B. MARCELLO SPINOLA y MAESTRE (1835-1906)

Desiderando santificarsi, il Beato unì all’esercizio del suo lavoro la frequenza ai sacramenti e lo studio della teologia fuori del seminario. Per darsi più completamente al servizio del prossimo rinunciò all’avvocatura e all’antico titolo di marchese di Spinola, e volle essere ordinato sacerdote il 21-5-1864 dal suo vescovo, il card. Ludovico de Lastra e Cuesta. Fece allora proprie le massime: “O la santità o la morte”; “prima morire che peccare”.

19 gennaio
Questo arcivescovo di Siviglia, vero buon pastore e fondatore delle Ancelle Concezioniste del S. Cuore, nacque il 14-1-1835 nella città di San Ferdinando, della provincia di Cadice e della diocesi di Siviglia (Spagna), da Giovanni Spinola, capitano dell’esercito, e da Antonia Maestre, entrambi di antica nobiltà. Il giorno successivo fu battezzato con i nomi di Marcello, Raffaele, Giuseppe, Maria Addolorata, Ilario dal parroco del Battaglione 2° del Real Corpo di Artiglieria di Marina. Fu educato dai genitori con somma cura in casa. Alla scuola di un santo sacerdote il Beato apprese i primi rudimenti delle lettere. Fu sempre il primo della classe e modello ai suoi compagni nell’applicazione e nella condotta. Fisicamente era piccolo, magro e molto pallido, ma con una espressione di bontà, affabilità e dolcezza tale che gli attirava la simpatia dei compagni. Lo chiamavano, difatti, “il novizio”, e gli dedicavano versi laudativi.
Dal 1844 al 1849 il Beato continuò gli studi liberali a Cadice, a Granada e a Valenza. Dal 1849 al 1856 frequentò la facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Valenza e di Siviglia riportando ovunque ottimi voti e distinguendosi tra i compagni per la illibatezza dei costumi. Appena conseguì la laurea in giurisprudenza esercitò l’avvocatura prima a Siviglia e poi a Huelva. Avendo di che vivere, prese a difendere gratuitamente le cause dei poveri e dei derelitti. Poiché di queste buone opere non voleva neppure essere ringraziato, i poveri si nascondevano dietro la porta del suo appartamento per esprimergli quando egli arrivava, la loro riconoscenza.
Desiderando santificarsi, il Beato unì all’esercizio del suo lavoro la frequenza ai sacramenti e lo studio della teologia fuori del seminario. Per darsi più completamente al servizio del prossimo rinunciò all’avvocatura e all’antico titolo di marchese di Spinola, e volle essere ordinato sacerdote il 21-5-1864 dal suo vescovo, il card. Ludovico de Lastra e Cuesta. Fece allora proprie le massime: “O la santità o la morte”; “prima morire che peccare”.
Don Marcello cominciò subito ad esercitare il ministero sacerdotale nella città di Sanlucar de Barrameda. Al riguardo dichiarò sua sorella: “Non aveva alcun ufficio, però, esercitò il ministero dedicandosi al confessionale, alla predicazione, alla visita dei malati. Fu pure il P. Maggiore dell’Associazione di San Pietro ad Vincula. La trovò languente per mancanza di fondi e la lasciò fiorente. Quanto sia stato attivo in quel periodo della vita si deduce dagli 878 bambini da lui battezzati e dai 361 matrimoni da lui benedetti fino al 1869. Il 14-4-1871 il suo arcivescovo lo nominò Vicario Economo della parrocchia di San Lorenzo in Siviglia. Ne approfittò per sostenere due istituzioni: le Suore della Croce per le quali pagò l’affitto della prima casa, e le Suore Riparatrici del S. Cuore di Gesù. Nel mese di maggio 1879 fu nominato prima canonico della cattedrale e poi giudice presinodale.
Il 9-8-1880 Leone XIII nominò Don Marcello vescovo di Milo, e lo diede come ausiliare all’arcivescovo di Siviglia. Nello svolgimento dei suoi compiti diede prova di grande maturità. Il suo equilibrio emerse soprattutto nella celebrazione del bicentenario della morte del pittore barocco Bartolomeo S. Murillo (1618-1682). D’accordo con le autorità civili e religiose era stata organizzata una processione artistico-religiosa a lode della Vergine Immacolata. Mons. Spinola l’avrebbe guidata a nome del suo arcivescovo, Mons. Lluch y Garriga. Gli anticlericali e i massoni, però, cercarono di impedirla con schiamazzi e lancio di pietre. A sostegno dei giovani cattolici il Beato si spogliò allora delle insegne episcopali, si rivestì di quelle proprie dei membri dell’Associazione di San Pietro ad Vincula e, a nome proprio, si mise alla testa della processione con grande gioia dei credenti.
Da Siviglia Mons. Spinola fu trasferito alla sede di Goria (Tbiedo), dove svolse un fecondo apostolato con la predicazione e le lettere pastorali. Ogni settimana visitava personalmente i poveri e i malati e sovveniva alle loro necessità con l’ausilio di alcune signore. Per confermarle nei loro propositi di bene, con la cooperazione della signora Mendez y Delgado, ved. del marchese de la Puebia, nel 1855, fondò e diresse le Ancelle Concezioniste del S. Cuore. Diverse persone non videro di buon occhio la scolta che aveva fatta della marchesa, donna ricca e bella. Perché persuaderla a dedicarsi alla preghiera e all’educazione e istruzione delle orfane? Venutone a conoscenza il fondatore rispose: “Quando non conoscevo la volontà di Dio andavo vacillante; ora che la conosco, vado avanti e nulla mi importa della persecuzione e del disprezzo degli uomini”. Anche in mezzo ad altre contrarietà subite da parte di alcuni suoi sacerdoti fu forte di animo, e benché possedesse un temperamento irruente, non fu mai visto adirarsi e usare parole dure con i suoi collaboratori e dipendenti. Durante la sua permanenza a Coria visitò tutta la diocesi in carrozza o a cavallo benché, a causa delle emorroidi, provasse un vero martirio.
Nel 1886 Leone XIII trasferì Mons. Spinola alla sede di Malaga. Andarono a riceverlo non solo le autorità, ma tutte le classi sociali, Appena lo videro e lo udirono parlare, esclamarono: “Abbiamo un vescovo santo. Peccato che sia tanto malato”. Anche a Malaga il Beato adottò gli stessi metodi pastorali che aveva sperimentati con successo nelle sedi precedenti. Predicava assiduamente in cattedrale e nelle varie chiese della diocesi anche se non disponeva neppure di una carrozza propria. La gente accorreva numerosa a udirlo perché compiva questo suo ministero con molta semplicità e unzione. Un massone un giorno volle prendere parte per curiosità a un sermone del suo vescovo. Quando usci di chiesa non potè fare a meno di esclamare: “Quest’uomo intenerisce anche le pietre”.
Al mattino, dopo la celebrazione della Messa, il santo pastore si intratteneva in orazione per lo spazio di un’ora. Durante il giorno amava trascorrere nel suo oratorio i momenti che gli rimanevano liberi dagli impegni. Nel pomeriggio andava a pregare per un’ora nelle chiese in cui veniva esposto il SS. Sacramento per le Quarantore. In mattinata dava udienza a quanti desideravano parlargli anche fuori delle ore stabilite. Non si preoccupava del pranzo perché ogni giorno era solito mangiare e dormire poco. Era sollecito soltanto di spendere tutti i risparmi nel soccorso ai poveri specialmente nel giorno del suo onomastico e nella settimana santa. Per aiutarne il maggior numero possibile vendette il proprio anello pastorale e una croce pettorale che gli era stata regalata, non fece viaggi di diporto, né trascorse giorni di vacanza nella residenza estiva di Umbrete, proprietà degli arcivescovi di Siviglia. Anche a Màlaga Mons. Spinola fece puntualmente la visita pastorale a tutte le parrocchie della diocesi, anche quelle più scomode. Ovunque era seguito dalle autorità e dal popolo che non si stancava di esclamare: “Ecco il santo!” Se qualcuno gli raccomandava di non stancarsi troppo, rispondeva: “Avrò tempo di riposarmi in cielo”.
Nel 1896 Leone XIII volle premiare lo zelante pastore promuovendolo alla sede arcivescovile di Siviglia. Vi rimarrà fino alla morte dando prova di una instancabile attività. Appena si rese conto delle necessità della diocesi, dispose che i parroci o altri sacerdoti nelle parrocchie, nelle scuole e nelle carceri spiegassero il catechismo. Per la formazione delle famiglie degli operai cooperò all’insediamento in Siviglia delle Suore dell’Istituto Catechista Dolores Sópena. Per arginare l’influsso delle logge massoniche fu patrono del primo congresso della buona stampa di Spagna. Per una più adeguata formazione del clero fece trasformare in seminario il palazzo di Sant’Elmo lasciategli in dono da Maria Luisa di Borbone, e ottenne da Leone XIII che fosse elevato al grado di università pontificia. Per confermare i fedeli nella fede e nei buoni costumi, visitò due volte tutta la diocesi, convocò un sinodo e un concilio provinciale, fu imparziale nell’assegnazione dei benefici e retto nell’agire.
Come al solito il Beato ebbe soprattutto cura dei poveri, dei carcerati, dei malati che visitava sovente sull’imbrunire in compagnia del maggiordomo. Nel 1905 molti operai, a causa di una persistente siccità, erano rimasti senza lavoro. Per sovvenire alle loro necessità il santo pastore, nonostante i suoi settant’anni di età, per sei giorni consecutivi, non esitò ad aggirarsi per le strade e per le piazze di Siviglia, entrare con un cappello in mano nei bar e nelle locande per chiedere per gli affamati l’aiuto di cui avevano bisogno.
Ovunque fu accolto con espressioni di stima e di ammirazione. Non lo chiamavano tutti, anche i ricchi, il santo arcivescovo di Siviglia?
Nel governo della diocesi non mancarono a Mons. Spinola incomprensioni e anche piccoli attriti con il primate di Spagna, il card. Ciriaco Sancha, a motivo di diversità di vedute circa l’atteggiamento da tenere riguardo ai liberali nelle elezioni politiche. In occasione dell’incoronazione di Alfonso XIII a re della Spagna e in altri contatti, il Beato chiese umilmente scusa al primate del dispiacere che gli aveva dato, lo ospitò nel proprio palazzo e lo invitò a incoronare a Siviglia la Madonna dei re. Il Cardinale rimase tanto ammirato della sincerità di Mons. Spinola che più tardi, in seminario, proclamò: “Questa diocesi è governata da un pastore talmente buono che salirà un giorno all’onore degli altari”. Eppure l’interessato si considerava un grande peccatore. In occasione di una festa, rispose agli auguri del capitolo della cattedrale: “Che peccato che una diocesi tanto grande abbia un vescovo così piccolo!”.
Mons. Spinola fu cortese con tutti. Benché non si occupasse di politica, le sue relazioni con le autorità civili e con la monarchia furono cordiali. Per soddisfare alle esigenze sociali qualche volta accettò inviti a corte. Un giorno, durante un ricevimento all’Alcazar, la regina Isabella II (1904) gli domandò se era contento. Le rispose candidamente: “Signora, rassegnato”. L’On. Canalejas, presidente del consiglio dei ministri, parlando di lui un giorno disse : “Io con quest’uomo andrei dovunque”. Quando fu presidente del consiglio dei ministri l’On. Praxedes Mateo Sagasta gli anticlericali promossero una violenta campagna contro gli Ordini Religiosi e alle camere presentarono un progetto di legge mirante alla soppressione dell’insegnamento religioso nelle scuole. Il Beato prese parte alle sedute del senato, e parlò contro il disegno di legge con tanta abilità e convinzione che, alla fine, ottenne che fosse ritirato.
Benché il santo arcivescovo si disinteressasse di politica, alcuni si ostinavano a considerarlo un “carlista”. Corse voce che, per quel sospetto, gli fosse ritardata la dignità cardinalizia che, per tradizione, competeva alla sua arcidiocesi. Egli scrisse perciò una lettera alla segreteria di Stato per sapere se il sommo pontefice riteneva conveniente che desse le dimissioni da vescovo. Era, del resto, proverbiale la sua obbedienza pronta e cieca alle disposizioni della S. Sede. Se tra il suo clero sorgevano discussioni riguardo a disposizioni del papa le troncava sul nascere dicendo: “Roma ha parlato e noi dobbiamo obbedire”. Con il passare del tempo e con il mutare delle circostanze, da parte della monarchia cessarono i sospetti nei suoi riguardi.
Ricevette la porpora l’11-12-1905 da Pio X e la berretta cardinalizia dalle mani del re Alfonso XIII alla fine dello stesso mese.
La vita del card. Spinola volgeva ormai al termine. Benché si sentisse già malato l’11-1-1906 ritornò a Madrid per assistere alle nozze dell’Infanta Donna Maria Teresa con il principe Don Fernando di Baviera. A causa di un’ernia strozzata di cui, per pudore, non parlò neppure al suo medico, non poté recarsi a Roma per l’investitura da parte del papa. Morì piamente il 19-1-1906 dopo avere benedetto la diocesi ed esclamato brandendo il crocifisso: “Mi rallegrai quando mi dissero: Andiamo alla. casa del Signore”. (Sl 121,1). Per pagare le spese della malattia o dei funerali la sorella dovette vendere parte della biblioteca di lui. Non aveva lasciato soldi. Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 24-9-1983 e lo beatificò il 29-3-1987.

 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 227-231.
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