Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1435-1447)


Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO III. Capitolo II. Della contemplazione infusa. § II. I vantaggi della contemplazione. II. Della quiete soave. 1° Il raccoglimento passivo. 2° La quiete propriamente detta. 3° Il sonno delle potenze. Condotta da tenere nell’orazione di quiete.


II. Della
quiete soave.

1435.   Per questo stato e pei seguenti ci
gioveremo principalmente delle opere di S. Teresa, che queste orazioni
descrisse con sicurezza, rilievo ed esattezza incomparabili. A questa orazione
dà vari nomi: quarta mansione del Castello od orazione dei gusti
divini
, perchè è la prima in cui si avverte la presenza di Dio per via di un
certo gusto spirituale; nella Vita (c. XIV) la chiama orazione di
quiete e la simboleggia nel secondo modo di irrigazione 1435-1. Altri la denominano orazione di
silenzio, appunto perchè l’anima cessa di discorrere.
Questa orazione
ha come tre fasi distinte:


  • 1° il
    raccoglimento passivo che la prepara;

  • 2° la
    quiete propriamente detta;

  • 3° il
    sonno delle potenze che la perfeziona e prepara l’unione piena
    delle facoltà.


1° IL
RACCOGLIMENTO PASSIVO.
1436.   A) Natura. Questo
raccoglimento è detto passivo per distingerlo dal raccoglimento
attivo che si acquista coi nostri sforzi aiutati dalla grazia (n. 1317);
il raccoglimento passivo infatti non si ottiene “per opera
dell’intelletto, procurando di considerar Dio dentro di noi, nè per mezzo
dell’immaginazione, rappresendandocelo in noi” 1436-1, ma coll’azione diretta della grazia
divina sulle nostre facoltà. Per questo S. Teresa lo dice la prima orazione
soprannaturale che abbia sperimentata: “L’orazione di cui parlo è un
raccoglimento interiore che si sente nell’anima, onde pare che abbia dentro di
sè dei sensi interni come ha di fuori gli esterni. Pare che voglia, ritirandosi
in se stessa, appartarsi dai tumulti esteriori; e sentendoseli alcuna volta
venir dentro, le vien voglia di chiudere gli occhi e non vedere, nè udire, nè
intendere se non quello in che allora si occupa, che è di poter trattar con Dio
da sola a solo. Qui non si perde alcun senso o potenza, poichè tutto rimane
intiero ma per occuparsi in Dio” 1436-2.
Altrove lo spiega
con un grazioso paragone: le nostre facoltà, uscite dal castello per andarsene
con estranei, riconoscendosi poi in colpa, si riavvicinarono al castello senza
però rientrarvi. Il gran Re, che abita nel centro del Castello, si degna nella
sua grande misericordia di richiamarle a sè: “A guisa di buon pastore, con un
fischio tanto soave che quasi esse stesse non l’intendono, fa che
conoscano la sua voce e che non vadano tanto perdute ma tornino alla loro
mansione. Questo fischio del pastore ha su loro tanta forza che, abbandonando le
cose esteriori in cui stavano distratte, rientrano nel castello. Parmi di non
aver mai spiegato questo pensiero così bene come ora” 1436-3. S. Francesco di Sales 1436-4 porta un altro paragone non meno
espressivo: “Come chi ponesse un pezzo di calamita in mezzo a molti aghi,
vedrebbe subito tutte queste punte volgersi verso la diletta calamita e venire
ad attaccarsele, così quando Nostro Signore ci fa sentire in mezzo all’anima la
deliziosissima sua presenza, tutte le nostre facoltà là volgono la punta per
unirsi a quell’incomparabile dolcezza”.
Si può quindi
definire questo raccoglimento passivo: una dolce e affettuosa immersione
dell’intelletto e della volontà in Dio, prodotta da una grazia speciale dello
Spirito Santo.

1437.   B) Condotta da tenere.
Questo favore è ordinariamente il preludio dell’orazione di quiete, ma potrebbe
anche essere solo cosa passeggiera, come avviene in certe occasioni in
cui si è più fervorosi, per esempio nel giorno della vestizione, dei voti,
dell’ordinazione. Onde due conclusioni pratiche:
a) Se Dio
ci dà questo raccoglimento, impediamo soavemente all’intelletto di discorrere,
senza però fare sforzi per sospenderlo.
“Senza violenza o
strepito, procuri l’anima di troncare il discorso dell’intelletto ma non di
sospendere nè l’intelletto nè il pensiero; solo è bene che si ricordi che sta
dinanzi a Dio e chi è questo Dio. Se il medesimo Dio che sente in sè, lo
sospenderà, tanto meglio; ma non si curi di intendere che cosa sia questo,
perchè è dono fatto alla volontà. Lasci che ella se lo goda senza industria
alcuna salvo alcune amorose parole” 1437-1.
b) Ma se
Dio non ci parla al cuore, dice S. Teresa, “se conosciamo che questo Re non
ci ha sentiti nè ci guarda, badiamo di non star lì come balordi” 1437-2. Perchè quando l’anima si sforza
d’incatenare il pensiero, cade in maggiore aridità di prima, e la stessa
violenza che si fa per non pensare a nulla, le rende più inquieta la fantasia. E
poi noi non dobbiamo pensare che alla gloria di Dio e non a consolazioni e a
gusti nostri. Quando Dio vuole che l’intelletto cessi di operare, l’occupa
altrimenti e l’istruisce meglio che non farebbe la nostra attività. Ma, fuori di
questo caso, le nostre facoltà sono fatte per operare.

2° LA QUIETE PROPRIAMENTE DETTA.
Esponiamone la
natura, l’origine e i progressi, le varie forme, e
la condotta da tenere.
1438.   A) Natura. In
quest’orazione, la parte superiore dell’anima, intelletto e volontà, è afferrata
da Dio che le fa gustare riposo soavissimo e vivissimo gaudio della sua
presenza; ma la ragione o potere di ragionare, la memoria e la fantasia restano
libere e sono talora fonte di distrazioni.
a) Ecco
come S. Teresa spiega il carattere soprannaturale di quest’orazione
e il modo onde la volontà è afferrata da Dio 1438-1: “Questa è già cosa soprannaturale
che noi non ci possiamo procurare per quante diligenze facciamo.
Perchè è un
mettersi dell’anima in pace o, per dir meglio, un mettervela il Signore con la
sua presenza, come fece col giusto Simeone. Allora tutte le potenze si quietano
e l’anima intende, in una maniera molto diversa dal modo d’intendere dei sensi
esterni, che già si trova presso Dio e che con un altro poco arriverà a
trasformarsi in lui per union d’amore. Questo non è perchè lo veda con gli occhi
del corpo nè con quelli dell’anima… Ma si vede nel regno (o almeno accanto al
Re che glie lo ha da dare) e pare che stia con tanta riverenza che nè anco
ardisca di chiedere”.
La volontà
sola è qui la prigioniera
, e se alcuna pena può sentire stando così, è il
vedere che ha da tornare ad aver libertà… Niuna cosa dà loro pena nè pare che
abbia a dargliela. In somma per tutto il tempo che dura, tutte le facoltà, per
la soddisfazione e il diletto che sentono dentro, stanno così immerse ed assorte
che non vedono altro da bramare e direbbero volentieri con S. Pietro:
Signore, facciamo qui tre tende“.
Essendo
prigioniera la sola volontà, le altre due potenze possono divagare, onde
la Santa aggiunge 1438-2: “La volontà non faccia caso di loro,
ma stiasi nel suo godimento e nella sua quiete. Perchè se vorrà raccoglierle, si
smarriranno tutte e tre insieme”. Specialmente l’immaginazione va talora in giro
e ci stanca col suo chiasso assordante: una vera bàttola da mulino: “lasciamo
andare questa bàttola da mulino e attendiamo a macinare la nostra farina, non
lasciando di operare con la volontà e coll’intelletto” 1438-3.

1439.
   b) Il gaudio
spirituale
prodotto nella quiete è molto diverso da quello che si gusta
nell’orazione attiva.
Il che viene da S. Teresa spiegato paragonando i
gusti divini causati dalla contemplazione coi contenti o
consolazioni dell’orazione attiva. C’è tra loro una doppia differenza
proveniente dall’origine e dagli effetti.
1) I gusti
divini
provengono direttamente dall’azione di Dio, mentre i
contenti provengono dalla nostra attività aiutata dalla grazia.

A farlo capire si
serve della similitudine di due vasche, delle quali l’una è alimentata da un
acquedotto che, prendendo l’acqua da lontano, fa che l’acqua vi entri
rumorosamente; è l’immagine delle consolazioni che si gustano nell’orazione
attiva; e l’altra è alimentata da una sorgente che zampilla dallo stesso suo
fondo e si riempie senza strepito alcuno: immagine della contemplazione e cui
l’acqua della consolazione “scorre con grandissima pace e quiete e soavità dal
più intimo dell’anima” 1439-1.
2) Quindi i
gaudii della contemplazione sono di molto superiori a quelli dell’orazione
attiva: “Appena quell’acqua celestiale principia a uscire dalla sua vena… pare
che il nostro interno si vada tutto ampliando e dilatando. Si producono allora
beni spirituali che non si possono esprimere; e neppur l’anima sa intendere che
cosa sia quello che le vien dato in quel momento. Sente una singolare fragranza.
Per servirmi d’un paragone, è come se in quel fondo interiore stesse un
braciere ove si gettassero odoriferi profumi” 1439-2. Ma la Santa aggiunge che è paragone
molto imperfetto. Nella Vita 1439-3 afferma che queste delizie somigliano a
quelle del cielo e che l’anima perde il desiderio delle cose della terra:
“perchè vede chiaramente che neppure un istante di quella felicità può aversi
quaggiù e che non vi sono nè ricchezze, nè signorie, nè onori, nè diletti, che
possano darle, neppure per un attimo, questo vero contento e un così pieno
appagamento”.
La causa
principale di questa gioia è la sentita presenza di Dio:
“Vuole Dio per
sua munificenza che quest’anima conosca che le sta tanto vicino che non ha più
bisogno d’inviargli messageri. Può parlargli lei stessa e senza alzare la voce,
perchè le sta tanto dappresso che con un solo muover di labbro la
intende” 1439-4. È vero, aggiunge, che Dio è sempre con
noi, ma qui si tratta d’una presenza speciale: “Vuole questo Imperatore e Signor
nostro che intendiamo qui che egli ci intende e quali sono gli effetti della sua
presenza e che vuole cominciare a operare nell’anima particolari meraviglie con
quella tanta soddisfazione interna ed esterna che le dà” 1439-5.

1440.
   c) Questa dilatazione
dell’anima induce ottime disposizioni virtuose e specialmente: il
timore di offendere Dio, che prende il posto del timore dell’inferno,
l’amore della penitenza e delle croci, l’umiltà e il
disprezzo dei mondani diletti:

1) “Non si sente
più stringere dal timore dell’inferno, perchè, sebbene le resti maggior timore
d’offendere Dio, il timore servile qui si perde e rimane il filiale con gran
confidenza d’averlo un giorno o possedere. [sic] 2) Invece di temere come
prima di rovinarsi la sanità facendo penitenza, le pare ora che tutto potrà in
Dio, e per farla ha desideri maggiori di quelli finallora avuti. Prima temeva le
croci, ora le teme di meno perchè la fede è più viva; sa infatti che, se le
abbraccia per amor di Dio, la divina Maestà le darà la grazia di sopportarle
pazientemente. Anzi alcune volte le desidera, perchè le rimane una gran volontà
di far qualche cosa per lui. 3) Conoscendo meglio la grandezza di Dio, si
tiene ora per più meschina. 4) Avendo gustato le delizie di Dio, vede che
sono spazzatura quelle del mondo, e se ne va a poco a poco allontanando ed è più
padrona di sè per farlo. Resta finalmente migliorata in tutte le virtù e andrà
sempre crescendo se non che sia un’anima in grande altezza di contemplazione e
di virtù, tutto si perde” 1440-1.
1441.   Definizione. Da questa
descrizione si può dunque conchiudere che la quiete è un’orazione
soprannaturale, non intieramente passiva, che avviene nella parte superiore
dell’anima e le fa sentire e gustare Dio presente in lei.

È orazione
soprannaturale, vale a dire infusa, e in ciò ci stacchiamo da
alcuni Carmelitani che, considerandola come orazione di transizione, pensano che
possa essere acquisita come l’orazione di semplicità. Ma diciamo con loro che
non è intieramente passiva, perchè solo la volontà (coll’intelletto) è
prigioniera, mentre la ragione e l’immaginazione restano libere di divagare.
Quanto ai gusti divini e alla virtù che ne sono gli effetti, li
abbiamo altrove sufficientemente spiegati
n. 1439.

1442.   B) Origine e progresso
della quiete.
a) La quiete è ordinariamente concessa alle anime
che si sono già per notevole spazio di tempo esercitate nella meditazione e che
passarono per la notte dei sensi. Talora però precede quest’ultima,
specialmente nei giovinetti e nelle anime innocenti che non hanno bisogno di
speciale purificazione.
b) A
principio non è concessa che di tanto in tanto, in modo assai debole ed
inconscio; dura poco, per esempio, dice S. Teresa, lo spazio di un’Ave
Maria
 1442-1. Poi diventa più frequente continuando
di più, fino a una mezz’ora. Ma, non venendo sempre repentinamente nè
scomparendo tutto d’un tratto, può, coll’alba e col crepuscolo, giungere sino a
un’ora o anche più. Anzi, quando è operosa (n. 1445)
e accompagnata da ebbrezza spirituale, può durare uno o due giorni senza per
altro impedire di attendere alle occupazioni ordinarie.
c) La
quiete saporosa può alternarsi colla quiete arida, finchè non sia
compiuta la purificazione dell’anima.
d) Viene
poi il tempo in cui la quiete diviene abituale e allora ordinariamente vi
si entra appena uno si mette in preghiera; anzi alcune volte coglie l’anima
all’improvviso persino nelle occupazioni più volgari. Tende pure a farsi sempre
più forte e più consapevole, e, se l’anima corrisponde alla grazia, finisce
nell’unione piena e nell’estasi. Che se è infedele, l’anima può decadere e
tornare all’orazione discorsiva o anche perdere la grazia.
1443.   C) Forme o varietà della
quiete.
Se ne distingono tre principali: la quiete silenziosa, la
orante, la operosa 1443-1.
a) Nella
quiete silenziosa l’anima contempla Dio in un silenzio pieno d’amore,
perchè l’ammirazione soffoca, a così dire, ogni parola; la volontà, immersa in
Dio, infiammata d’amore, deliziosamente riposa in lui in calma, tranquilla,
saporosa unione.
L’anima, come
madre che divora cogli occhi il suo bambino, contempla ed ama Dio. “Sta, dice
S. Teresa 1443-2, come un bambino ancor lattante, quando
sta in seno alla madre e la madre, senza che egli poppi, gli stilla per affetto
il latte in bocca”. Così qui la volontà beve all’amore senza sforzo della mente.


1444.
   b) Talora l’anima, non
potendo più contener l’amore, si sfoga in ardente preghiera: è la quiete
orante: ora si effonde in dolci colloqui; ora s’abbandona ad impeti di
tenerezza e invita tutte le creature a lodar Dio: “dice mille sante stranezze,
mirando sempre a piacere a Colui che la tiene così” 1444-1.
S. Teresa faceva
allora poesie a descrivere il suo amore e il suo tormento. E Dio risponde
qualche volta a questi slanci d’amore con affettuose carezze che producono una
specie di ebbrezza spirituale, “la quale, secondo S. Francesco di
Sales, ci aliena non dai sensi spirituali ma da quelli corporali, non ci
inebetisce nè ci abbrutisce ma ci rende creature angeliche… e ci divinizza…
e ci fa uscire fuori di noi per innalzarci sopra di noi” 1444-2.

1445.
   c) Vi sono casi in cui la
quiete diviene operosa. Quando, dice S. Teresa 1445-1, la quiete è profonda e di lunga
durata, essendo incatenata la sola volontà, le altre facoltà rimangono libere di
occuparsi nel servizio di Dio, e lo fanno con molto maggiore operosità; allora,
pur attendendo ad opere esterne, l’anima non cessa d’amare ardentemente Dio; si
ha quindi l’unione di Marta e di Maria, dell’azione e della contemplazione.

3° IL SONNO DELLE POTENZE.
1446.   Questa terza fase della quiete è
forma più alta e prepara l’unione piena delle facoltà interne.
S. Teresa la
descrive nel capo XVII° della Vita 1446-1: “Vi è un’altra maniera di
unione… Accade spesso in questa maniera di unione che intendo dire (e in
particolare a me) che Dio s’impossessa della volontà ed anche, io credo,
dell’intelletto, perchè non discorre ma sta occupato in goder Dio, come chi sta
guardando fissamente e tante cose gli si presentano da vedere che non sa dove
fissar lo sguardo e non può render conto di nessuna. La memoria però rimane
libera e dev’essere insieme colla immaginazione. Vedendosi sola, è cosa da
stupire la guerra che fa questa potenza e come procura di turbare ogni cosa.
Questo a me reca grande affanno e l’abborisco e spesso prego il Signore che me
la tolga… Pare una di quelle farfalle notturne, importune e inquiete; così va
ella da un capo all’altro. Mi pare che il paragone calzi egregiamente, perchè,
quantunque non abbia forza di fare alcun male, tuttavia importuna e infastidisce
quelli che la vedono”… Quanto ai mezzi di trionfare di tali scorribande, ne
indica uno solo: “non far più caso della memoria o fantasia che si faccia d’un
pazzo, lasciandola con la sua pazzia, perchè Dio solo glie la può levare”. —
Come si vede, si tratta di un’orazione di quiete in cui l’intelletto stesso è
afferrato da Dio, ma dove la fantasia e la memoria continuano a divagare. È
preparazione all’unione piena.

CONDOTTA DA TENERE
NELL’ORAZIONE DI QUIETE.
1447.   La disposizione generale da
coltivare in questo stato è quella di umile abbandono nelle mani di Dio
in tutte le fasi di questa orazione dagli inizi sino al suo compimento.

a) Onde non
bisogna fare sforzi per mettersi da sè in questo stato, cercando di sospendere
le facoltà e perfino il respiro: sarebbe fatica sprecata, perchè Dio solo può
darci la contemplazione.
b) Appena
si sente l’azione divina, bisogna adattarvisi più perfettamente che sia
possibile, cessando di ragionare e docilmente seguendo il moto della grazia:

1) Se siamo
chiamati all’affettuoso silenzio, guardiamo e amiamo senza dir nulla, o
tutt’al più diciamo di tanto in tanto qualche tenera parola per ravvivare la
fiamma dell’amore, ma senza sforzi violenti che potrebbero spegnerla.

2) Se siamo
inclinati a fare atti, se gli affetti sgorgano spontaneamente, preghiamo
adagio adagio, senza strepito di parole, ma con gran desiderio d’essere
esauditi. “Alcune pagliuzze poste con umiltà… saranno qui più opportune e
serviranno meglio ad accendere il fuoco che non molte legna insieme di
ragionamenti molto dotti a parer nostro, e che potrebbero in un attimo spegnere
quella scintilla” 1447-1. Bisogna soprattutto, aggiunge
S. Francesco di Sales 1447-2, evitare gli slanci violenti e
indiscreti che spossano il cuore e i nervi, e quelle riflessioni sopra se stessi
con cui uno si affanna a sapere se la tranquillità di cui gode è veramente
tranquilla.
3) Se la mente è
l’immaginazione divagano, non occorre inquietarsi nè inseguirle; la
volontà “rimanga a godersi il favore che le è concesso come un’ape sapiente in
fondo all’alveolo. Se in cambio di entrare nell’alveare, le api si corressero
tutte in cerca le une delle altre, come si potrebbe fare il miele?”

§ II. Orazione
di unione piena.

1448.   Quest’orazione che corrisponde alla
quinta mansione, viene detta unione semplice o unione piena delle
facoltà interne
, perchè l’anima è unita a Dio non solo con la volontà ma
anche con tutte le facoltà interne, onde è più perfetta dell’orazione di quiete.
Ne descriveremo:


  • 1° la
    natura,

  • 2° gli
    effetti.


NOTE
1435-1 Santa Teresa, nella sua Autobiografia o
Vita scritta da lei stessa in 40 capitoli, apre al capitolo 11 una
parentesi, per esporre con una graziosa similitudine quattro modi di
orazione.
Assomiglia l’anima di chi si dà all’orazione a un giardino in cui
il padrone, Dio, schiantate le male erbe, ve ne piantò delle buone, lasciando al
giardiniere, che è l’anima, l’incarico di irrigarle, perchè quelle tenere
pianticelle crescano in bellissimi e odorosi fiori, fra i quali poi possa il
divino padrone deliziarsi. Ora, dice la Santa, il giardiniere può irrigare il
giardino in quattro diversi modi: 1° cavando l’acqua da un pozzo con
un sechiello a forza di braccia; 2° maneggiando una macchina, poniamo la
noria o la tromba; 3° derivando acqua da una sorgente o da un fiume e
conducendola nei solchi o nelle aiuole del giardino; 4° colla benefica
pioggia del cielo. Nel corso poi dei dieci seguenti capitoli applica la
similitudine di questi quattro modi di irrigazione, spiegando con
sapiente dottrina pratica i quattro modi di orazione che sono le quattro
mistiche acque;
prima acqua: l’orazione mentale ordinaria; seconda
acqua: l’orazione di quiete; terza acqua: l’orazione di unione;
quarta acqua: l’estasi (N. d. T.).
1436-1 S.
Teresa, Castello, Mansione quarta, c. III, n. 3 (vers. del
P. Federico, T. II, pag. 265).
1436-2 Relaz. al P. Rodrigo Alvarez,
(versione del P. Federico, T. II, Parte seconda, Relazione IV, pag. 205).

1436-3 Castello, Mansione quarta, c. III, n. 2,
3 (versione del P. Federico, T. II, Parte Prima, p. 265).
1436-4 Teotimo, l. VI, c. 7 (Libreria Salesiana,
Torino-Roma).
1437-1 Castello, Mans. quarta, c. III, n. 7
(versione del P. Federico, T. II, p. 267).
1437-2 Castello, Mans. quarta, c. III, n. 5
(versione del P. Federico, T. II, p. 266).
1438-1 Cammino della perfezione, c. XXXI, n. 2.
(versione del P. Federico, t. II, p. 218). — La Santa non parla che della
volontà, perchè, come regina delle facoltà, è quella che per la prima e più
fortemente viene afferrata, essendo la contemplazione atto di amore più che di
conoscenza; ma non operando la volontà se non illuminata dall’intelletto, anche
questo è in qualche modo sotto il governo di Dio.
1438-2 Vita, c. XIV, n. 3 (versione del
P. Federico, T. II, Parte 1, p. 42).
1438-3 Castello, Mansione quarta, c. I, n. 13
(vers. ital., T. II, Parte 1, p. 262).
1439-1 Castello, Mansione quarta, c. II, n. 2-5
(versione ital., p. 263).
1439-2 Castello, Mansione quarta, c. II, n. 6
(versione ital. p. 264).
1439-3 Vita, c. XIV, n. 4; (versione ital., T.
II, Parte I, p. 42-43).
1439-4 Vita, c. XIV, n. 5.
1439-5 Vita, c. XIV, n. 6.
1440-1 Castello, Mansione quarta, c. III, n. 9
(versione italiana, p. 267).
1442-1 S.
Giov. della Croce fa osservare (Salita, l. II, c. XIV) che il tempo corre
così rapido quando si gode della contemplazione, che uno talora s’inganna sulla
sua durata: ciò che pare non esser durato che due o tre minuti può molto bene
aver continuato di più.
1443-1 Cassiano aveva già notato queste varietà,
(Conf. X, c. 24).
1443-2 Cammino della perfezione, c. XXXI, n. 9;
(versione italiana, T. II, Parte I, p. 220).
1444-1 Vita, c. XVI, n. 4; (versione ital. T.
II, Parte I, p. 49-50).
1444-2 Teotimo o Trattato dell’Amor di
Dio
, l. VI, c. VI (versione del Prof. Fabre, Libreria Salesiana,
Torino-Roma).
1445-1 Cammino della perfezione, c. XXXI, n. 4 e
5; (versione italiana, T. II, Parte I, p. 219).
1446-1 Vita, c. XVII, n. 5, 6, 7; (Vers. ital.
pag. 52-53).
1447-1 S. Teresa, Vita, c. XV, n. 7;
(vers. ital. del P. Federico, pag. 46).
1447-2 Teotimo, l. VI, c. 10, (Libreria
Salesiana, Torino-Roma).