Caffarra: Il matrimonio smontato pezzo per pezzo

Devozioni: Fatima, Lourdes, Guadalupe...

Il matrimonio smontato pezzo per pezzo
e il compito degli sposi cristiani

da Tempi.it 7 settembre 2017
Qui di seguito pubblichiamo gli appunti di un incontro che il cardinale Carlo Caffarra, scomparso ieri, tenne durante una vacanza del gruppo di Comunione e liberazione di Carate Brianza a Corvara (Bz) il 2 agosto 2016. Il testo, inedito, di cui si è voluto mantenere il carattere colloquiale, non fu rivisto dall’autore.

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Grazie per l’invito che fin dall’inverno scorso siete venuti a Bologna a farmi. Ho accettato perché ero sicuro di passare dei giorni belli in mezzo a giornate che spesso per noi sono cupe, un po’ tristi.
 Entro subito nell’argomento tenendo presente queste grandi domande che sono state fatte.

Il primo punto della mia riflessione riguarda la condizione in cui oggi versa l’istituto matrimoniale, non il sacramento del matrimonio, l’istituto matrimoniale e l’emergenza educativa, o se volete il rapporto educativo intergenerazionale.

La prima questione nell’affrontare questo punto è la condizione generale. Se io voglio disfarmi di un edificio ho due possibilità, la prima: metto una mina e lo distruggo; la seconda possibilità è che lo smonto pezzo per pezzo. Il risultato di questi due processi è molto diverso, perché nel primo caso mi trovo solo con delle macerie, nel secondo caso mi trovo con tutti i pezzi, ma non c’è più l’edificio.

Ciò che è accaduto all’istituto matrimoniale è la seconda cosa. L’istituto matrimoniale è stato smontato pezzo per pezzo. Abbiamo ancora tutti i mattoni che componevano questo edificio, ma non abbiamo più l’edificio.
 È stato un processo plurisecolare, non è cominciato ieri sera.
Un processo plurisecolare composto da vari processi, che hanno costituito questo processo decostruttivo. 
Infatti noi abbiamo tutti i pezzi. Si parla ancora di maternità, ma a questo punto uno si chiede chi è la madre, in cosa consiste la maternità. Domanda a cui i giuristi romani si sarebbero messi a ridere.

La solita espressione che chi studia giurisprudenza conosce bene è “mater semper certa” – la madre è sempre certa –, oggi non è più possibile. 
È madre chi mette gli ovuli? È madre chi affitta l’utero? È madre chi prende poi il bambino?
Vedete questo è un pezzo fondamentale dell’istituto matrimoniale, che esiste ancora ma la sua definizione non è più univoca. 
La categoria della coniugalità è sempre stata una evidenza originaria. 
La coniugalità era una particolare correlazione fra uomo e donna. Oggi non è più così. Si qualifica come coniugale anche la correlazione fra due uomini o due donne e le precisazioni potrebbero continuare.

Arrivati a questo punto, e questa è una cosa gravissima, la più grave, di cui non dobbiamo mai perdere consapevolezza, non per scoraggiarci ma per sapere come stanno le cose,
 a questo punto la definizione dell’istituto matrimoniale è demolita, non si sa più cosa è il matrimonio e quale via può percorrere questo uomo che ha demolito il palazzo. Accade che ci si rivolga al potere perché ci dica cosa è il matrimonio e, almeno nei paesi democratici, il potere agisce attraverso il criterio della maggioranza e quindi è la maggioranza che decide che cosa sia il matrimonio. 
Questa è la situazione, cioè la condizione di un istituto, quello matrimoniale, decostruito.

Decostruito vuol dire che ci sono tutti i pezzi ma il loro significato non è più univoco e la definizione del matrimonio è lasciata agli organismi del potere. Ho avuto la netta impressione di cosa sta accadendo la settimana scorsa. Ero a Novi Ligure, al mare, e in una casa tenuta dalle suore sacramentine di Bergamo dove c’erano nonni con i bambini, famiglie, eccetera. Un bimbo era diventato mio grande amico, mi aspettava, voleva parlare con me. Ha sei anni ed è di Milano ed era lì con i nonni. Un pomeriggio eravamo noi due, i nonni erano ad una certa distanza, mi dice: «Lo sai che il mio amico ha due mamme?». «Ah sì?» ho detto io. «Io però ne ho una sola, e secondo me è meglio averne una sola che due. E tu pensi che sia meglio averne una o due?» ha continuato il bambino. «Assolutamente è meglio averne una» ho detto io. «Ah meno male» dice il bambino come dire meno male che mi dai ragione.

Incredibile, un bimbo di sei anni che già si pone il problema se è possibile o no, se è meglio o no avere due mamme anziché una. 
Questa è la situazione del matrimonio. 
Legata a questa situazione c’è la condizione in cui si trova l’educazione, che posso spiegare in questi termini.

Nella condizione in cui ci troviamo l’atto educativo, l’educare, questa azione dell’educare, non è diventata difficile, è diventata impossibile. 
Perché è diventata impossibile? 
Perché è diventata impensabile, cioè è impensabile l’educare, non l’istruire, anche perché l’istruzione alla fine è una processo anche molto impersonale. È diventato impensabile, perché l’educazione essenzialmente consiste nella trasmissione di un progetto di vita che la generazione dei padri compie nei confronti della generazione dei figli, sulla base di una forte autorevolezza che fa dire alla generazione dei padri: «Questo è il progetto vivendo il quale tu vivi una vita buona, bella, giusta».

Per spiegare bene il mio concetto vi ricordo un rito che avviene nella cena pasquale ebraica. Voi sapete che la Pasqua ebraica, diversamente dalla Pasqua cristiana, è una festa esclusivamente familiare. Cioè la Pasqua la si celebra solamente in famiglia. La cena è il momento più grande della celebrazione familiare della Pasqua, la cena pasquale, come ha fatto Gesù con gli apostoli, è regolata da un rito molto molto preciso, che deve essere rigorosamente seguito dal capotavola. Ad un certo momento il più piccolo che è a tavola deve, secondo il rito, chiedere al più anziano, a capotavola: «Ma cos’è questa cena? Ma perché mangiamo solo verdure amare?». Quello a capotavola doveva rispondere così: «Perché eravamo schiavi sotto il faraone, il Signore ha ascoltato le nostre grida, noi siamo stati liberati». Narrava tutta la storia del popolo di Israele non come una serie di eventi che semplicemente bisognava imparare, ma una serie di eventi che ti aiutavano a vivere ora.
 Se noi riflettiamo un momento su questo rito, qui vediamo proprio in atto quella definizione di azione educativa che vi dicevo prima. Una generazione che, come dice il salmo, narra all’altra le meraviglie del Signore.

Secondo punto: attraverso l’atto educativo il bambino diventa consapevole di appartenere ad una storia, cioè ad un popolo.

Terzo. Questa consapevolezza di una tradizione vivente che il nonno e i genitori gli stanno trasmettendo è ciò che assicura a lui la vera libertà. Prima erano schiavi!

Questa è l’educazione. Evidentemente cosa succede? 
Primo: se io generazione dei padri non ho nessun progetto da comunicare voi capite che l’educazione diventa impossibile. Si dice: «Io non voglio comunicare nulla, perché quando poi sarà arrivata l’età giusta farà le sue scelte». Questo pensiero genera degli schiavi, siatene certi.
Secondo. Non può accadere il rapporto educativo fra le generazioni se colui che trasmette non ha l’autorità di poter dire: «Questo che ti trasmetto è il progetto di una vita buona, cioè di una vita che ti può fare felice, che ti può rendere vero e giusto». Questo è il principio di autorità.
 Tutto questo che vi ho detto non viene messo in crisi, viene semplicemente distrutto se noi accettiamo il dogma del relativismo, perché a quel punto una proposta vale l’altra, un progetto vale l’altro.

Questa è la condizione, ormai una sorta di afasia, cioè non sapere più parlare, da parte della generazione dei padri nei confronti dei figli, e poi l’oscurarsi di appartenere ad una storia, ad una tradizione nel senso alto del termine come condizione, come terreno in cui la mia umanità può fiorire.
Questo era il primo punto della mia riflessione.

In questa condizione gli sposi cristiani che cosa possono dire e trasmettere? La mia domanda presuppone una certezza che, passando gli anni, ho sempre più profonda in me, che purtroppo non posso sviluppare. 
La enuncio e poi ritorno alla domanda.
 In una condizione come la nostra non basta più l’esercizio delle virtù individuali degli sposi, non basta più la semplice testimonianza di una vita retta. Non illudiamoci, questo non basta ma è necessario introdurci, reintrodurci dentro a questa condizione che vi ho detto proponendo e realizzando qualcosa di nuovo, di diverso.
 Questa premessa non vale solo per il matrimonio, in fondo è una visione della vita cristiana.

Ritorno alla domanda. In questa situazione lo sposo e la sposa cristiana cosa dicono e cosa propongono?
 La risposta alla domanda sarà il secondo punto.

Fondamentalmente dicono e propongono due cose. 
La prima – qui per brevità uso l’espressione tecnica – dicono e propongono la sacramentalità del matrimonio, cioè il matrimonio è un sacramento.
 La grande parola, diciamo pure il grande dono che il cristianesimo fa all’uomo e alla donna che si sposano, è il sacramento del matrimonio, la quale sacramentalità non è un francobollo che si attacca ad una busta che è il matrimonio naturale.

Il matrimonio non lo ha inventato Gesù Cristo come per esempio l’Eucarestia, uomini e donne si sposavano anche prima di Gesù Cristo, e la Chiesa ha sempre avuto un grande rispetto del matrimonio naturale e lo ha sempre reso possibile.
La sacramentalità quindi non va intesa come qualcosa che si aggiunge, ma come la trasformazione, la trasfigurazione, il linguaggio neotestamentario direbbe la metamorfosis – la metamorfosi – dell’amore fra l’uomo e la donna.

Cerco di spiegarmi.
 Quando noi diciamo il sacramento del matrimonio la prima cosa a cui pensiamo è la celebrazione in Chiesa e va benissimo, perché dopo il Concilio di Trento si è stabilito che se non c’è questa celebrazione secondo una certa forma essenziale non c’è sacramento del Matrimonio. 
Questa è la cosa che sta alla superficie, vuol dire che io la vedo con i miei occhi. Se in Chiesa in quel momento ci sono un musulmano o un ateo vedono che in Chiesa in quel momento ci sono due che si stanno sposando secondo un certo rito.

Ma – e qui cominciamo ad andare nel mondo dell’invisibile – questa celebrazione essendo una celebrazione sacramentale ha in sé la presenza operante di Cristo, il Signore risorto.
 In che cosa consiste questa opera, questo intervento, questa operazione di Cristo?

Lo si può dire in due modi. 
Consiste nel legare questo uomo a questa donna e questa donna a questo uomo, nel vincolarli, l’uno all’altro, cosicché l’uno ormai sia dell’altro e reciprocamente. Ma c’è qualcosa di più grandioso ancora, cioè Cristo opera, perché fino a qui in fondo ci arriva anche una retta coscienza umana che si sposa, retta coscienza di un uomo e di una donna che si sposano fino a qui ci possono arrivare. La Chiesa ha sempre insegnato che l’indissolubilità del matrimonio è anche una proprietà del matrimonio naturale.

C’è qualcosa di più grandioso! Cristo fa sì che questa reciproca vincolazione, questa reciproca appartenenza dello sposo alla sposa e della sposa allo sposo sia il simbolo reale della sua appartenenza alla Chiesa e dell’appartenenza della Chiesa a Cristo.

Cosa vuol dire simbolo reale? Realmente, veramente dentro a questa reciproca vincolazione e appartenenza c’è l’appartenenza e reciproca vincolazione di Cristo con la Chiesa e viceversa.
 C’è. Questo non perché gli sposi promettono di essere fedeli e i galantuomini mantengono le promesse, non è una questione morale, state bene attenti. È un fatto soprannaturale questo.

Parlando del battesimo Sant’Agostino diceva che non era Pietro che battezzava, ma Cristo. Non è Giovanni che battezza, è Cristo. Non è Paolo che battezza, è Cristo. Nel matrimonio i ministri sono i due sposi. Ma cosa vuol dire i ministri? Vuol dire che agiscono in nome e con la forza di un altro che è Cristo, Signore presente perché risorto, che li unisce e li vincola uno all’altro.

Prima conseguenza che deriva da questa – se ci sarà tempo mi fermerò su questo più avanti – è che non c’è infedeltà, non c’è miseria, non c’è litigata che sia più forte di questo evento sacramentale che è accaduto. Non li può più distruggere.

Una signora bolognese che aveva perso da poco il marito mi diceva che negli ultimi giorni di vita il marito le chiese di lasciargli la fede matrimoniale nella cassa. Lei non capiva perché, nessuno lo aveva mai fatto. La fede matrimoniale dell’uno la porta al dito l’altro che è rimasto vivente. Lui rispose: «Io voglio che anche tutti gli angeli sappiano che io sono stato tuo marito».
 Il commento di questa vedova fu: «Eminenza, mi creda, questo è il più bel complimento che un uomo possa fare a una donna». La potenza di Cristo che opera!

Naturalmente esige che sia trasfigurato anche l’amore coniugale, che sia immesso dentro a questo vincolo che è simbolo reale del rapporto Cristo Chiesa. Infatti il grande dono che il sacramento fa e continua a fare è il dono della carità coniugale.
 La carità coniugale non è semplicemente l’amore fra un uomo e una donna ma è questo stesso amore che viene per così dire trasfigurato, elevato ma non distrutto.
Non è semplicemente l’eros fra l’uomo e la donna, ma è l’eros che non viene distrutto, perché viene trasfigurato, integrato dentro un modo nuovo di amarsi.
 Qui mi fermo, perché ce ne sarebbe da parlare per giornate intere.

Vengo alla seconda domanda di questo secondo punto.
 Cosa la Chiesa fa per risolvere questa immane urgenza educativa, di cui vi ho detto i termini? 
I due sposi sono radicati nel più profondo del mistero della Chiesa, dentro alla tradizione della Chiesa.
 Cos’è la tradizione della Chiesa? È la vita della Chiesa, la sua fede e quindi il suo modo di vedere e interpretare gli avvenimenti della vita. La vita della Chiesa e il suo celebrare il Signore Gesù nella liturgia della Chiesa vengono radicati dentro la tradizione della Chiesa.

Attenzione: i genitori vengono resi capaci di trasmettere ai loro figli questa tradizione della Chiesa e solo loro sono capaci di fare questo. Come c’è un sacramento che abilita alcuni cristiani a celebrare il sacramento dell’Eucarestia, a rendere cioè presente Cristo nella Sua Chiesa, c’è un sacramento che abilita, rende capace l’uomo e la donna di trasmettere la tradizione della Chiesa, la vita della Chiesa. Ricordate l’esempio che ho fatto della cena ebraica.

Una volta mi sono incontrato con il capo dei rabbini inglesi, adesso è già in pensione, una grande personalità, che proprio un mese fa ha preso un premio che la regina dà a chi si è distinto per opera scientifica o per opera culturale, ed è un premio fra i più prestigiosi che Sua Maestà britannica può dare a un cittadino.
Questa persona mi raccontava che sua mamma era una donna molto pia e ogni pio ebreo dice tre volte al giorno quello che viene chiamato lo “Shemà Israel”, cioè «ascolta Israele, il Signore è un solo Dio, è il vero Dio, amerai il Signore tuo Dio». Appena lui ha cominciato a parlare la mamma glielo ha insegnato. Ad un certo momento, lui si è arrabbiato e ha detto a sua mamma che non voleva dirlo più perché non capiva nulla di quello che diceva. La mamma gli ha risposto che non era importante che lui capisse, lei lo capiva e quindi lui doveva dirlo. Lui mi ha detto che una delle cose di cui è più grato quando fa memoria di sua madre è questo fatto, perché lo ha introdotto dentro la preghiera di Israele, alla grande memoria del nostro popolo, al contenuto fondamentale della memoria del nostro popolo.

Non è necessario che i bambini capiscano.
 La Chiesa dice e dona all’uomo e alla donna che si sposano questo: la trasfigurazione sacramentale del loro amore coniugale, la capacità di costruire un vero rapporto educativo intergenerazionale fra la generazione dei padri e la generazione dei figli.

Terzo punto.
 Queste cose che vi ho detto non dovete pensarle come un ideale verso cui tendere. Questo non è un ideale! Il matrimonio ideale non esiste! Non c’è! Esiste il matrimonio reale, può essere un matrimonio vero o un matrimonio per così dire meno vero. 
È profondamente errato il pensare ciò che vi ho detto sul matrimonio come l’ideale verso cui io cammino. Immaginiamo care spose qui presenti che vostro marito vi dica: «Senti cara, per me la fedeltà coniugale è un ideale verso cui cerco di andare, però non è detto che adesso come adesso io ci riesca, che lo realizzi! Va bene cosi?».
 No caro mio, non è un ideale la fedeltà a tua moglie.

Perché è sbagliata questa posizione? Perché alla fine pensa la vita matrimoniale come uno sforzo etico, non come un dono che genera un compito. Detto questo, la prima conseguenza è che la vita matrimoniale è un cammino. Questo è detto molto bene nella Amoris Laetitia al punto 220.
Dice il testo pontificio: «Il cammino implica passare attraverso diverse tappe che chiamano a donarsi con generosità: dall’impatto iniziale caratterizzato da un’attrazione marcatamente sensibile, si passa al bisogno dell’altro sentito come parte della propria vita. Da lì si passa al gusto della reciproca appartenenza poi alla comprensione della vita intera come progetto di entrambi, alla capacità di porre la felicità dell’altro al di sopra delle proprie necessità, e alla gioia di vedere il proprio matrimonio come un bene per la società». Qui il testo pontificio delinea proprio un cammino di crescita notandone anche le tappe fondamentali.

È un cammino e quindi cosa può succedere? 
Questa mattina avete fatto una camminata e ci si può anche stancare al punto tale che uno è tentato di dire: «Voi andate, che io vi aspetto qui al ritorno!». Ma si può anche dire: «Dammi una mano così mi aiuti». Ma può anche succedere che uno cada e si ferisca e cominci a dire che fanno male i piedi e non ce la fa più. Ecco il sacramento che ha anche un potere sanante.

Immaginiamo che due persone stiano passeggiando lungo gli argini del Po. Una sa nuotare e l’altra no. Quella che non sa nuotare scivola e cade in acqua. 
L’altra per salvarla ha tre possibilità. La prima è che dalla riva le insegni come si fa a nuotare, la seconda è che le lanci una fune e le gridi di prenderla e quella ci provi ma non ce la faccia perché ha le mani fredde e la corrente è forte. Oppure, terzo, si butti in acqua, la prenda e se questa non si divincola è salva.

Pelagio e tutti i suoi discepoli, e ce ne sono anche oggi, riteneva che Gesù ci abbia salvato nel primo modo. Perché pensavano che Gesù ci ha salvati? Perché ci ha insegnato come vivere.
 Sant’Agostino diceva: «Questo lo sapevo, il problema è che io non ci riesco!». Sapete, quella preghiera che faceva quando aveva già cominciato i colloqui con Ambrogio e diceva a Dio: «Dammi la castità – perché era questo il problema per lui – ma non darmela subito».
Il secondo modo è dei cosiddetti semipelagiani.

La verità invece è che Dio si è buttato nella vorticosa corrente della nostra miseria e ci trascina e ci ha abbracciati sulla Croce e ci dice solo: «Stai abbracciato a Me, non mollarmi e stai tranquillo sei salvo, Ti porto Io in patria sulla riva». 
È una crescita in cui continua ad operare la forza sanante del sacramento, che è quella che vi ho espresso nell’esempio.
 Il cammino è un cammino che ha delle tappe che qui il Papa descrive bene e come tutti i cammini deve sempre entrare in funzione la potenza e la forza sanante del sacramento del matrimonio.

La Chiesa ha sempre molto raccomandato due cose. La prima, la preghiera fatta insieme. Tertuliano dice che quando due sposi pregano, la Chiesa domestica si riunisce in preghiera.
 Un tempo questo voleva dire marito, moglie, figli, e poi c’erano anche i servi e gli schiavi. 
Diceva che quando la chiesa domestica si riuniva in preghiera gli angeli guardano giù dal cielo pieni di ammirazione di questo fatto che vedono. Preghiera insieme e soprattutto la grande preghiera che è l’Eucarestia. Ovviamente voi seguite le indicazioni dei vostri parroci o vescovi ma durante la celebrazione dell’Eucarestia i bambini si fanno sentire, vero? A me piacciono! 
Dicevo a una mamma che lei o lui – non mi ricordo – in questo modo aveva lodato il Signore, facendo sentire la sua voce. 
Quindi preghiera insieme e i sacramenti.

Il grande punto oggi, e qui riprendiamo l’altro grande filone dell’educazione, è in che modo dicevamo prima, la proposta cristiana può generare una proposta a tutti? 
Me lo sto molto chiedendo in questi giorni. Dico solo che io sono sempre più convinto, e lo ho anche scritto recentemente, che quello che hanno fatto i monasteri benedettini quando è crollato un intero mondo, quella che molti storici dicono la più grande costruzione sociale e giuridica che la storia ha conosciuto, cioè l’impero romano, hanno posto le radici dentro queste rovine. Hanno seminato una nuova cultura.
Io sono convinto che questo adesso tocchi a noi. Come? 
Guardate che i benedettini mica fondavano i monasteri dicendo che loro dovevano seminare per una nuova civiltà. San Benedetto diceva che la loro era una scuola dove si imparava a servire il Signore. Quindi vedete la potenza della presenza di Cristo e delle Sue comunità.

Bene, questo adesso tocca a voi. In che modo? 
Creando, ponendo in essere quelle che vengono chiamate “minoranze creative”. Non contatevi più di quel tanto, non ha importanza.
 Il creare, il porre gruppi di famiglie che fanno vedere la bellezza dell’essere sposi e dell’educare i bambini, i figli. Credetemi l’uomo non può rimanere indifferente a questo e qualcuno chiederà: «Ma perché? Come fate voi? E io che ho tradito mia moglie chissà quante volte, mi chiedo come fate voi? E io che non riesco a educare il mio bambino, come fate?». 
E lì semplicemente dovete dire: «Vieni e vedi».

Certo questo non è che trasformi la condizione da questa sera a domani mattina. Il processo di decostruzione è durato secoli quindi è un processo difficile, lungo.
 La minoranza creativa è tale perché non si accontenta di essere una luce che richiama, ma è capace di entrare dentro a questa cultura antifamiliare, antieducativa nei modi che la sapienza che la guida del sacramento che avete ricevuto, vi può indicare.

Una volta, due sposi che celebravano il 70° di matrimonio mi chiesero di venire a celebrare la Messa giubilare nella mia cappella privata portando tutta la loro tribù, da loro fino all’ultima bambina che era nata qualche settimana prima, una trisnipote. Lei aveva 93 anni e lui 95 e mi hanno detto di stare tranquillo perché dal collo in giù non funzionava più niente, ma dal collo in su funzionava ancora tutto. Io penso che sono stati fortunati perché se fosse stato diverso sarebbe stato molto peggio. Finita la Santa Messa ci siamo fermati un momento, ho offerto loro qualcosa e ho detto per provocarli che io non me ne intendevo molto, ma in 70 anni insieme avranno avuto momenti di noia.
 Non mi ha lasciato finire e mi hanno detto: «Eminenza, ma cosa dice, ma lo sa che noi ci amiamo di più adesso di quando ci siamo sposati!». Ecco il cammino, la crescita. 
Allora io ho detto: «Gridatelo ai vostri figli, nipoti e pronipoti, fino a quella ultima piccola bimba!».
Io ho pensato: questo è l’evento più grande che possa accadere, cioè un amore umano che è durato per 70 anni e alla fine dei 70 anni è ancora più grande di quando avevano cominciato il loro cammino. Solo Cristo può operare questi miracoli.

+ Carlo Caffarra