Materia e forma

Filosofia: logica, gnoseologia...

Metafisica. (Livi, Fabro, Mondin) L’esame di questi due concetti e della loro origine

MATERIA e FORMA



MATERIA


(Mons. Antonio Livi) Secondo il significato più comune, materia dice tutto ciò che è esteso e l’insieme dei corpi estesi. Nel significato tecnico (di origine aristotelica e scolastica) denota ciò che in un essere rappresenta l’elemento potenziale, indeterminato, in opposizione alla forma che rappresenta l’elemento della determinazione e attuazione. Nell’uso moderno si oppone sia a forma sia a spirito.

 

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FORMA


(P. Cornelio Fabro) Nel significato ordinario è la disposizione esteriore delle parti di un corpo, una qualità delle sostanze sensibili, specialmente viventi, secondo la quale si dicono formose o deformi (Aristotele, Cat., 8, 10a‑12). Nella riflessione filosofica con forma si indica il principio che determina l’essenza e la struttura dell’essere come tale: allora è detta causa delle cose e “specie”  per eccellenza (Phys. III, 3, 194 b 26; Met., V, 2, 1013 b 23).

La forma è il principio radicale della positività dell’essere, in quanto è la forma che determina il contenuto dell’essenza; è l’atto e la “perfezione  prima” di quanto esiste o come sostanza semplice (cioè pura forma) o come sostanza composta (sinolo di materia e forma). Alla forma, atto ontologico, corrisponde nell’ordine logico la “differenza”: la forma determina e attua nella realtà la materia, la differenza specifica determina ed attua nella sintesi della definizione il contenuto ancora vago del “genere” (Met., VII, 4, 1030 a 11 sgg.). Da una parte quindi la forma quale principio distintivo e diviso per generi, percorre da cima a fondo le classificazioni degli esseri, isolandoli nella irripetibile originalità delle specie infime; dall’altra, quale principio costitutivo degli esseri stessi e ragione propria della loro struttura, la forma mantiene ad un tempo ed assicura l’unità di essere all’interno delle sostanze singole e la unità di natura nella molteplicità degli individui dispersi nel tempo e nello spazio (Top., II, 2, 109 b 14).

In una visione intellettualistica del mondo, a cui restano fedeli sia Platone come Aristotele, la forma è perciò il principio primo dell’essere, del divenire e del conoscere. Il contrasto fra i due filosofi riguarda il modo di “presenza” delle forme nella materia: se avvenga per via di “partecipazione”, così che la “vera” forma sia una soltanto (trascendente e immateriale) come vuole il platonismo; o se si debba affermare la “sussistenza” delle forme nella materia sensibile e la principalità della sostanza sensibile singolare sopra i generi e le specie, come ritiene l’aristotelismo (Met., XIII, 3, 1070 a 18; XIV, 4, 1078 a 31). Senza entrare nella controversia sull’origine prossima del concetto di forma, si deve ritenere che esso esprima il contributo più caratteristico di Aristotele alla cultura occidentale (W. Jaeger). Ed esso esprime veramente il nucleo centrale del suo pensiero, comunque esso si applichi alle analisi della natura, delle attività estetiche, etiche, sociali e politiche, della stessa riflessione filosofica. Per via della forma il divenire aristotelico non è il divenire eracliteo ma il “passaggio” dalla capacità di aver una forma all’atto di averla: passaggio operato da un “agente” che ha una tale forma prima come atto suo e poi come “fine” del suo agire. Per questo la forma è la perfezione prima e finale dell’essere (De Anima, II, 1, 412 a 10; Met.., V, 4, 1015 a 10).

In questo modo il nuovo concetto di forma temperava insieme gli eccessi del platonismo e fermava il passo al meccanicismo fisico di Democrito ed Empedocle, affermando il predominio nella fisica, biologia, non meno che nello sviluppo della vita dello spirito, dei criteri morfologici e qualitativi sopra la materia ed i rapporti puramente quantitativi. La forma quindi è atto, sostanza ed essere “più della materia” (Met., VII, 3, 1 1029 a 29): principio che l’aristotelismo medievale esprimeva con la formula: “forma dat esse”, il quale però dalle diverse scuole veniva diversamente inteso. I seguaci di Avicebron estesero la dottrina della materia e forma universale e della molteplicità delle materie e forme cosmiche ad una “pluralità di forme” nello stesso individuo (scuola francescana antica) od almeno, per l’uomo, alla composizione di una “forma di corporeità ” e dell’anima spirituale (Scoto). E’ in seno a questa scuola che prese piede l’opinione che anche la materia avesse un certo “atto” imperfetto e non fosse pura potenza: atteggiamento che, avvalorato dall’autorità di Suarez, non fu senza influsso sul dinamismo di Leibniz. Per s. Tommaso, che resta sul piano rigorosamente metafisico di Aristotele, forma e materia stanno nella tensione metafisica della contraddizione: l’unità dell’essere reale dipende dall’unità della forma sostanziale e ripugna alla stessa divina potenza di attribuire alla materia un qualsiasi atto (Quodlib., III, q. I, a. I).

Il punto di vista aristotelico, che pareva sommerso dalla fisica galileiana, è rimesso in onore in vari settori della cultura contemporanea. Nella ontogenesi dei viventi, i processi di organizzazione obbediscono ad una legge che è interiore ai medesimi e che ha il significato e l’efficacia di una forma o entelechia (H. Driesch). Nello sviluppo e nell’articolarsi delle funzioni conoscitive, il contenuto degli oggetti non è dato dalla somma di contenuti elementari semplici (associazionismo), ma si presenta immediatamente come un “tutto” organizzato che ha carattere di forma (Gestaltpsychologie). E vi sono forme visive, acustiche, tattili…. forme statiche e forme di movimento: per tutte vale la legge generale che la forma è altra cosa, o meglio, è qualcosa di più della somma delle parti (Ehrenfels). Solo che alla posizione apriorista che attribuisce le forme (Gestalten) alla “produzione” intellettuale (scuola del Meinong), ed all’ipotesi dell’“isomorfismo” secondo la quale le forme percettive sarebbero l’effetto univoco di processi psico‑fisici svolgentisi nella zona corticale (scuola del Wertheimer), i neoaristotelici distinguono, in accordo con la stessa esperienza, fra forma e significato. Forma può essere un contenuto sensoriale immediato (“sensibili comuni” di Aristotele), ma il significato che è ben più importante della forme appartiene alle funzioni superiori dell’intelligenza.

Nell’ambito della filosofia le “forme pure a priori” (Denkformen) di Kant segnano la deviazione dal primitivo concetto aristotelico che si è mostrata più gravida di conseguenze, fino ad abolire con l’hegelismo attualista il concetto stesso di forma a favore di un “atto” che fa se stesso e che non conosce legge alcuna fuori di sé. Nella moderna storiografia la forma ha significato di “tipo” di una cultura o civiltà (le Grundformen di Dilthey, le Lebensformen di Spranger, ecc.).

BIBLIOGRAFIA: H. Bonitz, Index Arist., Berlino 1870, 2,7 b 58 sgg.  474 a II sgg.;  G. V. Hertling, Materie und Form und die Definition der Seele bei Arist., Bonn 1871; A. Trendelenburg, De Anima, ed. Belger, Berlino 1877; L. Schutz, s. v. in Thomas Lexikon, 2a ed., Paderborn 1892; H. Burchard, Der Entelechiebegriff bei Arist. und Driesch, Quatenbrack 1928; O. Lottin, La pluralité des formes substantielles avant s. Thomas d’Aquin, in Rev. neosc. de phil., 34 (1932), V. 449 s99, ora nel vol. Psychologie et morale au XII et XIII siècles, Lovanio 1942 P. 463 sgg.; C. Fabro, La fenomenologia della percezione, Milano 1939, spec. p. 337 sgg.

Cornelio Fabro

 

(Mons. Antonio Livi) (dal latino forma, che traduce con metatesi il greco morphé ? forma, da cui “metamorfosi”, “morfologia”, ecc.): nella metafisica aristotelica designa “l’essenza di ogni cosa e la sostanza prima”, oppure “l’atto primo di un corpo”. Secondo Aristotele, tutte le cose materiali sono costituite da due principi fondamentali: la materia, principio passivo, e la forma, principio attivo (di qui la definizione: “atto primo di un corpo”). Nella filosofia moderna il termine ha assunto però un significato meno tecnico ed è divenuto sinonimo di “figura” o di “struttura” (in tedesco Gestalt). Per Kant, lo spazio, il tempo e le categorie costituiscono le forme pure o “a priori” della conoscenza sensibile.

 

(Don Battista Mondin) E’ uno dei termini chiave della metafisica aristotelico-tomistica, dove designa “l’essenza di ogni cosa e la sostanza prima”, oppure “l’atto primo di un corpo”. Secondo Aristotele, tutte le cose materiali sono costituite da due principi fondamentali: la materia – che è il principio passivo – e la forma – che è il principio attivo. Per san Tommaso, il grado massimo di perfezione di una cosa non è dato, come per Aristotele, dalla forma bensì dall’atto dell’essere. Per questo motivo san dà a tale atto il nome di quasi-forma.