Libro III – Cap. 14 La restaurazione in Italia (II)

Storia della Chiesa

Prof. A. Torresani. – 14. 2  La Carboneria – 14. 3  I moti del 1820-1821 a Napoli – 14. 4  I moti di Torino – 14. 5  Le conseguenze della rivoluzione fallita – 14. 6  Cronologia essenziale – 14. 7 Il documento storico – 14. 8  In biblioteca.

14. 2  La Carboneria
     Abbiamo accennato alle società segrete, ora rimane da ag­giungere qualche notizia per ricostruire l’azione politica della più nota tra esse, la Carboneria. 
Struttura della Carboneria Come già la massoneria, anche la car­boneria amava far riferimento a una remota antichità. In realtà, sembra che la carboneria non risalga più indietro della fine del XVIII secolo. Prima del 1807 la carbo­neria non dette segni di esistere a Napoli, ma già due anni dopo appariva presente nell’Italia centrale e meridionale. L’organiz­zazione, i riti, il simbolismo, i giuramenti erano simili a quelli della massoneria. Differivano le tendenze politiche e morali. Infatti, mentre la massoneria tendeva a scalzare la re­ligione cristiana, rivolgendosi a preferenza alle classi elevate della società, la carboneria, si rivolgeva a preferenza ai borghesi, ai militari, ai funzionari e anche  al popolo minuto senza ostilità per la tradizionale adesione al cattolicesi­mo.  I membri ricevevano il titolo di buoni cugini: un certo numero di loro formava una vendita; più vendite in una re­gione si ponevano agli ordini di una vendita madre. Al vertice supremo c’era la direzione denominata alta vendita. I fini che la società segreta si proponeva erano l’abolizione del dispotismo, l’istituzione di forme politiche democratiche e co­stituzionali, il diritto di autodeterminazione dei popoli, l’in­dipendenza nazionale.
Divisioni all’interno della Carboneria La carboneria napoletana, durante il periodo di Murat, si era divisa in due correnti: una massonico-murattiana asservita alla politica filofrancese; l’al­tra anglo-borbonica, mirante a riportare Ferdinando di Borbone sul trono di Napoli. Lord Bentinck, ambasciatore inglese, fece di tutto per far apparire la casa di Borbone come affine alle aspirazioni carbo­nare da realizzare non appena il Murat fosse stato cacciato, os­sia costituzione e riunificazione dell’Italia. Prevalse questa seconda corrente della carboneria, divenuta un’arma poderosa per far cadere il Murat. Ma appena tornato a Napoli Ferdinando I delle Due Sicilie fece di tutto per stron­care la diffusione delle società segrete. Molti carbonari si di­spersero in Francia, Spagna e Portogallo. Delusa dal re borboni­co, la carboneria entrò in contatto col Murat, indotto al tragico tentativo di Pizzo Calabro che gli costò la vita nel 1816.
La Carboneria e il Buonarroti Dopo quella data la carboneria su­bì l’influsso di Filippo Buonarroti che da Ginevra restituì vigo­re alle vendite, rafforzò la disciplina, il ritualismo e le san­zioni per chi veniva meno al segreto. La carboneria, nei proget­ti di Buonarroti, doveva interessare la fascia sociale medio-inferiore della popolazione, perché alle altre fasce provvedevano la Confederazione latina, la Federazione italiana, l’Adelfia, la Guelfia ecc. Il frutto di quelle cospirazioni maturò nel corso del 1820 quando, prima in Spagna, poi a Napoli e infine in Piemonte sembrò giunto il momen­to di venire allo scoperto. Nel corso di quei mesi i governi conservatori pote­rono valutare l’esiguo seguito popolare, la confusione, il vel­leitarismo diffuso tra i cospiratori. Il Metternich fece inclu­dere nel codice penale l’equiparazione tra appartenenza alle so­cietà segrete e alto tradimento, punibile con la pena di morte. Il papa Pio VII, nel settembre 1821, ossia quando i giochi erano ormai fatti, emanò una bolla di condanna della carboneria.
Crisi della Carboneria La carboneria, dopo la crisi del 1821, fu riordinata a Parigi dal Buonarroti. Dopo la rivoluzione di luglio 1830 che rovesciò i Borbone di Francia, iniziò un periodo di attivismo carbonaro esploso nell’insurrezione di Modena del 4 febbraio 1831 guidato da Ciro Menotti. Seguì l’insurrezione di Bologna, delle Marche, della Romagna e dell’Umbria col tentativo di portare al trono i nipoti di Napoleone, Luigi Napoleone, il futuro imperato­re dei francesi, e il fratello Napoleone Luigi. La ribellione, avvenuta all’interno dello Stato della Chiesa, fu domata dall’intervento austriaco. La critica alla carboneria, seguita al fallimento del movimento rivoluzionario, fu opera dei carbonari stessi, soprattutto di Giuseppe Mazzini che rimproverò alle società segrete la mancanza di idee operati­ve, l’assenza di un programma ben definito e pubblico, la carenza della guida politica dei moti, la mancanza di seguito nell’opinione pubblica. Dopo di allora la carboneria continuò a esistere, ma sempre più in dissidio con la Giovine Italia del Mazzini o in competizione con essa. Di matrice carbonara furono i moti di Romagna del 1843 e del 1845, e i moti di Calabria e di Sicilia del 1847 e 1848.  In tutti questi episodi, tuttavia, la carboneria agì alle dipendenze di emissari del regno di Sardegna, per esempio il d’Azeglio, a favore della monarchia di Carlo Al­berto: forse fu un carbonaro il sicario di Pellegrino Rossi che a Roma tentava di avviare la formazione di un governo di laici alla guida dello Stato della Chiesa nel 1848, un tentativo giudicato pericoloso per le mire sabaude sull’Italia.
Bilancio delle società segrete Tentando un bilancio complessivo delle società segrete, a parte le critiche del Mazzini che si possono applicare anche alla Giovine Italia, si può affermare che esse furono manifestazioni del radicalismo politico senza alcun seguito popolare, senza una visione della realtà politica  del tempo, senza gradualismo nell’individuare gli obiettivi. L’attivismo delle società segrete fu oneroso per la vita degli Sta­ti più deboli che dovettero dedicare le loro disponibilità finanziarie al rafforzamento della polizia, rinunciando ad altri in­vestimenti più produttivi. Forse, creando una sinistra rivoluzionaria, permisero all’ideologia liberale di assumere una funzione di centro che sul piano politico risultò vincente. Le società segrete non guidarono rivoluzioni di popo­lo, ma certamente riuscirono a creare un clima di instabilità nel quale prosperò il colpo di mano isolato, l’attentato politico, uno dei modi meno civili di fare politica. L’aura romantica che circonda quei gesti non deve far dimenticare la loro intrin­seca rozzezza che durò a lungo nella tradizione politica italia­na.

14. 3  I moti del 1820-1821 a Napoli
     Un tenace pregiudizio di natura patriottica tende a fare dei moti del 1820 l’inizio consapevole del risorgimento, tuttavia  dai documenti del tempo non emerge tale consapevolezza. I moti di quell’anno sono una crisi nel sistema elaborato dal congresso di Vienna, non sono la crisi del sistema.
Disagio politico e sociale a Napoli Motivi di disagio tra il 1815 e il 1820 a Napoli non mancavano. La liquidazione del pe­riodo di guerra era costata somme favolose al nuovo governo pre­sieduto da Luigi de’Medici che fino al 1817 dovette mantenere an­che un corpo di spedizione austriaco accampato a Napoli per pro­teggere il debole regno dai rivoluzionari. Il de’Medici dovette operare sul bilancio grandi tagli della spesa pubblica per evitare la bancarotta: bonifiche, strade, porti, pubblica istruzione furono le voci più sacrificate in uno Stato in cui l’iniziativa privata era quasi inesistente. Poiché lo Stato non assumeva nuovi dipendenti, la disoccupazione accentuava il malcontento e il senso di stagnazione di tutte le attività.
Attivismo della Carboneria La carboneria non aveva, come si è detto, un chiaro programma di governo, tranne la richiesta della costituzione spagnola del 1812 che pochi conoscevano. Dal 1817 le truppe di occupazione austriache avevano lasciato Napoli e da quel momento la carboneria ebbe no­tevole libertà d’azione anche perché era stato cacciato il prin­cipe di Canosa che l’aveva fieramente osteggiata. Quando si co­nobbero gli avvenimenti di Spagna a partire dal 1° gennaio 1820 e il successo della sollevazione delle truppe di Cadice, i carbona­ri iniziarono un frenetico periodo di consultazioni per stabilire l’unità d’azione, anche perché la stretta parentela esistente tra le famiglie reali spagnola e napoletana lasciava prevedere che quanto era concesso a Madrid si sarebbe potuto ottenere anche a Napoli.
Sollevazione dello squadrone di Nola Nella notte tra il 1° e il 2 luglio 1820 una trentina di carbonari della vendita di Nola sollevarono uno squadrone di cavalleria coman­dato dal tenente Michele Morelli e dal sottotenente Giuseppe Sil­vati.  Lo squadrone si diresse verso Avellino. Per strada raccolse alcune centinaia di carbonari avellinesi: il comandante delle truppe di Avellino, che non era carbonaro, chiese istruzioni al suo superiore, il ge­nerale Guglielmo Pepe, in quel  momento a Napoli. La situazione fu sbloccata dalla decisione di Guglielmo Pepe di far insorge­re due reggimenti di cavalleria e uno di fanteria di stanza a Na­poli. 
Ferdinando I cede alla sollevazione Il re Ferdinando I cedette promettendo la Costituzione. La richiesta di otto giorni sembrò ai rivoluzionari eccessiva: essi chiesero la costitu­zione spagnola del 1812.  Il 9 luglio le truppe ri­voluzionarie entrarono in Napoli, mentre era nominato il nuovo governo. Una Giunta doveva sostituire il parlamento fino alle elezioni.
La Costituzione Il 13 luglio il re Ferdinando I giurò di conservare e difendere la Costituzione. Non c’erano stati morti e sembrava che la rivoluzione avesse radici popolari. Da un punto di vista politico, il fatto più appariscente fu l’estrema facilità con cui si era fatta la rivoluzio­ne e la sua pronta consegna al gruppo murattiano che esprimeva una concezione della politica tutt’altro che democratica. Il debole e per­plesso Ferdinando I non aveva pro­getti per il futuro: stava alla finestra per conoscere la piega degli avvenimenti.
Manca la direzione politica La carboneria, dopo il 9 luglio, si gonfiò enormemente: tutti volevano salire sul carro dei vincito­ri in attesa di incarichi e stipendi. Nessuno si preoccupava di affrontare i problemi concreti o era in grado di suggerire ipotesi politiche pratiche. Le elezioni per il Parlamento si tennero tra agosto e settembre e finalmente, il 1° ottobre, i deputati si riunirono in una situazione già deteriorata sul piano della politica estera dall’atteggiamento ostile delle grandi potenze, e sul piano della politica interna dalla ribellione della Sicilia.
Ribellione separatista in Sicilia Il ritorno a Napoli della Corte dopo dieci anni di permanenza in Sicilia aveva tolto all’isola i vantaggi della presenza del governo. Le riforme am­ministrative del 1816 avevano prodotto tensioni e malcon­tento a Palermo anche per l’aggravamento della crisi dei proprietari terrieri che non riuscivano a vendere il grano ai prezzi degli anni precedenti. A Palermo esisteva ancora il potere delle maestranze, le corporazioni di arti e mestieri che già nel 1647 e nel 1673 avevano dato vita a sommosse. Proprio nei giorni dei festeggiamenti per la patrona della città, santa Rosalia, nei giorni 15 e 16 luglio giunsero a Palermo le notizie di Napoli e subito scoppiarono gra­vi tumulti. Gruppi di dimostranti chiedevano la costituzione del 1812, altri miravano all’indipendenza da Napoli, al­tri ancora si dettero al saccheggio degli uffici statali. Il luogotenente generale del re cercò di placare i tumulti annunciando la concessione della co­stituzione di Spagna e una Giunta di governo formata da elementi moderati. Le stragi e i saccheggi continuarono, culmi­nati con la liberazione dei detenuti nelle carceri. Le maestranze occu­parono i forti, impadronendosi di armi impiegate per combattere contro le truppe regolari. Il luogotenente fu costretto a imbarcarsi per Napoli.
La ribellione diviene violenta Il trionfo delle maestranze segnò il trionfo degli indipendentisti.  Due baroni influenti, il prin­cipe di Aci e il principe della Cattolica furono uccisi e decapi­tati, e per qualche giorno si temette che la rivoluzione assumes­se un aspetto giacobino e repubblicano, ma le maestranze non ave­vano alcun capo riconosciuto e, diffidando della borghesia, si rivolsero alla nobiltà. Il 18 luglio gli insorti costituirono una giunta di governo presieduta dal principe di Villafranca. Il 23 luglio la nuova giunta inviò a Napoli una delegazione per proporre in Sicilia la creazione di un regno separato da Napo­li sotto il governo di un membro della famiglia dei Borbo­ne con la costituzione spagnola. L’insurrezione rimase limitata alle province di Palermo e Girgenti, mentre le altre province si dichiararono favorevoli all’unione con Napoli. Perciò da Palermo partirono bande armate per co­stringere le riluttanti province a seguire la capitale; Caltanis­setta cadde in mano ai rivoluzionari, Trapani e Siracusa li scacciarono.
Intervento militare in Sicilia Incoraggiata dalla disunione dei siciliani, la Giunta di governo di Napoli decise di opporsi alle richieste della delegazione siciliana, ritenendo inammissibile che la rivoluzione si indebolisse per il separatismo dell’isola. Fu deciso di inviare a Palermo il generale Florestano Pe­pe, con un corpo di spedizione di 7000 soldati e con proposte moderate: si concedeva un Parlamento separato a pat­to che fosse richiesto da tutte le province e che fos­sero liberati i soldati fatti prigionieri.
Guardia civica a Palermo A Palermo, intanto, era stata formata una guardia civica per bilanciare la prepotenza delle maestranze e per favorire la pacificazione intrapresa da Florestano Pepe. La Giunta di Palermo decise di aprire trattative col generale che avanzava verso la capitale: il 22 settembre, a Termini Imerese, fu deciso che l’eventuale istituzione di un Parlamento e di un governo separato per la Sicilia fosse rimessa alla deci­sione dei deputati eletti per la Sicilia.  Poichè si sapeva che costoro, appartenendo alla  nobiltà e alla borghesia, avrebbero fatto cadere il progetto di indipendenza, le maestranze rinnova­rono la sollevazione di Palermo.
Repressione del moto separatista siciliano Il Parlamento di Napoli decise di non ammettere l’esistenza di un Parlamento se­parato per la Sicilia. Nell’isola fu inviato il generale Pietro Colletta con altri 3000 soldati che represse ogni moto indipen­dentista: ma così facendo, il governo di Napoli si indebolì per­chè dovette inviare in Sicilia la parte migliore del suo esercito.
Conseguenze internazionali della rivoluzione Sul piano interna­zionale non tardarono a mostrarsi le conseguenze della rivoluzio­ne napoletana. Il Metternich temeva l’estendersi del­la rivoluzione al Piemonte e al Lombardo-Veneto:  se non inter­venne subito fu a causa della mancanza di truppe adeguate al com­pito in Lombardia.  Francia e Russia non erano entusiaste della costituzione spagnola proclamata a Napoli ma cercavano anche di sostituire la loro influenza a quella austriaca su quel governo. Il Metternich conosceva le trame dei carbonari napoletani che cercavano collegamenti nello Stato della Chiesa e in Piemonte, e perciò si propose di staccare Ferdinando I dal suo governo.
Congresso di Troppau Il 27 ottobre 1820 si riunirono a Troppau nella Slesia austriaca i capi di Stato delle maggiori potenze: lo zar di Russia, il re di Prussia, l’imperatore d’Austria e i rap­presentanti di Francia e Gran Bretagna. Il Metternich riuscì a persuadere lo zar e il re di Prussia della necessità di un intervento repressivo per non far espandere l’incendio rivoluzio­nario. Il 19 novembre fu diramata la dichiarazione in forza del­la quale se uno Stato membro dell’alleanza europea cadeva in pre­da alla rivoluzione, cessava di farne parte, e le altre potenze si impegnavano a impedire riforme illegali: era la dichiarazione della politica dell’intervento per mantenere l’ordine. Francia e Gran Bretagna si dissociarono, ma neppure si opposero all’intervento.
Crisi politica del governo di Napoli Il governo di Napoli si trovò di fronte al dilemma: o revocare la costitu­zione o lasciare partire Ferdinando I per Lubiana dove era stata convocata la nuova conferenza per stabilire le modalità dell’intervento. Nel parlamento di Napoli si accese la discussione se lasciar partire il re o attendere lo scon­tro militare a Napoli: il 9 dicembre il Parlamento decise la partenza del re Ferdinando I a patto che si impegnasse a di­fendere la costituzione.
Congresso di Lubiana Il congresso di Lubiana si aprì il 26 gen­naio 1821 e vi partecipò anche Ferdinando I che si affrettò ad affermare che tutti i suoi giuramenti di fedeltà alla costituzio­ne non avevano valore perché estorti con la violen­za. Fu deciso l’intervento austriaco e già il 4 febbraio il generale Frimont varcava il Po per scendere fino a Napoli. Le possibilità di resistenza erano mini­me. 
Le operazioni militari L’esercito napoletano fu diviso in due contingenti, con uno al comando del Carascosa per difendere la linea del Garigliano, e l’altro al comando del Pepe col compito di attaccare nello Stato della Chiesa, sperando di sollevare quelle popolazioni. Il 7 marzo Guglielmo Pepe attaccò gli Austriaci a Rieti ma fu respinto. Da quel momento la resistenza napoletana cessò con sbandamento di interi repar­ti. Il 23 marzo gli Austriaci entrarono in Napoli.

14. 4  I moti di Torino
     La situazione interna del Piemonte era giunta, nel 1819, in seguito alla crisi economica, a un punto di tensione tale che il re Vittorio Emanuele I dette l’incarico a Prospero Balbo di stu­diare alcune riforme indilazionabili, ma le rivo­luzioni di Spagna e di Napoli bloccarono sul nascere ogni proget­to di riforma.
Obiettivi dei liberali piemontesi Negli ultimi mesi del 1820 i liberali piemontesi si accordarono su due obiettivi: la costitu­zione e la guerra contro l’Austria per conquistare il Lombardo-Veneto, formando un Regno dell’Alta Italia. La notizia dell’intervento austriaco a Napoli accelerò i prepara­tivi della rivoluzione che doveva avvenire quando i soldati au­striaci fossero lontani dalla Lombardia. Furono cercati contatti con le sette segrete del Lombardo-Veneto anche se già dall’ottobre 1820 Piero Maroncelli, il musicista romagnolo che aveva fondato una vendita carbonara in Milano, Silvio Pellico e altri carbonari erano stati arrestati. Rimanevano i confederati del Confalonieri per far insorgere la Lombardia se fossero giunte truppe dal Piemonte.
I liberali cercano un capo Appariva necessario in Piemonte atti­rare alla causa della costituzione e della guerra all’Austria al­meno un membro influente della casa di Savoia. La scelta cadde su Carlo Alberto di Savoia Carignano, erede presunto al trono perché né Vittorio Emanuele, né Carlo Felice, fratello del re, parevano inclini a idee liberali.
Carlo Alberto Carlo Alberto aveva allora 23 anni essendo nato nel 1798.  Il padre morì quando egli aveva due anni e la madre si risposò con un nobile francese. Dopo il 1814 lasciò la Francia e visse alla corte di Torino che non era luogo di profon­di stimoli culturali. Dalle vicende del periodo napoleonico Car­lo Alberto ricavò impulsi per l’azione, ma nessuna comprensione del momento politico che l’Europa stava viven­do: in breve era un principe presuntuoso e poco intelligente.
Incidenti studenteschi a Torino Nei primi giorni del gennaio 1821 a Torino ci furono tumulti studenteschi con l’occupazione dell’Università. Intervennero le truppe e ci furono feriti ai quali Carlo Alberto fece visita. Nel frattempo le sette segrete si davano da fare per sollevare l’esercito e chiedere la guerra all’Austria. Nella notte tra il 3 e il 4 marzo, Carlo Fe­lice partì per Modena: il pretesto era di salutare il re Ferdi­nando I di Napoli, suo suocero, di ritorno dal congresso di Lu­biana.
Contatti tra Carlo Alberto e i congiurati Il 6 marzo Santorre di Santarosa, con alcuni altri congiurati, si recò da Carlo Alberto per convincerlo a mettersi a capo della rivolta: sembra che Carlo Alberto abbia accettato. Tuttavia, la sera del giorno successivo Carlo Alberto fece sapere di non potersi impegnare,  invitando il comitato rivoluzionario a lasciar cadere il progetto. Il giorno 8 marzo il Santarosa volle iniziare comunque la sollevazione, e la sera dello stesso giorno ci fu un nuovo incontro tra Carlo Alberto e i capi della congiura, senza rivelare la data precisa della sollevazione. 
La sollevazione di Alessandria Il giorno 9 ci furono altri in­contri, ma non fu possibile bloccare la rivolta ad Alessandria, la piazzaforte più importante del Piemonte dove il 10 marzo fu issato il tricolore e fu insediata una giunta di governo provvi­soria in nome della Federazione italiana.  In mattinata arrivaro­no a Torino le notizie di Alessandria:  i capi della congiura raggiunsero Alessandria per dirigere le operazio­ni.  Anche a Torino si sollevò qualche reparto, ma la guarnigione principale non si mosse. 
Abdicazione di Vittorio Emanuele I L’11 marzo fu tenuto un con­siglio della corona nel corso del quale Prospero Balbo propose di concedere una costituzione di tipo inglese con una camera alta ereditaria e una camera bassa elettiva.  Durante quel consiglio giunse da Lubiana Filippo Antonio di San Marzano, annunciando che le grandi potenze non avrebbero tollerato la costituzione e che le trup­pe austriache erano pronte a intervenire  anche in Piemonte. Subito si rinunciò alla progettata costituzione. Il 12 marzo anche le truppe della cittadella di Torino si ammutinarono, chiedendo la costituzione. In seguito a nuovi tumulti, Vittorio Emanuele I decise di abdicare e, data l’assenza di Carlo Felice ancora a Modena, Carlo Alberto divenne reggente. Il 13 marzo Vittorio Emanuele I partì per l’esilio.
Difficoltà di Carlo Alberto L’abdicazione del re ebbe il potere di far sbollire la progettata rivoluzione perché Carlo Alberto non poteva prendere alcuna decisione senza consultarsi con Carlo Felice e questi era a Modena, probabilmente per essere libero di non prendere decisioni imposte dalla piazza.  Il 14 marzo fu con­cessa la costituzione di Spagna e fu formato un governo assi­stito da una giunta provvisoria.  Poi fu concessa l’amnistia alle truppe  ammutinate, ma fu vietato l’uso di coccarde e di bandiere diverse da quelle del Regno. Tra la giunta di Torino e la giunta di Alessandria, che appariva più democratica e non voleva far cadere il progetto di monarchia dell’Alta Italia, ci fu notevole tensione. Intanto alcuni stu­denti dell’università di Pavia erano accorsi in Piemonte ed era arrivata anche una delegazione della Federazione per chiedere  l’intervento militare in Lombardia. La delegazione fu ricevuta il 17 marzo da Carlo Alber­to, ma si sentì rispondere che l’esercito piemontese era imprepa­rato, perché l’abdicazione di Vittorio Emanuele I aveva provocato la crisi degli alti comandi e la discordia tra i reparti dell’esercito. Carlo Felice stava preparando il suo ritorno a Torino con propositi opposti a quelli dei rivoluzionari e saggiava le intenzioni dei comandanti militari. Il generale La Tour che comandava la piazza di Novara, appariva il più fiero oppositore della rivoluzione e perciò Carlo Felice, il 18 marzo, ordinò a Carlo Alberto di recarsi a Novara. Carlo Alberto operò ancora con la sua caratteristica ambiguità: tentò di ingannare il Santarosa da una parte, e raccogliere truppe fedeli dall’altra. Il giorno 21 marzo Carlo Alberto col reggimento Savoia Cavalleria raggiunse Novara dopo aver nominato il Santarosa reggente del mi­nistero della guerra, una mossa suggerita dalla necessità di la­sciare Torino. Il 26 marzo ebbero fine i contrasti tra le giunte di Torino e di Alessandria, mentre il Santarosa prodigava sforzi per mobilitare i soldati dispo­nibili, ma la resistenza cresceva perché la scollatura tra il movimento rivoluzionario e la volontà di Carlo Felice diveniva più chiara e i rivoluzionari non vollero troncare i rapporti coi Savoia.
Intervento militare in Piemonte Carlo Felice ruppe gli indugi: chiese ai capi della Santa Alleanza ancora riuniti a Lubiana l’intervento militare in Piemonte.  Lo zar Alessandro I si disse pronto a inviare 100.000 soldati, ma quell’intervento non era gradito alla Gran Bretagna che si rassegnò a un meno perico­loso intervento austriaco. Il 4 aprile le truppe rivoluzionarie si avviarono verso Novara, mentre il La Tour riceveva rinforzi austriaci.  L’8 aprile ci fu un bre­ve scontro in cui le truppe del La Tour ebbero la meglio disper­dendo gli avversari.  Il giorno 10 aprile il La Tour entrò in To­rino e ai rivoluzionari non rimase altro che fuggire.

14. 5  Le conseguenze della rivoluzione fallita
     Una rivoluzione fallita comporta sempre pesanti conseguenze: si rafforza il regime poliziesco; si avversano le riforme politiche; giungono al potere i reazionari più determinati e la vita politica si fa più cupa e so­spettosa.
La repressione dei carbonari In Piemonte, a Napoli e a Milano negli anni successivi al 1821 cominciò a fiorire una letteratura fatta di biografie, memoriali, lettere dall’esilio che trasfigurò gli avvenimenti rivoluzionari dando loro spessore ideale, patriottismo, disinteresse che nei fatti non compare. L’esempio più noto è quello dei carbonari lombardi, Piero Maroncelli e Silvio Pellico che fecero una cospirazione da dilettanti, furono processati e condannati a morte, anche se la condanna fu commutata al carcere. Il Maroncelli morì allo Spielberg, mentre il Pellico fu liberato circa dieci anni dopo. Scrisse Le mie prigioni, un libro che andrebbe riletto più di quanto si faccia perché la sofferenza ebbe il merito di far capire all’autore quello che altrimenti non avrebbe mai afferrato.
L’Austria accresce il potere in Italia  La rivoluzione fallita ebbe come conseguenza di cancellare la moderazione dall’azione politica dei governi manifestata negli anni tra il 1815 e il 1820, e quella di collocare un esercito austriaco anche a Napoli, in una situazione di potenza superiore a quella prevista dal Con­gresso di Vienna.
Il Congresso di Verona Il congresso di Lubiana fu chiuso nel maggio 1821. Per risolvere i problemi ancora aperti fu fissato un nuovo con­gresso da tenersi a Verona nel settembre 1822. A Verona furono respinte le proposte più radicali in senso repressivo e fu deciso il ritiro delle truppe austriache dal Piemonte e, quando la situazione fosse tranquilla, da Napoli. Poi fu affrontata la questione relativa a Carlo Alberto, che il re di Sardegna Carlo Felice avrebbe voluto escludere dalla successione al trono. Le grandi potenze decisero che era opportuna la riconciliazione tra Carlo Felice e il principe di Carignano. 
La questione spagnola Il problema più importante affrontato dal Congresso di Verona fu la questione spagnola. Fu deciso l’intervento militare in Spagna, affidandolo all’esercito francese. Infine fu affrontata la questione dell’indi­pendenza della Grecia, ribellatasi l’anno prima alla dominazione turca. Ai rappresentanti degli insorti fu detto che il sulta­no era il loro sovrano legittimo e che le grandi potenze non potevano far nulla per loro. Tuttavia, l’opinione pubblica europea era favorevole ai Greci e gli interessi particolari di Gran Bretagna, Francia e Russia fecero incamminare la questione greca in direzione opposta a quella ufficialmen­te assunta a Verona.
I processi nel Lombardo-Veneto La reazione dei governi contro i rivoluzionari del biennio 1820-1821 non si fece attendere. A Mi­lano, dopo la scoperta della vendita carbonara di Fratta Polesine e di altre nella provincia di Rovigo, furono arrestati 34 congiu­rati. Il processo terminò nel maggio 1821 con la condanna a mor­te di 13 imputati. Le condanne furono commu­tate in carcere duro da scontarsi nella fortezza dello Spielberg o nel carcere di Lubiana per le pene minori.  Un secondo processo fu celebrato a carico di Maroncelli, Pellico e altri. Seguì la condanna a morte dei tre imputati più compromessi, anch’essa commutata a vent’anni di carcere per il Maroncelli, quindici per il Pellico e pene minori per gli altri imputati.  Il processo più clamoroso fu a carico di Federico Confalonieri, un perso­naggio di grande spicco nella vita di Milano. Il processo durò due anni e si concluse con la condanna a morte, subito commutata in quindici anni di carcere. La sconfitta del movimento rivoluzionario nel Lombardo Veneto, con la condanna dei dirigenti e con l’emigrazione di coloro che non erano stati catturati dalla polizia, fu comple­ta.
Processi in Piemonte Anche in Piemonte ci furono numerose con­danne a morte, ma quasi tutte inflitte a emigrati. Processi minori furono celebrati nei ducati di Modena e di Parma, mentre in Toscana non ci furono processi.
Reazione nel regno delle Due Sicilie Nel regno delle due Sicilie i principali capi dell’insurrezione riuscirono a fuggire all’e­stero.  Dall’esilio tornò, invece, il principe di Canosa che ri­prese i suoi vecchi sistemi, tanto deprecabili che fu lo stesso Metternich a esigere la sua destituzione, e il ritorno di Luigi de’Medici che aveva dato prova di moderazione.  Fu istituito un processo contro il Morelli e il Silvati e gli altri rivoluzionari che avevano dato inizio alla rivoluzione napoletana.  Le condanne a morte eseguite furono solo quelle dei due militari nominati. Nel 1825 morì il re Ferdinando I e gli suc­cesse il figlio Francesco I che chiese il ritiro delle truppe di occupazione austriache, assai onerose per il bilancio statale: nel 1827 le truppe austriache lasciarono Napoli.
Repressione nello Stato della Chiesa Nello Stato della Chiesa, fino al 1821, la repressione della carboneria fu blanda, ma dopo la morte di Pio VII e l’elezione del cardinale Annibale Della Genga che assunse il nome di Leone XII, il cardi­nale Consalvi, che aveva praticato un’azione di governo moderata, fu sostituito dai cosiddetti cardinali zelanti. Nella turbolenta Romagna fu inviato con pieni poteri il cardi­nale Rivarola che operò con mano ferma al punto di far istituire un processo a carico di oltre 500 imputati, sette dei quali furo­no condannati a morte (le sentenze non furono eseguite), e molti altri condannati a sorveglianza speciale.
Conclusioni La conclusione dei moti ebbe perciò code che duraro­no a lungo, ma mentre in Piemonte e nel Lombardo-Veneto si rag­giunse per qualche anno la pace, nel Regno delle Due Sicilie e nello Stato della Chiesa la debolezza dei governi fu resa evidente dal ripetersi di congiure che impededirono il ritorno della pace.

14. 6 Cronologia essenziale
1814 Il papa Pio VII ritorna a Roma dopo un lungo esilio in Fran­cia.
1815 Il congresso di Vienna assegna il ducato di Parma a Maria Luisa, moglie di Napoleone; il ducato di Modena a Francesco IV di Absburgo-Este e il granducato di Toscana a Ferdinando III di Lo­rena.  Le province lombarde e venete costituiscono il regno Lombardo-Veneto con un viceré residente a Milano. I Borbone tor­nano a Napoli.
1818 Le società segrete, in particolare la carboneria, cominciano a diffondersi in Italia.
1820 Il 1° gennaio a Cadice si ammutina l’esercito in partenza per l’America, ritorna a Madrid e impone il ripristino della co­stituzione liberale del 1812.
1820 Il 1° luglio si ammutina uno squadrone di cavalleria che si mette in marcia verso Napoli. Subito dopo in Sicilia scoppia un movimento indipendentista antinapoletano.
1821 In Piemonte l’intervento dell’esercito austriaco stronca i propositi insurrezionali dei liberali.
1831 A Modena scoppiano moti carbonari seguiti da insurrezioni a Bologna, nelle Marche, in Romagna, nell’Umbria.

14. 7  Il documento storico

I documenti che seguono rivelano l’abile condotta di Carlo Felice per isolare il moto rivoluzionario piemontese, riconducen­do Carlo Alberto nei ranghi dinastici. È riaffermata la rego­la: “In casa Savoia si regna uno alla volta”, e il primato degli interessi della Dinastia su ogni altra considera­zione politica.

“Carlo Alberto di Savoia, Principe di Carignano, reggente.
L’ottimo nostro sovrano, il re Carlo Felice, alle comunicazioni che noi, nella nostra qualità di principe reggente di questi Sta­ti, fummo nel dovere di fargli, rispose in modo a farci credere, non essere la Maestà Sua pienamente informata della situazione delle cose nei suoi reali domini: cosa naturale nella sua lonta­nanza. Noi sudditi fedeli, io il primo, dobbiamo illuminare Sua Maestà sulla posizione attuale e sui desideri del suo popolo. Ne otterremo certamente quell’esito felice che ci promette il suo cuore, naturalmente propenso alla felicità dei suoi sudditi. Il governo, fermo e vigilante, non dubita della cooperazione dei buoni sudditi nel mantenere l’ordine e la tranquillità felicemen­te ristabilita, onde conservare al Monarca un regno florido, tranquillo, riunito in ispirito di concordia e fedeltà.
Dato a Torino, il 18 marzo, l’anno del Signore 1821.
Carlo Alberto      Del Pozzo”.

Carlo Felice a Carlo Alberto
“Mio nipote; poiché desiderate un ordine di mia mano, vi dò quel­lo di recarvi immediatamente a Novara con la principessa e vostro figlio, e colà vi farò conoscere le mie intenzioni per tramite del conte di La Tour. Di là farò passare la principessa e suo fi­glio a Genova, non ritenendo di poterlo fare per la via d’Ales­sandria in questo momento.
Modena, 21 marzo 1821”.

“Mio nipote; approvo che siate venuto a Novara con quel che avete potuto raccogliere di truppe fedeli; e se siete realmente dispo­sto a seguire i miei ordini, vi comando di recarvi immediatamente in Toscana, dove vi farete raggiungere dalla vostra famiglia.
Modena, 27 marzo 1821”.

“Mio nipote; vi ho già fatto dire dal cavalier di Morette che ero molto contento della vostra perfetta obbedienza; non credo di po­tervi vedere in questo momento, essendo troppo recenti gli avve­nimenti del Piemonte e tali da dar luogo a tutte le interpreta­zioni che un mio incontro con voi non mancherebbe di far nascere. Voi potete esser certo che io non agisco per alcun risentimento, e che soltanto seguo il piano che il mio onore, la sicurezza del paese e la tranquillità dell’Europa esigono…
Approvo ancora le vostre disposizioni per far passare la vostra famiglia in Toscana. Spero di potere un giorno farvi conoscere un cuore e dei sentimenti che non avete mai conosciuti in me, perché la vostra giovinezza e i principi tanto opposti nei quali siete stato allevato, non vi hanno mai permesso di comprendermi.
Modena, 31 marzo 1821”.

Fonte: E. ANCHIERI, Antologia storico-diplomatica. Raccolta ordi­nata di documenti diplomatici, politici, memorialistici, di trat­tati e convenzioni dal 1815 al 1940, I.S.P.I., Milano 1941, pp. 30-31.

14. 8 In biblioteca
Tra i classici del conservatorismo si possono consultare J. DE MAISTRE, Le serate di Pietroburgo, Rusconi, Milano 1986; e J. DONOSO CORTES, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il so­cialismo, Rusconi, Milano 1972.

Ormai classico il libro di P. PIERI, Le società segrete e i moti del 1820-21 e 1830-31, Vallar­di, Milano 1931.

Molto nota l’opera di A. GALANTE GARRONE, Filip­po Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento, Einaudi, Torino 1972; si consulti anche di N. MACKENZIE, Le società segrete, Riz­zoli, Milano 1969.

Interessante il volume di S. CARBONE, I rifu­giati in Francia 1815-1830, Ist. per la storia del Ris., Roma 1962.

Per le vicende spagnole si consulti di R. CARR, Storia del­la Spagna (1808-1939), La Nuova Italia, Firenze 1974.

Interessante la revisione storiografica compiuta da A. RUGGIERO, La leggenda nera del principe di Canosa, Milano 1999.