine e della cenere. Esiste un movimento di crescita e di diminuzione: tutti abbiamo visto ingrassare gente ben portante e riposata, dimagrire gente stanca e malata. Esiste un movimento d\’alterazione qualitativa, come alcuni che in genere ben coloriti impallidiscono per uno sbaglio. Esiste un movimento locale: ero prima a Bruxelles, ora sono a Parigi. Nascita e distruzione, crescita e diminuzione, cambiamento qualitativo, spostamento di luogo, sono dei fenomeni vecchi come il mondo e che dureranno quanto il mondo, e la filosofia della natura, costruita su questi fatti, riposa su una base incrollabile» (Yves Simon, «Philosophia perennis» in La Vie intellectuelle, 10-10-1929, p. 65 e 73-74. Tutto l\’articolo è raccomandabile).
È pertanto notevole che la Fenomenologia moderna, specialmente in Husserl, rivalorizzi a sua volta la Lebenswelt, o mondo dell\’esperienza comune e familiare, che l\’algebrismo scientista voleva annullare sdegnosamente. Ciò che gli vale la stizza del P. Teilhard che l\’accusa di ridurre l\’uomo all\’«Universo pre-galileiano». Il «Biologismo» teilhardiano suscita anch\’esso serie critiche. Autori che non sono delle nostre stesse idee, già rimproverano aspramente di naturalizzare la Storia umana e le scienze sociali, misconoscendo il loro carattere specifico. È così che il filosofo comunista Roger Garaudy, per altro così favorevole al pensiero teilhardiano, scrive: «Come alcuni meccanicisti tentarono di ricondurre tutte le scienze, compresa la Biologia a una sola, la Meccanica, Teilhard sostituisce all\’idea di una sintesi scientifica attenta alla specialità di ciascuna scienza, una sorta di panbiologismo che estende a tutte le scienze le categorie proprie di una di loro. Il suo misconoscere la specificità del sociale lo porta a trattare come biologici i problemi storici, economici, sociali, politici» («Perspectives de l\’Homme. Existentialisme, pensée catholique, marxiste", Presses Universitaires françaises, 1959, pp. 178 e 192, 202. Si trovano delle reazioni analoghe su Biologia e Storia in M. Marrou, cattolico di sinistra, in De la connaissance historique, ed. du Seuil, p. 42).