B. TEOFANO VÉNARD (1829-1861).

Questo sacerdote fa parte del glorioso manipolo di martiri che si sono formati alla vita apostolica nel seminario delle Missioni Estere di Parigi.
Nel 1841 Vénard, dopo avere appreso un po’ di latino dal parroco, fu mandato a studiare nel collegio di Doué-la-Fontaine. Iniziò allora quella lunga serie di lettere, così piene di sensibilità, d’immaginazione e buon senso, da lui dirette al padre e alla sorella Melania, che in famiglia aveva preso il posto della madre. Negli ultimi due anni di studi, per l’incomprensione dei professori, il santo andò soggetto a una grave crisi da cui si riprese soltanto grazie alle raccomandazioni che da casa gli facevano il padre e la sorella. Nella sua profonda umiltà diceva: “Per essere prete, occorre essere un santo. Per dirigere gli altri, occorre innanzi tutto saper dirigere se stessi… Egli sentiva che Dio lo chiamava all’apostolato nelle missioni.

Questo sacerdote fa parte del glorioso manipolo di martiri che si sono formati alla vita apostolica nel seminario delle Missioni Estere di Parigi. Teofano nacque il 21-2-1829 a St-Loup-sur-Thouet, nella diocesi di Poitiers (Francia) da una famiglia profondamente cristiana e patriarcale. Sotto la guida specialmente del padre, crebbe dolce e mite di cuore, ma risoluto di carattere, tanto da fare concepire le più belle speranze di sé.
 Al pascolo leggeva gli Annali della Propagazione della Fede. Un giorno alla descrizione delle sofferenze patite da S. Giancarlo Cornay (+1837), primo martire francese del Tonchino, prese una risoluzione eroica: “Io pure voglio andare al Tonchino; io pure voglio essere martire”.
Nel 1841 Vénard, dopo avere appreso un po’ di latino dal parroco, fu mandato a studiare nel collegio di Doué-la-Fontaine. Iniziò allora quella lunga serie di lettere, così piene di sensibilità, d’immaginazione e buon senso, da lui dirette al padre e alla sorella Melania, che in famiglia aveva preso il posto della madre. Negli ultimi due anni di studi, per l’incomprensione dei professori, il santo andò soggetto a una grave crisi da cui si riprese soltanto grazie alle raccomandazioni che da casa gli facevano il padre e la sorella. Nella sua profonda umiltà diceva: “Per essere prete, occorre essere un santo. Per dirigere gli altri, occorre innanzi tutto saper dirigere se stessi… Come potrei sopportare un genere di vita simile, io che sono così poco avanzato nel cammino della virtù?”.
 Teofano moltiplicò le preghiere, recitò con più devozione il rosario che alla morte della mamma (1843) aveva promesso di dire tutti i giorni, e così uscì vincitore dalla lotta. A diciott’anni andò a studiare filosofia nel seminario di Montmorillon e poi la teologia nel seminario maggiore di Poitiers, dove tutto lo incantò: la cella, il quotidiano raccoglimento, le feste liturgiche, gli studi in cui riusciva a meraviglia. Scrisse difatti con molta convinzione: “Il seminario è il paradiso in terra”.
Ciò nonostante egli sentiva che Dio lo chiamava a un apostolato più vasto nelle missioni. come traspare dalle lettere che mandò alla prediletta sorella. Quando fu ammesso al suddiaconato confidò a babbo: “Dio che è pieno di bontà e di misericordia, vuole possedermi interamente, corpo e anima. unirsi a me con legami indissolubili. Sì, in questo momento mi chiede il cuore; e io, confuso per tanto amore e bontà, che altro posso dire se non che glielo voglio dare?”
 Al vescovo Mons. Luigi Pie (+1880) manifestò il desiderio di entrare nel seminario delle Missioni Estere di Parigi e fu accontentato. Il 7-2-1851 ne avvertì per lettera il padre, ma perché la notizia non lo sconvolgesse, tra l’altro gli disse: “Mettiti in ginocchio, prendi il crocifisso sospeso al camino dell’ufficio, quello che, penso, ha ricevuto l’ultimo sospiro di mia madre, e dì: Mio Dio! io pure lo voglio; che la tua volontà sia fatta! Amen.! ”
 Alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale, confidò ai familiari: “Nella festa della SS. Trinità (1852) sarò prete! Mio Dio! Non ho la forza di avere un pensiero; non so se devo cantare o gemere… Sono un frutto giovane e ancora verde, eppure bisognerebbe che fossi maturo in un mese… Spero nel Signore che mi alleverà e m’illuminerà, e mi darà forza dolcezza. umiltà, prudenza, scienza e carità”.
Pochi mesi dopo il santo partì per l’Estremo Oriente al posto di un altro missionario impedito. A Singapore, dove si fermò alcuni giorni, incontrò quattro giovani annamiti che si recavano al seminario di Pinang con rischio della vita, e se ne entusiasmò pur ignorando che gli sarebbe toccata in sorte l’evangelizzazione della loro terra. Difatti solamente a Hong Kong, dopo quindici mesi di attesa, fu raggiunto da un biglietto del suo superiore, Don Barran, che gli annunciava: “A lei, signor Vénard, è affidata la gemma del Tonchino”. Egli aveva trascorso quel tempo nello studio del cinese e nella preparazione ai futuri combattimenti.
 Dopo aver messo piede sulle terre del suo apostolato (1854) scrisse ai suoi cari: “Mi sono allora offerto a Dio, sottomettendomi a tutto quello che sarebbe piaciuto alla sua bontà di disporre a mio riguardo; invocai Maria, mia regina e mia madre, mi misi sotto la protezione del mio buon angelo e degli angeli protettori del Tonchino”. Il termine del suo viaggio fu Vinh Tri, grande centro della missione e residenza di Mons. Pietro Retord, vescovo del Tonchino Occidentale (Vietnam) che il santo accompagnò dopo alcuni mesi nelle visite pastorali avendo appreso molto presto la lingua del paese.
 Fin dal 1851 il re Tu-Duc (1847-1883), per istigazione dei mandarini, dal palazzo di Hué aveva emanato un editto con cui ordinava che i sacerdoti europei fossero gettati nel fiume, che i sacerdoti vietnamiti fossero squartati in due e i loro beni andassero al delatore con il premio di trecento talenti d’argento.
L’applicazione dell’editto da parte del governatore subì una mitigazione giacché un prete, imprigionato a causa della fede, gli aveva ottenuto la guarigione del figlio. Nel 1855 il santo attestò: “Non abbiamo avuto nessun martire, le nostre case sono sfuggite alla distruzione. Chi ne ha sofferto di più sono le nostre borse. È stato necessario chiudere la bocca ai mandarini con delle verghe d’argento”.
 Nel 1856 un secondo editto del re ordinò che tutti i cristiani fossero proscritti. Allora il governatore inviò un catechista al sacerdote Le Bao Thinh, suo amico, per avvertirlo che i mandarini avrebbero perquisito il seminario di Vinh Tri. Il messo giunse a destinazione quando i soldati avevano già circondato il centro missionario. Le Bao Thinh si era presentato da solo all’ufficiale, in qualità di direttore, permettendo così a Mons. Retord, al P. Vénard e ad altri sacerdoti con cento studenti, di andare a nascondersi nelle caverne circostanti. Le Bao Thinh però venne decapitato, i notabili esiliati e il villaggio distrutto.
 Il santo andò ramingo per i monti, esposto a fatiche e a pericoli di ogni genere, finché fissò la sua dimora nel seminario di Hoang-Nguyen dove si faceva sentire meno la crudeltà del governatore di Hanoi, capoluogo del distretto. In città poté predicare, confessare, visitare le cristianità dei dintorni finché cadde gravemente malato. Si era appena alzato da letto quando un allarme l’obbligò a lasciare Hoang-Nguyen e a starsene nascosto per un mese in un angusto rifugio. Verso Pasqua, essendo ritornata la calma, il povero recluso uscì dalla prigione per fare ritorno al posto di lavoro.
 In cammino fu sorpreso da una pioggia fredda e penetrante che gli cagionò una tosse violenta con febbre e oppressione. Il malato venne trasportato a Vinh-Tri e curato nel migliore dei modi, ma tutto sembrò inutile. Teofano stesso scrisse: “Mi spengo a poco a poco come una candela, sto attaccato alla vita soltanto per un capello, sono dichiarato spacciato dai medici. Viva la gioia a qualunque costo!” All’inizio del 1857 non restava più alcuna speranza di guarigione, e a tutti, e al povero tisico in particolare, sembrava prossima la fine, quando un’ultima cura, dolorosa ma efficace, riuscì a debellare definitivamente il male.
 I peggiori pericoli restavano sospesi sulle teste dei missionari a cagione dell’odio dei pagani. Ci fu presso la corte di Hué un debole intervento dell’ambasciatore francese (1857) a protezione dei cattolici, ma non fece altro che accrescere l’avversione del re contro di loro. La persecuzione cominciò subito nella provincia di Nam-Dinh. Il Vénard si trovava ancora a Vinh-Tri insieme con il suo vescovo e un confratello, quando i soldati circondarono improvvisamente il villaggio. Grazie all’eroica dedizione di un prete indigeno, gli europei poterono sfuggire alle mani dei persecutori rifugiandosi nei nascondigli che tenevano pronti. Mons. Retord fuggì sulle montagne; il santo ritornò segretamente a Hoang-Nguyen, dove esercitò un intenso ministero nelle quattro parrocchie che gli erano state affidate e che contavano circa 12.000 anime. Egli avrebbe voluto guadagnare al Vangelo gli altri 250.000 pagani che popolavano il suo distretto, invece fu costretto a constatare con tristezza: “Le conversioni sono rare e molte di quelle che si fanno non perseverano. Oh, quanto è triste guardarsi intorno e non scorgere che villaggi pagani!”
 Mentre il Vénard sognava nuove conquiste, altri due editti del re emanati nel 1858 cagionarono l’arresto di numerosi cristiani. Anche la comunità di Hoang-Nguyen fu assalita e distrutta. Avvisato in tempo il santo poté fuggire, ma per soggiacere a nuovi pericoli. D’ora innanzi andrà errando di rifugio in rifugio, vivrà circondato quasi ovunque da pagani ostili e da cristiani terrorizzati, e si troverà in balìa di spioni e di traditori. Il missionario condivise con il suo catechista, talvolta con un confratello proscritto e fuggitivo come lui, il piccolo appartamento messogli a disposizione dalle religiose chiamate Amanti della Croce di But-Dong. Di giorno attendeva alla preghiera e alla lettura, alla corrispondenza, alla traduzione di opere bibliche, la sera confessava e istruiva i fedeli che col favore delle tenebre accorrevano a lui. A più riprese il mandarino locale, avvertito dai pagani del villaggio, fece delle perquisizioni a But-Dong. Non riuscì a mettere le mani sul missionario europeo, ma ridusse il convento delle suore a un mucchio di macerie.
 Il santo trovò rifugio presso l’indulgente sindaco pagano di Tan. Le numerose defezioni di cristiani però lo spinsero a uscire dal suo rifugio e a visitare per cinque mesi vari luoghi del distretto per esortare gli apostati a ritornare alla fede. L’ultima sua tappa fu Kim-Bang. Il sindaco di un villaggio vicino, essendo riuscito a scoprirne la presenza in casa di una poverissima vecchia, con l’aiuto di soldati lo arrestò il 30-11-1860, lo condusse in barca alla propria casa e lo rinchiuse in una gabbia di bambù perché fosse trasportato alla sottoprefettura di Phu-Ly.
 Il Vénard notificò la sua cattura ai familiari in questi termini: “Il buon Dio nella sua misericordia ha permesso che cadessi nelle mani dei cattivi… Domani, 4 dicembre, sarò condotto alla prefettura (Hanoi). Ignoro quello che mi sarà riservato, ma non temo nulla; la grazia dell’Altissimo è con me. Maria Immacolata non mancherà di proteggere il suo misero servo… Eccomi dunque entrato nell’arena dei confessori della fede… Quando conoscerete i miei combattimenti, confido che apprenderete egualmente le mie vittorie… Se ottengo la grazia del martirio, allora soprattutto mi ricorderò di voi”.
 Il martire ci ha lasciato la descrizione del suo ingresso nella capitale del Tonchino: “Voi mi vedete che sto tranquillamente seduto nella mia gabbia di legno, portata da otto soldati, in mezzo a una folla sterminata che fa ressa sul mio passaggio. Sento dire attorno a me: “Com’è bello questo europeo! Egli è sereno e lieto come uno che va ad una festa! Non denota paura! Costui non ha commesso alcun peccato. E venuto in Annam per fare del bene, tuttavia sarà messo a morte -“. I giudici stessi, nell’interrogatorio che seguì, non nascosero la loro simpatia per l’accusato tanto si mostrava distinto nel tratto, dolce e cortese nelle risposte. Ciò nonostante, in ottemperanza alla legge, il 17-12-1860 fu condannato alla pena capitale perché si era rifiutato di calpestare la croce che gli era stata presentata. Dichiarò allora il martire: “Grandi mandarini, non temo la morte. Sono venuto qui a predicare la vera religione. Nono sono colpevole di nessun crimine, ma se l’Annam mi uccide, verserò il sangue con gioia per l’Annam” (Vietnam).
 Otto settimane trascorsero prima che giungesse la ratifica della sentenza da parte del re. Installato alla porta stessa della prefettura, il Vénard ne approfittò per catechizzare quanti lo andavano a visitare. I soldati che lo custodivano si dimostrarono indulgenti verso di lui. Attestò il prigioniero stesso: “Non ho ricevuto un solo colpo di bacchetta. Sono andato incontro a pochi disprezzi, a molte simpatie: nessuno qui vorrebbe farmi morire. Non soffro nulla a confronto dei miei fratelli. Non avrò che da curvare umilmente la testa sotto la scure, e subito mi troverò alla presenza del Signore, e prenderò posto sotto la bandiera degli uccisi per il nome di Gesù, e intonerò l’eterno osanna”.
 Il martire si preparò con fervore al trionfo nonostante il frastuono del palazzo e l’andirivieni dei soldati e degli stranieri. Sovente, durante la giornata, egli congedava dolcemente i visitatori per inginocchiarsi nella gabbia e pregare. Verso sera talora gli era permesso di uscire fuori per andare a confessarsi dai preti detenuti nel carcere, o passeggiare recitando il rosario e cantando inni di ringraziamento al Signore, tra lo stupore dei soldati. Quando la vigilanza divenne più severa, il vescovo coadiutore incaricò il prete Thinh di andarlo a confessare e una donna fidata di portargli la comunione.
 Il santo si avviò al martirio la mattina del 2-2-1861 attorniato e seguito da un centinaio di soldati e rivestito di un abito di cotone bianco e un altro di seta nera che si era fatto preparare per la circostanza. Alla porta della città, avendo visto distesa per terra la croce, interruppe il canto del Magnificat. Non avrebbe voluto passarci sopra, ma vi fu costretto a viva forza. Con lo sguardo cercò allora il prete Thinh che avrebbe dovuto impartirgli l’assoluzione lungo il cammino, ma costui non si era recato sul posto perché non ne era stato informato a tempo.
 Giunto al luogo dell’esecuzione, il Vénard si sedette sulla stuoia di tela preparata da alcune pie donne. Un soldato potè così spezzargli le pesanti catene che portava al collo e ai piedi. Alzatesi, cercò ancora una volta invano con lo sguardo il prete Thinh, tracciò un segno di croce sulla folla e poi s’inginocchiò accanto al piolo di bambù. Il carnefice gli chiese quanto gli avrebbe dato se lo avesse decapitato procurandogli il minor male possibile, ma il martire gli rispose: “Niente, fa’ il tuo mestiere”. Si lasciò quindi spogliare delle vesti e legare al piolo con gli avambracci stretti dietro la schiena. Il boia non doveva essere molto esperto nel suo mestiere se gli furono necessari cinque colpi di spada per mozzargli la testa.
 Appena i soldati lasciarono il campo libero, la folla si precipitò sul corpo del martire per raccoglierne il sangue con carta e pannolini. Nel 1865 le spoglie mortali del missionario furono trasportate in Francia nel Seminario della Società per le Missioni Estere di Parigi. Pio X beatificò il F. Teofano Vénard con altri diciannove martiri l’11-4-1909, e Giovanni Paolo II lo canonizzò il 16-6-1988 con altri 116 testimoni della fede nel Vietnam.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 42-48.
http://www.edizionisegno.it/

B. TEOFANO VÉNARD (1829-1861)

Nel 1841 Vénard, dopo avere appreso un po’ di latino dal parroco, fu mandato a studiare nel collegio di Doué-la-Fontaine. Iniziò allora quella lunga serie di lettere, così piene di sensibilità, d’immaginazione e buon senso, da lui dirette al padre e alla sorella Melania, che in famiglia aveva preso il posto della madre. Negli ultimi due anni di studi, per l’incomprensione dei professori, il santo andò soggetto a una grave crisi da cui si riprese soltanto grazie alle raccomandazioni che da casa gli facevano il padre e la sorella. Nella sua profonda umiltà diceva: “Per essere prete, occorre essere un santo. Per dirigere gli altri, occorre innanzi tutto saper dirigere se stessi… Come potrei sopportare un genere di vita simile, io che sono così poco avanzato nel cammino della virtù?”.

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