B. GIOVANNI SARKANDER (1576-1620)


Benché alla scuola dei Gesuiti Don Giovanni avesse imparato l’arte di convertire gli eretici e la maniera di esercitare con frutto il ministero sacro, agli inizi del suo apostolato non ebbe molto successo. Il Card. Dietrichstein nel 1609 lo mandò ad Opava perché aiutasse il fratello, Don Nicola, nella vicina parrocchia di Jaktar, ma ben presto vi rinunciò. L’anno successivo, fu nominato viceparroco di Unicov, ma fu costretto ad abbandonare l’ufficio perché, insieme al fratello, era stato accusato di cospirazione contro l’imperatore d’Austria, Rodolfo II (+1612), il quale nonostante gli sforzi compiuti con l’aiuto dei Gesuiti per una restaurazione cattolica, con la pace di Vienna nel 1606, era stato costretto a concedere la libertà di culto ai protestanti d’Ungheria e di Transilvania. Arrestato e interrogato dalle autorità ecclesiastiche, il Beato fu riconosciuto innocente.


Questo Beato, parroco e martire del sigillo sacramentale,
nacque il 20-10-1576 a Skoczów, nella diocesi di Olomouc (Slesia
settentrionale), da Giorgio Mattia e dalla nobildonna Elena Gurecki de Kornice.
Dopo la morte del padre, nel 1589, si trasferì con la madre, una sorella e tre
fratelli, Nicola, Paolo e Venceslao, nella città di Prìbor, in Moravia,
appartenente al vescovo di Olomouc, dove si era già stabilito Matteo Vicnovsky,
suo fratellastro.
 In famiglia il Beato ricevette una buona educazione.
Difatti, dopo il fratello maggiore Nicola, anche lui si orienterà verso la vita
sacerdotale. Giovanni a Pribor fece dei progressi nello studio e nella pietà
frequentando la scuola parrocchiale. Nel 1593 a 16 anni, si stabilì a Olomouc,
antica diocesi della Moravia (oggi Cecoslovacchia), di cui sarà zelante pastore
il Card. Francesco Dietrichstein dal 1599 al 1636, dove continuò gli studi
superiori nel collegio dei Padri Gesuiti, come aveva già fatto suo fratello
Nicola. Tre anni dopo si iscrisse pure alla Congregazione Mariana e ne osservò
con diligenza gli statuti. Nel 1597 fu ammesso allo studio della filosofia ma,
a causa della peste, fu costretto a trasferirsi nel 1600 a Praga e terminarlo
nel collegio dei Padri Gesuiti. Nel 1602 fu promosso baccelliere di filosofia e
l’anno successivo conseguì il grado di magister.
 Giovanni nel 1604 si iscrisse alla facoltà teologica di
Graz, capoluogo della Stiria (Austria), eretta in quello stesso anno da
Ferdinando II d’Asburgo nel convitto che aveva fatto costruire di proposito.
Negli anni 1596-97 era andato a piedi in pellegrinaggio al santuario di Loreto
(Ancona) e aveva promesso che, se fosse stato eletto imperatore, si sarebbe
adoperato per mantenere in Germania i diritti dei cattolici secondo la formula
della pace di Augusta (1555), che stabiliva il principio “cuius regio,
illius et religio”, e il reservatum ecclesiasticum in forza del
quale gli ecclesiastici che passavano all’eresia perdevano uffici e benefìci.
Nel 1619 successe al cugino Mattia d’Asburgo, re di Ungheria e di Boemia,
scatenando così la disastrosa guerra dei trent’anni. E vero che debellerà la
rivolta protestante della Boemia (1620), e otterrà vittorie nella prima fase
della sanguinosa guerra, ma non riuscirà a coronare il suo sogno di
restaurazione cattolica e imperiale.
 Giovanni Sarkander, dopo due anni di permanenza a Graz,
interruppe gli studi per fare un “contratto di nozze” con una ragazza
appartenente a una distinta famiglia luterana, a Valasské-Mazirici, in Moravia,
dove, fino al 1604, era stato parroco suo fratello, Don Nicola. Non sappiamo se
le nozze abbiano avuto luogo. E certo soltanto che Giovanni, in quello stesso anno,
comprò una casa a Brno e una vigna a Klobouky. E’ probabile quindi che la
prematura morte della fidanzata lo abbia spinto definitivamente a farsi
sacerdote secolare. Difatti, dopo aver sostenuto gli esami di teologia alla
fine del 1607 davanti all’arcidiacono di Olomouc, ricevette, dal Card.
Dietrichstein, gli ordini minori nella cappella del castello di Kromèrìz. Il 19
marzo dell’anno seguente fu ordinato diacono da Mons. Civalli, vescovo
ausiliare di Olomouc e il 22 marzo sacerdote a Brno, nella chiesa di San Pietro
e Petrov ad provisionem cardinalis.
 Benché alla scuola dei Gesuiti Don Giovanni avesse imparato
l’arte di convertire gli eretici e la maniera di esercitare con frutto il
ministero sacro, agli inizi del suo apostolato non ebbe molto successo. Il
Card. Dietrichstein nel 1609 lo mandò ad Opava perché aiutasse il fratello, Don
Nicola, nella vicina parrocchia di Jaktar, ma ben presto vi rinunciò. L’anno
successivo, fu nominato viceparroco di Unicov, ma fu costretto ad abbandonare
l’ufficio perché, insieme al fratello, era stato accusato di cospirazione
contro l’imperatore d’Austria, Rodolfo II (+1612), il quale nonostante gli
sforzi compiuti con l’aiuto dei Gesuiti per una restaurazione cattolica, con la
pace di Vienna nel 1606, era stato costretto a concedere la libertà di culto ai
protestanti d’Ungheria e di Transilvania. Arrestato e interrogato dalle
autorità ecclesiastiche, il Beato fu riconosciuto innocente. Finché visse fu
sacerdote di preghiera, di vita illibata e di retta coscienza.
 Nel 1611 il Sarkander fu nominato parroco di Charvàty,
poco distante da Olomouc, ma qui non andò d’accordo con i parrocchiani i quali,
contrariamente alla sua volontà, volevano introdurre nella loro chiesa i canti
in lingua volgare, come del resto facevano ovunque i protestanti. Per questo
suo eccessivo attaccamento alle antiche tradizioni il cardinale lo rimproverò
severamente e lo allontanò dalla parrocchia. Per un po’ di tempo egli visse
senza incarico specifico a Kromèrìz, poi fu presentato all’Ordinario del luogo
per la parrocchia di Zdounek dal patrono della medesima. Il P. Giovanni
Drachovsky SJ., vi aveva suscitato un profondo rinnovamento spirituale e il
Beato lo continuò con zelo. Il Card. Dietrichstein dovette rimanere molto
soddisfatto dell’impegno con cui San Giovanni si era dedicato alla cura delle
anime perché, dopo poco tempo, gli assegnò la difficile parrocchia di
Boskovice, città ben nota per la grandissima attività che vi svolse la setta
dei cosiddetti “Fratelli Boemi”, sorta in Moravia nel 1457 con
l’intento di riunire quei seguaci di Giovanni Huss, perito sul rogo a Costanza
nel 1415, che non avevano accettato le decisioni del Concilio di Basilea,
secondo loro troppo restrittive riguardo alla comunione sotto le due specie, la
libera predicazione, la punizione dei peccati gravi e l’amministrazione dei
beni ecclesiastici. Non è improbabile che in quel tempo egli sia stato anche
vicario foraneo del distretto perché, il 20-2-1616, diede l’investitura della
parrocchia di Ràiec a un francescano conventuale.
 Per i consolanti frutti raccolti nella vigna del Signore,
Don G. Sarkander il 26-4-1616 fu nominato parroco di Holesov, sede del
luogotenente della Moravia, il barone Ladislao Popel de Lobkovice e ne fu solennemente
investito dal decano di Kromériz il 15 maggio dello stesso anno, in occasione
della consacrazione della chiesa di S. Anna, per 80 anni appartenuta ai
“Fratelli Boemi”, fatta dal Card. Dietrichstein. La nomina era stata
consigliata dal cardinale e dal barone Ladislao perché. entrambi, vedevano nel
Beato il pastore di anime capace di sostenere i Gesuiti nel progetto di fare
della parrocchia un centro di rianimazione cattolica mediante i membri più
abili e il luogo di una loro casa di terza probazione.
 In quel tempo era re di Boemia e imperatore di Germania
Mattia II d’Asburgo (+1619), il quale non era riuscito ad arginare la lotta che
infuriava tra cattolici e protestanti. Suo fratello, Rodolfo II d’Asburgo, ai
Fratelli Boemi e ai Luterani, il 9-7-1609 aveva concesso la libertà di
coscienza, il diritto di erigersi chiese e scuole e di esercitare liberamente
il culto conforme alla Confessione Boema (1575). Egli invece era deciso a
restringere il più possibile quelle concessioni. Difatti ordinò la chiusura
delle chiese che i protestanti, contrariamente alla convenzione del 1609,
avevano eretto in due città su territori appartenenti a monasteri, ma i nobili
protestanti boemi si ribellarono e a Praga, penetrati nel castello, gettarono
dalla finestra i rappresentanti imperiali (1618). Alla sua morte (20-3-1619)
essi rifiutarono obbedienza al nuovo imperatore Ferdinando II, cugino del suo
predecessore. Ebbe così inizio la famigerata guerra dei trent’anni.
 Nel corso della rivolta dei nobili, quasi tutti protestanti,
una parte di loro passò pure all’opposizione. Il barone Ladislao, protettore
del Sarkander, fu destituito dal suo ufficio e messo in carcere a Brno. I
Gesuiti, nel 1619, furono costretti a trasferirsi altrove. Il nostro martire
rimasto solo a Holesov, divenne oggetto di odio e di esecrazione da pane della
maggioranza protestante sia perché prete cattolico e sia perché era stato
confessore del barone Ladislao. L’opposizione crebbe talmente che gli stessi
suoi fedeli lo convinsero ad allontanarsi per un po’ di tempo dalla parrocchia
con il permesso del suo decano, parroco di Kromèriz. Uno dei cortigiani del
barone stava per recarsi a Cracovia e allora egli lo seguì. A Holeson lasciava
soltanto il cappellano del castello, Don Samuele Tucek.
 Da Cracovia il B. Giovanni Sarkander si recò in
pellegrinaggio al santuario della Madonna Nera che sorge sulla collina Jasna
Gura di Czestochowa per sciogliere un voto. Vi rimase un mese, ospite dei
Monaci di S. Paolo eremita, dal 1382 custodi del Santuario per volere del duca
Vladislao, intento a celebrare la Messa, a fare preghiere e digiuni per le
anime affidate alle sue cure e la conversione degli eretici. Si stabilì quindi
a Rvbnik, sul territorio appartenente alla famiglia del barone Ladislao, dove
ricevette una lettera di lui con la quale lo invitava a tornare a Holesov. Il
22-10-1619 gli rispose dicendogli che se ne era allontanato non per il timore
dei lupi, giacché ogni buon pastore ha il dovere di proteggere il gregge
disperso, anche a costo della vita, ma perché pensava di essere ai suoi fedeli
più di danno che di aiuto con la sua presenza. All’amico protettore offerse le
proprie dimissioni da parroco pregandolo di nominare al suo posto Don Samuele
Tucek e di riservare a lui il compito di cappellano del castello, ma la sua
proposta non fu accolta. Verso la fine dell’anno dovette quindi fare ritorno a
Holesov. Quel viaggio in Polonia fu purtroppo la causa della sua tragica fine.
 Nel mese di febbraio 1620, nel corso quindi della spietata
guerra dei Trent’Anni, la cavalleria del re polacco Sigismondo III Vasa, che
accorreva in aiuto di Ferdinando II, imperatore d’Austria, passando per la
Siesta e la Moravia saccheggiò le città, le devastò e le incendiò. Quando i
reparti dei Cosacchi furono vicini a Holesov, il Beato Sarkander, d’accordo con
Don Samuele Tucek, uscì loro incontro portando solennemente in processione il
SS. Sacramento. Quel gesto di devozione, proprio della Chiesa Cattolica, fu di
grande efficacia presso i soldati. Difatti Holesov non fu ne saccheggiata, ne
data alle fiamme. L’avvenimento però accrebbe i sospetti dei nobili protestanti
della Moravia contro il Santo pastore. Supponevano, infatti, che si fosse
alleato con il re polacco Sigismondo III (+1632).
 Il nuovo luogotenente della Moravia, Venceslao Bitovsky,
diede allora ordine che tutti i sacerdoti e i religiosi della regione fossero
incarcerati e i loro beni incamerati. Dapprima il Sarkander riuscì a
nascondersi tra i suoi sostenitori, poi si rifugiò nel castello di Tovacov e
nelle vicine foreste. Qui venne catturato dai protestanti e condotto carico di
catene a Olomouc come traditore della patria. Secondo il giudice Giovanni
Scintilla, l’unico cattolico facente parte della commissione d’inchiesta e di
cui possediamo la descrizione dei quattro interrogatori a cui fu sottoposto il
Beato, pare che i protestanti volessero costringerlo a confessare di avere
provocato l’intervento dei Cosacchi. L’accusa era di indole politica, ma gli
atti di crudeltà che furono compiuti contro la sua persona durante gli
interrogatori erano motivati dall’odio che nutrivano per lui, zelante sacerdote
cattolico.
 Durante il primo interrogatorio che si svolse il
13-2-1620, un certo Ladislao Velen de Zerotin affermò che. Don Sarkander, in
qualità di consigliere e confessore del barone Ladislao Popel de Lobkovic,
doveva certamente essere a conoscenza delle sue intenzioni. Durante il terzo
interrogatorio fu ritenuto responsabile delle violenze subite dai protestanti
di Holesov. Infine, nel quarto interrogatorio, un certo Benes Prazma gli
chiese: “Tu non hai saputo nulla di quello che si stava preparando? Non te
lo ha detto il tuo signore in confessione?”. L’invitto martire gli rispose
che nulla di simile gli era stato confidato in confessione, ma che, anche se
avesse saputo qualche cosa, non lo avrebbe rivelato neppure a costo di essere
tagliato a pezzi. Per tre interminabili ore il Beato fu sottoposto agli
stiramenti del cavalletto e alle bruciature di tre torce accese. I carnefici,
se il giudice cattolico non avesse protestato, avrebbero continuato a
tormentare la loro vittima ancora per molto tempo.
 Il Sarkander fu gettato in carcere insieme ad altri
religiosi e cattolici dove languì per 4 settimane. Ai fedeli che andavano a
trovarlo parlava della necessità della sofferenza per entrare nel regno dei
cieli e li esortava a stare uniti alla Chiesa. Fino alla morte fu fedele alla
recita del Breviario benché alcuni certosini, chiusi in carcere con lui, ogni
tanto gli ricordassero che in quelle circostanze ne era dispensato. Non potendo
voltare le pagine del libro con le mani perché erano state ridotte a una piaga,
si serviva della lingua o ricorreva a qualche volenteroso compagno di sventura;
dopo aver ricevuto tutti i sacramenti, morì il 17 marzo 1620. La maggior parte
delle sue reliquie sono venerate a Olomouc. I vari sepolcri del martire
divennero meta di numerosi pellegrinaggi. Anche Giovanni III Sobieski (+1696),
nel recarsi a Vienna nel 1683, per liberarla dall’assedio dei turchi, sostò in preghiera
davanti alle sue spoglie. Pio IX lo beatificò l’11-9-1859.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 194-198.

http://www.edizionisegno.it/