Appello a Cesare

NICOLA TORNESE


APPELLO A CESARE


OPUSCOLO N° 15 della PICCOLA COLLANA “I TESTIMONI DI GEOVA”

PARTE PRIMA


TESTIMONIANZE BIBLICHE


 


1 – GESU’ CRISTO


Rendete a Cesare ciò che è di Cesare (Mc. 12,17)


Il pensiero di Gesù sui rapporti tra i suoi discepoli e le autorità civili ci è abbastanza noto da ciò che egli ha detto. Significativa a questo riguardo è la risposta di Gesù circa il tributo a Cesare. L’episodio è narrato da tutti e tre i sinottici.


“Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E’ lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?”. Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: “Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda”. Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Gesù disse    loro: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. E rimasero ammirati di lui”. (Marco 12,13-17; cf. Matteo 22,15-22; Luca 20,20-26).


Spiegazione:


1. – La domanda: “E’ lecito o no dare il tributo a Cesare?” mirava a mettere Gesù in una situazione pericolosa. Se avesse risposto di no, avrebbe attirato su di sé l’ostilità dei Romani, la potenza straniera d’occupazione. Se avesse detto di sì, si sarebbe reso odioso al popolo e in particolare agli zeloti, il partito armato contro Roma. Gesù disarma gli uni e gli altri, ed esprime con chiarezza il suo pensiero sui rapporti tra i suoi discepoli e le autorità civili.


Qual è questo pensiero?


2. – Va rigettata anzitutto l’interpretazione di alcuni che spiegano le parole di Gesù come se egli avesse messo sullo stesso piano Dio e Cesare. Gesù non poteva assolutamente pensare come un pagano, esaltare cioè un uomo al rango di Dio. Egli sapeva ed insegnava che Jahvè è il Signore (cf. Marco 12,29). Nessuno merita uguale amore e servizio. Uno Stato laico ad oltranza, che vuol essere arbitro assoluto del destino dei sudditi, esula dall’insegnamento di Gesù.


 


3. – Al contrario, il Maestro ammonisce che, anche nell’ambito della convivenza civile, il primato spetta a Dio. Il cristiano deve amare e servire Dio “con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza” (Marco 12,30) senza anteporre la volontà degli uomini a quella di Dio (cf. Atti 4,19; 5,29).


 


4. – Entro questi limiti Gesù non condanna la cooperazione con lo Stato, anche se pagano. Il tributo, di cui fa obbligo, è il simbolo d’una cooperazione attiva, perché assicura allo Stato i mezzi necessari a compiere la sua funzione, che è quella di garantire ai sudditi “una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità”.(1 Timoteo 2,2).Col tributo dei cittadini lo Stato finanzia i servizi sociali, non ultimo quello della tutela dei buoni contro i malvagi, mediante funzionari bene addestrati ed equipaggiati (cf. Romani 13, 3-4; infra).


 


5. – Alla luce di questo insegnamento appare chiaro che Gesù Cristo, anche se si mostrò neutrale verso le contese politiche del giorno, non considerò lo Stato come il governo e il potere di satana; altrimenti, facendo obbligo di pagare il tributo, avrebbe cooperato col maligno. La sua neutralità non fu assoluta, ma relativa in vista del bene comune, salvi sempre i diritti di Dio.


L’esempio di Gesù


Ma vi è di più. Gesù Cristo non si interessò direttamente di politica, ma neppure si disinteressò , lasciando la vita pubblica in balia delleforze del male. Nel Vangelo non mancano esempi di un positivo intervento di Cristo presso le autorità costituite al fine di redimerle dal male ed indirizzarle alla funzione assegnata loro da Dio.


 


1. – Con Erode Gesù prende un atteggiamento quasi di sfida, anche se non violento. Lo chiama “volpe” sia per mettere a nudo il suo gioco politico, che mirava al proprio interesse più che a quello della nazione, sia anche per la sua codardìa, che lo rendeva incapace di prendere una posizione nei riguardi di Gesù di Nazareth (cf. Luca 13, 31-33).


In un’altra circostanza, ossia durante il processo che si concluderà con la sua condanna a morte, quando un atteggiamento meno critico avrebbe potuto salvargli la vita, Gesù non si mostra affatto arrendevole con l’indegno reuccio di provincia: neppure una parola! Erode “lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla” (Luca 23,9).


 


2. – Più noto è il rapporto diretto di Gesù con Pilato, il governatore romano della Giudea. Gesù riconosce come data da Dio (non dal diavolo) l’autorità di cui Pilato era rivestito, anche se rappresentante d’un governo straniero e pagano: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Giovanni 19, 11).


Tuttavia anche in quella circostanza tragica Gesù non rimane neutrale: benché in catene e a rischio di peggiorare la propria posizione, rimprovera con coraggio l’abuso di potere che il governatore romano stava per compiere: gli rinfaccia la sua colpevolezza, anche se minore rispetto a quella dei Giudei: “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande” (Giovanni 19, 11).


Con questo gesto Gesù mostra chiaramente che i suoi fedeli discepoli devono uscire da una comoda neutralità e rinfacciare a quelli che detengono il potere le loro colpe, ossia la loro politica egoistica e crudele, anche a rischio della propria vita.


 


IISAN PAOLO


Ciascuno sia sottomesso alle autorità (Rom. 13, 1)


In un testo ben noto della Lettera ai Romani san Paolo ha esposto il suo pensiero sui rapporti tra cristiani e autorità costituite. Scrive l’apostolo:


“Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fai il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per il timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questa, compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse, le tasse; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto” (Romani 13,1-7; cf. Tito 3, 1).


 


Osservazioni:


l. – In modo esplicito san Paolo afferma che il potere civile, anche se pagano, ha origine da Dia, in piena armonia con l’insegnamento del Maestro (cf. Giovanni 19, 1 1). Non è dunque il diavolo il governatore dei popoli secondo l’ordine stabilito da Dio.


2. – Dio dà origine alle autorità civili con lo scopo di far trionfare il bene e reprimere il male. Al potere civile si deve perciò sottomissione non meramente esteriore, ma per motivi di coscienza. Dio vuole che l’etica cristiana penetri e trasformi la stessa vita sociale. Se fosse il diavolo a governare il mondo, Dio esigerebbe sottomissione al maligno, a cui invece bisogna resistere (cf. Giacomo 4,7).


3. – La sottomissione va intesa nei limiti delle competenze dello Stato: l’apostolo menziona tributi, tasse, timore, rispetto. Certo Paolo non intende dire che il discepolo di Cristo debba essere sempre, in tutto e per tutto, succube al volere delle autorità civili. Al contrario, anche per motivi di coscienza, il cristiano deve prendere un atteggiamento critico di contestazione, non di neutralità, sempre che il potere civile interferisce con le libertà cristiane. Non mancano esempi anche nella vita di Paolo:


– Contro la pretesa dell’imperatore romano che voleva essere riconosciuto signore, Paolo afferma con vigore che il cristiano riconosce ed adora un solo Signore, Gesù il Cristo (Cf. Romani 10,9; 1 Corinzi 8, 5-6).


– Paolo si sarebbe opposto vigorosamente se il potere civile avesse voluto designare i titolari dei vari servizi o ministeri in seno alla comunità cristiana. Questa è opera dello Spirito Santo (Cf. I Corinzi 12, 4-1 1; Efesini 4, 1 1; Atti 14, 23; 20, 28).


Due pesi e due misure


I tdG abusano del testo di san Paolo ai Romani 13,1-7 per accusare sdegnosamente “i sistemi religiosi della cristianità perché sono stati vergognosamente colpevoli d’aver violato ciò che l’ispirato apostolo Paolo qui ebbe a dire”. A loro avviso, un esempio rimarchevole di questa vergognosa violazione sarebbe stato dato da papa Gregorio VII, reo di aver negata la dovuta sottomissione come ad autorità superiore, a Enrico IV, imperatore di Germania.


I geovisti c’informano che, avendo Enrico IV usurpato il potere d’investire i vescovi dell’insegna spirituale dell’incarico, papa Gregorio contestò questa usurpazione e scomunicò Enrico, lo dichiarò cioè dissociato dalla Chiesa Cattolica.


 


E commentano:


“Fu tale arrogante azione del capo religioso della cristianità in armonia con la regola cristiana stabilita dall’apostolo Paolo che i cristiani siano sottomessi alle “autorità superiori?”. No”.


La nostra risposta:


a) Preghiamo i nostri lettori di consultare il libro geovista Vita eterna nella libertà dei figli di Dio, da noi già citato più d’una volta. Poche pagine dopo l’altezzosa accusa di vergognosa colpevolezza contro papa Gregorio, per essersi opposto a Enrico IV che voleva eleggere i vescovi, ci vien detto proprio dai tdG che la sottomissione cristiana alle “autorità superiori”, insegnata dall’ispìrato Paolo, non è assoluta, ma relativa. E spiegano affermando che ““le autorità .superiori” sono superiori fuori  della congregazione,  perché  dentro  la  congregazione  Dio  è  supremo. I sorveglianti (episkopoi) e i servitori di ministero (diàkonoi) dentro la congregazione sarebbero quelli che Geova Dio, il grande Teocrate, vuole nell’incarico, e non quelli che il dittatore politico o il governatore politico comunista totalitario vuole nell’incarico come ancelle dello Stato”.


b) Stando così le cose, papa Gregorio avrebbe violato vergognosamente la Parola ispirata perché non si sottomise all’imperatore che voleva assegnare l’incarico di epìskopoi nella Chiesa, ma i tdG, sempre in base alla stessa Parola ispirata, cioè a Romani 13,1-7, non tollererebbero che un dittatore politico stabilisse nell’incarico epìskopoi e diàkonoì entro la loro congregazione


Vi può essere contraddizione più stridente e sfruttamento più settario della Parola di Dio? In effetti, si verifica ciò che dice la Scrittura:   “Hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi (..) e non intendere con il cuore e convertirsi” (Matteo 13, 15; cf. Giovanni 12,40; Isaia 6,9-10).


L’uso della spada


Nel testo paolino che stiamo analizzando è detto dell’autorità costituita che “non invano porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Romani 13,4).


Facciamo alcune precisazioni:


a) A parere degli esegeti, è da escludersi che lo Apostolo conceda allo Stato l’uso della spada come strumento di guerra. Se si pensa che al tempo di san Paolo le guerre erano condotte con orribile scempio della vita umana (morti, prigionieri = schiavi), non si può ammettere che l’ambasciatore di Cristo (cf. Efesini 6, 20), avallasse tanta barbarie. Piuttosto l’uso della spada, in mano alle autorità superiori, deve essere concepito come strumento di pace per la tutela della giustizia, il trionfo del bene, la difesa dei buoni, la punizione dei malvagi.


b) Entro questi limiti e con tali finalità l’Apostolo riconosce al potere civile il diritto di usare la forza, qualora ogni altro mezzo risultasse inefficace per il conseguimento del bene comune. A questo deve mirare lo Stato, anche se talvolta ciò può essere in contrasto col bene privato. Anzi alcune volte il bene comune può esigere dai singoli grandi sacrifici, perfino il rischio e anche la per- dita della propria vita.


c) E’ perciò implicito nel pensiero di San Paolo che lo Stato, per conseguire il bene comune, deve addestrare convenientemente coloro i quali siano capaci di tutelare il bene della comunità. I cittadini che si sottraggono a quest’obbligo, violano la norma d’azione insegnata dall’autore ispirato. San Paolo esorta alla sottomissione alle autorità superiori proprio perché esse possano eseguire il compito assegnato loro da Dio.


d) Il servizio militare (o come alternativa quel- lo civile) e anche l’uso delle armi non devono qualificarsi come qualcosa d’intrinsicamente cattivo, immorale e antiscritturale. Al contrario, una neutralità ad oltranza è contro la volontà di Dio. Chi si oppone alle autorità superiori, si oppone all’or- dine stabilito da Dio.


Si obietta: Gesù Cristo rimproverò severamente Pietro per aver fatto uso della spada (cf. Matteo 26,51-52; Giovanni 18,10-11)


Si risponde: Gesù non condannò qualsiasi uso della spada: a Pilato non contestò il potere di condannare a morte, anche se l’ha rimproverato di usare male quel potere, facendo crocifiggere un innocente. Nel caso specifico di Pietro, Gesù ha rimproverato severamente il gesto del discepolo perché era un atto di violenza. Gesù condanna ogni violenza.


Esempio di san Paolo


Più volte san Paolo ebbe a che fare coi poteri civili e i custodi dell’ordine. Come si è comportato? Un episodio narrato nel libro degli Atti getta piena luce su quest’aspetto della vita dell’Apostolo.


I. – Accusato dai Giudei di aver parlato contro la Legge e il Tempio, l’apostolo è sottratto dalla loro violenza grazie a un tempestivo intervento del potere civile (cf. Atti 22,22-30; 23, 1-35). Paolo si dichiarava innocente e il magistrato romano da parte sua non era affatto convinto della fondatezza delle accuse. Ma non voleva dispiacere ai Giudei ed inimicarsi i loro capi.


In questa situazione di pericoloso compromesso a danno della sua vita e della causa cristiana, Paolo, quale cittadino romano, si sottrae al potere delle autorità locali e si appella al supremo tribunale dell’impero, che era allora quello di Nerone. La risposta di Festo, procuratore romano, dopo breve consulto coi suoi consiglieri, è perentoria:


“Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai” (Atti 25,11-12). Festo tenne Paolo sotto buona guardia di soldati fino al tempo propizio d’imbarcarlo per l’Italia (cf. Atti 27, 1). Infatti, i nemici di Paolo non cessavano di tramare contro la sua vita.


2. – Questi in breve i fatti. Da essi possiamo trarre alcune conclusioni per la soluzione del nostro problema:


– Senza la minima esitazione san Paolo riconosce la legittimità del potere civile, anche se pagano, e gli attribuisce il diritto di giudicare la sua causa per il trionfo della giustizia in difesa della sua innocenza.


– Non mostra il minimo dubbio, trova anzi naturale, che le autorità costituite abbiano al loro servizio e al servizio dei cittadini gente bene addestrata nelle armi. Né vi è il minimo cenno, in tutto il racconto della prigionia, a una qualsiasi parola di biasimo da parte di Paolo contro i soldati che lo custodivano. Al contrario, i suoi rapporti con loro appaiono improntati a grande umanità e rispetto (cf. Att. cc. 27-28). L’Apostolo si preoccupa della loro salute e della loro vita come di persone necessarie alla società.


Il saluto dei cristiani della casa di Cesare


Sempre in rapporto al problema che qui trattiamo è significativo il saluto con cui Paolo chiude la Lettera ai Filippesi: “Vi salutano i fratelli che sono con me (…), soprattutto quelli della casa di Cesare” (Filippesi 4, 22).


Spiegazione:


a) Quando Paolo scrisse questa Lettera era certamente in prigione (cf. Filippesi 1, 7-18), non sappiamo se a Roma, come vogliono alcuni, oppure a Cesarea di Palestina o ad Efeso, nell’odierna Turchia, come pensano altri. Benché in prigione, Paolo non cessava di predicare il Vangelo. Pieno di gioia confidava ai Filippesi:


“Desidero che sappiate, fratelli, che le mie vicende si sono volte piuttosto a vantaggio del Vangelo, al punto che in tutto il pretorio e dovunque si sa che sono in catene per Cristo; in tal modo la maggior parte dei fratelli ardiscono annunziare la parola di Dio con maggior zelo e senza timore alcuno…”. (Filippesi 1, 12-14).


b) Che cosa era il pretorio? Se Paolo scriveva da Roma, si trattava della guardia pretoriana che si accampava presso le mura dell’Urbe; se invece scriveva da Cesarca o da Efeso, bisogna pensare al personale addetto al servizio dei governatori romani. In ogni caso era un ambiente militare o paramilitare.


In questi ambienti la Parola di Dio si diffondeva. Alcuni di quegli uomini (forse molti) addetti al servizio e alla difesa dell’imperatore o dei suoi funzionari nelle provincie, si erano convertiti al Vangelo. Ed erano tuttavia rimasti al loro posto, senza deporre le armi, di cui certamente erano dotati. Dobbiamo, comunque, pensare che la fede cristiana aveva sensibilmente cambiato il loro modo di servire lo Stato e di usare le armi.


c) Scrivendo ai Filippesi Paolo porge i saluti soprattutto da parte di questi cristiani o fratelli o santi. L’espressione “casa di Cesare” comprende tutto il personale che stava al servizio dell’imperatore (militari, funzionari, schiavi ed affrancati), e se ne trovavano in ogni città dove risiedeva l’imperatore o un governatore.


 


III – SAN PIETRO


Scrivendo ai cristiani del suo tempo (e di ogni tempo) san Pietro, il Primo dei Dodici (cf. Matteo 10, 2) ha espresso il suo pensiero nel modo seguente


“Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re” (1 Pietro 2,13-17).


Osservazioni:


a) La lettera, scritta quasi certamente da Roma, ricorda ai cristiani quali siano i loro doveri verso lo Stato e in pari tempo contesta l’accusa dei pagani che qualificavano i cristiani come cittadini sleali.


Come aveva appreso alla scuola del Maestro san Pietro afferma che all’origine del potere civile, anche se pagano, vi è una volontà divina. Non è dunque il diavolo il governatore di questo mondo, se non in quanto tenta, com’è sua abitudine, d’intralciare l’opera di Dio.


b) La sottomissione che san Pietro inculca alle istituzioni umane deve essere fatta “per amore dei Signore”, ossia “per ragioni di coscienza” (Cf. Ro- mani 13, 5). La libertà, di cui il cristiano si gloria (Cf. Galati 5, 1), non lo esime da una coscienziosa cooperazione con lo Stato, perché siano assicurate la giustizia e la pace, con la punizione dei malfattori e la tutela dei buoni. E’ implicito che i cittadini devono dare allo Stato i mezzi necessari – tribuiti e uomini – affinché consegua lo scopo assegnatogli da Dio. Lo Stato è una realtà umana, strutturata di uomini e di cose.


c) Rimane anche vero che l’impegno civile del cristiano deve essere sempre guidato dal timore di Dio. In altre parole, a Dio è dovuta una sottomissione assoluta, sempre; e dentro i limiti d’un santo timore di Dio, va inserito l’onore verso il re e i suoi rappresentanti.


La testimonianza di san Pietro è identica a quella di san Paolo e originariamente a quella di Gesù.


Obiettano i tdG: Pietro chiama i cristiani “forestieri”, “residenti temporanei”, “stranieri” (Cf. 1 Pietro 1, 1; 2, 11). Questo fatto obbligava i cristiani a non partecipare alle questioni e controversie politiche di questo mondo.


Si risponde: San Pietro chiama i cristiani “forestieri”, e anche “pellegrini” non nel senso che debbano essere indifferenti e tanto meno alienati dalle realtà terrene, comprese quelle politico-sociali. Egli vuole solo dire che l’impegno del cri- stiano nella vita presente deve essere relativo, tutto indirizzato a trasformare il mondo col lievito del Vangelo (cf. Matteo 13, 13), senza attaccare disordinatamente il cuore ai beni passeggeri. San Paolo dice la stessa cosa quando ricorda ai cristiani di Corinto: “Quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno” (1 Corinzi 7, 3 1).


Apocalisse cap. 13


Una domanda: Nelle pagine che precedono più d’una volta è stato negato che satana sia il governante di questo mondo. Non si deve dire che questa affermazione sia in contrasto col cap. 13 dell’Apocalisse, dove, sotto l’immagine della bestia che sale dal mare (cf. Apocalisse 13, 1), satana è identificato coi governanti di questo mondo?


La risposta:


1. – Nel cap. 13 dell’Apocalisse la bestia che sale dal mare raffigura l’impero romano e, in genere, tutti gli Stati che usurpano i diritti di Dio. Fa parte di questa usurpazíone la pretesa di un culto divino dell’imperátore e l’arroganza di essere legislatori assoluti, arbitri del bene e del male. Si tratta dell’auto-divinizzazione dello Stato.


Effetti malefici di questa usurpazione sono la guerra contro i santi (cf. Apocalisse 13,7) e l’uso menzognero di un grande apparato propagandistico per trarre gli uomini in inganno, “sedurre cioè gli abitanti della terra” (Apocalisse 13,14).


Sotto questo aspetto lo Stato è detto giustamente una potenza diabolica che ha satana come governante; in questi casi satana è veramente il dio di questo mondo (cf. 2 Corinzi 4,4) ed è esatto dire che il mondo giace sotto il potere del maligno (cf. 1 Giovanni 5, 19).


2. – Ma si tratta di un determinato tipo di autorità superiori, che hanno tradito la funzione assegnata loro da Dio e sono diventate schiave del nemico di Dio, cioè di satana. Non si dimentichi che quando Giovanni scriveva l’Apocalisse aveva in mente l’impero romano, che perseguitava a morte la Chiesa ed esigeva il culto dell’imperatore. Non si dimentichi che per la retta comprensione di un testo biblico bisogna tener presenti la situazione e l’intenzione dell’autore ispirato per non correre il rischio d’una spiegazione errata. I tdG cadono spesso e volentieri in questo errore a motivo del loro settarismo.


Stando così le cose, ciò che Giovanni dice in Apocálisse cap. 13 non contrasta affatto con l’insegnamento di Gesù, di san Paolo e di san Pietro circa l’origine divina delle autorità superiori. Finché queste, con la cooperazione attiva di tutti gli uomini di buona volontà, si sforzano di compiere fedelmente la funzione affidata loro da Dio, non sono strumento di satana, ma servono Dio per l’avvento del suo Regno di giustizia e di pace.




IV – NUOVI ORIZZONTI


La voce di Isaia (2, 1-5; 9,1-6)


Isaia 2, 2-5 recita:


“Alla fine dei giorni da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice tra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra…”.


E Isaia 9, 1-6 ha: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce ( … ). Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle e il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato (…). Ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello  macchiato di sangue sarà bruciato (…). Poiché un bambino  è nato per noi (.. ) ed è chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace …”.


Spiegazione.


a) Alla luce del Vangelo (cf. Matteo 4,13-16; Luca 2,14; 24,47; Giovanni 4,22; 8,12 ecc.) dobbiamo vedere nei testi citati di Isaia una profezia messianica, una predizione cioè di quel che avverrà alla fine dei giorni. Questa espressione, come l’al. tra “ultimi giorni o tempi” (cf. Atti 2,17; 2 Timoteo 3,1), indica appunto il tempo messianico iniziato con la venuta di Cristo sulla terra (cf. Atti 2, 17) e che si concluderà con la sua seconda venuta (cf. Matteo 25, 31 ss), di cui nessuno conosce il quando (cf. Matteo 24,36).


b) Con immagini poetiche e con un linguaggio improntato alla situazione e alla mentalità del suo tempo Isaia descrive il futuro regno di Dio in netto contrasto coi regni di coloro che dominavano il mondo quando il profeta ebbe la visione. Proprio in quegli anni il piccolo popolo d’Israele, come tanti altri popoli, stava per essere preda dei grandi imperi d’Assiria e di Babilonia.


Vigeva allora la legge del più forte, della barbarie: ambizione, violenza, guerre, distruzione indiscriminata di popoli, deportazione in massa, schiavitù …


c) In un contesto di tanta barbarie Dio rivela a Isaia quali saranno i nuovi tempi: da Israele (da Sion) sorgerà la luce – un Principe della Pace – per insegnare all’umanità non l’arte della guerra, ma quella della convivenza pacifica e felice. L’Emmanuele (= Dio-con-noi) darà la legge dell’amore, anche dei nemici, e farà di tutti i popoli un sol popolo con la fede nell’unico Dio.


d) Questo programma messianico non distrugge le strutture sociali volute ancora da Dio per il tempo presente (cf. Marco 12,17; Romani 13,1-7; 1 Pietro 2,13-17), ma le trasformerà in strumenti di pace (— spade in vomeri, lance in falci) mediante la conversione dei cuori al Vangelo dell’amore.


Il Vangelo della pace


I nuovi tempi previsti da Isaia hanno avuto il loro inizio con la venuta di Gesù il Cristo (= Messia), con la sua predicazione, con la sua vita. Per avere una visione completa, anche se a brevi tratti, dell’insegnamento biblico sui rapporti tra cristiani e potere civile, è doveroso ricordare ancora altre verità, che fanno parte del messaggio cristiano.


I. – Non si dimentichi, prima di tutto, che il Vangelo (= Buon Annunzio o Buona Notiza) è essenzialmente un messaggio e un programma di pace.


Alla nascita di Gesù gli angeli hanno cantato: “Gloria a Dio (… ) e pace (… ) agli uomini che egli ama” (Luca 2,14). Divenuto adulto Gesù annunzia il suo programma dichiarando “beati gli operatori di pace” (Matteo 5, 9). E vuole che i suoi inviati usino come saluto un augurio di pace: “Pace a questa casa!” (Luca 10, 5). Chiudendo il suo ministero, prima degli eventi pasquali, Gesù lascia ai suoi il dono della pace: “Vi lascio la pace, vi dò la mia pace” (Giovanni 14,27; cf. 20,19-20).


2. – Cristo “è la nostra pace” (Efesini 2, 14)., Di tutti i popoli egli vuol fare un solo popolo, una sola famiglia, avendo abbattuto con la croce il muro che li divide, l’inimicizia e l’odio (cf. Efesini 2,14-22). Il germe infatti delle divisioni e delle guerre si annida nell’uomo.


Indicando la sorgente della pace, Gesù fa dello amore del prossimo il suo comandamento (cf. Giovanni 15, 12; Marco 12,28-31). E nel prossimo egli include tutti gli altri, anche i nemici, non soltanto quelli del proprio gruppo settario: “Amate i vostri nemici (… ) e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Luca 6,35).


Ogni uomo è mio fratello! Chi predica o anche insinua l’odio – come fanno i testimoni di Geova – va contro l’essenza del Vangelo, non può dirsi cristiano e prepara la guerra a breve o a lunga scadenza .


3. – Una componente fondamentale dell’amore del prossimo è il rispetto sommo per ogni vita umana. Il comando divino di Non ammazzare domina in tutta la Bibbia fin dalle sue prime pagine (cf. Genesi cap. 4); è inculcato nella costante proibizione di fare uso del sangue, simbolo della vita; è espresso in modo esplicito e formale nella Legge del Sinai (cf. Deuteronomio 5, 17).


Gesù Cristo, nel Nuovo Patto o Alleanza tra Dio e l’umanità, ha confermato e perfezionato il comandamento della Legge Mosaica. Il Vangelo (= La Buona Notizia) condanna non solo l’omicidio, ma l’ira e la maldicenza: “… fu detto agli antichi: Non uccidere (  … ). Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio…” (Matteo 5, 21-22).


 


PARTE SECONDA


LA VOCE DELLA STORIA


In questa seconda parte raggruppiamo le testimonianze di alcuni scrittori cristiani dei primi secoli, che ci permettono di conoscere le norme direttive nella vita della Chiesa sui rapporti verso lo Stato.


1 – La Tradizione Apostolica


Scritta intorno all’anno 215, ci fa conoscere l’ordinamento disciplinare della Chiesa dei primi due secoli, assai prima cioè di Costantino. Nel cap.16 sono elencate le condizioni richieste per essere ammessi al catecumenato, ossia alla istruzione cristiana in vista del battesimo. Tra le condizioni elencate alcune si riferiscono al servizio militare.


“Il soldato subalterno non uccida nessuno. Se riceve un ordine del genere non lo esegua e non presti giuramento. Se non accetta tali condizioni sia rimandato. Chi ha potere di vita e di morte o il magistrato supremo di una città, smetta o sia rimandato. Il catecumeno o il fedele che vogliono dedicarsi alla vita militare siano man- dati via perché hanno disubbidito”.


Osservazioni:


l. – E’ fuor di dubbio che la disciplina ecclesiale testimoniata da La Tradizione Apostolica riflette l’ambiente e l’ordinamento giuridico del tempo. E si sa bene qual’era in tale ambiente la mentalità sul valore della vita umana! Gli alti ufficiali dell’esercito e i magistrati dovevano impegnarsi verso lo Stato di far osservare il diritto romano che a riguardo della vita umana contrastava fortemente con la morale del Vangelo. Per loro non vi era alternativa. L’esercizio del loro ufficio comportava di per sé la violazione del comando divino del Non uccidere. Non era possibile servire a due padroni (cf. Matteo 6,24). Dovevano o rinunciare al loro ufficio o dimettersi dal catecumenato.


2. – Diverso era il caso del soldato subalterno. A lui non è imposto il dilemma: smetta di fare il soldato o sia dimesso dal catecumenato. Gli si chiede solo di non uccidere anche se comandato, e di non impegnarsi con giuramento a fare ciò  che è contro la fede. Vi è modo e modo di fare il      soldato. A mio avviso, è qui prospettato il caso   dell’obiezione di coscienza. Il soldato subalterno    può eseguire gli ordini che non contrastano con la     sua coscienza, ma non quelli che la sua coscienza cristiana deve disapprovare.


3. – Più difficile si presenta la spiegazione (o comprensione) delle parole: “Il catecumeno o il fedele che vogliono dedicarsi alla vita militare siano mandati via perché hanno disubbidito”.


Le disposizioni de La Tradizione Apostolica vanno interpretate tenendo debito conto del contesto sociale in cui furono emanate. Poiché nella carriera militare erano allora richieste cose incompatibili con la professione di fede cristiana, si rendeva necessario prendere una posizione severa col catecumeno o il fedele, che, essendo ancora semplici cittadini, avessero voluto sobbarcarsi ai rischi che il servizio militare allora comportava per la propria fede. Sarebbe stato come un tentare Dio.


In effetti, nel servizio militare, oltre alla possibilità di dover violare il comando divino del Non uccidere, vi era anche il pericolo di dover accettare il culto dell’imperatore e dire: “Cesare è il signore”. I cristiani non potevano fare questo. Bisognava prendere posizione in partenza, proibendo il servizio militare.


In ogni modo, a me sembra che sarebbe andare oltre il contenuto de La Tradizione Apostolica voler dedurre dalle parole citate una radicale alterità del Vangelo ad ogni pratica militare. Se così fosse, non si capisce perché era permesso di rimanere soldato al catecumeno già in servizio; e, inoltre, bisognerebbe qualificare come immorale e antiscritturale qualsiasi modo di cooperare al bene comune con la difesa degli innocenti e la punizione dei malvagi .


2 – Tertulliano (1 60-240)


Avvocato, convertitosi al cristianesimo già adulto, svolse la sua attività di scrittore in difesa della fede tra il 195 e il 220.


I. – L’Apologetico. Tra le opere più rinomate di Tertulliano va ricordato l’Apologetico, scritto in tempo di persecuzione e indirizzato al governatori delle provincie romane come protesta ragionata ed ardente contro le illegalità di cui erano vittima i cristiani. Afferma Tertulliano:                 “I cristiani sono i vostri migliori cittadini”. Riportiamo alcuni brani dai capitoli 37 e 42.


Dal cap. 37. “La pietà, la religione e il lealismo dovuti agli imperatori non consistono tanto in dimostrazioni di ossequio, quanto nella condotta morale che Dio c’impone di tenere verso gli imperatori e verso chiunque (…). Che se volessimo agire non dico da vendicatori nascosti (terroristi), ma da nemici aperti, credete che ci mancherebbe la forza del numero e delle soldatesche?  Siamo di ieri e già riempiamo di noi il mondo intero: le città, le isole, le fortezze, i municipi, i borghi, gli !tessi accampamenti, le tribù, le decurie, la corte, il senato, il foro (…). Non vi abbiamo lasciato che i templi! A quale guerra non si sarebbe votata con tanta prontezza, anche se con forze impari, una gente come noi, che si lascia ammazzare con tanto slancio, qualora nel nostro insegnamento non ci fosse comandato di farsi uccidere e non di uccidere?”.


Dal cap. 42. “Un altro capo di accusa ci viene addebitato: si pretende che noi siamo sterili negli affari. Ma come potremmo esserlo, se viviamo insieme a voi? (…). Coabitiamo con voi in questo mondo servendoci del foro, del mercato, dei bagni, dei negozi (…). Navighiamo anche noi con voi, e con voi pratichiamo la milizia, l’agricoltura, il commercio…”.


Osservazione:


Potrebbe sembrare a prima vista che vi sia una contraddizione tra la testimonianza di Tertulliano e quella de La Tradizione Apostolica. In questa è presa una posizione assai cauta, piuttosto severa e rigorista, a riguardo del servizio militare e di quello civile dei magistrati; in Tertulliano invece è detto esplicitamente che i credenti erano presenti in numero rilevante negli accampamenti, nelle tribù, nelle decurie, a corte, nel foro, e praticavano la milizia come i non cristiani.


In realtà non vi è nessuna contraddizione. Anche Tertulliano, se ammette la presenza dei cristiani nell’esercito e nella magistratura, ci tiene a precisare che essi non sono gente che uccide, ma si lascia piuttosto uccidere per osservare i comandamenti divini. Dunque presenza e partecipazione, ma nei limiti imposti dalla fede, precisamente com’è detto ne La Tradizione Apostolica.


2. – Il De corona. Nell’anno 211, divenuto montanista , Tertulliano scrisse il De corona, dove racconta il caso d’un soldato cristiano che rifiuta la corona di alloro.


“Si stava distribuendo nell’accampamento il dono degli eccellentissimi imperatori, e i soldati, incoronati di alloro, si. facevano avanti. Ne viene chiamato uno, soldato soprattutto di Dio e più costante di tutti gli altri fratelli che avevano creduto di poter servire a due padroni (cf. Mt. 6,24). Lui solo aveva il capo libero, con in mano l’inutile corona (… ). “Perché ti sei vestito diversamente dagli altri?”, gli chiese il tribuno. Quello rispose che non gli era consentito comportarsi come gli altri. Gliene domandano il motivo e quello risponde: “Sono cristiano””.


Osservazione:


Si potrebbe avere l’impressione che Tertulliano sia in contraddizione con se stesso. Mentre infatti nell’Apologetico dice che i cristiani sono presenti ed attivi anche negli accampamenti e nella milizia, nel De corona sembra voglia far capire che vi sia incompatibilità tra servizio militare e fede cristiana.


In realtà non è così. Ridotto al suo contenuto essenziale il gesto del soldato altro non è se non quello di un obiettore di coscienza: egli è convinto che portare la corona sia un atto di idolatria, e va rispettato nella sua convinzione. Ma ciò non toglie che altri possano vedere in quel gesto un atto civile, ossia di rispetto e di onore all’autorità (cf. Romani 13,7; 1 Pietro 2,17) e comportarsi diversamente.


Né va sottovalutato il fatto che quando Tertulliano scrisse il De corona era fuori della Chiesa Cattolica ed imbevuto di idee montaniste; ed è difficile che si possa conservare la verità rivelata nella sua interezza e genuinità fuori della Chiesa Cattolica. Cristo ha costituito la Chiesa “colonna e sostegno della verità” (1 Timoteo 3, 15).


3. – Il De idolatria. Verso lo stesso periodo (nel 211) Tertulliano scrisse pure il De idolatria (– su l’idolatria), dove al cap. 19 leggiamo quanto segue:


“Può un cristiano entrare nell’esercito? No, perché c’è incompatibilità tra il giuramento divino e il giuramento umano, tra l’insegna di Cristo e quella di satana, tra il campo della luce e quello delle tenebre. Com’è possibile fare la guerra, com’è possibile esser soldato anche soltanto in tempo di guerra senza portare la spada che il Signore ha proibito? E’ vero, sì, che alcuni soldati sono andati a trovare Giovanni Battista e hanno ricevuto da lui certe norme (cf. Luca 3,14); ed è vero che un centurione ha creduto (cf. Luca 7,2-5); Atti cap. 10). Ma poi il Signore, disarmando Pietro, ha distrutto tutti i soldati”.


Osservazione:


Si notino le motivazioni addotte da Tertulliano a sostegno della sua tesi: “incompatibilità tra giuramento divino e giuramento umano all’imperatore”; uso della spada proibito dal Signore (caso di Pietro = violenza cf Mat. 26, 52-55); insegna di Cristo (= amore) e insegna di satana (= odio). Tertulliano non dice nulla di diverso da ciò che dice il Vangelo e ripetono fedelmente san Pietro e san Paolo. Egli condanna il servizio militare e l’uso delle armi in un contesto pagano, ma non una cooperazione attiva col potere civile com’è inculcata dalla Bibbia.


3 – Origene (185-253 circa)


Fu un uomo di Chiesa: presbitero, grande teologo, mistico. Passò tutta la vita nello studio della Sacra Scrittura e nella difesa delle verità cristiane contro il paganesimo.


Tra le opere scritte da Origene va ricordato il Contra Celsum (Contro Celso), in cui troviamo alcune testimonianze riguardanti il nostro problema. Celso, scrittore pagano, aveva mosso varie accuse contro i cristiani, tra cui quella di essere ostili alle autorità pubbliche. “Che male c’è – diceva Celso – a cattivarsi il favore delle autorità di questo mondo, dei principi e dei re?” .


 


Scrive Origene:


a) “Uno solo noi dobbiamo conciliarci – Dio – che è al di sopra di tutti (… ). Quanto al favore degli uomini e dei re, noi dobbiamo disprezzarlo non soltanto quando lo si debba procurare con stragi, dissolutezza e crudeli delitti, ma anche quando esiga empietà verso il Dio dell’universo (… ). Quando però non ci si chiede nulla di contrario alla legge e alla parole di Dio, noi non siamo così pazzi da attirarci la collera dei re e dei principi (… ). Infatti, noi leggiamo nella Scrittura: “Ogni persona sia sottomessa alle autorità che sono al potere. Poiché non c’è autorità se non da Dio, e quelle che ci sono attualmente sono stabilite da Dio. Per conseguenza chi resiste all’autorità resi. ste all’ordine stabilito da Dio (Romani 13, 1-2)”.


b) “Celso poi vorrebbe che noi assumessimo cariche nell’esercito per difendere la patria. Sappia che la patria noi la difendiamo, ma non per essere visti dagli uomini e aver una piccola gloria. Di nascosto, nell’intimo della nostra anima, noi innalziamo preghiere a Dio per i nostri concittadini. I cristiani giovano alla patria più degli altri uomini perché essi istruiscono i loro concittadini, ammaestrandoli alla pietà verso Dio”.


osservazioni:


a) Origene accetta appieno la dottrina paolina sull’origine divina dello Stato e la sua funzione voluta da Dio, che comporta anche l’uso della spada per la giusta condanna di chi opera il male (cf. Romani 13,1-7). I cristiani, comunque, non devono prestarsi al gioco politico di uomini ambiziosi, che quasi sempre è causa di stragi e delitti e anche di empietà verso Dio.


b) Di conseguenza i cristiani sono contrari alla guerra e alla sua preparazione (carriera militare, armamenti ecc.), quando essa ha come movente recondito o palese l’ambizione personale o nazionale o imperiale a danno di popoli più deboli e innocenti.


La coscienza cristiana ha sempre come norma di vita il comando divino di Non ammazzare.


Ma vi è di più. I cristiani sono impegnati sempre per la pace sia pregando quando la follia umana dovesse scatenare una guerra, sia educando gli uomini alla pace nell’amore di Dio e del prossimo (cf. 1 Tirnoteo 2,1-2).


4 – Atti dei Martiri


I. – Il martirio del soldato Marino (anno 262 a Cesarea).


“Quando ancora la pace era generale in tutte le chiese, in Cesarca di Palestina, Marino, ufficiale dell’esercito fu decapitato perché aveva confessato Cristo. Ed ecco come.


Era vacante un posto di centurione, e Marino, in seguito a promozioni, doveva ottenerlo; stava per essergli consegnata la verga di vite, che è l’insegna onorifica dei centurioni romani, quando un rivale si presenta davanti al tribunale e dichiara che Marino non può accedere alle dignità romane, a norma delle antiche leggi, perché è cristiano e rifiuta di sacrificare agli imperatori. L’avanzamento, diceva l’accusatore, toccava dunque a lui di pieno diritto.


Il giudice, un certo Acheo, infastidito di quest’affare, domanda allora a Marino qual’è la sua religione, questi confessa a gran voce e senza tergiversare che è cristiano. Il giudice gli dà allora tre ore per riflettere.


Uscendo dal tribunale, Marino incontra Teotecno, il vescovo del luogo, che lo ferma; s’intrattiene a lungo con lui, poi prendendolo per mano, lo conduce in chiesa. Entrano, il vescovo lo porta ai piedi dell’altare e qui solleva il mantello dell’ufficiale indicandogli la spada appesa al fianco; gli presenta nello stesso tempo il libro del santo vangelo e gli chiede di scegliere. Senza esitazione Marino stende la mano e prende il libro divino. -“Sii dunque di Dio – gli dice il vescovo – sii con Dio e, forte nella grazia, consegui ciò che hai scelto. Va in pace”.


Marino esce dalla chiesa e se ne ritorna in tribunale; già il banditore, davanti alla porta del tribunale, lo chiama a comparire. Il termine è trascorso. Si presenta davanti al giudice e proclama la sua fede con ardore ancora più grande: Immediatamente lo trascinano al supplizio e muore martire”.


Osservazione. Marino era un ufficiale dell’esercito con buona pace di tutti, anche della sua coscienza di cristiano. Avrebbe accettato pure il posto di centurione con la riserva certamente di non fare ciò che la sua fede gli proibiva (p.e. sacrificare agli imperatori). Il suo rivale sfrutta ambiziosamente la situazione. Posto davanti alla scelta, Marino preferisce la morte piuttosto che impegnarsi anche lontanamente a dare a Cesare ciò che è di Dio.