S. PAOLA (347-406)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Attesta S. Girolamo che ella voleva tutto vedere, e che non la si poteva strappare da un luogo santificato dalla presenza del Signore senza condurla ad un altro. Tutta Gerusalemme fu testimone delle lacrime che ella versò sul sepolcro del Signore, e del dolore che provò alla considerazione della sua passione. Visitando la grotta di Betlemme sospirava: “Ed io, miserabile peccatrice, proprio io sono stata giudicata degna di baciare la greppia dove il Signore da bambino ha vagito? Di pregare nella grotta dove la Vergine Maria ha dato alla luce il Bambino Signore! È qui il mio riposo, perché questa è la patria del mio Signore! È qui che abiterò, dal momento che il Signore ha scelto questa terra!” (Ep. 108).

È una delle figure più rappresentative del monachesimo femminile sorto nel secolo IV accanto a quello maschile. Paola nacque a Roma il 5-5-347 da Rogato, di nobile stirpe greca, e da Blesilla, discendente dalle illustri famiglie degli Scipioni e dei Gracchi. Fin dall’infanzia ricevette un’accurata educazione cristiana. A quindici anni fu data in sposa al nobile Tossozio, il quale, sebbene pagano, fu rispettoso della fede della consorte. Dalla loro unione nacquero quattro figlie: Blesilla, Paolina, Ruffina, Eustochio e anche un figlio che fu chiamato, come suo padre, Tossozio.
Paola visse nello stato coniugale fino ai trentadue anni. Possedendo immense ricchezze,  vestiva con sfarzo, conforme alle usanze dei tempi, si faceva servire da schiavi e da ancelle e quando si recava a trovare le amiche e a pregare nelle basiliche romane, faceva uso della lettiga o del cocchio dorato. A differenza delle matrone orgogliose e piene di stizza verso le schiave, Paola si dimostrò comprensiva e clemente anche verso i più umili suoi dipendenti. La sua bontà d’animo ricevette maggiore lustro dalla fedeltà maritale mai offuscata dal più piccolo sospetto. In quel tempo pie vergini vedove della più alta aristocrazia si radunavano sull’Aventino in casa di S. Marcella (+410) per tendere alla perfezione sotto la guida di S. Girolamo, giunto a Roma da Costantinopoli con Paolino, vescovo di Antiochia, e S. Epifanio, vescovo di Salamina (Cipro), per prendere parte al sinodo romano convocato da papa S. Damaso, allo scopo di dirimere l’annosa questione riguardante la successione episcopale di Antiochia (382). Paola dopo la morte del marito (379), “che pianse fino quasi a morirne lei stessa”, pensò di consacrare il restante della sua vita a Dio sull’esempio della vedova Marcella. Con Eustochio, la più affezionata delle sue figlie, un giorno salì all’asceterio dell’amica e chiese di esservi aggregata: la figlia sarebbe rimasta il più a lungo possibile in quel cenobio, la madre invece l’avrebbe raggiunta appena la cura quotidiana dei figli glielo avesse permesso.
Sull’esempio di Marcella, anche Paola raccolse in una specie di asceterio i familiari, i clienti e gli schiavi della sua casa. Divenne loro occupazione la preghiera, la meditazione della Sacra Scrittura e le opere di carità. Paola restrinse le sue esigenze personali per soccorrere più largamente i bisognosi dei quartieri più poveri di Roma. Era tanta la sua generosità nelle elargizioni che, al dire di S. Girolamo, “riteneva di subire un danno se qualcuno di loro, debole e affamato, veniva rifocillato con cibi offerti da altri. Così spogliava i figli; ma quando i parenti le rinfacciavano questo come colpa, lei rispondeva che ad essi lasciava un’eredità più considerevole: la misericordia di Cristo” (Ep. 108).
Quando S. Epifanio era giunto a Roma in compagnia di S. Girolamo, Paola si era riservata l’onore di ospitarlo nel proprio palazzo. Nei frequenti colloqui che ebbe con lui, conobbe la storia del monachesimo fiorito in oriente. Epifanio era stato discepolo di S. Ilarione; in Egitto aveva conosciuto i più famosi eremiti, ad Eleuteropoli di Palestina, sua patria, aveva fondato e diretto a lungo un monastero. In seguito alle conversazioni avute con lui, Paola cominciò a sentire il fascino dell’oriente. Seguendo le dotte conferenze che S. Girolamo faceva sulla Sacra Scrittura nel cenobio di Marcella, ella si sentì spinta ad una più intensa vita culturale e ascetica.
La sua figlia maggiore, Blesilla, rimasta vedova dopo appena sette mesi di matrimonio, l’aveva seguita nell’asceterio dopo avere alquanto tergiversato. Avendo compreso la vanità delle cose di questo mondo, si diede con tale ardore allo studio e all’ascesi da peggiorare il suo precario stato di salute. Morì ancora nel fiore degli anni, e la madre ne rimase talmente addolorata che si temette della sua vita. Girolamo la consolò con una mirabile lettera, che è uno splendido elogio di Blesilla. Paola volle prendere parte ai funerali della sua primogenita e lungo il corteo, sopraffatta dal dolore, cadde in deliquio. Nella lettera su indicata S. Girolamo così le parla: “Voglio dirti una cosa, ma non riesco ad esprimerla senza singhiozzare. Mentre venivi allontanata, priva di sensi, dalla folla del corteo funebre, fra il popolo si andava bisbigliando: Guarda! Non sta accadendo proprio quanto più volte abbiamo predetto? Piange la figlia perché è morta per i digiuni, senza averle dato dei nipoti almeno di un secondo matrimonio! Cosa aspettiamo a cacciare da Roma questa genia detestabile di monaci, a lapidarli, ad affogarli nel fiume? Ti hanno raggirato questa miserabile matrona che, quanto poco abbia intenzione di farsi monaca, lo sta a dire questo fatto; nessuna pagana ha mai versato tante lacrime sui propri figli”.
Su S. Girolamo, segretario di papa Damaso e revisore della versione latina della Bibbia, cominciarono ad addensarsi oscure nubi foriere di tempesta. Questa cominciò a rumoreggiare quando il santo scrisse una lettera ad Eustochio (Es. 22) per tesserle l’elogio della verginità, alla luce degli esempi di Maria SS. Onde preservare colei che dirigeva nella via della perfezione dal contagio del mondo, lo scomodo moralista vi aveva messo in ridicolo con i fannulloni e gli scrocconi, anche i chierici pieni di vanagloria e cupidigia. L’avversione contro il mordace monaco scoppiò violenta anche perché le innovazioni da lui introdotte nel testo latino dell’Itala, turbavano l’immobilismo di quanti erano in possesso di esemplari anteriori. Dopo la morte di S. Damaso (384), non vedendosi protetto dal nuovo papa Siricio, Girolamo partì da Ostia per l’oriente (385).
Fu allora che Paola senti nascere in sé la vocazione ad una fondazione monastica femminile nel paese di Gesù, sotto la guida e l’assistenza del santo suo maestro. Grande attrattiva esercitava su di lei l’esempio di Melania l’anziana (+410) la quale, rimasta vedova a ventidue anni con un figlio, aveva abbandonato il mondo e costruito in Palestina un fiorente monastero (378). Dopo avere provveduto ai suoi figli facendoli eredi delle ricchezze che possedeva in Italia e nell’Epiro, Paola prese l’irrevocabile decisione di raggiungere Girolamo in oriente con Eustochio e alcune altre matrone. Per il timore che il suo cuore non reggesse allo strazio della separazione, ella non osò gettare un ultimo sguardo ai suoi che la salutavano in lacrime dal lido.
Nell’isola di Ponza, Paola potè ammirare la cella in cui la martire S. Flavia Domitilla, fu rinchiusa per trent’anni dall’imperatore Domiziano. A Salamina si fermò per fare visita a S. Epifanio le cui parole, tre anni prima, avevano avuto nel suo animo un influsso decisivo. Il vescovo l’invitò a restare qualche giorno in città per riposarsi, ma ella ne approfittò per visitare i monasteri e raccomandarsi alle preghiere dei cenobiti, ai quali Epifanio aveva dato da osservare le regole dei solitari d’Egitto. Ad Antiochia anche il vescovo Paolino la ricevette con grande rispetto. Ella ritrovò S. Girolamo che le fece da guida attraverso la Siria e la Terra Santa. A Gerusalemme, il proconsole di Palestina che conosceva la famiglia di Paola, avrebbe voluto ospitarla con onore nell’appartamento preparato nel pretorio, invece ella preferì prendere alloggio, con il suo seguito, in una modesta casa vicino al Calvario.
Senza concedersi riposo, la santa si dispose a visitare tutti i luoghi santi. Attesta S. Girolamo che ella voleva tutto vedere, e che non la si poteva strappare da un luogo santificato dalla presenza del Signore senza condurla ad un altro. Tutta Gerusalemme fu testimone delle lacrime che ella versò sul sepolcro del Signore, e del dolore che provò alla considerazione della sua passione. Visitando la grotta di Betlemme sospirava: “Ed io, miserabile peccatrice, proprio io sono stata giudicata degna di baciare la greppia dove il Signore da bambino ha vagito? Di pregare nella grotta dove la Vergine Maria ha dato alla luce il Bambino Signore! È qui il mio riposo, perché questa è la patria del mio Signore! È qui che abiterò, dal momento che il Signore ha scelto questa terra!” (Ep. 108).
Dopo avere stabilito la sua dimora a Betlemme, Paola, con Eustochio e Girolamo volle visitare i monaci e gli eremiti dell’Egitto desiderando conoscerli direttamente e soccorrerli con larghezza. Al ritorno dalla Nubia si fermò ad Alessandria d’Egitto dove, per un mese, frequentò le lezioni che l’eruditissimo Didimo il cieco, direttore del Didaskaleion benché laico, teneva sulla Sacra Scrittura. Nell’estate del 386 fece ritomo a Betlemme, dopo quasi un anno di assenza. Dalle lettere che le giunsero da Roma apprese la triste notizia che la sua figlia più giovane era morta. Dio si prendeva cura di recidere ad uno ad uno i legami che ancora tenevano avvinto il cuore della sua serva buona e fedele alla famiglia. A Betlemme, presso la grotta della Natività, Paola nel giro di tre anni fece edificare, con le rispettive chiese, un monastero per le vergini e le vedove che l’avevano seguita in Palestina e un monastero per Girolamo e i suoi amici. Accanto a quello delle religiose, fece sorgere pure un ospizio per i pellegrini. Paola, imitando il sistema di vita introdotto da S. Pacomio nei suoi cenobi, divise in tre gruppi le religiose che accorrevano a lei da tutte le parti dell’impero, secondo il loro stato sociale e la formazione intellettuale. Ogni gruppo aveva proprie abitazioni e proprie superiore.
Dopo il lavoro e le refezioni, le religiose si riunivano tutte in chiesa per la salmodia e la preghiera. Paola vi arrivava sempre prima delle altre al canto dell’Alleluia. Tutti i giorni esse recitavano il salterio intero, ed erano tenute non solo a saperlo a memoria, ma ad apprendere quotidianamente qualche passo della Bibbia di cui Girolamo dava loro dotti commenti orali. La domenica la comunità si recava alla basilica della Natività; al ritorno, ad ogni religiosa veniva affidato il lavoro da compiere nella settimana. D’ordinario si trattava della confezione di abiti per il monastero e per i poveri della regione di cui Paola divenne la provvidenza. Tutte le monache, sia patrizie che plebee, osservavano la più assoluta clausura, portavano lo stesso abito di lana e mangiavano carne e bevevano vino soltanto in caso di malattia.
La santa seppe mantenere tra le suddite l’ubbidienza e il fervore più con l’esempio che con l’autorità. Con Eustochio era la prima al lavoro e alle pratiche di penitenza, alla preghiera e alla salmodia di giorno e di notte. La sua generosità era talmente grande che nelle elemosine oltrepassava ogni misura. Girolamo ogni tanto la riprendeva di ciò garbatamente, ma Paola, dopo averlo ascoltato con rispetto, gli opponeva le più belle frasi che i libri santi contengono riguardo all’elemosina. Nonostante tanta bontà, alla santa, venerata in tutto il mondo, non mancarono odiose calunnie. I partigiani dello scrittore ecclesiastico Origene ne biasimarono le caritatevoli prodigalità, i rigorosi digiuni, la semplicità delle vesti e le pie fondazioni. Su di lei ricaddero persino le contese che ebbe Girolamo con Ruffino d’Aquileia e le ostilità che Giovanni, vescovo di Gerusalemme, nutrì verso S. Epifanio e lo stesso S. Girolamo a motivo della loro presa di posizione contro le dottrine di Origene.
Affaticato dalle lotte e minacciato dello sfratto, Girolamo avrebbe voluto abbandonare Betlemme, ma Paola, sapendo che invano si fugge la prova, gli dichiarò che non se la sentiva di separarsi volontariamente dalla cara Betlemme. Riuscì in tal modo a calmare i bollenti spiriti della sua guida e ad incoraggiarlo. Per il grande amore che portava alla divina parola, in cui ebbe emula soltanto Marcella, Paola finanziò con generosa liberalità le versioni e i commenti alla Sacra Scrittura del suo direttore spirituale. Tra le sue monache avrebbe accolto volentieri anche per poco tempo, l’amica Marcella, invece giunse fra altri ospiti illustri S. Fabiola (+399) la quale, a Roma, aveva fatto costruire un asilo per i poveri, i pellegrini e i malati che curava con le sue stesse mani. Costei si allontanò per sempre da Betlemme quando si sparse la voce che gli Unni stavano per invadere Gerusalemme. Anche Paola si decise alla fuga con tutte le religiose. Sul lido di loppe, mentre stava preparando l’imbarco, venne a sapere che i barbari avevano invertito la rotta. Piena di gioia ritornò allora con le sue figlio nel monastero che aveva abbandonato.
A Paola non mancarono nuove tribolazioni. La morte le sottrasse, dopo Ruffina, anche Paolina, andata sposa a Pammachio, e infine Tossozio che alla consorte Leta aveva lasciato una bambina, Paola junior, votata fin dai teneri anni alla vita religiosa. Verso la fine del 403 la santa cominciò a sentire gli attacchi della malattia che l’avrebbe condotta alla tomba. Il monastero fu nella costernazione. Eustochio, inconsolabile, a nessuno volle cedere la dolcezza di curare la madre. Ella non lasciava il tetto dell’inferma se non per andare a pregare nella basilica della Natività e chiedere a Dio di non privarla del sostegno di lei o di non lasciarla sopravvivere alla madre. Paola sopportò i propri mali con ammirabile serenità. Il suo animo non sospirava che il cielo, come si poteva arguire dai versetti dei salmi che mormorava a fior di labbro.
Numerosi vescovi, preti, monaci della Palestina erano accorsi per dare alla morente l’estremo attestato di stima. Girolamo, avendo notato ad un certo momento che Paola si era chiusa in un profondo silenzio, le si avvicinò e le chiese se era tormentata da qualche grave dolore. “Oh no! – gli rispose in greco. – Non provo nessuna molestia; intorno a me vedo tutto quieto e tranquillo”. Nell’agonia una luce improvvisa le brillò sul volto. Il suo sguardo parve fissarsi sopra un’apparizione celeste. Spirò il 26-1-406 dopo aver esclamato con il salmista: “Sono certa che, godrò della bontà del Signore nella terra dei viventi” (27,13).
Le esequie della defunta furono un trionfo. Il suo corpo fu portato a spalla dai vescovi dal monastero alla basilica della Natività per osservi esposto, con il viso scoperto, alla venerazione dei fedeli. Nel corteo fu notato il folto gruppo dei poveri che piangevano la scomparsa della loro generosa benefattrice. Durante i funerali furono cantati in suo suffragio salmi in greco, in latino e in striano. Il corpo di Paola fu deposto in un sepolcro di pietra di fronte alla grotta in cui Girolamo passò nello studio, nella preghiera e nella penitenza gli ultimi anni della sua vita. Sulla tomba della discepola fece scolpire l’iscrizione che aveva composto. A Betlemme si mostra ancora la tomba di questa santa, ma il corpo non c’è più. La cattedrale di Sens (Francia) pretende di possederlo dal secolo IX.
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 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 325-330.
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