BB. AGATANGELO da VENDOME (1598-1638) e CASSIANO da NANTES (1607-1638)

Con l’obiettivo di avvicinare a Roma la chiesa copta, Agatangelo e Cassiano, due cappuccini francesi, studiarono la lingua del luogo e instaurarono buoni rapporti col patriarca Matteo III. Giunti sull’altopiano eritreo furono imprigionati e condotti a Gondar dove un luterano li coprì di calunnie di fronte al Re (Negus) Basilides. Furono condannati quindi all’impiccagione. Mancando le corde i due frati offrirono allo scopo i loro cingoli e così furono giustiziati. Poi i loro corpi vennero lapidati e coperti da un cumulo di pietre. Un autorevole personaggio abissino, di fronte a tanto coraggio, si fece cattolico. La causa di beatificazione di Agatangelo e Cassiano ebbe esito positivo grazie all’impegno del Cardinale Guglielmo Massaia (1809-1889), missionario in Etiopia. I due missionari francesi furono quindi beatificati da S. Pio X il 1° gennaio 1905.

Sono due cappuccini uccisi in odio alla fede cattolica dai copti abissini, passati al monofisismo nel secolo V con Alessandria d'Egitto, dalla quale dipendevano giuridicamente.
Il P. Agatangelo nacque il 31-7-1598 a Venderne, in provincia di Tours (Francia), terzogenito tra i sette fìgli che sbocciarono dalla distinta famiglia Nourry. I cappuccini si stabilirono nella suddetta città nel 1606.
Il padre del beato, presidente del tribunale, diventò l'amministratore del loro convento. Suo figlio chiese di entrarvi ancora in giovane età. Fece il noviziato (1619) a Mans e studiò successivamente a Poitiers e a Rennes. Nei primi anni del ministero sacerdotale il beato s'incontrò con il P. Giuseppe du Tremblay (+1638), influente consigliere del cardinale Richelieu e ideatore di numerose missioni dei cappuccini nel medio oriente, d'intesa con il papa Paolo V (+1621). P. Agatangelo fu scelto come candidato alla missione della Siria.
Quando giunse nella residenza di Aleppo (1629), costruita per volere del re di Francia Luigi XIII, lo zelante missionario trovò cattolici ignoranti da istruire, scismatici pieni di pregiudizi da ricondurre all'unità, maomettani da evangelizzare. Con opere di beneficenza, conversazioni amichevoli e catechesi spicciola ottenne consolanti frutti specialmente tra i maroniti. Continui erano i progressi che egli faceva nello studio dell'arabo e più abbondante era la messe che si riprometteva allorché, il custode di Terra Santa, mosso da invidia, gli proibì di predicare. I superiori lo elessero allora superiore della missione che i cappuccini avevano al Cairo. Prima di recarvisi, P. Agatangelo predicò per diversi mesi nei villaggi del Libano, nonostante i disagi. Sovente era costretto a celebrare la Messa alle ore 14 e a cibarsi al crepuscolo di pane e acqua.
Appena giunse alla città cosmopolita del Cairo (1631) il beato, che sapeva l'italiano, l'arabo, il greco e il latino, rivolse le sue cure ai cristiani scismatici o copti d'Egitto. Andò a trovare il loro patriarca, che risiedeva nell'abbazia di San Macario, a venti leghe dal Cairo, cercò di ricondurlo all'unione con la Chiesa Cattolica e ottenne da lui una lettera circolare nella quale veniva ingiunto a tutti i pastori a lui sottomessi che gli fosse concesso di celebrare la Messa e di predicare nelle loro chiese. Per giungere all'unione con Roma era indispensabile avvicinare i monaci della Nitria e della Tebaide. Ottenne con le buone maniere di restare quattro mesi nel convento di Sant'Antonio, ma con le sue discussioni riuscì a convertire soltanto un monaco. Un vescovo cattolico lo supplicò di accompagnarlo nella visita che stava per fare ai fedeli residenti nel delta del Nilo, ed egli per vari mesi gli prestò un prezioso aiuto nel ministero.
Quando il beato ritornò al Cairo trovò i cattolici costernati per le tristi notizie che erano giunte dall'Etiopia. I Gesuiti, che erano riusciti a convertire il Negus Sisinio (+1632) alla fede cattolica, erano stati cacciati dal regno dal figlio e successore di lui, Basilide, e ai seguaci del papa era stato vietato l'ingresso nel paese. Il P. Agatangelo concepì l'idea di recarsi in Etiopia per soccorrere alcuni gesuiti che vi erano rimasti nascosti, e perché sperava in un miglioramento della situazione, si recò al monastero di San Macario e ottenne dal Patriarca che fosse ordinato arcivescovo dell'Etiopia Marco, monaco che in precedenza aveva indotto a fare l'abiura. Costui però si lasciò pervertire da un protestante di Lubecca, Pietro Heyling, di professione medico, il quale, travestitesi da monaco, riuscì a fare ricadere nell'errore l'eletto eccitando in lui la gelosia contro l'intruso papista. Giunto anche lui alla corte di Basilide, seppe entrare talmente nelle grazie dell'imperatore che ottenne la confisca di tutti i beni dei gesuiti e la trasformazione in stalle delle loro chiese.
Il prevalere dei copti in Etiopia determinò il P. Agatangelo a scrivere al P. Giuseppe du Tremblay per pregarlo di ottenere dalla Congregazione di Propaganda Fide il permesso di recarsi in Etiopia per soccorrere i perseguitati. La sua idea era condivisa dal B. Cassiano da Nantes, che da tre anni lo coadiuvava nell'esercizio del ministero sacerdotale. Egli era nato il 14-1-1607 dal commerciante portoghese Giovanni Lopez-Neto, a quindici anni era entrato nel convento dei cappuccini di Angers, aveva studiato teologia a Rennes, dove si distinse per l'assistenza ai malati nella peste scoppiata nel 1631-1632 e, dopo l'ordinazione sacerdotale era stato inviato alla missione del Cairo. Aveva studiato, oltre l'arabo, anche la lingua etiopica.
Quattro furono i cappuccini che ricevettero l'ordine dal P. Giuseppe du Tremblay, per volere della Congregazione di Propaganda Fide (1636), di recarsi in Etiopia per impedire che la Chiesa Cattolica scomparisse del tutto. Prima d'intraprendere la pericolosa missione i due beati, costituenti una spedizione a parte, si recarono a visitare i Luoghi Santi. Il console francese, vedendo i consolanti frutti che coglievano al Cairo tra tutte le categorie di persone, li consigliò di mettersi in viaggio per l'Etiopia con uno dei pascià che il gran Sultano soleva mandare ogni tre anni a Sawakyn, all'imboccatura del mar Rosso, latore di un tributo per l'imperatore abissino. Essi, invece, andarono a far visita al Patriarca d'Alessandria, loro amico, e ottennero da lui lettere commendatizie per le autorità e le popolazioni etiopiche. Costui, per facilitare ad essi il viaggio, li consigliò d'indossare sul saio francescano l'abito proprio dei monaci copti.
I due intrepidi missionari giunsero ai confini dell'Etiopia dopo settimane di marce estenuanti. Il governatore di Deboroa, ai confini dell'Egitto, aveva ricevuto ordine dall'imperatore Basilide di arrestare tutti i religiosi stranieri che avessero cercato di entrare nel regno. I due cappuccini, poiché erano in possesso di lettere commendatizie del patriarca d'Alessandria, si erano lusingati di passare inosservati alla dogana. Furono invece perquisiti, scoperti per quello che erano e messi in prigione con catene ai piedi e al collo. Una religiosa copta, Monica, sorella del governatore, mossa a compassione della loro triste sorte, si prese cura di loro.
Dopo quaranta giorni di preghiere e di sofferenze, per ordine di Basilide i due martiri, quali rei di stato, furono trasferiti alla residenza imperiale, Gondar. Impiegarono un mese a compiere il viaggio, attaccati alla coda di una mula, che in condizioni normali si sarebbe compiuto in otto giorni. Baciando le catene, il P. Cassiano esclamava: "Ecco i tesori, le pietre preziose che siamo venuti a cercare". Per evitare che avessero contatti con i cattolici occulti della città furono chiusi in un sotterraneo. Quando furono chiamati dalle guardie a comparire alla presenza dell'imperatore, dell'arcivescovo Marco e dei grandi della corte, si prostrarono per terra per ringraziare il Signore. Difatti immaginavano di dover subire il martirio prima del tramonto del sole.
Basilide chiese loro chi erano e che cosa erano andati a cercare in Etiopia. P. Agatangelo, capo della missione, attestò di essere un cappuccino francese, e che si era recato in Etiopia per riunire il popolo monofisita alla Chiesa Cattolica, giacché fuori di essa non vi è salvezza. L'imperatore chiese loro che cosa volessero dire all'arcivescovo Marco.
Gli risposero che quello che gli dovevano dire era contenuto nelle lettere del Patriarca d'Alessandria. Furono aperte e lette pubblicamente. In esse venivano raccomandati i due cappuccini come persone di vita santa e degne di essere prese in seria considerazione per il grande bene che avrebbero operato tra il popolo. Marco attribuì al P. Agatangelo la colpa di avere abusato della vecchiaia del Patriarca per ammaliarlo e prevenirlo. Ordinò quindi che le lettere fossero bruciate e che i calici e gli altari portatili dei due cappuccini fossero fatti a pezzi.
L'imperatore chiese ancora ai due martiri perché avessero ardito penetrare nelle sue terre dal momento che un editto lo vietava a tutti i cattolici romani. P. Agatangelo si scusò col dire che riteneva l'editto promulgato per i portoghesi, non per i francesi, e che egli e il suo compagno si erano travestiti da religiosi copti soltanto per sfuggire agli insulti degli abissini. Basilide e i grandi della corte si sarebbero accontentati di bandirli dal regno, ma l'arcivescovo e la regina madre, che volevano la morte dei due cappuccini, per mezzo di Pietro Heyling sobillarono il popolo e costrinsero l'imperatore a dare prova di ritenere fermamente la comunione con Alessandria obbligando, pena la morte, i due figli di San Francesco a farne solenne professione.
I due prigionieri furono subito citati per la seconda volta in tribunale e categoricamente invitati ad aderire alla religione copta. Sia il P. Cassiano che il P. Agatangelo fecero invece una solenne professione di fede cattolica. Quest'ultimo la volle rendere più completa emettendola anche in lingua araba, italiana e turca con veemenza e sollevando di tanto in tanto gli occhi al cielo. Il P. Cassiano disse all'imperatore: "Non ne dubitate, o sire, il mio compagno è degli stessi miei sentimenti e come me detesta i vostri errori. Noi siamo venuti, mandati dal Sovrano Pontefice, non per cercare il vostro oro e le vostre perle, ma per riammettervi ad esempio del vostro padre, il grande imperatore Sisinio, nella comunione della Santa Sede. Nessun'altra cosa sta a noi più a cuore quanto il procurare a voi e a tutti i vostri sudditi questa insigne felicità. Ma poiché non possiamo ricondurvi all'unità per mezzo delle nostre istruzioni, piaccia al cielo che vi ci riconduciamo con la voce del nostro sangue".
In pena della loro fedeltà alla Chiesa Cattolica i due prigionieri furono condannati all'impiccagione. Appena la sentenza risuonò alle loro orecchie, essi ne diedero grazie a Dio e si diedero a vicenda l'assoluzione.
Levatesi in piedi, il P. Cassiano recitò a voce chiara il simbolo di Nicea e, rivoltosi ai cattolici presenti, ma occulti, li esortò a perseverare fino alla morte nella loro fede. Il 7-8-1638 furono condotti al luogo del supplizio, spogliati dei loro abiti, impiccati e finiti a colpi di pietre. Una di esse proiettò fuori dell'orbita l'occhio destro del P. Agatangelo.
Il Signore non tardò a fare risplendere la santità dei due martiri con un prodigio. Per otto giorni consecutivi di tra le pietre che ricoprivano il loro sepolcro furono viste uscire delle luci ben distinte, le quali, a misura che si alzavano, formavano un corpo solo, come una colonna di luce. Non si sa dove i loro resti si trovano. Pio X li beatificò il 23-10-1904.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 56-60
http://www.edizionisegno.it/