Omosessualità e sacerdozio. Il nodo gordiano dei cattolici?

Sacerdozio e vita religiosa

di Andrzej Kobyliński 1
Università Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia
da Poznań Theological Studies 31(2017), p. 117-143

Riassunto. Questo paper offre uno sguardo sintetico sul rapporto esistente tra l’omosessualità e il sacerdozio cattolico. L’analisi rivela che il fenomeno dell’omosessualità divide sempre più il mondo cristiano. La comprensione dell’omosessualità richiede delle analisi interdisciplinari serie ed approfondite. La domanda cruciale per i cattolici, di carattere piuttosto ontologico che morale, riguarda la visione del sacerdote che agisce «nella persona di Cristo» (in persona Christi). La comprensione degli elementi essenziali della conformità del prete cattolico a Cristo, sembra essere determinante per interpretare correttamente il rapporto tra l’omosessualità e il sacerdozio.

(le note al presente testo sono state riportate nella pagina http://www.paginecattoliche.it/omosessualita-e-sacerdozio-il-nodo-gordiano-dei-cattolici-note/ per necessità tecniche)

1. Introduzione

A novembre del 2015 sono passati 10 anni dalla pubblicazione di un documento dottrinale della Santa Sede che, oggi, viene spesso contestato in diversi ambienti cattolici. Si tratta dell’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica, approvata dal Santo Padre Benedetto XVI, che ha vietato l’ordinazione dei preti con tendenze omosessuali. Purtroppo, questo anniversario importante, è passato quasi totalmente inosservato. Di conseguenza, non sono state organizzate conferenze scientifiche dedicate a questa problematica, non sono usciti nuovi libri, né articoli per approfondire il rapporto esistente tra l’omosessualità e il sacerdozio cattolico dal punto di vista biblico, teologico, filosofico o psicologico.

L’unica voce molto forte e provocatoria, che si è sentita nell’autunno del 2015, e ha toccato, expressis verbis, il problema dell’Istruzione del 2005, è stata quella del monsignore polacco Krzysztof Charamsa. Facendo, a Roma, il suo spettacolare «coming out» del 3 ottobre 2015, alla vigilia del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, Charamsa ha annunciato, in 10 dieci punti, Il nuovo manifesto di liberazione gay. Il punto numero 5 di questa dichiarazione contiene le seguenti parole: «L’immediata cancellazione della discriminatoria istruzione circa la non ammissione delle persone omosessuali al sacerdozio cattolico. Esigiamo che il papa cancelli immediatamente la vergognosa istruzione circa la non ammissione delle persone omosessuali all’ordinazione sacerdotale, firmata da papa Benedetto XVI nel 2005» 2.

In molte interviste, rilasciate nelle settimane successive ai giornalisti di molti Paesi, Charamsa ha ribadito che l’Istruzione del 2005 era stata, per lui, l’episodio più doloroso della sua esperienza nella Congregazione per la Dottrina della Fede, essendo legato alla sua omosessualità. Charamsa ha perfino paragonato questa Istruzione «alle peggiori leggi razziali», che gratuitamente «stigmatizzano e discriminano un intero gruppo sociale». Secondo lui, la decisione del 2005 è disumana – offende e discrimina le persone omosessuali. Va però ricordato che questo divieto è stato confermato dal documento della Congregazione per il Clero, pubblicato l’8 dicembre 2016 (3).

Come valutare le opinioni presentate da Krzysztof Charamsa? Perché, nel 2005, è stato introdotto il divieto di ordinare candidati al sacerdozio che fossero gay, se per 2000 anni nella Chiesa cattolica non esisteva in realtà un documento dottrinale che regolasse l’ammissione di tali candidati al sacramento dell’ordine?

Quale era la lunga storia della preparazione dell’Istruzione del 2005? Come e quando il problema dei preti omosessuali sarà risolto dai cattolici nel Terzo Millennio?

Lo scopo principale di questo articolo è quello di analizzare il processo che ha portato, dopo molti anni di duro dibattito, alla pubblicazione del documento del 2005 e di mostrare possibili scenari futuri nella comprensione del sacerdozio nella Chiesa cattolica.

 2. L’omosessualità che divide i cristiani

Diversi temi, riguardanti l’omosessualità, giocano un ruolo sempre più importante nella vita dei fedeli di tutte le denominazioni cristiane4. Purtroppo, questo problema porta oggi sempre più spesso alle divisioni e polemiche tra i discepoli di Cristo. In una intervista molto importante, rilasciata nel 2005 dal card. Zenon Grocholewski, allora prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, alla rivista italiana «30 Giorni», si possono leggere queste parole: «Negli ultimi anni si sono diffuse opinioni errate o ambigue secondo le quali l’omosessualità sarebbe una tendenza naturale, iscritta nella natura umana accanto alla tendenza eterosessuale. Si è affermato che considerare l’omosessualità un disordine sarebbe una discriminazione e che atti omosessuali sarebbero giustificabili. Non solo.

Le persone avrebbero un diritto a compiere questi atti. La diffusione di queste idee ha già provocato ripetuti interventi della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si tratta, infatti, di opinioni che non trovano alcuna giustificazione nella dottrina della Chiesa: sono contrarie alla legge naturale, sono contrarie all’insegnamento della Sacra Scrittura e alla costante Tradizione della Chiesa. E visto che queste opinioni sono, in qualche modo, penetrate anche in alcuni ambienti ecclesiastici, la nostra Congregazione è stata invitata a intervenire da molti vescovi, da molti superiori di seminari e dalla stessa Congregazione per la Dottrina della Fede» 5.

Nell’ampio e assai complesso fenomeno dell’omosessualità, si distinguono, fondamentalmente, tre ambiti di problemi da risolvere che richiedono delle analisi interdisciplinari serie ed approfondite. Una riflessione sincera e aperta su queste sfide può promuovere non solo l’unità tra i cristiani di diverse denominazioni, ma anche l’unità tra gli stessi cattolici.

La prima domanda riguarda la valutazione morale sull’inclinazione omosessuale e sugli atti omosessuali. Il Magistero della Chiesa cattolica afferma che l’inclinazione omosessuale, vista come una tendenza profondamente radicata, è «oggettivamente disordinata». Di conseguenza, gli atti di omosessualità vengono valutati come «intrinsecamente disordinati» e contrari alla legge naturale.

Oggi, molti cattolici (vescovi, preti, monaci, suore e laici) non accettano più questa interpretazione dell’omosessualità 6. La divisione presente tra i cattolici su tale argomento, riguarda anche altre confessioni cristiane. L’unica comunità cristiana che è ancora unita davanti a questa sfida, è quella ortodossa.

Il secondo problema riguarda il riconoscimento civile delle coppie omosessuali, il diritto all’adozione dei figli da parte di queste persone e la benedizione religiosa di coppie del genere nelle chiese cristiane. In molte denominazioni cristiane, i matrimoni gay sono già identificati ai matrimoni tradizionali tra un uomo e una donna. Nel 2015, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken) ha rivolto ufficialmente al Sinodo dei vescovi sulla famiglia la proposta di introdurre la benedizione in chiesa delle coppie omosessuali. In alcuni ambienti cristiani, si può parlare perfino della cosiddetta omoideologia che consiste nella promozione dell’omosessualità e dello «stile di vita» omosessuale.

La terza domanda riguarda l’ammissione di seminaristi omosessuali al sacerdozio, dei novizi e delle novizie omosessuali ai voti religiosi, dei preti omosessuali all’episcopato. Anche questa sfida divide sempre più molte comunità cristiane.

Il sacerdozio e la vita religiosa hanno un valore particolare per i cattolici e per gli ortodossi, perché hanno una visione sacramentale della chiesa. Di conseguenza, dalla giusta immagine del sacerdozio dipende, in questi casi, la possibilità di difendere la propria identità dottrinale.

Questi tre problemi – la valutazione morale sull’omosessualità, i matrimoni gay ed i preti omosessuali – spaccano sempre più molte chiese e comunità cristiane. Per questo motivo recentemente in tutto il mondo molte denominazioni protestanti si sono separate. Nel 2003, la Chiesa Ortodossa Russa ha interrotto i contatto ufficiali con la Chiesa episcopale d’America (The Episcopal Church) per aver consacrato un prete gay, Gene Robinson, a vescovo del New Hampshire. In seguito tale ordinazione, molte diverse Chiese anglicane, soprattutto in Asia e in Africa, hanno rotto le relazioni con la Chiesa episcopale d’America. Nel 2008 diverse Chiese anglicane conservatrici hanno addirittura boicottato la Lambeth Conference, la più importante riunione dei Primati anglicani, per la presenza della Chiesa episcopale d’America che ha scelto la strada della «modernità» con ordinazioni di sacerdoti e di vescovi dichiaratamente gay e di pastore lesbiche. Da allora, la Comunione anglicana si è spaccata praticamente in due, anche se non si è verificato uno scisma ufficiale vero e proprio.

Nel 2005, la Chiesa Ortodossa Russa ha sospeso i contatti con la Chiesa protestante di Svezia che ha introdotto la benedizione religiosa dei matrimoni gay.

Nel 2015, invece, il Patriarcato di Mosca ha rotto qualsiasi rapporto ufficiale con la Chiesa Presbiteriana di Scozia e la Chiesa Unita Protestante di Francia. Per quale motivo? A causa dell’introduzione, nelle suddette chiese, della benedizione religiosa alle coppie omosessuali.

Nel gennaio 2016 si sono riuniti, a Canterbury, 38 Primati nazionali della comunione Anglicana per discutere soprattutto su questioni di morale sessuale e dell’omosessualità, in particolare, che ormai, da più di 20 anni, affligge la Chiesa anglicana 7. Durante questo incontro, l’alleanza delle Chiese anglicane conservatrici del Gafcon (Global Anglican Future Conference), presente in Africa ed in Asia, ha chiesto al sinodo di sanzionare, finalmente, la Chiesa episcopale d’America per le ordinazioni di sacerdoti e di vescovi dichiaratamente gay e pastore lesbiche.

Per evitare il pericolo di un irrimediabile scisma ufficiale, i Primati delle Province anglicane hanno sospeso, per un periodo di tre anni, la Chiesa episcopale statunitense. Di conseguenza, la Chiesa episcopale d’America non può, per esempio, rappresentare adesso la Comunione anglicana negli organismi ecumenici e interreligiosi. Va ricordato, però, che questa decisione non ha cambiato affatto la posizione dottrinale attuale dei cristiani episcopali americani sull’omosessualità.

Lo ha confermato decisamente, in una sua dichiarazione, mons. Michael Curry – il loro vescovo Presidente e Primate (Presiding Bishop and Primate).

Come sia complesso il nodo gordiano dell’omosessualità nel mondo cristiano e cattolico, ce lo mostra, in modo sconvolgente, il caso drammatico del card. Keith Michael Patrick O’Brien, Primate di Scozia, arcivescovo di St. Andrews e di Edynburgo, il quale ha difeso per anni, decisamente, il Magistero della Chiesa sulla visione tradizionale del matrimonio e della famiglia. Nel 2012, egli aveva criticato fortemente la proposta del premier David Cameron di avviare consultazioni per introdurre il matrimonio gay in Gran Bretagna e nel Galles. In tale occasione, il card. O’Brien ha sottolineato che la proposta del governo britannico non riguardava i diritti, ma si configurava piuttosto come un tentativo di ridefinire il matrimonio per tutta la società, come «grottesca sovversione di un diritto umano universalmente accettato».

Qualche mese più tardi, però, nel febbraio del 2013, abbiamo appreso delle sue dimissioni, che sono state immediatamente accettate da Benedetto XVI. Il Primate di Scozia ha ammesso che, nel passato, aveva molestato sessualmente alcuni preti e seminaristi. Di conseguenza, non è venuto a Roma per l’elezione del nuovo Papa. Il Card. O’Brien non solo ha molestato preti e seminaristi, ma ha avuto anche un partner e ha insabbiato, a suo tempo, le indagini riguardanti gli abusi sessuali sui minori nella Chiesa scozzese.

Nel novembre del 2013, la Conferenza episcopale scozzese ha istituito una Commissione per esaminare il dramma degli abusi sessuali da parte dei preti.

A metà agosto del 2015, è stato pubblicato un Rapporto dal titolo: Review of Safeguarding Protocols and Procedures, redatto da questa Commissione, che ha confermato anche le responsabilità dell’ex Primate di Scozia. L’infamia più grande di cui si è macchiata la Chiesa – si legge nel Rapporto – è quella di aver coperto i colpevoli per proteggere la reputazione della Chiesa ed evitare «lo scandalo».

Il 22 e il 23 agosto 2015 «nelle 500 parrocchie cattoliche del Paese sono stati distribuiti 100 mila opuscoli ai fedeli durante le messe domenicali, con gli impegni presi dalla Chiesa per rispondere dei crimini commessi ed un testo dell’arcivescovo Philip Tartaglia, presidente della Conferenza episcopale scozzese, in cui a nome dei vescovi chiede scusa alla popolazione” 8.

3. Da San Pier Damiani a Giovanni XXIII

Nel primo Millennio della storia del cristianesimo non si trova alcun documento dottrinale né un testo filosofico e teologico di ispirazione cristiana, dedicato specificamente al tema dell’omosessualità. Certamente diversi Papi, Concili e Sinodi hanno condannato l’omosessualità come pratica sessuale, mancano però, in quell’epoca studi approfonditi di tale problematica a livello ontologico, antropologico e psicologico. La Chiesa cattolica ha espresso ufficialmente, per la prima volta, il suo giudizio molto negativo sugli atti omosessuali durante il Concilio di Elvira (305-306). Le pene canoniche furono poi stabilite dal Concilio di Ancyra (314). Gli atti omosessuali – chiamati come peccati di sodomia oppure peccati contro natura – sono stati espressamente e decisamente condannati, tra l’altro, da Tertulliano, San Basilio di Cesarea, Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino 9.

Per i preti e per i monaci che si macchiavano di questi peccati, erano previste pene molto severe e perfino crudeli, compresa l’esclusione dalla comunità ecclesiale e la riduzione allo stato laicale. Così, nel primo Millennio il cristianesimo condannava le pratiche omosessuali, ma non sono state elaborate analisi filosofiche e teologiche del fenomeno omosessuale, dei diversi tipi dell’inclinazione omosessuale, della tendenza omosessuale libera da atti sessuali né del rapporto esistente tra il sacerdozio e l’omosessualità, a livello ontologico.

Il primo studio dedicato specificamente al fenomeno dell’omosessualità da un autore cristiano, è il libro intitolato Liber Gomorrhianus, scritto da San Pier Damiani, nel 104910. Questo testo si presenta come un vero trattato di morale circa la sessualità, anzi, come il primo del genere. Prima di Pier Damiani, mai uno scrittore cristiano, infatti, aveva denunciato e condannato così apertamente la piaga omosessuale fra gli ecclesiastici, e anche quella dei preti che convivevano con donne. L’autore di Liber Gomorrhianus, abate del monastero di Fonte Avellana e poi cardinale vescovo di Ostia, fu una delle personalità più di spicco della riforma cattolica dell’Undicesimo secolo. Nel suo scritto, diretto al Papa Leone IX, Pier Damiani denuncia i vizi perversi del suo tempo con un linguaggio che oggi può apparire persino troppo duro. Egli era convinto che di tutti i peccati, quello più grave fosse la sodomia del clero.

Papa Leone accolse con gratitudine il Liber Gomorrhianus e, raccogliendo le indicazioni del santo, intervenne con fermezza contro la sodomia del clero cattolico, molto diffusa nel XI secolo, come ha confermato l’abate del Monastero di Fonte Avellana nel suo scritto. Va anche ricordato che Pier Damiani fu universalmente venerato come santo sin dal momento della sua morte. Dante Alighieri lo colloca nella sua Divina Commedia nel settimo cielo, tra i contemplativi, e Papa Leone XII lo onorò con il titolo di Dottore della Chiesa.

Si deve mettere in evidenza, però, che le analisi del fenomeno dell’omosessualità, elaborate da San Pier Damiani mille anni fa, sono alquanto limitate a livello filosofico e teologico e hanno oggi, di conseguenza, soprattutto un valore storico. L’abate del monastero di Fonte Avellana si concentra fondamentalmente sulle pratiche omosessuali del clero della sua epoca – e distingue, per esempio, con molta precisione, quattro tipi di atti omosessuali, proponendo una valutazione morale che corrispondesse alla gravità di ogni tipo di pratica omosessuale.

Egli accusa, sdegnato e orripilato, i sacerdoti che si lasciano andare ad amori «efebici», vale a dire, a comportamenti pedofili. Descrivendo il peccato di sodomia o contro natura, però, San Pier Damiani non analizza la specificità dell’inclinazione omosessuale, non affronta il problema della tendenza omosessuale priva dell’attività sessuale e non dice alcunché sul rapporto esistente tra il sacerdozio e l’omosessualità, a livello ontologico.

Nel secondo Millennio, a causa della divisione della cristianità, è scomparsa una comune valutazione morale dell’omosessualità tra i cristiani – di conseguenza, si deve parlare, in quell’epoca, delle diverse visioni di tale fenomeno, in tante confessioni cristiane. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, nel secondo Millennio, era mantenuta fondamentalmente la valutazione elaborata nel primo Millennio.

Le pratiche omosessuali, ossia i peccati di sodomia o contro natura, venivano condannate, per esempio, dal Concilio Lateranense V (1512-1517), da papa San Pio V, nella costituzione papale Horrendum Illud Scelus (1568) e dal Codice del Diritto Canonico del 1917. Purtroppo, anche nel secondo Millennio, non è stato approfondito, nella Chiesa cattolica, il rapporto tra l’omosessualità e il sacerdozio a livello ontologico, e non si è affrontato, explicite, il problema dell’ammissione al sacerdozio dei candidati con tendenze omosessuali.

Solo nel 1961 – per la prima volta nella sua storia, quasi alla fine del secondo Millennio – la Chiesa cattolica ha cercato di pronunciarsi ufficialmente sul problema dell’ammissione al sacerdozio ed ai voti religiosi di candidati con tendenze omosessuali. Il 23 gennaio 1961, Papa Giovanni XXIII ha firmato la versione latina dell’Istruzione Religiosorum institutio, preparata dalla Congregazione dei Religiosi (oggi Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica). Questo documento è stato ufficialmente proclamato dalla Congregazione dei Religiosi il 2 febbraio 1961. Due anni dopo, il documento è stato pubblicato nella versione inglese dalla rivista americana «Canon Law Digest»11, ma non si sa, perché questa Istruzione non sia stata pubblicata nella gazzetta ufficiale vaticana «Acta Apostolicae Sedis». Di conseguenza, questo documento – non essendo reso noto ufficialmente – non è mai entrato in vigore e non è stato tradotto, fino ad oggi, dal latino, in altre lingue, fatta eccezione per la lingua inglese.

Nell’Istruzione Religiosorum institutio si trova, per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica, il divieto esplicito di ammettere ai voti religiosi ed al sacerdozio le persone con tendenza all’omosessualità ed alla pederastia (tendencies to homosexuality or pederasty) 12. Purtroppo, per 40 anni, questo documento è rimasto quasi totalmente sconosciuto in tutto il mondo. È stato «ritrovato» negli Stati Uniti, nel 2002, in piena guerra, dovuta allo scandalo degli abusi sessuali del clero sui minori, con l’inizio delle pubblicazioni del giornale «The Boston Globe». In altri Paesi del mondo, invece, fino ad oggi questo documento resta tuttora sconosciuto.

4. La Chiesa dopo il Concilio Vaticano II

Il clima dominante nel mondo cattolico dopo il Concilio Vaticano II non era troppo favorevole per una comprensione più approfondita dell’omosessualità – anche nei confronti del sacerdozio e della vita religiosa – così da poter conciliare la Sacra Scrittura e la Tradizione con le scoperte delle scienze moderne, quali: l’antropologia, la psicoanalisi e la psicologia del profondo. Va notato che in quel periodo di grande confusione, ai tempi della rivoluzione sessuale del 1968, la teologia morale cattolica ha cominciato, purtroppo, ad accettare alcune concezioni ed idee etiche che, prima, erano considerate estranee o perfino ostili al Magistero della Chiesa e alla morale tradizionale. Uno degli esempi più significativi di questo cambiamento è stata, indubbiamente, la concezione elaborata da un prete cattolico americano, Charles Curran, il quale ha cominciato a difendere la tesi – o lo fa ancora fino ad oggi – che esistono due orientamenti sessuali equivalenti: eterosessuale ed omosessuale 13. In questo modo, in molti ambienti cattolici, si è cessato di considerare l’omosessualità «oggettivamente disordinata», contro la legge naturale e contro la Rivelazione 14.

Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, questo modo di giudicare la sessualità umana in modo totalmente nuovo e contrario alla morale tradizionale, si è entrato anche nei seminari e nei monasteri cattolici in tutti i continenti. Di conseguenza, in molti Istituti di formazione, i superiori ed i formatori hanno cominciato a sostenere l’idea che esistono due orientamenti sessuali equivalenti: quello eterosessuale e quello omosessuale. Questo nuovo approccio ha portato ad una situazione in cui si chiedeva ai chierici esclusivamente la castità, considerata come l’astinenza da atti impuri e la capacità di vivere il celibato inteso come una vita senza moglie, senza entrare nel merito della loro inclinazione sessuale.

Nel 2002, il gesuita polacco Dariusz Kowalczyk, dal 2013 Decano della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana a Roma, descrivendo il clima imperante nella formazione dei seminaristi in quel periodo, ha messo giustamente in rilievo che, come impedimento al sacerdozio, venivano visti solo gli atti omosessuali e non la tendenza omosessuale15. Secondo Kowalczyk, in molti seminari, il candidato poteva tranquillamente dichiarare ai superiori il proprio orientamento omosessuale, purché privo delle pratiche omosessuali, e diventare un prete celibe e nello stesso tempo omosessuale. In poche parole: in molti seminari, come impedimento al sacerdozio, non veniva considerata la tendenza omosessuale, ma solo la pratica omosessuale 16.

In questo modo, hanno iniziato a funzionare nella Chiesa, l’una accanto all’altra, due forme di vita celibataria: l’eterosessuale e l’omosessuale. Di conseguenza, abbiamo oggi sia il celibato eterosessuale che quello omosessuale.

Così, l’omosessualità come tendenza e tipo di personalità non è, a livello pratico, un ostacolo all’ordinazione sacerdotale ed alla vita religiosa. Ovviamente, ci si dovrebbe porre una domanda teologica molto seria sul senso del celibato omosessuale.

Come conciliare il celibato nella Chiesa cattolica con l’omosessualità?

Come risolvere questo vero e proprio nodo gordiano? Perché questa realtà così fondamentale per il futuro del cattolicesimo, non viene analizzata ed approfondita quasi del tutto dalla teologia cattolica di oggi?

Affrontando la diffusione molto veloce del fenomeno omosessuale in molti seminari e monasteri dopo il Concilio Vaticano II, la Santa Sede ha reagito già nel 1985, quando la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha preparato un Memorandum per alcuni vescovi americani, i quali volevano conoscere il parere della Santa Sede sul trattare l’omosessualità come impedimento agli ordini sacri o meno. La risposta della Congregazione per l’Educazione Cattolica è stata molto breve e molto chiara: non dovrebbero essere ammessi al sacerdozio quei candidati che compiono atti omosessuali, oppure che hanno una tendenza omosessuale 17.

Il 10 novembre 1989, Papa Giovanni Paolo II ha approvato un importante documento della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e ne ha autorizzato la pubblicazione con il titolo: Direttive sulla formazione negli istituti religiosi. Il Prefetto di questa Congregazione, card. Jérome Hamer, ha firmato questa Istruzione il 2 febbraio 1990. Se non prendiamo in considerazione il documento del 1961 – perché non pubblicato in «Acta Apostolicae Sedis» – questa Istruzione del 1990 sarebbe il primo documento, nella storia della Chiesa cattolica, che affronta explicite il problema dell’omosessualità nel contesto del sacerdozio e della vita religiosa. Così ha ribadito, nel 2007, per esempio, il gesuita italiano Gianfranco Ghirlanda, Rettore della Pontificia Università Gregoriana negli anni 2004-2010: «Soltanto un altro documento ufficiale della Santa Sede si era di recente pronunciato espressamente, anche se non approfonditamente, sulla questione, le Direttive Potissimum institutioni (Pi), sulla formazione negli istituti religiosi, date dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica il 2 febbraio 1990» 18.

L’Istruzione Potissimum institutioni afferma: «Uomini e donne devono prendere conoscenza della loro specifica situazione nel piano di Dio, del contributo originale che apportano rispettivamente all’opera della salvezza. Così si offrirà ai futuri religiosi la possibilità di una riflessione sul ruolo della sessualità nel disegno divino di creazione e di salvezza. In questo contesto, si esporranno e si comprenderanno le ragioni che giustificano il fatto di scartare dalla vita religiosa quelle e quelli che non giungeranno a padroneggiare le tendenze omosessuali e che pretendessero di poter adottare una terza via “vissuta come uno stato ambiguo tra il celibato e il matrimonio”» 19. Pertanto, diversamente dal Memorandum del 1985, l’Istruzione Potissimum institutioni non esclude dalla vita religiosa e, di conseguenza, dal sacerdozio, le persone che riescono a dominare le proprie tendenze omosessuali.

Dal 30 settembre al 28 ottobre del 1990, si è svolta a Roma, l’VIII Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, per studiare il tema: «La formazione sacerdotale nelle circostanze attuali». Come frutto di questa riflessione, è stata pubblicata, nel 1992, l’Esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis. Il documento, fondamentale per la formazione dei preti in tutto il mondo cattolico, parla genericamente di maturità affettiva e non affronta il problema del rapporto tra il sacerdozio e l’omosessualità. Purtroppo, nel documento non si trova neppure una parola sull’ammissione al sacerdozio dei candidati con tendenze omosessuali e sui diversi modi di affrontare l’omosessualità, durante la formazione dei futuri preti.

Da una parte, nella prima metà degli anni Novanta – visto il crescente dramma dei sacerdoti gay e degli abusi sessuali sui minori da parte degli stessi – molti vescovi e rettori dei seminari di tutto il mondo chiedevano decisamente alla Santa Sede di stabilire finalmente criteri precisi per l’ammissione delle persone omosessuali agli ordini sacri. Dall’altra parte, invece, si cercavano anche altre soluzioni. A questo punto, molto significativa rimane, per esempio, la decisione presa dai domenicani, nel 1995, a Caleruega (luogo di nascita di san Domenico).

Nel 1998, così scriveva Timothy Radcliffe, Maestro dell’Ordine negli anni 1992-2001: «Il Capitolo Generale di Caleruega affermò che le stesse richieste di castità si applicano a tutti i confratelli di qualsiasi orientamento sessuale, per cui nessuno può venire escluso per questo motivo. Ci fu un grosso dibattito a Caleruega su questa questione, e sono sicuro che continuerà» 20. Timothy Radcliffe OP in molti interventi pubblici ha espresso il suo «si» al sacerdozio ed alla vita religiosa per le persone omosessuali.

Il 16 maggio 2002, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha dato la sua risposta (Prot. N. 886/02/0) a un vescovo diocesano che aveva chiesto un parere sulla ordinazione di un candidato con tendenze omosessuali:

«La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, tenendo presente l’esperienza che proviene da non poche cause istruite in vista di ottenere la dispensa dagli obblighi che derivano dalla sacra Ordinazione, e dopo doverosa consultazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, esprime il suo giudizio nel modo seguente: “L’ordinazione al diaconato o al presbiterato di uomini omosessuali o con tendenza omosessuale è assolutamente sconsigliabile e imprudente e, dal punto di vista pastorale, molto rischiosa. Una persona omosessuale o con tendenza omosessuale non è, pertanto, idonea a ricevere il sacramento dell’Ordine sacro”».

La svolta profonda nella Chiesa cattolica, a proposito dell’omosessualità, avvenne, però, nel 1996, quando La Congregazione per la Dottrina della Fede ordinò alla Congregazione per l’Educazione Cattolica di preparare un documento specifico sull’ammissione al sacerdozio dei seminaristi con tendenze omosessuali.

Negli anni 1998-2002, due sessioni plenarie della Congregazione per l’Educazione Cattolica si sono occupate delle proposte di questo testo poi promulgato nel 2005.

5. La bufera americana del 2002

Nel settembre 2015, alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è stato presentato in anteprima un film, intitolato Spotlight, del regista americano Thomas McCarthy. Dal 6 novembre 2015 questo film è nelle sale americane. Successivamente, è entrato anche nelle sale di tanti altri paesi.

Spotlight racconta l’inchiesta del gruppo investigativo del giornale «The Boston Globe» sull’insabbiamento, da parte della Chiesa cattolica, degli abusi sessuali sui minori.

Il card. Seán Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, che ha sostituito, nel 2003, il card. Bernard Law dopo le sue dimissioni, ha visto questo film prima del Natale 2015 e lo ha giudicato come «un film molto forte e importante» (a very powerful and important film). Protagonisti del film sono i giornalisti del gruppo premio Pulitzer che, sotto il nome di Spotlight, hanno portato avanti inchieste, rivelando, nel 2002, tutte le prove contro 70 preti pedofili dell’arcidiocesi di Boston, l’omertà generale che dominava per trent’anni e la pratica diffusa dei superiori, i quali, quando venivano a sapere di denunce fatte dalle famiglie dei ragazzini abusati, preferivano patteggiare con i familiari un rimborso, spostavano di parrocchia il religioso, per poi rimetterlo, poco tempo dopo, al suo posto. Nel 2002, lo scandalo dei preti pedofili ha causato negli USA un vero e proprio terremoto che ha scosso profondamente la comunità cattolica 21.

Come è nata la crisi della Chiesa americana? Che cosa ha portato al dramma degli abusi sessuali dei preti sui minori? Nella bufera americana del 2002, alcuni autori hanno messo in evidenza che si sarebbe potuto evitare il dramma dei preti pedofili. Se, per esempio, il divieto di ammettere le persone omosessuali al sacerdozio ed alla vita religiosa, firmato da Giovanni XXIII nel 1961, fosse entrato in vigore, forse si sarebbe evitato il dramma della pedofilia nella Chiesa cattolica.

Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori è esploso, per la prima volta, negli Stati Uniti, già a metà degli anni Ottanta 22. Negli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, i sacerdoti con tendenze omosessuali hanno cominciato a creare molti problemi in tante diocesi ed abbazie. All’inizio degli anni Novanta l’omosessualità dei preti costituiva già un dramma vero e proprio in molti Paesi del mondo.

Negli Stati Uniti a quell’epoca morivano tanti preti gay a causa dell’AIDS. Nel 1989, don Andrew Greeley, scrittore e sociologo cattolico, scrisse un articolo sconvolgente sul settimanale americano «National Catholic Reporter», a proposito della «mafia lavanda» (The Lavender Mafia) – locuzione che indica la lobby-gay all’interno della Chiesa cattolica 23. Secondo Greeley, già alla fine degli anni Ottanta, il sacerdozio cattolico stava diventando, negli USA, sempre più gay 24. Già nell’autunno del 1992, fu organizzata, a Chicago, la prima Conferenza Nazionale sugli abusi sessuali sui minori da parte dei preti cattolici (The First National Conference for Victims and Survivors of Roman Catholic Clergy Abuse).

La crisi morale della Chiesa americana può essere vista attraverso la dolorosa vicenda dell’arcivescovo Rembert Weakland, il quale ha diretto l’arcidiocesi di Milwaukee (Wisconsin) negli anni 1977-2002. Weakland ha, per decenni, insabbiato i casi degli abusi sessuali dei preti, sostenendo una visione dell’omosessualità contraria a quella del Magistero della Chiesa cattolica. Alla fine del suo esercizio, egli ha anche attuato una malversazione gigantesca, sottraendo circa mezzo milione di dollari dalle casse della sua arcidiocesi, per pagare il suo ex-partner che lo accusava di molestie sessuali. Nel 2009, Weakland ha fatto il suo «coming out», pubblicando una autobiografia intitolata: A Pilgrim in a Pilgrim Church (Un Pellegrino in una Chiesa pellegrina), in cui lui stesso ha ammesso di essere gay e di aver avuto, per decenni, rapporti sessuali continuativi con molti partner 25.

Nel 2011, l’arcidiocesi di Milwaukee è stata costretta a dichiarare bancarotta, per l’alto caso dei risarcimenti dovuti alle vittime dei preti pedofili.

Sul fenomeno dei preti omosessuali nella Chiesa cattolica sono state pubblicate, negli Stati Uniti, decine di libri e centinaia di articoli. C’è, però, uno studio che ha un valore tutto particolare. Si tratta di un libro del 2000 di Donald Cozzens, sacerdote cattolico, teologo e sociologo, Rettore del Seminario di Cleveland, Ohio, intitolato The Changing Face of the Priesthood: A Reflection on the Priest’s Crisis of Soul (Il volto del sacerdozio che cambia: una riflessione sulla crisi sacerdotale dell’anima) 26. Essendo formatore dei futuri sacerdoti e sociologo, Cozzens aveva la competenza professionale indispensabile per approfondire, fino in fondo, la vicenda dei seminaristi e dei preti omosessuali 27. Secondo le sue ricerche, si può parlare, oggi, di «un esodo eterosessuale dal sacerdozio» (a heterosexual exodus from the priesthood). Cozzens ribadisce che all’inizio del XXI secolo il sacerdozio già è diventato oppure è sul punto di diventare, la professione dei gay – una professione, esercitata eminentemente dai gay (gay profession) 28.

Fino al novembre 2015, la Chiesa americana ha dovuto pagare circa 4 miliardi di dollari di risarcimento alle vittime 29. Nel rapporto del 2004, chiamato, in forma divulgativa, John Jay Report, preparato dagli specialisti, su richiesta della Conferenza episcopale americana, sono stati analizzati tutti i casi degli abusi sessuali sui minori, da parte dei preti cattolici e dei diaconi in USA, negli anni 1950-2002.

Questo documento di quasi 300 pagine ha uno straordinario valore informativo. Il John Jay Report ha dimostrato, tra l’altro, che esiste un legame tra l’omosessualità e gli abusi sessuali sui minori, da parte del clero cattolico. Secondo il rapporto del 2004, nella stragrande maggioranza dei casi di abusi sessuali non si tratta di pedofilia, ma di efebofilia, cioè una degenerazione che non consiste soltanto nella attrazione sessuale per i bambini, ma per ragazzi adolescenti, in età puberale. Il John Jay Report ha dimostrato che circa il 90% dei preti condannati per abusi sessuali sui minori, sono preti omosessuali.

6. La rivoluzione del 2005

Per quanto riguarda l’omosessualità e il sacerdozio, una vera e propria rivoluzione copernicana è avvenuta nel 2005, all’inizio del pontificato di Benedetto XVI. Già nel febbraio del 2005 – ancora durante il pontificato di Giovanni Paolo II – la sessione plenaria della Congregazione per l’Educazione Cattolica ha dato il suo «si» per Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione ai seminari.

Il 31 agosto 2005 Benedetto XVI ha approvato la versione finale di questo documento e ha ordinato la sua pubblicazione. L’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica ha vietato l’ammissione dei candidati omosessuali agli ordini sacri 30. La rivoluzione copernicana riguarda innanzitutto l’omosessualità psicologica, ossia l’omosessualità come tendenza, come inclinazione e come tipo della personalità, che prima molto spesso non veniva considerata un impedimento al sacerdozio e alla vita religiosa.

Il documento della Santa Sede, promulgato il 4 novembre 2005, afferma: «La Chiesa […] non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate» 31.

Va notato che l’Istruzione del 2005 è un documento abbastanza conosciuto, anche se molto spesso viene trattato come se non esistesse. Non si parla affatto, invece, della lettera del 4 novembre 2005, indirizzata dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica a tutti i vescovi del mondo, che accompagnava questa Istruzione.

In questo documento, la Santa Sede ha trasmesso, tra l’altro, la sua decisione che i preti omosessuali non dovrebbero diventare rettori e formatori nei seminari 32.

Nel maggio del 2008, rispondendo ad alcune voci critiche, il Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, ha confermato in una lettera, intitolata Rescriptum ex audientia, ai vescovi di tutto il mondo, il «no» all’ingresso nel seminario oppure nel noviziato e all’ordinazione sacerdotale per gli uomini con tendenze omosessuali.

Il 31 ottobre 2008, la Congregazione per l’Educazione Cattolica ha proclamato L’Istruzione Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio. Questo documento vieta del tutto l’ammissione dei canditati omosessuali nei seminari e sempre in questo documento, viene stabilito che uomini tali vi possono accedere solo dopo la guarigione dei loro problemi con la propria identità sessuale.

La precisazione del documento del 2008 nei confronti di quello del 2005 sembra essere molto importante. Perché? L’Istruzione del 2005 ha stabilito che un seminarista con tendenze omosessuali transitorie può lavorare su questo problema anche nel seminario, durante i primi anni della formazione. La tendenza omosessuale doveva scomparire totalmente almeno tre anni prima dell’ordinazione al diaconato. Il documento del 2008 ha cambiato questa regola – adesso anche sulla tendenza omosessuale transitoria si dovrebbe lavorare fuori del seminario.

Così i seminari cattolici sono chiusi ad ogni tipo di omosessualità. La terapia necessaria va fatta fuori del seminario e delle case di formazione, ancora prima di iniziare la via della formazione al sacerdozio ed alla vita religiosa 33.

7. L’autorità dei documenti del 2005 e del 2008

Che tipo di autorità hanno i due documenti redatti dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica? Questo problema è stato affrontato nel 2005 dal Teologo della Casa Pontificia, nell’intervista rilasciata all’Agenzia ZENIT. Card. Georges Marie Martin Cottier non lascia alcun dubbio che il documento del 2005 – ma analogicamente anche quello del 2008 – faccia parte del Magistero della Chiesa e contenga l’autorità del Sommo Pontefice.

«Le Congregazioni vaticane – ha ribadito il Teologo della Casa Pontificia hanno autorità nella misura in cui sono collaboratrici autorizzate del Papa. Mi permetto di ricordare che il Papa ha chiesto, con la sua firma, che venga pubblicata, nel documento, questa frase: “Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, in data 31 agosto 2005, ha approvato la presente Istruzione e ne ha ordinato la pubblicazione”.

L’autorità del Papa è “coinvolta” per il fatto che è un testo di una Congregazione, la Congregazione competente per l’Educazione Cattolica, che ha contato sulla collaborazione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – due Congregazioni importanti. Ci sono testi di Congregazioni che sono documenti di lavoro, non hanno bisogno dell’approvazione esplicita del Papa. Qui ci sono la sua approvazione e l’ordine che sia pubblicata. L’autorità del Papa è presente» 34.

La spiegazione del card. Cottier, però, non risolve tutti i dubbi. Nel 2014, il gesuita e vescovo svizzero Peter Henrici, fino al 1993 professore e decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana a Roma, ha pubblicato un articolo molto interessante sul giornale italiano «Avvenire». Questo testo aiuta a capire, come oggi, in molti Paesi, viene visto, dai cattolici, il Magistero della Chiesa e l’autorità del Papa. Henrici ha spiegato nel suo testo come la rivoluzione giovanile del ’68 ha inciso sulla lettura del Vaticano II. Secondo Henrici, il punto di svolta è stata la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI.

«Da allora infatti, almeno a nord delle Alpi, i testi emanati dal Sommo Pontefice e dai suoi dicasteri non vengono più accettati come documenti del Magistero, ma tutt’al più come proposta da discutere. Ciò accade purtroppo già con il testo che mi pare essere il più importante del pontificato del beato Paolo VI, la Esortazione postsinodale Evangelii nuntiandi del 1975. In quel testo, di fatto, il Papa rispondeva alla rivoluzione culturale, ormai trapassata, introducendo il concetto di evangelizzazione della cultura» 35.

 8. La conformità del sacerdote cattolico a Cristo

Il punto cruciale della domanda sul rapporto esistente tra l’omosessualità e il sacerdozio riguarda la conformità del prete cattolico a Cristo. Come interpretare la conformità? Cosa significa intendere il sacerdozio come l’agire «nella persona del Cristo» (in persona Christi)? I sacerdoti cattolici sviluppano il loro ministero «nella persona del Cristo», ossia grazie a Lui e nel Suo potere. Cristo è la fonte del sacerdozio nella Chiesa cattolica. Il sacramento del sacerdozio si fonda nel Sommo Sacerdote, ossia Cristo stesso. Per cui i preti cattolici devono essere necessariamente come Lui – ci vuole la conformità del sacerdote alla persona di Gesù Cristo a livello del corpo, delle virtù morali, del comportamento, delle emozioni e dell’affettività.

A questo argomento fondamentale che affronta il rapporto esistente tra l’omosessualità e il sacerdozio dal punto di vista ontologico, attraverso la categoria della conformità del sacerdote alla persona di Gesù Cristo, è stato dedicato, nel 2006, un articolo molto interessante e stimolante di Guy Mansini e Lawrence J. Welch, che è stato pubblicato sulla rivista americana «First Things» 36. Secondo questi autori, non si dovrebbero ordinare dei preti omosessuali, se non si vuole cambiare la visione cattolica del sacerdozio e dei sacramenti, presente nel Magistero della Chiesa cattolica. Se non si vuole mettere in discussione la concezione tradizionale del sacerdote cattolico che agisce in persona Christi, allora, per forza, vanno ammessi agli ordini sacri solo i candidati eterosessuali, che sono conformi alla persona di Gesù Cristo. Mansini e Welch ribadiscono che l’immaturità affettiva di un prete omosessuale lo priva della conformità a Cristo e non gli permette di esercitare la paternità spirituale che viene necessariamente connessa con la maschilità.

Va notato che dal 4 al 6 febbraio 2016, la Pontificia Università Gregoriana ha ospitato una conferenza internazionale, intitolata Il celibato sacerdotale. Un cammino di libertà. A questo convegno molto importante – organizzato in vista del 50° anniversario dell’enciclica Sacerdotalis Caelibatus del papa Paolo VI, che ricorrerà nel 2017 – hanno partecipato diversi esperti, tra cui Tony Anatrella, psichiatra e psicanalista, sacerdote della diocesi di Parigi e docente al Collège des Bernardins, e due cardinali: Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha svolto il 4 febbraio l’intervento di apertura, e Pietro Parolin,

Segretario di Stato vaticano, che ha concluso l’incontro il 6 febbraio, presentando la relazione intitolata «Il prete ordinato “in persona Christi”». Il convegno, non affrontando direttamente il tema dell’omosessualità, ha confermato che il celibato sacerdotale conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo.

Occorre ricordare che a proposito del rapporto tra l’omosessualità, il sacerdozio e il celibato, Benedetto XVI ha detto, nel 2010, che «l’omosessualità non è conciliabile con il ministero sacerdotale; perché altrimenti anche il celibato come rinuncia non ha alcun senso. Sarebbe un grande pericolo se il celibato divenisse motivo per avviare al sacerdozio persone che in ogni caso non desiderano sposarsi, perché in fin dei conti anche il loro atteggiamento nei confronti dell’uomo e della donna è in qualche modo alterato, disorientato. […] La scelta dei candidati al sacerdozio deve perciò essere molto accurata. Bisogna usare molta attenzione affinché non si introduca una simile confusione ed alla fine il celibato dei preti non venga identificato con la tendenza all’omosessualità» 37.

 9. Conclusioni

Il fenomeno dell’omosessualità divide sempre più il mondo cristiano. La valutazione morale della tendenza omosessuale e degli atti omosessuali diventa una sfida vera e propria anche per la comunità cattolica. Una delle domande più difficili per i cattolici del terzo Millennio, un vero e proprio nodo gordiano, è indubbiamente il rapporto esistente tra l’omosessualità e il sacerdozio. Questo problema, di carattere piuttosto ontologico che morale, è estremamente complesso e richiede una ricerca interdisciplinare.

Per i cattolici, la sfida dell’omosessualità riguarda anzitutto la necessità di difendere la propria identità che si basa, fondamentalmente, sulla visione sacramentale della Chiesa e della presenza di Gesù Cristo nei sacramenti. Cosa fare con il divieto del 2005 di ordinare preti omosessuali? Come comprendere meglio, a livello filosofico e teologico, sia il sacerdozio cattolico che l’omosessualità?

Sembra che si debba tenere presente le cinque seguenti osservazioni.

La prima conclusione riguarda la decentralizzazione della Chiesa cattolica.

Papa Francesco ha già parlato di una sana decentralizzazione già in autunno del 2013, nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Il 24 ottobre 2015, nel suo discorso a conclusione del Sinodo sulla famiglia, papa Bergoglio disse così: «E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo – quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione» 38.

Papa Francesco vuole affidare più competenze alle conferenze episcopali e rendere possibili i Sinodi regionali. Dal 12 al 15 febbraio 2016 è stato organizzato a Roma un seminario di canonisti e teologi dogmatici per analizzare questo problema e rafforzare il principio della sinodalità39. Pertanto, nei tempi che verranno, anche la visione cattolica dell’omosessualità dipenderà, in buona parte, dalla concezione della Chiesa che prevarrà. Se andassimo verso la Chiesa cattolica decentralizzata e «federale», allora anche la visione dell’omosessualità – almeno in parte – sarebbe probabilmente stabilita a livello regionale dalle Conferenze episcopali, dalle diocesi, dagli ordini religiosi.

Per quanto riguarda, oggi, la visione morale e religiosa dell’omosessualità, sembra che il consenso tra i cristiani – ma anche tra gli stessi cattolici – non sia più possibile. A causa dello scontro sull’omosessualità, probabilmente crescerà sempre più la disintegrazione e la frammentazione del cattolicesimo, a livello mondiale. Di conseguenza, la ricerca sul rapporto esistente tra l’omosessualità e il sacerdozio deve essere unita, oggi, alla riflessione sulla decentralizzazione della Chiesa cattolica.

La seconda osservazione riguarda la concezione ontologica del sacerdozio cattolico. Se non viene più condivisa da tutti i cattolici una visione comune dell’omosessualità, allora come salvare la stessa concezione del sacerdozio e dei sacramenti? Il sacerdozio cattolico ha un carattere sacramentale e ontologico. Di conseguenza, nei sacramenti celebrati dai sacerdoti cattolici, in modo particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, abbiamo a che fare con la presenza vera, reale e sostanziale di Gesù Cristo. Il prete cattolico deve essere conforme a Cristo, che è fonte di ogni sacerdozio. Per amministrare dei sacramenti validi nella Chiesa cattolica, i sacerdoti devono agire «nella persona di Cristo» (in persona Christi).

Pertanto devono essere necessariamente eterosessuali, come il loro Maestro, o no? Possono essere anche omosessuali? Che cosa significa, a livello ontologico, la conformità del prete cattolico a Cristo? Il Magistero della Chiesa cattolica afferma che l’inclinazione omosessuale sia «oggettivamente disordinata». Come intendere la conformità a Cristo nel caso della tendenza omosessuale «oggettivamente disordinata»? Ci vuole qui e nei prossimi decenni, un serio lavoro filosofico e teologico per trovare delle risposte adeguate.

La terza osservazione riguarda il futuro del documento del 2005. In questa Istruzione, che fa parte del Magistero della Chiesa, invece della divisione tra l’omosessualità attiva e quella passiva, è stata introdotta una distinzione tra tendenze omosessuali transitorie – che si verificano, per esempio, nel periodo dell’adolescenza, o sono causate dalla violenza sessuale – e quelle profondamente radicate.

Dopo la promulgazione del documento del 2005, ogni forma di omosessualità, anche quella psicologica e non più soltanto l’omosessualità attiva, dovrebbe costituire un impedimento all’ordinazione sacerdotale. Nella Chiesa cattolica, a livello dottrinale, l’omosessualità non è conciliabile con la vocazione sacerdotale.

Dopo il 2008, invece, non è vietata soltanto l’ordinazione di uomini con qualsiasi tipo di tendenza omosessuale (anche se transitoria), ma anche la loro ammissione in seminario.

Qui, però, sorge subito una domanda estremamente difficile: si può ancora trattare ogni tipo di omosessualità come un impedimento al sacerdozio e alla vita religiosa, sapendo che la percentuale dei preti, dei religiosi e dei seminaristi omosessuali è molto alta e confermata scientificamente da diverse ricerche sociologiche?

Come interpretare questi dati sociologici – in realtà non contestati da alcuno – pubblicati in tanti libri, articoli e disponibili a tutti su Internet?

Nel 2009, il teologo tedesco Peter Mettler ha pubblicato un libro molto interessante, in cui dimostra, a livello teologico, perché si dovrebbe trattare ogni tipo dell’omosessualità come un impedimento oggettivo agli ordini sacri (ein objektives Weihehindernis) 40. Secondo questo autore, non bastano le argomentazioni di tipo sociologico o psicologico, ma è necessaria la giustificazione teologica vera e propria. Mettler mette in evidenza che se l’omosessualità, come una tendenza profondamente radicata, è «oggettivamente disordinata», allora i preti omosessuali non possono essere conformi a Cristo e non possono essere come Lui gli sposi della Chiesa, che è la sposa. Di conseguenza, sostiene Mettler, il divieto stabilito nel 2005 dovrebbe essere inserito esplicitamente nel Codice di Diritto Canonico 41.

La quarta osservazione riguarda il ruolo del Magistero della Chiesa e l’autorità del Papa. Purtroppo, alcuni documenti dedicati al rapporto esistente tra il sacerdozio e l’omosessualità, anche se proclamati e pubblicati, sono spesso difficilmente reperibili, oppure sconosciuti ai preti, ai seminaristi, alle suore e ai laici. Di conseguenza, anche nel mondo cattolico c’è, oggi, come in molti Paesi del mondo, una grande ignoranza e confusione a proposito del rapporto esistente tra la tendenza omosessuale e il sacerdozio e la vita religiosa. Certamente, la precisazione del tipo di autorità dei diversi documenti della Santa Sede potrebbe risolvere molti dubbi che provocano spesso, tensioni, scontri, divisioni e conflitti, in alcuni ambienti ecclesiastici.

La quinta osservazione riguarda un maggiore coinvolgimento dei laici nella formazione dei candidati al sacerdozio ed alla vita consacrata. Purtroppo, molto spesso, i fedeli della Chiesa cattolica hanno poca o nessuna conoscenza di come i futuri sacerdoti siano formati. Eppure nei seminari si decide, in modo determinante, il futuro del cattolicesimo. C’è oggi grande necessità di un maggior coinvolgimento dei laici, al fine di risolvere bene il problema dell’ordinazione degli omosessuali. Anche i laici dovrebbero partecipare a questo grande dibattito che sarà fondamentale per la Chiesa cattolica nel terzo Millennio: applicare ancora il divieto del 2005, oppure scegliere un’altra strada di formazione nei seminari e nei monasteri – quella che si concentra sulla maturità affettiva e sulla cosiddetta personalità integrata dei seminaristi, dei novizi e delle novizie, prescindendo dalla loro identità sessuale?