B. ANNUNCIATA COCCHETTI (1800-1882)


La riforma scolastica voluta dall’imperatore dell’Austria, Giuseppe I, alla quale apparteneva la provincia di Brescia, dopo la caduta prima della repubblica di Venezia, e poi dell’impero napoleonico, tra il 1819 e il 1822, comportò per l’Annunciata la chiusura della scuola privata domestica. Invece di perturbarsi, ella aggirò l’ostacolo conseguendo l’abilitazione all’insegnamento nella scuola elementare minore (maggio 1822) e, in seguito a regolare concorso, ottenne di essere assunta quale prima maestra nella neo-istituita scuola elementare femminile comunale di Rovato. Vi insegnerà per almeno due anni scolastici, profondendo tra le alunne le fini intuizioni della sua mente e del suo cuore.


La vita della beata si può dividere in quattro parti: dai primi ai 24 anni trascorsi a Rovato (Brescia), suo paese natale; dai 24 ai 31
passati a Milano in casa dello zio paterno Carlo A. Cocchetti; dall’approdo e
dalla permanenza per circa undici anni a Gemmo in Valle Camonica in una scuola
privata; dalla fondazione dell’Istituto di S. Dorotea e la conseguente vita
religiosa trascorsa a Gemmo fino alla morte, cioè per quasi quarant’anni.
 La beata nacque a Rovato, nella diocesi di Broscia, il
9-5-1800, terza dei sei figli, di cui tre morirono ancora in tenera età, che
Marco Antonio, appartenente a una famiglia di medio-alta borghesia, ebbe da
Giulia Albarelli. Pochi giorni dopo la nascita fu battezzata nella Prepositura
di Santa Maria Assunta con i nomi di Asteria e Annunciata. Tra il 1807 e il
1808, rimase orfana prima della madre e poi del padre, morto pare in seguito a
ferite riportate in una delle tante battaglie combattute dall’imperatore
Napoleone Buonaparte (+1821). La nonna paterna. Annunciata Campana, donna
religiosissima e saggia educatrice, si prese cura dell’orfana. L’educazione
della sorella Giuseppina e del fratello Vincenzo fu invece assunta dallo zio
paterno Carlo A. Cocchetti, medico di professione e ministro degli esteri con
Eugenio Beauharnais (+1824), viceré del Regno d’Italia, il quale era stato
nominato tutore dei tre bambini orfani.
  Annunciata, almeno fino al 1810, frequentò l’Istituto delle
Dimesse Orsoline in Rovato, poi proseguì gli studi, forse in forma privata,
sotto la vigile sorveglianza della nonna paterna. Difatti, a 17 anni, con
l’appoggio della nonna, per assecondare una interiore esigenza, aprì nella
propria casa, una scuola gratuita per le fanciulle povere e, dopo l’istituzione
dell’Oratorio femminile, s’impegno nell’opera catechistica della parrocchia. In
queste forme di apostolato fu confermata dalle missioni popolari, che si
tennero in paese nel 1819. E da ascrivere a questo tempo la stesura della
“Regola di vita”, minuziosa e articolata, che osserverà
scrupolosamente per oltre 60 anni.
 La riforma scolastica voluta dall’imperatore dell’Austria,
Giuseppe I, alla quale apparteneva la provincia di Brescia, dopo la caduta
prima della repubblica di Venezia, e poi dell’impero napoleonico, tra il 1819 e
il 1822, comportò per l’Annunciata la chiusura della scuola privata domestica.
Invece di perturbarsi, ella aggirò l’ostacolo conseguendo l’abilitazione
all’insegnamento nella scuola elementare minore (maggio 1822) e, in seguito a
regolare concorso, ottenne di essere assunta quale prima maestra nella
neo-istituita scuola elementare femminile comunale di Rovato. Vi insegnerà per
almeno due anni scolastici, profondendo tra le alunne le fini intuizioni della
sua mente e del suo cuore.
 In quegli anni Annunciata incontrò due fratelli di
Calcinate (Bergamo), Don Luca (1779-1866) e Marco Celio (1790-1863) dei conti
Passi i quali, nel 1815, diedero origine alla Pia Opera di S. Dorotea
per l’assistenza morale e religiosa delle fanciulle abbandonate. Essi indussero
la Cocchetti ad orientarsi verso una forma di vita consacrata totalmente a Dio
nel servizio dell’istruzione e della educazione della gioventù. Ma se la
vocazione divenne certa, problematico rimase il modo di realizzarla, anche
perché, ad ostacolarla, intervennero fattori indipendenti dalla sua volontà.
Nell’aprile del 1823 morì, difatti, la nonna e Annunciata, rimasta sola, dopo
una resistenza di circa due anni, fu costretta a lasciare l’insegnamento e a
recarsi a Milano presso lo zio tutore, ora dedito ad attività bancaria.
  Se nel capoluogo lombardo, con la sorella Giuseppina, da una
parte la beata ritrovò un clima di famiglia, dall’altra trovò pure un ambiente
esuberante di lusso, di ricevimenti e di teatri, ben diverso da quello
silenzioso e raccolto di Rovato. Lo zio, preoccupato dell’avvenire della
nipote, l’avrebbe voluta sposa a uno degli illustri pretendenti che via via le
presentava. Il rifiuto della beata fu costante e deciso, coerentemente e
fedelmente alla scelta della consacrazione. Fino al 1831 ebbe modo di stabilire
e mantenere contatti sempre più ampi anche in ordine alla sua scelta
vocazionale. Incontrò, difatti, la marchesa Maddalena di Canossa (+1835) e, per
un momento, le sembrò che le sue Figlio della Carità, fondate a Verona,
rappresentassero per lei una soluzione. In attesa che giungesse il momento
opportuno per la scelta definitiva, continuò a vivere conforme alla
“Regola di via” che si era data.
 In Cemmo di Valcamonica, già dal 1818, per iniziativa di
persone volenterose, aveva avuto inizio una piccola scuola per fanciulle
povere. Ebbe vita meno stentata e saltuaria solamente quando Don Vincenzo
Panzerini ebbe la luminosa idea di ristrutturarla a proprie spese e affidarla
alla cugina nobile Erminia Panzerini di Francesco. Costei giunse a Cemmo agli
inizi del 1831 e, nel corso dello stesso anno, fu raggiunta dalla Cocchetti,
praticamente in fuga da Milano. Alle dipendenze della Panzerini, la cui
austerità era nota a tutti, alla profonda vita cristiana, nel piccolo
educandato si dedicò completamente all’attività scolastica e formativa in una
realtà sociale segnata da povertà. Le due maestre, nonostante la diversità di
temperamento, si intesero e coltivarono una comune vocazione religiosa, tanto
da sperimentare ripetutamente nella loro sede una fondazione canossiana. Il
loro progetto non entrava, evidentemente, nei disegni di Dio.
  In quel tempo non vennero meno i rapporti di Annunciata con
Don Luca Passi, tanto che riuscì a costituire in alcune parrocchie della
Valcamonica, la Pia Opera di S, Dorotea, Nel 1838 Don Luca aveva fondato a
Venezia la congregazione delle Suore Maestre di S. Dorotea con il compito di
formare animatrici laiche della Pia Opera. La sintonia spirituale della beata
con i fratelli Passi, la linea assai simile seguita dall’Istituto educativo di
Cemmo dal 1830 al 1840, la sempre viva e inappagata vocazione alla vita
religiosa, indussero tanto la Cocchetti quanto la Panzerini a chiedere
l’ammissione nella nuova congregazione (1841). Sembrava che tutto fosse chiaro,
invece, il loro viaggio a Venezia per entrare in noviziato si rivelò inutile:
la superiora, Madre Rachele Guardini, ritenne che non ci fossero sufficienti
garanzie economiche per il mantenimento di una sia pur piccola comunità di
suore e rinviò la decisione a tempi migliori. Le due maestre si impegnarono per
una rapida e positiva conclusione, fornendo le richieste garanzie, ma il
2-5-1842 morì a soli 52 anni Erminia Panzerini, lasciando, in pratica, la
compagna, erede universale. Nulla mutò, tuttavia, nei programmi prefissati e
Annunciata, ora sola, nonostante grosse difficoltà quali, ad esempio, la
contestazione del testamento della Panzerini da parte dei fratelli di lei,
concluse la trattativa con Madre Guardini per l’apertura a Cemmo di una casa
religiosa dorotea.
 Nell’agosto del 1842 la beata si recò a Venezia ed entrò
in noviziato. Vi rimase soltanto un paio di mesi. Difatti, il 9 ottobre dello
stesso anno, in compagnia di altre due suore, ritornò a Gemmo come superiora
della nuova comunità religiosa, la quale era considerata come filiale delle
Dorotee di Venezia. Era previsto nelle loro costituzioni che, dopo sei anni,
una casa potesse diventare “centrale”, con la possibilità di aprire
in proprio il noviziato. La Cocchetti non poté seguire tale norma tante furono
le preoccupazioni in mezzo alle quali fu costretta a vivere. C’era da seguire
la non facile pratica burocratica di riconoscimento della casa religiosa anche
di fronte alle autorità civili; da curare la vita religiosa e la formazione
delle suore la cui salute sovente preoccupava; da provvedere allo sviluppo della
scuola e del collegio; da continuare a potenziare nelle parrocchie limitrofe la
Pia Opera di S. Dorotea. Nel 1846 alle solite contrarietà si aggiunse la
disgrazia dì un incendio che distrusse parte del suo fabbricato; nel 1848 la
prima guerra d’indipendenza nazionale contro l’Austria, che si concluse con la
disfatta del re Carlo Alberto a Custoza e, nel 1849, le dieci giornate di
Brescia, che resero più difficili le comunicazioni tra Cemmo e Venezia.
 Nonostante queste difficoltà, l’Istituto della Cocchetti
conobbe un lento, ma crescente consolidamento. Nel 1853, dopo la costruzione
della cappella, la beata riuscì ad aprire a Cemmo, anche il noviziato. Prima di
morire avrà la gioia di formare alla vita religiosa quaranta ragazze a lei
inviate dai parroci, o da lei persuase a farsi religiose nei corsi di esercizi
spirituali che ogni anno organizzava nell’Istituto. Amministratrice avveduta,
acquistò terreni adiacenti al primo fabbricato, e provvide a ingrandire la casa
per le suore e le giovanette che giungevano in educazione da quasi tutti i
paesi della diocesi, numerose delle quali ne uscivano come maestre. Furono,
quelli degli inizi, anni duri, ma illuminati dai saggi consigli dei fratelli
Passi, i quali seguirono costantemente il lavoro della beata e ne rimasero
tanto entusiasti da considerare la sua fondazione come un “piccolo
paradiso”.
 Con la formazione del Regno d’Italia nel 1860 sotto la
guida di Vittorio Emanuele II (+1878) furono approvate dal parlamento le leggi
eversive dell’asse ecclesiastico. In un primo tempo Cemmo rimase fuori dalla
bufera, ma un funzionario troppo zelante provocò un autentico incidente di
carattere amministrativo e giudiziario, per cui la Cocchetti si trovò ad
affrontare una dura lotta per salvaguardare i propri diritti e la sopravvivenza
del suo Istituto. La contesa si concluderà con la sua piena soddisfazione
soltanto agli inizi del 1871.
  Madre Annunciata poté così continuare, fino alla morte, a
sviluppare le capacità educative che possedeva in grado eminente e che sapeva
realizzare nelle varie compagnie della Pia Opera di S. Dorotea, che animava e
seguiva personalmente, e nel rapporto con le ragazze del suo Istituto. Tanto ad
esse quanto alle suore, ella diede splendidi esempi di virtù come superiora,
direttrice degli studi e mandataria. Chi la conobbe attestò che pregava sia
viaggiando, che lavorando, secondo le intenzioni di Pio IX (+1878) e per le
necessità della chiesa e del mondo; che al suono delle ore esortava a dire le
giaculatorie persino gli operai che lavoravano nell’educandato; che faceva
frequentemente la Via Crucis e nutriva una particolare devozione al S.
Cuore di Gesù; che portava il cilicio e che, per ottenere la conversione di
qualche peccatore o qualche grazia particolare, aggiungeva nella minestra
polveri di erbe amare.
  La beata, pur essendo di famiglia molto benestante,
sapeva fare di tutto e si adattava a tutto con grande umiltà: fare la
portinaia, la fornaia, la lavandaia, l’infermiera, l’allevatrice dei bachi da
seta, l’innestatrice di piante e persino la confezionatrice di salumi. Compiva
tutte queste cose per il bene della sua famiglia religiosa, ma soprattutto, per
il premio della vita eterna. Nelle sue conferenze e conversazioni parlava di
preferenza del paradiso. Alle suore ripeteva sovente: “Alziamo gli occhi
al cielo. Quando siamo avvilite confidiamo in Dio. Egli è lassù che ci
aspetta”.
 Poco dopo il 1871, l’avanzamento dell’età, portò la
fondatrice a un progressivo indebolimento della vista. Nel corso del 1876
divenne completamente cieca, ma non per questo venne meno ai suoi doveri. Le
testimonianze in proposito sono tante e tali da lasciare ammirati della
solerzia che continuò a distinguere il suo servizio come superiora della grossa
comunità religiosa, il suo carattere fermo, ma dolce, alimentato da una
inalterata serenità e da un gaudio veramente singolari. Giunse così, vigorosa e
laboriosa, alla soglia degli 82 anni. Solo una caduta con slogatura di una
gamba la tenne a letto per tre mesi nel 1879.
 La beata morì il
23-3-1882, a Cemmo, probabilmente a causa di una polmonite fulminante. Fino
all’ultimo continuò ad avere lucidità di mente tanto da poter baciare sovente
il crocifisso, invocare i nomi di Gesù, Giuseppe e Maria, disporre del
testamento rogato da un notaio, e dire alle suore: “Io muoio; sia fatta la
volontà di Dio! Voi restate ancora; amatevi da buone sorelle, compatitevi
reciprocamente, vivete tranquille e concordi nell’osservanza delle regole,
fatevi sante operando molto bene nelle giovani a voi affidate”. Su di loro
invocò la benedizione della SS. Trinità e poi concluse: “Non fate di me
alcuna memoria, fuorché per suffragare l’anima mia”.
  I funerali della Cocchetti furono celebrati nella
parrocchia di Cemmo alla presenza di 18 sacerdoti e di un grande concorso di
popolo dopo che la salma era stata portata in giro per tutto il paese come in
trionfo. I resti mortali della defunta, dal 1951, sono venerati nella cappella
dell’Istituto di Cemmo. Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù
il 13-5-1989 e la beatificò il 21-4-1991.
 ___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 262-269.

http://www.edizionisegno.it/