Compendio di teologia ascetica e mistica (22)

…CAPITOLO II. Delle virtù morali. Nozioni preliminari sulle virtù infuse. Delle virtù infuse in generale. Dell’aumento delle virtù infuse. Dell’indebolimento delle virtù. Del vincolo che corre tra le varie virtù. Le virtù morali. Divisione del secondo capitolo….

PARTE SECONDA


LIBRO II


CAPITOLO II.


Delle virtù morali


Prima di partitamente descriverle, conviene richiamar brevemente le nozioni teologiche, sulle virtù infuse.


 


NOZIONI PRELIMINARI SULLE VIRTÙ INFUSE.


 


Diremo prima delle virtù infuse in generale e poi delle virtù morali in particolare.


 


I. Delle virtù infuse in generale.


 


998. Vi sono virtù naturali, vale a dire buone abitudini, acquistate con atti frequentemente ripetuti, che agevolano la pratica del bene onesto. Onde anche gli increduli e i pagani possono, col naturale concorso di Dio, acquistar le virtù morali della prudenza, della giustizia, della fortezza, della temperanza e perfezionarvisi. Non parliamo qui di queste virtù; ma intendiamo di trattare delle virtù soprannaturali o infuse quali si hanno nel cristiano.


999. Elevati allo stato soprannaturale e non avendo altro fine che la visione beatifica, dobbiamo tendervi con atti fatti sotto l’influsso di principii e di motivi soprannaturali, essendo necessario che vi sia proporzione tra il fine e gli atti che vi conducono. Quindi per noi le virtù che nel mondo si dicono naturali, devono essere: praticate in modo soprannaturale. Come giustamente nota il P. Garrigou-Lagrange,[1] secondo S. Tommaso Il le virtù morali cristiane sono infuse ed essenzialmente distinte per l’oggetto formale dalle più alte virtù morali acquisite descritte dai più grandi filosofi… C’è infinita differenza tra la temperanza aristotelica, regolata soltanto dalla retta ragione, e la temperanza cristiana regolata dalla fede divina e dalla prudenza soprannaturale


Avendo già mostrato come queste virtù ci sono comunicate dallo Spirito Santo che vive in noi, n. 121 ‑ 122, non ci resta più che a descriverne: 1° la natura; 2° l’aumento; 3° l’indebolimento; 4° il vincolo che corre tra loro; 5° l’ordine che terremo nell’esporle.


 


1° Natura delle virtù infuse.


 


1000. A) Le virtù infuse sono principii di azione che Dio inserisce in noi perché servano all’anima di facoltà soprannaturali e ci rendano quindi capaci di fare atti meritori.


Vi è dunque differenza essenziale tra le virtù infuse e le virtù acquisite sotto il triplice aspetto dell’origine, dell’esercizio, del fine.


a) Riguardo all’origine, le virtù naturali si acquistano con la ripetizione degli stessi atti; le virtù soprannaturali vengono da Dio che ce le infonde nell’anima insieme con la grazia abituale.


b) Quanto all’esercizio, le virtù naturali, acquistandosi con la ripetizione degli stessi atti, ci danno la facilità di fare prontamente e lietamente atti simili; le virtù soprannaturali, infuse da Dio nell’anima nostra, non ci danno che il potere di fare atti meritori, con una certa tendenza a farli; la facilità non verrà che più tardi con la ripetizione degli atti.


c) Riguardo alfine, le virtù naturali tendono al bene onesto e ci volgono a Dio creatore; mentre le virtù infuse tendono al bene soprannaturale e ci portano al Dio della Trinità, quale ci è fatto conoscere dalla fede. Quindi i motivi che ispirano queste virtù devono essere soprannaturali, e si riducono all’amicizia di Dio; io pratico la prudenza, la giustizia, la temperanza, la fortezza per essere in armonia con Dio.


1001. Ne viene che gli atti di queste virtù soprannaturali sono molto più perfetti di quelli delle virtù acquisite; la nostra temperanza, per esempio, non ci porta solo alla sobrietà necessaria


per serbare la umana dignità, ma anche a vere mortificazioni con cui maggiormente ci conformiamo al Salvatore Gesù; la nostra umiltà non ci fa solo evitare gli eccessi di superbia e di collera opposti ma ci fa abbracciare le umiliazioni che ci rendono più simili al nostro divino Modello.


Vi è dunque differenza essenziale tra le virtù acquisite e le infuse; il principio e il motivo formale non ne sono identici.


1002. B) Abbiamo detto che la facilità di esercitare le virtù infuse si acquista con la ripetizione degli stessi atti, onde si opera con più prontezza, con più facilità e con più diletto (promptius, facilius, delectabilius). Sono tre le cause principali che concorrono a.questo buon risultato :


a) L’abitudine diminuisce gli ostacoli o le resistenze della guasta natura, onde col medesimo sforzo si ottengono migliori effetti; b) indocilisce le facoltà, ne perfeziona l’esercizio, le rende più pronte a cogliere i motivi che ci portano al bene e più atte a praticare il bene conosciuto; proviamo anzi un certo diletto ad esercitare facoltà così docili, come l’artista a far correre le dita su una mobilissima tastiera. c) Infine la grazia attuale, che ci viene concessa con tanto maggior liberalità quanto più fedele è la nostra corrispondenza, contribuisce anch’essa in modo singolare ad agevolarci il nostro dovere e a farcelo amare.


Notiamo di passaggio che cotesta facilità, acquistata che sia, non si perde appena uno abbia la disgrazia di perdere col peccato mortale la virtù infusa; frutto di atti frequentemente ripetuti, la facilità persiste per qualche tempo in virtù delle leggi psicologiche sulle abitudini acquisite.


 


2° Dell’aumento delle virtù infuse.


 


1003. A) Le virtù infuse possono crescere nell’anima e crescono infatti a misura che cresce la grazia abituale da cui derivano. Questo aumento viene direttamente da Dio, egli solo potendo aumentare in noi la vita divina e i vari elementi che la costituiscono. E Dio produce questo aumento quando riceviamo i sacramenti e quando facciamo opere buone o preghiere.


a) I sacramenti, in virtù della stessa loro istituzione, causano in noi un aumento di grazia abituale e quindi delle virtù infuse che vi sono connesse, a proporzione delle nostre disposizioni, n. 259‑261.


b) Anche le opere buone meritano non solo la gloria ma un aumento di grazia abituale e quindi delle ‑virtù, infuse; aumento che dipende in gran parte dal fervore delle nostre disposizioni, n. 237.


c) La preghiera, oltre, il valore meritorio, ha pure un valore impetratorio, che sollecita ed ottiene, un aumento di grazia e di virtù, a proporzione del fervore con cui si prega. Conviene quindi unirsi alle preghiere della Chiesa chiedendo con lei aumento di fede, di speranza e di carità “Da nobis fidei, spei et caritatis augmentum”.


B) Tale aumento si fa, secondo S. Tommaso, non col crescimento di grado o di quantità ma col possesso più perfetto e più attivo, della virtù; onde avviene che le virtù gettano più profonde radici nell’anima e vi diventano più sode ed operose.


 


3° Dell’indebolimento delle virtù.


 


Un’attività che non si eserciti o che:si eserciti fiaccamente, presto si affievolisce o si perde anche intieramente.


1004. A) Della diminuzione delle virtù. Le virtù infuse non sono, a dir vero, capaci di diminuzione come non ne è capace la grazia santificante da cui dipendono. Il peccato veniale non può diminuirle, come non può diminuire la grazia abituale; ma, soprattutto quando è commesso spesso e deliberatamente, ostacola notevolmente l’esercizio delle virtù, diminuendo la facilità acquistata con gli atti precedenti. Questa facilità viene infatti da un certo ardore e da una certa costanza nello sforzo; ora le colpe veniali deliberate smorzano lo slancio e svigoriscono in parte l’attività, n. 730. Così i peccati veniali d’intemperanza, senza diminuire in. sé la virtù infusa della sobrietà, fanno perdere a poco a poco la acquistata facilità di mortificar la sensualità. E poi l’abuso delle grazie cagiona una diminuzione delle grazie attuali che ci agevolavano l’esercizio delle virtù, onde le pratichiamo per questo verso con meno ardore. Infine, come abbiamo detto, n. 731, i peccati veniali deliberati spianano la via ai peccati gravi e quindi alla perdita delle virtù.


1005. B) Della perdita delle virtù. Si può fissar come principio che le virtù si perdono con ogni atto che ne distrugga l’oggetto formale o il motivo; con ciò infatti si scalza la virtù dalle fondamenta.


a) Così la carità si perde con ogni peccato mortale di qualsiasi natura, perché questo peccato distrugge in noi l’oggetto formale o il fondamento di tal virtù, essendo direttamente opposto all’infinita bontà di Dio.


b) Le virtù morali infuse si perdono col peccato mortale, poiché sono talmente legate alla carità che, scomparendo questa, esse scompaiono con lei. Nondimeno la acquistata facilità di fare atti di prudenza, di giustizia, ecc., continua ancora per qualche tempo dopo la perdita delle virtù infuse, in virtù della persistenza delle abitudini acquisite.


c) La fede e la speranza continuano a sussistere nell’anima anche quando si è perduta la grazia col peccato mortale, purché non si tratti di peccato direttamente contrario a queste due virtù. La ragione è che gli altri peccati mortali non distruggono in noi il fondamento della fede e della speranza; e d’altra parte Dio, nella infinita sua misericordia, vuole che queste due virtù rimangano come ultima tavola di salvezza: fin che uno crede e spera, la conversione resta relativamente facile.


 


4° Del vincolo che corre tra le varie virtù.


 


1006. Si. dice spesso che tutte le virtù sono connesse: cosa che richiede alcune spiegazioni.


A) Prima di tutto la carità, bene intesa e ben praticata, comprende tutte le virtù, non solo la fede e la speranza (il che è evidente), ma anche le virtù morali, come abbiamo spiegato, n. 318, con la dottrina di S. Paolo: Caritas patiens est, caritas benigna est. Il che è vero nel senso che chi ama Dio e il prossimo per Dio, è pronto a praticare ogni virtù, appena la coscienza gliene faccia conoscere l’obbligo. Non si può infatti amar Dio profondamente, sopra ogni cosa, senza volerne osservare i comandamenti e anche alcuni consigli. Spetta inoltre alla carità di ordinare tutti i nostri atti a Dio, ultimo nostro fine, e quindi regolarli secondo le varie virtù cristiane. E si può dire che quanto più aumenta la carità, tanto più crescono pure in radice le altre virtù.


Nondimeno l’amor di Dio, pur inclinando la volontà agli atti delle virtù morali e agevolandone la pratica, non dà immediatamente e necessariamente la perfezione di tutte queste virtù, per esempio, della prudenza, dell’umiltà, dell’obbedienza, della castità. Poniamo infatti un peccatore che sinceramente si converta dopo contratte cattive abitudini; sebbene pratichi con ogni sincerità la carità, non diventa così tutto a un tratto perfettamente prudente, perfettamente casto o temperante, ma occorrerà tempo e sforzo per liberarsi dalle antiche abitudini e formarsene delle nuove.


1007. B) Essendo la carità forma e ultimo compimento di tutte le virtù, queste non sono mai perfette senza di lei; quindi la fede e la speranza che restano nell’anima del peccatore,, pur essendovene virtù, sono virtù informi, cioè prive di quella perfezione che le volgeva a Dio come ultimo nostro fine; onde gli atti di fede e di speranza fatti in questo stato non possono meritare il paradiso, benché siano soprannaturali e servano di preparazione alla conversione.


1008. C) Le virtù morali, chi le possegga nella loro perfezione, vale a dire informate dalla carità e in grado alquanto elevato, sono veramente connesse nel senso che non se ne può posseder una senza aver pure le altre. Così tutte le virtù, ad essere perfette, suppongono la prudenza; la prudenza poi non può praticarsi perfettamente senza il concorso della fortezza, della giustizia e della temperanza: chi è di carattere fiacco, inclinato all’ingiustizia e all’intemperanza, mancherà di prudenza in parecchie circostanze; la giustizia non può praticarsi perfettamente senza  fortezza d’animo e temperanza; la fortezza dev’essere ‑temperata dalla prudenza e dalla giustizia; né sussisterebbe a lungo senza la temperanza; e via dicendo.[2]


Ma se le virtù morali non sono nell’anima sé non in grado inferiore, la presenza dell’una non inchiude necessariamente la pratica dell’altra. Così vi sono pudici senza essere umili, umili senza essere misericordiosi, misericordiosi senza praticar la giustizia.[3]


 


II. Le virtù morali.


 


Spieghiamone brevemente la natura, il numero, il comune carattere.


1009. 1° La natura. Si dicono virtù morali per doppia ragione: a) per distinguerle dalle virtù puramente intellettuali, che perfezionano l’intelligenza senza relazione alcuna con la vita morale, come la scienza, l’arte, ecc.; b) per distinguerle dalle virtù teologali, che certamente regolano esse pure i costumi, ma che, come abbiamo già detto, hanno direttamente Dio per oggetto, mentre le virtù morali mirano direttamente a un bene soprannaturale creato, per esempio, il dominio delle passioni. Non è però da dimenticare che anche le virtù morali soprannaturali sono veramente una partecipazione della vita di Dio e ci preparano alla visione beatifica. Del resto, a mano a mano che si perfezionano, e soprattutto quando vengono integrate dai doni dello Spirito Santo, queste virtù finiscono con accostarsi talmente alle virtù teologali che ne restano come imbevute, e non sono più che varie manifestazioni della carità che le informa.


1010. 2° Il numero. Le virtù morali, chi le consideri nelle varie loro ramificazioni, sono numerosissime, ma si riducono poi tutte alle quattro virtù cardinali, dette così (dalla parola cardines, cardini) perché sono quasi quattro cardini su cui si reggono tutte le altre. Queste quattro virtù infatti corrispondono a tutti i bisogni dell’anima e ne perfezionano tutte le facoltà morali.


1011. A) Corrispondono a tutti i bisogni dell’anima. a) Abbiamo prima di tutto bisogno di scegliere mezzi necessari od utili al conseguimento del fine soprannaturale: è l’ufficio della prudenza. b) Dobbiamo pure rispettare i diritti altrui; ed è ciò che fa la giustizia. c) A difendere la persona e i beni dai pericoli che ci minacciano, e farlo senza paura e senza violenza, ci occorre la fortezza.


d) Per servirsi dei beni di questo mondo e dei diletti senza oltrepassar la debita misura, ci è necessaria la temperanza.


La giustizia quindi regola le relazioni coi prossimo, la fortezza e la temperanza le relazioni con noi stessi, e la prudenza dirige le altre tre virtù.


1012. B) Perfezionano tutte le nostre facoltà morali: l’intelligenza è regolata dalla prudenza, la volontà dalla giustizia, l’appetito irascibile dalla fortezza e l’appetito concupiscible dalla temperanza. Notiamo però che, non essendo l’appetito irascibile e concupiscible capaci di moralità se non per la volontà, la fortezza e la temperanza risiedono in questa superiore facoltà e nelle facoltà inferiori che ricevono direzione dalla volontà.


1013. C) Aggiungiamo infine che ognuna di queste virtù può essere considerata come un genere che contiene sotto di se parti integranti, subiettive e potenziali.


a) Le parti integranti sono virtù che servono di compimento utile o necessario alla pratica della virtù cardinale, talmente che non sarebbe perfetta senza questi elementi; così la pazienza e la costanza sono parti integranti della fortezza.


b) Le parti subiettive sono come le varie specie di virtù subordinate alla virtù principale; così la sobrietà e la castità sono parti subiettive della temperanza.


c) Le parti potenziali (o annesse) hanno con la virtù cardinale una certa rassomiglianza, perché attuano una parte dell’intiera sua potenza, senza avverarne pienamente tutte le condizioni. Così la virtù della religione è virtù annessa alla giustizia, perché mira a rendere a Dio il culto che gli è dovuto, senza però poterlo fare con la perfezione voluta né con stretta eguaglianza; l’obbedienza rende ai superiori la sottomissione loro dovuta, ma anche qui non vi è propriamente stretto diritto né relazione da pari a pari.


Ad agevolare l’opera nostra e quella dei lettori, non entreremo nella enumerazione di tutte queste divisioni e suddivisioni ma sceglieremo quelle virtù principali che debbono essere maggiormente coltivate, non toccandone se non gli elementi più essenziali tanto sotto l’aspetto teorico che pratico.


1014. 3° Il comune carattere. a) Tutte le virtù morali mirano a serbare il giusto mezzo tra gli opposti eccessi: in medio stat virtus. Devono infatti seguir la regola segnata dalla retta ragione illuminata dalla fede. Ora si può mancare a questa regola oltrepassando la misura o rimanendone al di qua: la virtù quindi consisterà nello schivare questi due eccessi.


b) Le virtù teologali non stanno in sé nel giusto mezzo, perché, come dice S. Bernardo, la misura d’amar Dio è di amarlo senza misura; ma considerate rispetto a noi queste virtù devono tener conto anche del giusto mezzo, ossia devono essere rette dalla prudenza, che ci indica in quali circostanze possiamo e dobbiamo praticar le virtù teologali; è lei infatti che ci mostra, per esempio, ciò che bisogna credere e ciò che non bisogna credere, come si deve schivare nello stesso tempo la presunzione e la disperazione, ecc.


 


Divisione del secondo capitolo.


 


1015. Nel secondo capitolo tratteremo per ordine delle quattro virtù cardinali e delle principali virtù che vi si connettono.


 



































I. Della prudenza.


 


 


 


II. Della giustizia


della religione.


 


dell’obbedienza.


 


 


III. Della fortezza.


 


 


 


IV. Della temperanza


della castità.


 


dell’umiltà.


 


della dolcezza.


 




Note:




[1] op. cit., p. 64.



[2] Cf. S. Agostino, Lettera 167 a Girolamo, P. L., XXXIII, 735.



[3] S. Gregorio, Moral., I. XXII, c. I.